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L’industriale

La sua era una storia come tante: il solito industriale modenese che aveva fatto i soldi negli anni ’70, i figli ormai grandi e un divorzio alle spalle: la moglie lo aveva lasciato, stanca delle sue amanti accontentandosi” dell’assegno mensile che lui le passava. Mario adesso , a 50 anni, voleva godersi quello che gli restava di vitalità per ricominciare una nuova vita: i soldi non gli mancavano e cercava un’altra donna che accettasse di rimanere stabilmente al suo fianco. Nel suo giro molte le aveva avute come amanti, ma, per quello che aveva intenzione di fare, l’ideale era una assolutamente sconosciuta; perciò si era messo a leggere le inserzioni sui giornali e qualcuna l’aveva pubblicata lui stesso. Non aveva fatto fatica a trovarne, tuttavia non si era mai sentito abbastanza sicuro della loro sincerità. Come raramente accade, l’occasione si presentò per caso: aveva ordinato degli articoli “erotici” ad una ditta francese specializzata e questa gli aveva mandato in omaggio una copia della rivista del Club con centinaia di annunci. Per curiosità aveva cominciato a leggerne qualcuno e uno diceva pressappoco così: “Giovane 25enne, bellissima, disposta a trasferirsi e a rinunciare alla sua libertà per un ultraquarantenne colto, signorile, generoso”.
Non era molto diverso, nella sostanza, da altri che aveva letto, ma, vuoi che in francese suonava diverso, vuoi che quell’allusione a “rinunciare alla libertà” poteva sottindendere qualcosa di diverso da un semplice matrimonio, decise di rispondere. Allegò una foto normale, avendo ben cura che sullo sfondo risaltasse la sua villa, sottolineò il fatto che già possedeva un bilocale in Costa Azzurra dove avrebbero potuto conoscersi e attese fiducioso. Non si era sbagliato: dopo circa 15 giorni ricevette una lettera di Moana con una sua splendida fotografia, dove Lei si diceva contenta di accettare il suo invito per un week-end in riviera, lasciandogli il suo numero di telefono. Mario guardò nella sua agenda e decise per la seconda settimana di maggio.
Erano d’accordo di trovarsi all’aeroporto di Nizza e, quando la vide, ne fu decisamente soddisfatto: come tutte le donne belle non aveva particolarità ( sono tutte invariabilmente perfette), era alta (1. 75 gli aveva scritto) con capelli corvini, calze a rete e un vestito “intero” talmente scollato sopra e corto sotto da coprire poco più che un costume di bagno, tanto che, nonostante non mancassero donne altrettanto belle, anche i francesi si giravano al suo passaggio. Lei lo riconobbe, si presentarono e, sottobraccio uscirono dall’aeroporto. Lui aveva cercato di non sfigurare per quell’incontro: era ancora un bell’uomo di 1. 80 per 75 chili di peso, aveva sempre fatto sport, non era calvo come la maggior parte dei suoi coetanei e poi condurre una vita agiata, come si ricordava sempre, fa bene al fisico. Quel week-end fu esattamente come quelli che si vedono al cinema: cene nei migliori ristoranti, passeggiate romantiche sul lungomare in mezzo alle celebrità, gli sguardi della gente che cercava di riconoscere quali divi fossero e, naturalmente, tanto sesso e poco sonno. Insomma, alla fine di quei tre giorni, lei aveva deciso di seguirlo a Modena per un periodo di prova con, in prospettiva, il matrimonio. L’Italia piaceva a Moana, e ovviamente lei piaceva agli italiani; ma Mario non era geloso, anzi provava particolare soddisfazione quando poteva esibirla nei luoghi pubblici, tanto più che lei, da brava francese, non portava reggiseno e ostentava le sue grazie senza la malizia di chi è abituato a vivere in un paese cattolico. Che lei si abituasse facilmente a questo regime di vita era scontato; quello che importava a Mario era però che lei accettasse anche un altro aspetto nel loro rapporto, quell’aspetto per cui se ne era andata la sua prima moglie. In sostanza la vita “sociale” di entrambi poteva essere improntata alla massima libertà (compresi eventuali amanti dell’uno o dell’altra), ma lei avrebbe dovuto, se accettava di sposarlo, accettare di essere completamente sottomessa (sul piano sessuale)a lui: era quello che in gergo S/M si chiama sottoscrivere un contratto di ” schiavitù”, con il quale lei si impegnava (esclusi i danni fisici permanenti) a sottostare a qualsiasi genere di prove lui avesse ritenuto di sottoporla. Dopo circa un mese di “luna di miele”, lui gliene parlò; lei gli rispose francamente che sapeva di cosa si trattava e che, quando aveva messo l’annuncio, aveva preventivato, visti i vantaggi indubbi di quella posizione, di dover sopportare anche degli svantaggi; quello che non sapeva, pur essendo in generale disponibile, era se la cosa le sarebbe piaciuta o l’avrebbe trovata ben presto insopportabile. Lui, altrettanto francamente, le rispose che non voleva perderla, ma aveva già sopportato per troppi anni una situazione di compromesso e non voleva ripetere quella triste esperienza, perciò le propose un mese di “prove”, al termine del quale avrebbero deciso, di comune accordo, se continuare la loro relazione.
