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L’ultima missione di Andrea

In autunno muoiono le illusioni più confortanti, perché il vento le culla via insieme alle foglie. Un giorno ho letto questa frase in un haiku giapponese, senza prestarvi l’attenzione che avrebbe meritato. Era ingiusto che trascurassi l’avvertimento che mi veniva suggerito da un libro aperto per caso mentre lo avevo urtato dallo scaffale in cui era appoggiato, perché stava offrendo gratis quel monito proprio a me – solo a me. Come al solito però stavo andando di fretta, perché come al solito il piano della missione si era inceppato in qualche punto e mi toccava battere in ritirata di corsa dal nascondiglio che mi avevano preparato.

Faccio la spia per un’organizzazione che cerca di abbattere il regime delle trenta tiranne che ha soggiogato nella sua dittatura il mio paese. Non occorre ricordare che nella mia terra da qualche anno solo le donne possono accedere alle cariche istituzionali, esercitare il controllo della pubblica sicurezza, essere titolari di attività commerciali, occuparsi della formazione scolastica e universitaria. Il controllo politico è così soffocante che persino molte donne si sono schierate al fianco dei ribelli – i pochi maschi che non sono rimasti mutilati o prostrati nell’intimo dalla sconfitta militare subita nel corso della Guerra dei Sessi. Ma è sempre molto pericoloso fidarsi di una donna.

Ero un talento precoce dello spionaggio. Almeno così mi avevano giudicato i capi dell’organizzazione: a 25 anni avevo già collezionato una decina di successi in missioni ad alto rischio. Anche la fortuna viene valutata per stimare le possibilità di riuscita di una spia, e ormai i compagni erano riusciti a convincere persino me della mia infallibilità.

In realtà l’autunno non era ancora sopraggiunto; ma in città non appena si avvicina settembre l’estate si disperde nel profumo del ritorno a scuola, nell’aria triste di chi riprende il lavoro dopo le vacanze, nella noia senza via d’uscita delle sere che aggrediscono di sorpresa, sempre più in fretta.

Le strade erano investite da un’ultima ondata di caldo, che nel buio di questo sentore d’autunno era stato accolto con la contrarietà che circonda le affermazioni assurde. Ma questa circostanza mi permetteva di mimetizzare la mia identità con l’abbigliamento popolare di quella stagione: la maglietta nera senza maniche (con il logo degli Slipknot sulla schiena e sul petto), un paio di bermuda coi tasconi laterali, scarpe e calze da basket. Il mio aspetto, l’altezza e gli occhi azzurri mi assicuravano sempre la possibilità di aprire una breccia nel cuore delle donne anche più indurite – e quella sera rappresentavano risorse cui avrei dovuto attingere. D’altra parte forse toccava a me mettermi in guardia dalle armi della seduzione, perché la donna che stavo per incontrare era stata mia fidanzata al liceo, ed incarnava la prima ragazza per la quale avevo provato un amore con l’abbandono completo e ingenuo con cui si può essere rapiti solo nella prima adolescenza. Quanto la nostalgia avrebbe influenzato il mio giudizio e la mia prudenza? Non avevo nemmeno il coraggio di domandarmi in quale misura la promessa di rivederla, di scoparla di nuovo, avessero motivato la mia fiducia nella sua proposta e la decisione di accettare la missione.

Dovevo concludere la mia operazione di contatto prima che scattasse il coprifuoco per i maschi: il confine delle 23 incombeva minaccioso sulle mie speranze di rientrare alla centrale sano e salvo. Avevo riconosciuto la piazza e il pub dove era stato fissato l’appuntamento: si trovavano poco lontano dall’edificio dove avevo frequentato il liceo. Quando ancora ero uno studente il locale non esisteva ancora; doveva essere un negozio di valigie o il magazzino della cartoleria lì vicino. Era piccolo ma il suo aspetto sembrava accogliente, con un’intonazione irlandese un po’ indecisa, le insegne rosse ma le stoffe alle finestre e al banco verdi; sembrava quasi che cercasse di passare inosservato – fosco e sovrappensiero come le persone che vi passeggiavano accanto. Mi affrettai oltre l’ingresso e la cercai con gli occhi. Marta serviva dietro il bancone.