Il contratto
“Io Moana G. , con questo contratto, concedo l’autorizzazione a Mario M. A disporre del mio corpo come meglio ritiene : fatta eccezione per qualsiasi lesione a carattere permanente, io lo autorizzo ad applicare su di me qualsiasi mezzo di “correzione” egli ritenga opportuno al fine del suo soddisfacimento sessuale. Quando saremo insieme egli avrà completa autorità su di me (fatta esclusione di comportamenti che rivestano valore di reato) ed ogni mia disobbedienza (sempre possibile), sarà punita nei tempi e modi da lui stabiliti. Quando non sarò in sua compagnia, non avrò alcun obbligo, ad eccezione di riferirgli puntualmente di ogni mia attività sessuale (che rimane comunque completamente libera e a mia discrezione). In qualsiasi momento io potrò porre fine alla mia condizione di schiavitù semplicemente dichiarandolo; resta inteso che, in tal caso, ogni rapporto tra noi cesserà e io mi impegno a non avanzare nessuna rivendicazione nè ora nè in futuro per quanto avvenuto. In fede… ”
Moana finì di leggere il documento, si fece spiegare alcuni termini non ancora chiari per lei, francese, poi lo sottoscrisse senza dimostrare particolare emozione. Mario aveva aspettato il fine settimana per farglielo leggere, perchè, certo del suo consenso, voleva provare subito qualcosa.
– Bene, le disse, ero certo che avresti acconsentito e sono ansioso di cominciare; prima permettimi solo di aggiungere qualcosa riguardo al tuo abbigliamento, anche se non ce ne sarebbe molto bisogno! Il reggiseno già non lo porti e neppure i collant; quindi ti invito solo a portare sempre gonne e non calzoni e, in casa, mai le mutandine, ad eccezione dei giorni critici, ovviamente. Se ti vorrò vestita in qualche modo particolare, te lo chiederò di volta in volta. E adesso vieni che ti voglio far vedere una cosa. Mentre scendevano le scale, lei era insolitamente silenziosa, forse per la tensione ?
– Guarda che puoi parlare tranquillamente ! I nostri rapporti “affettivi” non sono cambiati e, a meno che non te lo impedisca fisicamente, puoi sempre dirmi quello che pensi !
– D’accordo, disse lei, sono solo un po’ curiosa e poi ammetterai che non è cosa di tutti i giorni firmare un contratto di schiavitù e sapersi comportare di conseguenza! Lui assentì sorridendo, mentre erano arrivati al piano terra: qui, all’interno di uno sgabuzzino per le scope, lui aprì una botola che dava su una scala a chiocciola.
– Questa l’ho ricavata dividendo in due la cantina, accedendo dall’esterno non si fa caso al fatto che è più piccola di quanto dovrebbe, perchè ho ricavato questo “rifugio segreto” a cui si accede solo da qui.
La fece scendere e si ritrovarono in una stanza di 3×4, calda e con pareti imbottite antirumore; in un angolo era ricavato un bagno recintato da una gabbia; al centro una colonna, alle pareti ogni sorta di catene e bracciali; e, immediatamente evidenti, un cavalletto, una gogna, un tavolo di trazione: una vera saletta di tortura medievale. Un brivido corse lungo la schiena di Moana e Mario che stava aspettando la sua reazione, vide un lampo di paura nei suoi occhi.
– Hai già cambiato idea ? Le disse in tono ironico.
– Devo dire che non mi aspettavo tanta organizzazione ! Fece lei, riprendendosi e pensando che, dopo tutto, lui l’amava (o no? ).
Le prove
– Ti senti di cominciare subito o preferisci pensarci un po’? – Lechiese lui.
– A questo punto mi sembra meglio cominciare, non credo che sopporterei l’attesa.
– Bene, a norma di contratto non ci sarebbe bisogno del tuo assenso, ma non voglio forzarti, non subito almeno! Così dicendo l’aiutò a togliersi il leggero abito che indossava e la condusse verso la gogna; le immobilizzo testa e mani e a Moana non rimase che aspettare.
– Partiamo dalla cosa più banale -disse lui, avvicinandosi- questo è il famoso “gatto a nove code”, come vedi è le corde sono di pelle molto morbida e l’impugnatura è “anatomica”, come potrai sperimentare. Visto che sei piuttosto tesa, cercherò di farti rilassare un po’. Le passò alle spalle, le fece allargare le gambe e assicurò le caviglie a due appositi sostegni per mezzo di cinghie, poi iniziò a passarle sul sesso il manico della frusta; dapprima la sensazione fu di solletico, poi, man mano che insisteva, Moana cominciò a sentirsi umida e divaricò spontaneamente le gambe. – Perfetto – disse lui- il gioco consiste proprio in questo: nell’alternanza di piacere e dolore, fino a che non è più possibile distinguerne i confini; per questo vedremo di definirli. Non ti ho imbavagliata apposta perchè tu possa esprimerti liberamente e cominciò a frustarla. I colpi non erano forti e Mario stava attento a colpirla solo sulle natiche, ma, gradatamente, Moana cominciò a sentirsi la zona “in fiamme”. Ci fu una interruzione e stavolta l’impugnatura le entrò più in profondità nella vagina, che sembrava avere assorbito parte del calore dei colpi ed ormai, sollecitata dal movimento di va e vieni, era decisamente bagnata e Moana, ancora una volta, si inarcò per facilitare l’accesso. Così, del tutto inaspettatamente, il colpo successivo la colpì proprio in mezzo alle cosce, sulle labbra già gonfie, strappandole un urlo di dolore. Si ritrasse prontamente, ma non poteva evitarlo e anche i colpi successivi arrivarono a segno, e a niente le servì urlare “basta”o piangere. Mario da dietro l’abbracciò , mentre lei era ancora scossa dai singhiozzi, e cominciò ad accarezzarla dolcemente: ” So che può sembrarti strano in questa situazione, – le disse- ma io ti amo e ti amo tanto più per quello che accetti di lasciarti fare da me”. La stava accarezzando da dietro, prima i seni, poi il clitoride e Moana sentì il sesso eretto di lui che pulsava contro la sua vagina, pian piano si calmò e tornò a rilassarsi e fu così che lui la penetrò, senza fare nient’altro, come se fosse in attesa. La pelle fresca di lui leniva un po’ il bruciore e i muscoli contratti della vagina mantenevano il membro in erezione; capì che lui le lasciava l’iniziativa: poteva rimanere passiva e comunicargli così che, per quello che la riguardava, l’esperimento era fallito o poteva assecondarlo. Era troppo agitata per pensare, lasciò decidere al suo corpo (in fondo era la soluzione migliore): il suo corpo cooperò con l’inevitabile. Più tardi parlarono assieme di quello che era successo e lui le chiese di dire sinceramente quello che pensava.
– Mi sembra presto per una opinione, gli rispose lei, però alcune cose le ho capite: anzitutto che mi ami (ma questo lo sapevo anche prima), poi che il piacere, dopo il dolore, è più intenso (a patto che il dolore non sia troppo forte), poi che si può amare anche attraverso la sottomissione (lo avevo già letto sui libri di psicologia, ma provarlo è un’altra cosa), poi che la curiosità di vedere cosa puoi inventare e dove posso arrivare è già, di per sè, un gioco interessante ed “eccitante”, anche se non dovesse esserci, prima o dopo, del sesso in modo “esplicito”.