Le occhiaie avevano inciso il suo volto di un’inquietudine che non le avevo mai letto nello sguardo; eppure il suo corpo spirava di una luminosità che da adolescente non possedeva. è difficile precisare che cosa in una donna costringa ad amare l’armonia delle sue forme, dei suoi gesti, dei suoi pensieri – anche quando questa naturalezza non esiste davvero, quando la loro mente si rende così tortuosa e innaturale da scatenare un odio infinito tra loro e noi. Era alta come un tempo, quasi pallida, con lunghi capelli neri e lisci. Il suo corpo sembrava scolpito dal tormento di un artista africano: magra e muscolosa, una forza nervosa le torniva alla perfezione le braccia nude, il collo madreperlaceo – l’abisso delle energie inconsce inanellava la perla rilucente all’ombelico, scoperto dalla maglietta nera che le fasciava invece i seni generosi e solidi come il pantheon delle dee dell’amore e della caccia. La sensazione vellutata e densa delle sue tette sotto le mie dita tornava a pungere nelle mie mani come se una nuova carne stesse brulicando e riaffiorando dai miei palmi, il pensiero di quella levigatezza mi innervava le braccia fino al cervello come un’esplosione; il desiderio di esplorarle le gambe nascoste dietro il bancone era pericoloso come la vertigine, temevo di impazzire. Gli 8 anni che mi separavano da lei mi scorrevano davanti agli occhi come carri di desiderio inappagato, che ora d’un tratto tornavano a pretendere la loro parte di vita e di dedizione totale alle gioie dell’amore.

Mi avvicinai fino a toccare con le mani l’ottone del bordo del bancone. I miei occhi gocciolarono sulle sue gambe lasciate libere dalla gonna di pelle da metà coscia fino alle caviglie, attorno alle quali erano assicurati i lacci dei sandali. Scivolarono sulle curve morbide come i rivoli allegri della pioggia, seguirono obbedienti come le gocciole fresche le anse eleganti dei muscoli, i golfi ombrosi che chiudevano le cosce dove sparivano alla vista, dentro la gonna e sull’altro lato del suo corpo.

Tutto il mio essere stava zampillando di un’euforia febbrile mentre i suoi occhi scuri ardevano sul mio volto; mi sarei ridotto ad un laghetto azzurro se lei non avesse smesso di fissarmi in silenzio: “Vedo che passano gli anni ma non cambiano le tue passioni” mormorò con un sorriso divertito. Anche otto anni prima le sue gambe mi stordivano con la loro bellezza – e purtroppo non solo alle sue ero tanto sensibile. “Ciao Marta” le risposi. “Idiota non farti sentire – replicò con uno sguardo severo come una pugnalata – Tu sei solo qui per una birra”. Non era un suggerimento indispensabile, visto che il locale era quasi vuoto e che la proprietaria non era presente. Ma le diedi ragione con un segno del capo. La conversazione doveva rimanere necessariamente vaga e priva di allusioni; poche parole di troppo avrebbero messo in pericolo entrambi. Cominciai a sorseggiare una birra in attesa che il suo turno terminasse; mancavano 10 minuti. Mi comportai come uno che intendesse abbordarla: interpretavo un atteggiamento che lei spesso mi aveva rimproverato al liceo, e che nonostante la guerra continuava ad appartenere al mio temperamento oltre i limiti che io stesso osavo ammettere.