– Complimenti, le disse lui ridendo, per aver capito tutto questo alla prima lezione devi davvero essere portata per la materia ! E, in effetti, Moana lo era: il mese trascorse sperimentando tutto l’armamentario delle “segrete” e, di giorno, lui le faceva leggere libri e riviste dalla sua fornita biblioteca, fintanto che nessuna situazione, almeno in teoria, le era sconosciuta, anche se (doveva riconoscerlo) sperimentarla sulla sua pelle era sicuramente più difficile.
L’esame.
Alla fine entrambi convennero che il periodo di prova si era concluso positivamente, però…
– Manca qualcosa – le disse lui- per considerare esaurito il periodo di prova: i nostri rapporti affettivi ci consentono di essere soddisfatti dei risultati raggiunti e, se vuoi, questo può bastarci; tuttavia, sai anche (lo hai letto) che la condizione di una schiava prevede sia anche “ceduta” occasionalmente od esibita a terzi. Sinceramente io sarei orgoglioso, non geloso, se un altro ti apprezzasse (del resto quelli che fanno lo scambio delle coppie, si comportano allo stesso modo) non solo per te, ma anche per l’insegnamento che ti ho dato e spero che il legame di complicità tra di noi ne esca rafforzato e non indebolito. Scusa questo sfogo “filosofico”, ma mi è difficile farti questa proposta.
– Ho letto abbastanza i tuoi libri per sapere dove vuoi arrivare, lo rassicurò lei, vuoi introdurre un estraneo nei nostri rapporti, ma temi che questo sia “pericoloso”. – Bè forse un po’ geloso lo sono, nel senso che mi dispiacerebbe perderti, e, per quanto riguarda la tua integrità fisica, prenderò tutte le precauzioni: non ti affiderei mai ad un Master inesperto e io sarò presente a questo esame; quello che non so è come reagirai tu.
– Se è di questo che ti preoccupi, neanch’io lo so; posso solo dirti che per me non cambia nulla: quello che faccio, lo faccio per te, quindi non dovrebbe cambiare molto, neanche se ci sarà del sesso tra me e lui (e lo guardò maliziosamente, dicendo quest’ultima frase).
– Diavolo -disse lui- hai ragione; qualsiasi cosa succeda, in fondo, me la sono voluta: sono stato io ad obbligarti a tutto questo e, se ti piace, perchè dovrebbe dispiacermi! In realtà Mario qualche precauzione preferì prenderla: anzitutto quella di selezionare il Master in modo professionale: sottoponendoli tutti alla stessa prova. Per far questo ricorse alla solita inserzione, fece una prima selezione sulla base dei dati e ne rimasero cinque; a ciascuno diede appuntamento, in sere diverse, in una casa affittata per l’occasione e sottopose tutti alla stessa prova: frustare la moglie, coperta solo di una maschera sul viso, legata ad una trave del soffitto. Ciascuno eseguì la prova senza chiedere altro e lui scelse quello che aveva dimostrato la minore “partecipazione ed eccitazione” e… La maggiore età! La sera convenuta Moana aspettava nei sotterranei già nuda, le mani legate dietro la schiena ed assicurate ad un anello alla parete, non le era stato detto quanto avrebbe dovuto aspettare, dopo quello che a lei parve un tempo eccessivamente lungo suo marito scese accompagnando un uomo piuttosto robusto vestito di una tuta di pelle e mascherato, come era solita vederne su riviste o nei video.
-Da questo momento ti lascio nelle sue mani, le disse Mario, tu devi obbedirgli come a me e io ho promesso di non interferire in nessun modo, pena la non validità della prova, ma sono sicuro che tu saprai ben dimostrare il tuo addestramento. –
Dopo aver detto queste parole, Mario si mise in un angolo , in attesa. Senza dire una parola, il Master slegò Moana, la prese abbastanza brutalmente per un braccio e la portò al centro della stanza, le appese le mani, sempre legate dietro alla schiena, ad una corda e la tirò verso l’alto, fino a che Moana fu costretta a piegarsi in avanti; a questo punto prese una “pera” da clistere, la riempì a metà di liquido ed introdusse la prima dose nel retto di Moana. L’esperienza non era sconosciuta alla donna, che in genere aveva dimostrato buone capacità di sopportazione; in questo caso però Moana si accorse che le apparentemente piccole dosi finivano col forzarla più volte e il Master la ammoniva, ogni volta che le introduceva nuovamente la cannula, a non lasciarsene sfuggire neppure una goccia; inoltre, riempiendo il clistere solo per metà, oltre all’acqua introduceva anche pari quantità d’aria, che contribuiva a creare pressione. In quella posizione ormai si vedeva chiaramente la curva del suo ventre dilatato e Moana si sentiva gorgogliare dentro: il desiderio di liberarsi contrastava con l’ordine di trattenersi e questo costringeva i muscoli addominali ad una penosa altalena, intanto che i primi crampi cominciavano a farsi sentire: se questo doveva essere un modo per sentire piacere, di certo non era il suo.
– Bene, adesso ha circa un litro di liquido nella pancia che dovrà trattenere almeno venti minuti, ma non si preoccupi, le disse il Master, vedendo la smorfia che si era disegnata sulla faccia di Moana, farò qualcosa per aiutarla a passare il tempo! Così dicendo, prese un “butt-plug” di circa tre centimetri di diametro e cominciò ad infilarlo nello sfintere contratto di Moana che gemette nel tentativo di resistere alle due pressioni contrapposte; inevitabilmente uno schizzo d’acqua uscì nel corso dell’operazione.
– Peccato, disse il Master, adesso avrai una piccola punizione aggiuntiva- Prese due pinze per seni e le strinse ai capezzoli già turgidi per lo sforzo, poi, non soddisfatto, fissò alle loro estremità, due pesi, che tiravano verso il basso le mammelle già pendenti della donna. Poi le si mise dietro e, col bacino, cominciò a far forza contro di lei, come se volesse penetrarla, premendo ritmicamente sul fallo di plastica la cui estremità sporgeva dal culo di Moana; il movimento faceva oscillare i pesi che tendevano i seni, ma anche, e soprattutto, il chilo d’acqua nell’addome. Non contento, ogni tanto, sempre standole dietro, con le mani le stringeva il ventre, costringendo l’acqua a premerle ancora di più . Moana ormai si lamentava apertamente per il dolore, poi dopo qualche minuto, l’effetto combinato della trazione ai seni, della penetrazione anale, della spinta dell’acqua sulla vagina cominciò a sentire il piacere sopravvanzare il dolore e, allo scadere dell’ventesimo minuto, Moana ebbe il primo orgasmo della serata. Le fu tolto il “tampone” e il Master l’accompagnò, sopra il bagno “alla turca” ricavato in un angolo del locale, ma non le fu consentito di accovacciarsi: le mani le furono slegate e poi fissate in alto, sopra la testa. Moana capì che la si voleva così umiliare, ma , in quel momento, la cosa non le importava molto: l’acqua, l’aria e quant’altro uscirono con gran rumore spruzzandola tutta e lasciandola infine esausta. Un’ aria di finto disgusto era dipinta sul volto del Master, che sembrava disapprovare, mentre gli ultimi rivoli di acqua marrone le scendevano lungo le gambe.
– Credo che dovremo pulire almeno un po’-, disse il Master, avvicinandosi, e iniziò ad orinarle addosso dirigendo il getto un po’ dappertutto sul suo corpo.
-A me invece non piace rimanere bagnato, le disse slegandola e avvicinandole il viso al suo pene, da cui pendeva ancora una goccia; diligentemente Moana leccò e asciugò con la lingua, se pensava di umiliarla con così poco, si sbagliava! Ma il Master doveva averle letto il pensiero e, come per caso, la urtò col ginocchio in un punto in cui lei era particolarmente sporca:
– Sono un po’ sbadato, adesso dovrai pulirmi anche qui!