Funzionava. Non so giudicare con sincerità se il mio atteggiamento risultasse fastidioso o naturale, né se fosse una vocazione innata che mi spingeva a corteggiare le donne – o se fossero stati i successi ad incoraggiarmi. Forse l’unica considerazione sulla quale potrei esprimermi con una certa convinzione è che non provavo gusto per la collezione dei miei successi, ma per il piacere che ogni scopata sapeva offrirmi. In effetti non mi vantavo mai della quantità di donne che il mio cazzo aveva tormentato di convulsioni di piacere da quando la mia carriera era cominciata al liceo; molto più spesso invece capitava che mi venissero mossi rimproveri – anche aspri – a causa della passione che non riuscivo a dissimulare per l’espressione del volto, o il taglio degli occhi, o il modo di camminare, o altri dettagli delle donne che incrociavo nelle missioni, nelle compagnie di amici, per le strade. In fondo, il mio atteggiamento verso le ragazze non era cambiato per nulla dopo la guerra, anche se prima di solito potevo accarezzare con lo sguardo i loro lineamenti dall’alto della mia statura – mentre ora di regola dovevo ammirarle con le ginocchia appoggiate a terra. Non credo comunque che il mio sguardo le scrutasse meno di prima o le fissasse negli occhi con meno insistenza; e forse anche questo atteggiamento apparteneva ai fattori di successo del mio carattere. L’unica cosa che mi importava era scopare: in questa esperienza sapevo sprofondare fino alle tenebre più fonde della perdita di me, e sapevo condividere questo tripudio animale, primordiale, con la donna che divampava sotto gli assalti esuberanti del mio cazzo. Probabilmente il fascino maggiore del mio mestiere consisteva nel fatto che ci costringeva a rimanere sempre in stretto contatto con le donne. Eravamo probabilmente il gruppo di maschi che più assiduamente frequentava ragazze, e per avvicinarle e stringere con loro rapporti di fiducia lo strumento più efficace continuava ad essere la potenza del cazzo e la nostalgia suscitata dalle dimensioni della sua superficie di strofinamento e dall’energia dei sui colpi. La maggior parte delle donne provava un’emozione del tutto nuova per il pacco virile: avevo notato che oltre al classico desiderio per le misure del mio uccello – non eccezionalmente lungo, ma piuttosto grosso – molte ragazze sembravano intenerite dalla fragilità straziante dei miei coglioni e del mio cazzo, per la debolezza del mio corpo sempre minacciato dalla loro delicatezza mortalmente dolorosa. La sconfitta militare, subita a suon di massacri, aveva dimostrato l’evidenza dell’inferiorità fisica dei maschi rispetto alla potenza del corpo femminile, privo di particolari punti deboli. L’accusa di slealtà che disonorava moralmente chi esercitava “colpi bassi” aveva protetto i ragazzi per secoli dai colpi alle palle; con l’inizio della guerra questo finto tabù cadde – e con lui anche la falsa convinzione che gli uomini rappresentassero il sesso forte. Nelle battaglie i nostri ragazzi venivano sterimanti dalle donne, che quasi non incontravano né resistenze né ritorsioni; nemmeno i maschi più massicci potevano più resistere nei confronti diretti alle incursioni devastanti con cui le ragazze martellavano cazzi e coglioni, paralizzando il corpo del soldato e terminandone poi con calma e senza rischi la completa demolizione. Ho visto alcuni amici letteralmente fatti a pezzi da ragazzine, i loro cazzi, le loro palle, il loro petto e i loro occhi venduti come trofei alle signore di città. Col pelo del petto, dello scroto e delle gambe dei ragazzi battuti si confezionavano pellicce molto costose.

A furia di sradicare cazzi e palle, di ascoltare le urla e il pianto dei ragazzi che morivano mentre il loro pacco veniva strappato dal loro inguine (e di vederne così pochi ancora attaccati tra le gambe dei pochi maschi sopravvissuti) – la vista di uno scroto ciondolante e di un uccello potente generava nelle ragazze una compassione intenerita e lasciva. Forse per questo eravamo per legge tenuti abbastanza lontani dalle ragazze; e forse per questo riusciva tanto facile proporsi come carne da scopata alle donne più in gamba. Nonostante i controlli, un tacito consenso accompagnava le ragazze che accoglievano nella propria stanza un coetaneo, anche solo per una notte – o per averlo sedotto, o per averlo pagato. Il baratto del proprio cazzo per una notte, in cambio di protezione, era un tipico modo di contatto tra ragazzi ancora fertili e ragazze; era una copertura largamente accettabile e indistinguibile dalla pratica corrente; a me accadeva di regola di dare in questo modo inizio a una missione.