– Penso proprio di no! Disse in un soprassalto di orgoglio Moana e, con la coda dell’occhio lo vide sogghignare: bene, pensarono entrambi, adesso si fa sul serio! Fu legata ad una ruota, fissata verticalmente ad una parete del locale, con le gambe e le braccia aperte ad X e fu lasciata riposare una mezz’ora con gli occhi bendati; poi sentì il Master avvicinarsi e dire:
– Bene, possiamo ricominciare! E sentì i primi colpi di frusta sulla pelle: era una frusta “morbida” tipo gatto a nove code, ma, alla lunga, dolorosa; tanto pi- che il Master non sembrava risparmiare alcuna parte del corpo. Visto che era legata di schiena, seni, ventre e sesso non furono risparmiati e Moana sentiva ormai la pelle bruciarle.
-Questo è stato giusto per preparare il terreno, adesso facciamo sul serio!
Il Master fece girare la ruota e Moana si ritrovò a testa in giù e i primi colpi furono sul sesso così apertamente accessibile. Stavolta usava una corta frusta di cuoio, con una specie di spatola all’estremità, che permetteva dei colpi molto precisi e violenti, vista l’esiguità della zona colpita: le grandi labbra erano ormai tumefatte dai colpi e Moana, ormai non tratteneva piùle urla. Finalmente il supplizio finì, ma per ricominciare subito in un’altra zona altrettanto delicata: prima il Master si divertì a colpire la parte inferiore dei seni, poi, riportando Moana a testa in su, la parte superiore; per ultimo lasciò i capezzoli, ancora doloranti per la pinzatura precedente, colpendoli ripetutamente di piatto. Moana ormai non aveva neanche più la forza di gridare: si limitava a singhiozzare, madida di sudore. Con l’aiuto del marito, fu staccata dalla ruota e posta su una sorta di lettino ginecologico; polsi e caviglie furono assicurati con corde ad apposite maniglie, poste agli angoli e fu lasciata lì a riposare, sempre ad occhi bendati per un po’. Quando si fu un po’ ripresa, il Master si avvicinò e le tolse la benda.
– Sicuramente siamo diventati più docili adesso, vero?
Moana lo guardò con aria interrogativa e non si meravigliò quando lui estrasse il pene e glielo avvicinò alla bocca: -Se è solo questo che vuole, pensò Moana, non c’è problema, magari si stanca anche, e iniziò a lavorarlo con maestria.
-No, così è troppo facile, le disse il Master, quasi le avesse letto nel pensiero; si ritrasse e tornò con un grosso cero acceso. Cominciò a farle colare la cera sul corpo già arrossato, strappandole gemiti ogni volta che una goccia rovente le cadeva sulla pelle; con sistematicità gliela fece colare sui seni, sul sesso sul ventre. Poi alzò la parte inferiore del lettino in modo da sollevarle le gambe e piantò quello che restava del cero nel sesso di Moana; in quella posizione la cera tendeva ad entrare direttamente in vagina e quella che scorreva via finiva nell’ano già arrossato per il trattamento precedente. Senza curarsi minimamente dei suoi lamenti lui le passò dietro, abbassò la parte superiore del lettino in modo da rovesciarle la testa all’indietro e, da questa posizione, le infilò di nuovo il pene in bocca, con una tecnica davvero da “gola profonda”. Moana si sentiva soffocare, il suo sesso era in fiamme (quasi letteralmente, visto che ormai la fiamma era arrivata a lambire i peli del pube) e quell’energumeno le stava anche stritolando i seni con le mani, sfaldando la cera ormai rappresa. Eppure in quel frangente il lungo addestramento la soccorse: da una parte cercò di prodigarsi per farlo venire quanto prima (aveva intuito che quella era la volta buona); dall’altra cercò di concentrarsi sul calore che la invadeva pensandolo in chiave sessuale. Entrambe le cose le riuscirono: arrivarono all’orgasmo quasi simultaneamente (come consigliato nei migliori manuali)!
Epilogo
Ormai pensava di avere già superato l’esame, ma il Master nonostante tutto, non sembrava di buon umore: la slegò e le ordinò bruscamente di prendere posto nella “gabbia”. Era una di quei marchingegni che si usavano nel Medio Evo per appendere i condannati fuori dalle mura del castello; lì serviva, più semplicemente da strumento di costrizione. Mentre Moana se ne stava nella “gabbia” come le era stato ordinato, il master prese da parte Mario:
– Possiamo salire un momento di sopra a parlare ? Gli chiese. Mario, un po’ meravigliato assentì. Una volta saliti “Mr. Smith” attaccò:
– Forse lei non lo avrà notato, ma non ci siamo. Intendiamoci, Moana è stata addestrata benissimo e ha dimostrato di saper sopportare il dolore oltre i limiti finora da lei sperimentati, ma, quanto al piacere, non mi sembra che ci siamo; mi spiego meglio, ho visto altri casi del genere abbastanza di frequente tra coppie sposate. Il problema è che lei ha sviluppato con sua moglie una specie di riflesso pavloviano ( ricorda il famoso esperimento in cui Pavlov sottoponeva i cani ad una scarica elettrica e poi dava loro da mangiare, finchè, anche solo con la scarica elettrica i cani salivavano nell’attesa del cibo? ); ora, mi deve perdonare il paragone, anche sua moglie si eccita allo stesso modo, ma noi non siamo cani e abbiamo diritto ad un piacere più profondo ed autentico.
– Se quello che vuole, al di là dei suoi discorsi “psicologici” è fare del sesso con mia moglie, le ho già detto che questo non è possibile! Replicò seccato Mario.
– Stia tranquillo non sono così “contorto”, volevo solo dirle che il problema non è quello di alternare dolore e piacere, ma quello di fare in modo che il dolore divenga piacere.
– Insomma lei vorrebbe fare di Moana una masochista !
– Dipende: se vuol dire godere SOLO attraverso il dolore, no; se invece vuol dire ANCHE attraverso un particolare tipo di dolore, sì. Le faccio un altro esempio: i fachiri non stanno sui chiodi per masochismo, ma per dimostrare il loro controllo sul dolore; così è possibile, sempre in particolari condizioni, imparare a deviare lo stimolo invece di sopprimerlo. Comunque, per non farla troppo lunga, io le propongo un esperimento, vedrà che a lei piacerà e Moana, forse, troverà la strada di cui parlo e, in ogni caso, non c’è nulla da perdere; però mi serve la sua autorizzazione. Spiegò brevemente a Mario quello che intendeva fare e, dopo un breve scambio di domande, trovarono un accordo. Quando scesero era passata circa un’ora e Moana, sentendoli lungo la scala, aveva ripreso la posizione ordinatale. Senza dire una parola il Master le aprì la porta e le disse di aspettare al centro della stanza; nel frattempo Mario si era spogliato e si era appoggiato, di schiena, alle due assi ad X sulla parete. Il Master lo legò assicurando caviglie e polsi con le apposite cinghie e, senza darle neppure il tempo di stupirsi, legò anche lei, rivolta verso il marito, in modo tale che i loro corpi (e i loro sessi) fossero l’uno contro l’altro, braccia sollevate e gambe divaricate. L’intimo contatto tra i loro corpi, produsse immediatamente in entrambi un’eccitazione, ma nessuno dei due vi accennò e neanche il Master che si avvicinò e, guardando in faccia Moana, le disse:
– Parlando con suo marito, ho scoperto che non l’ha mai frustata veramente e lui mi ha dato l’autorizzazione a farlo; sappia pertanto che non mi fermerò fintanto che non avrò ottenuto il mio scopo e, come vede, neanche lui potrà fermarmi! Un sottile brivido corse lungo la schiena di entrambi e Mario si domandò se aveva fatto bene a fidarsi in modo così incondizionato, ma non ebbero tempo di riflettere perchè cominciavano a piovere i primi colpi. “Mr. Smith”, usava stavolta un cane, una sottile frusta di gomma rigida, che permetteva di controllare con molta precisione intensità e direzione dei colpi, che, per fortuna di Moana, erano sulla sua schiena, che, per quella sera, non era ancora stata toccata.. I primi dieci colpi furono cadenzati e portati senza forzare, almeno così pareva a Mario, ma, a giudicare dall’intensità con cui Moana si stringeva a lui, certo non erano piacevoli. Moana si chiedeva dove quei due volessero arrivare. Poi, man mano che i colpi fioccavano smise di chiederselo, stringendo i denti per il dolore.