E anche quella sera accadde. Alla fine del turno, Marta mi si avvicinò come si abborda un bel ragazzo con un rigonfiamento evidente dei bermuda nella zona del cazzo; la sua mossa fu accompagnata dall’approvazione della sua collega, che ci accompagnò con gli occhi fino alla porta che dava sulle scale nel retro – e che prese commiato col lampo di invidia di chi ha fissato per 10 minuti il ragazzo dal quale vorrebbe essere scopata per una notte.

Le mie mani erano fredde e sudate: non sapevo resistere all’emozione, mentre Marta mi afferrava per la mano e mi trascinava su per le scale verso la sua stanza. Potevo di nuovo scoparla, dopo 8 anni di desiderio. Ero eccitato come un adolescente alle prime prove d’amore, fremevo come le sere in cui all’inizio del nostro rapporto provavo la felicità incontenibile di penetrarla, protetti nel nostro rifugio nella rimessa della scuola. Appena la porta dell’appartamento si chiuse dietro di noi, la strinsi forte tra le braccia, cercai con avidità le sue labbra e cominciai a baciarla. Le mani frugavano ovunque sul suo corpo, le massaggiavo i seni solidi come marmo, i capezzoli appuntiti, cercavo convulsamente di levarle la maglietta – ma non appena il cotone era risalito oltre le tette imperiose non riuscivo più a resistere e le palpavo furiosamente le cosce muscolose in modo spaventoso, le accarezzavo la fica col palmo della mano, cercavo di scivolare con un dito tra le labbra della sua vulva bagnata, le passavo la lingua sul collo, sul canale scosceso tra le sue mammelle dolorosamente morbide e sode, leccavo e mordevo con l’abbandono di un animale prima una tetta poi l’altra, strappandole il reggiseno coi denti e avvolgendo i suoi capezzoli rosa nella mia bocca affamata di sesso. Anche lei mi stringeva con trasporto, accarezzava e stringeva i miei muscoli sotto la canottiera, sollevava il lembo dei miei bermuda per accarezzarmi i peli rossi delle cosce, tastare la solidità delle mie gambe, allargarle sempre più per fare spazio alla sua mano che mi palpava i coglioni, strofinandosi il palmo a coppa sulla stoffa dei miei bermuda. La mia lingua era scivolata nella sua bocca e succhiavo tutto con l’avidità di un bambino, con la mano non occupata a masturbarle la fica stavo massaggiano il suo culo statuario. Avevo già perso del tutto la testa, 8 anni di prudenza e di avidità di vendetta si erano volatilizzati nel nulla, la mia mente e la mia memoria erano stati risucchiati in fondo ai coglioni. In un istante levò la mano dal mio pacco e il suo ginocchio mi si schiantò sulle palle. I coglioni mi esplosero tra le gambe, una lingua di fuoco mi incenerì il nerbo della dorsale del cazzo, il fiato si prosciugò dal mio petto e andò a gonfiare orribilmente i miei testicoli. Le ossa del suo ginocchio mi deformavano le palle contro il bacino, il dolore mi obbligava a piegarmi in due sfiorando il suo ventre e andando a toccare più volte con la testa le sue tette regali. Nello spasimo il petto mi aveva serrato il respiro mentre le cosce si piegavano e cercavano di chiudersi – con l’unico risultato esacerbare la pressione e di serrare ancora più contro le mie palle la ginocchiata che mi stava massacrando i coglioni. Le sue mani mi spingevano giù per le spalle e impedivano i miei disperati tentativi di fuga, mentre la sua gamba continuava a stritolare le palle comprimendole verso l’alto. Le mie braccia cercavano di forzare la sua coscia lontano dalle mie palle, in modo da concedere qualche sollievo al pacco in demolizione; ma a causa della contrazione spasmodica del mio corpo la loro energia risultava troppo fiacca per opporsi all’assalto brutale con cui Marta annientava i miei coglioni indifesi. Temevo che il mio orgoglio maschile fosse stato completamente sbranato via dal mezzo delle mie cosce, quando la sua potenza castratrice cominciò ad allentarsi, abbandonando il mio pacco sfondato all’implosione delle palle nello scroto – e scagliando la mia mascolinità residua in preda alla furia di indicibili tormenti. Appena le sue braccia smisero di sostermi per le spalle, rovinai a terra con un gemito disperato; poi i pochi suoni che continuarono a poter uscire dal mio petto erano solo i versi gutturali dell’aria ingorgata che cercavo invano di spingere nei polmoni dalla bocca mostruosamente spalancata – e non appena un filo di ossigeno riusciva a superare l’ostruzione del diaframma bloccato dallo strazio ai coglioni, si trasformava in un lamento penoso. Le mie mani serravano a coppa il mio pacco brutalizzato, massaggiando le palle orribilmente ferite, tutto il mio corpo era scosso da convulsioni che mi obbligavano a chiudermi a terra in posizione fetale, e a rotolarmi sulla schiena, nel tentativo disperato di ottenere un po’ di sollievo alla sofferenza cupa che si irradiava dai coglioni in ogni fibra del mio corpo. Il dolore era talmente insopportabile che riuscivo solo a desiderare che si interrompesse di colpo – senza nemmeno riuscire a pormi la domanda se ero caduto vittima di un’imboscata oppure se Marta fosse stata solo colta da un raptus di follia. La sofferenza acutissima sommava lo strazio fisico che mi dilaniava le palle e la ferita dell’umiliazione che era stata inflitta da una ragazza agli organi più potenti e delicati della mia mascolinità. Sembrava che la furia di tutte le femmine della storia dell’umanità stesse gonfiando nei miei coglioni e li dilatasse non solo tra le gambe ma anche dentro la carne delle cosce, nel ventre e nel petto, tendendo i tessuti di tutto il mio corpo fino al limite dell’esplosione. Quasi speravo che da un momento all’altro le mie palle detonassero, se questo avesse potuto mettere fine agli spasimi che continuavano a stritolarmi i coglioni, che paralizzavano il diaframma nel mio petto e che mi stavano uccidendo per soffocamento. Temevo che prima o poi il sangue avrebbe cominciato a rigare la porzione delle mie cosce che emergeva nuda oltre l’orlo dei bermuda: anche il cazzo era arroventato da un dolore che mi spingeva a immaginare squarci nella sua carne tenera, o che il glande fosse stato ferito e lacerato durante l’assalto mortale; anche lo scroto doveva essere tempestato di tagli, di lesioni, che forse stavano sanguinando e che presto avrebbero macchiato col mio sangue i peli e la carne nuda delle gambe.