– Bene -disse il Master- come avrà capito fin qui non c’è stato niente di nuovo; diciamo che era giusto per riscaldarci un po’: adesso farò sul serio e, se posso darle un consiglio, si lasci pure andare, urli se vuole, pianga, strilli, insomma segua il suo istinto. E ricominciò a colpirla con forza. Moana sentiva crescere il dolore ad ogni colpo, sentì urlare e capì che era lei ad urlare; sentì anche il marito gridare al Master di smetterla; ma i colpi non cessarono: svenire l’avrebbe aiutata, ma il Master dosava attentamente i colpi per evitarlo e poi ormai non la batteva quasi più, si limitava a sfiorarle i segni lasciati dalle frustate precedenti, giusto per non lasciare svanire il dolore. Doveva fare qualcosa per calmarlo, concentrarsi su qualcosa che non fossero le sue natiche in fiamme: il corpo del marito era piacevolmente fresco, anche se bagnato dal suo sudore che colava copioso, attraverso i seni, fino alla sua fenditura; aveva dimenticato di avere un sesso; visto che, per il momento i colpi erano cessati, tanto valeva concentrarsi su quello per dimenticare il dolore. Ci provò e, con sua sorpresa, lo stratagemma funzionò: il dolore intenso si trasformò in calore e fluì sul suo sesso, che si schiuse nuovamente. Moana poteva muovere il bacino e cominciò a strofinarlo sul pube del marito, che reagì. I due stavano adesso facendo una strana danza, nel tentativo di eccitarsi a vicenda e di soddisfarsi. Il timore di Moana era quello che i colpi ricominciassero proprio adesso e, stranamente, questo la eccitò maggiormente: quasi sentiva che un altro colpo l’avrebbe aiutata a venire. Mario sentiva la moglie strofinarglisi sopra calda come non mai, il suo corpo sapeva di sudore e di sesso e questo faceva crescere anche la sua eccitazione; avrebbe voluto penetrarla, ma non erano alla stessa altezza e non poteva aiutarla nel suo sforzo di venire. Il Master risolse il problema: gli bastò un lieve colpo di frusta sul sesso di Moana e lei sentì come una scossa elettrica attraversarla e un violentòorgasmo la sorprese. Si ritrovò, il pomeriggio seguente, sul suo letto, ricordando solo vagamente di essere stata portata di peso al piano di sopra; suo marito era accanto a lei.
– Allora come sono andata ? Ho superato l’esame ?
– Non so, sorrise Mario, l’esaminatore mi sembrava soddisfatto, ma ha detto che eri tu che dovevi decidere .
– Bè allora, modestamente, mi attribuirei il punteggio massimo!
– Sono d’accordo anch’io; infatti ho già preparato la domanda di iscrizione all’Università!
– Oh no! Ancora esami!
– Sai, concluse Mario, non vorrei sembrarti pedante, ma un famoso commediografo italiano, che tu, francese, non conosci, diceva : ” gli esami non finiscono mai”.

Nota dell’autore
Nelle mie intenzioni questi racconti dovrebbero distinguersi dagli altri del genere per le seguenti caratteristiche:
-dovrebbero essere “familiari “, perché le vicende sono pensate in tale contesto e utilizzano mezzi alla portata di tutti;
-dovrebbero essere “documentati “, perché si ispirano a precedenti letterari di varie epoche, nell’ambito della letteratura erotica (ma, naturalmente, ogni riferimento a vicende realmente accadute e a personaggi realmente esistenti è assolutamente casuale);
-dovrebbero essere “realistici” , perché, anche nei particolari S/M, si è posta cura nel limitarsi a quanto una persona giovane e in buona salute può sopportare senza conseguenze.
Premesso questo, non va dimenticato che, se il fine della letteratura in generale, è il piacere, il fine della letteratura pornografica è il piacere sessuale e questo qualsiasi lettore/lettrice può misurarlo con criteri assolutamente oggettivi!

FINE

About A luci rosse

Mi piace scrivere racconti erotici perché esprimo i miei desideri, le storie vissute e quelle che vorrei vivere. Condivido le mie esperienze erotiche e le mie fantasie… a luci rosse!

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