Non so quanto tempo passai a terra reso cieco e sordo dalla sofferenza, con il corpo contratto dagli spasimi che scuotevano e tormentavano i miei coglioni gonfi di sangue: il dolore tappava i miei sensi imponendo lo strazio alle palle come unica possibilità di percezione che avevo del mondo e di me stesso. Credo comunque che il black-out sia stato lungo; Marta lo interruppe all’improvviso, quando probabilmente ritenne che fossi di nuovo in grado di ascoltarla e di comprendere il senso delle sue parole. “Questo è il prezzo che paghi per tutte le sofferenze che mi hai inflitto in passato. Andrea, ma ti sei mai reso conto di quanto sei stronzo? ! Non ti sei mai reso conto di quanto mi facevano soffrire i tuoi commenti sulle gambe delle altre, di quanto mi potessero offendere anche solo le occhiate che con cui fissavi le cosce delle ragazze a scuola, in giro per strada? ! “. Mi fissava dal centro della stanza con uno sguardo glaciale. Poi ricominciò a parlare, muovendosi adagio verso di me e slacciandosi la gonna. “Ora impari quanto possano essere pericolose le gambe delle donne. Ti è sempre sembrato che potessero essere la preda sensuale delle voglie dei tuoi ormoni… Adesso hai sentito che minaccia possono essere per la tua mascolinità. è arrivato il momento di misurare se i tuoi coglioni sono solidi quanto la tua stronzaggine: se ti è rimasto qualcosa attaccato delle palle nello scroto, vedere questa dovrebbe ancora fartelo diventare duro”. La sua gonna era ormai completamente scivolata a terra, le sue parole sembravano uscire dalla fica maestosa che mi si avvicinava in mezzo a un rigoglioso monte di venere: non ricordavo le sue dimensioni generose, la sua potenza, il suo protendersi con fiducia e maestà verso il maschio che la contemplava prono ai suoi piedi. “Lecca, e fai del tuo meglio, sacco di merda! “. Marta mi sovrastava, mentre ero ancora ansimante a terra; per gli spasmi che mi contorcevano ancora il corpo ad ognuna delle fitte che mi fulminavano i coglioni il mio tronco era mezzo sollevato dal suolo, mentre le mani seguitavano a essere impegnate a proteggermi le palle. In questa posizione indifesa, Marta mi serrò la testa tra le gambe, con il volto proteso verso la sua vagina rigonfia e calda: il suo tepore sembrava spandersi sui miei occhi come una febbre. Nella morsa furiosa delle sue cosce la mia faccia si mosse verso la fica di Marta come se ne fosse risucchiata: sebbene il dolore per la stretta al capo fosse brutale, cominciai a leccare le grandi labbra del suo sesso con passione e con tutta l’abilità che avevo imparato a guadagnarmi in anni di dedizione al corpo superiore delle mie dominatrici. La mia lingua solcava la sua fica per tutta la sua lunghezza, dopo alcuni passaggi si soffermò ad accarezzare il suo clitoride, poi tornò a percorrere con passione le labbra. Infine la penetrai immergendomi nei succhi roventi della vagina di Marta, e alternando i ricami sulla superficie delle labbra agli scarti improvvisi verso il clitoride e verso l’interno. La mia umiliazione, il soffocamento che mi costringeva ad annaspare, la passione della masturbazione la stavano conducendo all’orgasmo; più il piacere si avvicinava, più le sue gambe stringevano la mia testa, privandomi dell’aria. All’improvviso però, lasciò andare la presa, fiondandomi un calcio nel fianco destro. “Cazzo! ” sibilai cercando di rifiatare, mentre il dolore e il soffocamento mi costringevano ad annaspare: “Cazzo… cazzo… cazzo…” ripetevo ad ogni tormentoso tiro di fiato. “Non te lo posso concedere, figlio di puttana, nemmeno di questo dovrai vantarti – digrignò tra i denti Marta, mentre si masturbava volgendomi le spalle – non potrai vantarti di avermi fatto godere con la tua lingua di serpe, razza di stronzo! “. La sua mano viaggiava rapida tra le sue gambe, per procurarle un piacere devastante da un momento all’altro. In questo momento di distrazione (visto che il calcio nel fianco era stato doloroso ma non aveva prodotto l’effetto mortifero che evidentemente Marta si attendeva) balzai in piedi e per quanto la sofferenza ai coglioni me lo permetteva mi diedi alla fuga oltre la porta della stanza, giù per le scale. Il dolore alle palle sembrava dovermi costringere a vomitare ad ogni passo, ogni salto per i gradini mi scuoteva l’intero fisico, che mi sembrava dovesse cascare a pezzi da un momento all’altro. Accanto all’accesso che introduceva di nuovo al locale una porta, che non avevo visto durante la salita, si aprì e un braccio mi trascinò dentro. La collega di Marta mi scrollò un po’ per controllare se fossi ancora tutto intero. “Sapevo che non sarebbe stato un buon affare per te andare a servire Marta – mi confessò – ma non potevo fermarti. Nessuno torna troppo sano dagli incontri con lei, non ha cuore. Cerca di far scontare a tutti qualche suo vecchio amore tradito”. Mi fece sedere su una branda disposta in un angolo della stanza. “Resta con me, qui per ora, per una notte, sei al sicuro”. Si sedette accanto a me, mi abbracciò e si incollò alle mie labbra con un lungo bacio. Le tolsi la camicia, il suo seno era di gran lunga meno generoso di quello di Marta, ma lo onorai con la stessa passione che concedevo a tutte per esperienza. La stanza era poco illuminata, e questo mi permetteva di non notare il suo volto non più giovane, le rughe che attraversavano la sua fronte, il seno flaccido, il rossetto mal distribuito sulle labbra. Come vuole il rito di sottomissione, anche lei mi forzò ad inginocchiarmi ai suoi piedi, ad immergere la testa tra le sue gambe e a leccarle la fica. Anche lei venne stringendomi il capo tra le gambe, e lasciandomi quasi soffocato per la forza della stretta e per l’odore spaventoso che emanava la sua vagina. Poi mi permise di tornare seduto; mi slacciò i bermuda ed estrasse il mio cazzo. Quasi urlai per il dolore mentre lo tirava con la sua mano; e vidi anche l’ematoma che gonfiava il mio scroto continuando a provocarmi uno strazio da vertigine. Si sedette sulle mie gambe e si strofinò sul mio pacco; nonostante il dolore, una femmina richiedeva le mie prestazioni – ed ero quindi costretto a servirla. Il mio uccello diventò duro, ma i colpi con cui la sua fica mi tormentava il cazzo finivano per percuotermi i coglioni in una maniera che superava la mia capacità di resistenza. Lei venne di nuovo – ma prima che potesse godere per la terza volta la strinsi tra le mie braccia fermando i suoi sussulti e implorandola di smettere. Intanto il mio cazzo inflaccidiva sotto la sua fica vorace. Non mi perdonò questo affronto. Si sollevò dal mio pacco e dalle mie cosce; mentre il dolore mi lasciava in uno stato di semi-incoscienza, lei afferrò un anello, o uno strumento di tortura analogo che custodiva ai margini del letto – poi mi afferrò i coglioni e li forzò dentro l’arnese, che mi stringeva il sacco delle palle alla radice, immediatamente sotto il cazzo. Non so se riuscii a gridare un vagito disumano, so solo che dopo l’aggressione non c’era più un filo di fiato nel mio petto. Cercai di palparmi con le mani lo scroto brutalizzato, ma le sue dita ancora mi impedivano di proteggermi i genitali dall’assalto della femmina offesa; “no… no, ti prego, le mie palle…” cercai di imploralra, mentre l’aria non usciva dalla gola strozzata. “Aaaaaah…pietà, i coglioni… – biascicavo nella disperazione, senza riuscire a fermarla – cazzo noooooo… ti prego, sono un maschio… aaaaaaaah… cazzo, fa male…”. “No che non sei un maschio, mezzasegna – mi apostrofò la mia aguzzina – non sei nemmeno capace di farmi godere, pezzo di merda! Ora avrai quello che ti meriti. Aspettami qui, torno tra un attimo con Marta, chissà come sarà contenta di rivederti” sfottè. Finalmente lasciò stare il mio pacco, abbandonando le mie palle ferite alla protezione delle mie mani chiuse a coppa. Lasciò rapidamente la stanza sbattendo la porta. Cercai di estrarre l’anello, ma ogni movimento di quello strumento di tortura provocava uno strazio anche maggiore. Sapevo di avere poco tempo; mentre agonizzavo avevo intravisto nel buio dietro di me una finestra cadente. Mi riabbottonai i bermuda e con i coglioni stritolati nella morsa dell’anello forzai gli infissi di legno della finestra e scavalcai. Mi ritrovai in un cortile interno; lo attraversai coprendomi il pacco con le mani. Credevo di morire, e per questo mi infilai esausto nel primo uscio che trovai aperto. Speravo di potermi rintanare almeno il tempo necessario per sfilare l’anello del supplizio dai miei coglioni, ma prima ancora di aver sbottonato i bermuda notai che un’ombra mi fissava nell’oscurità. Ormai qualsiasi cosa aveva il potere di terrorizzarmi, per cui rimasi pietrificato ad osservare, invece di andare incontro all’intruso come mi sarei comportato di regola. In effetti non occorse alcuno sforzo, perché il misterioso osservatore si avvicinò di sua iniziativa e mi scrutò a meno di un palmo di distanza dal viso. Compresi che si trattava di una ragazza, ma fino al momento in cui – dopo avermi afferrato per le braccia – non raggiungemmo una stanza illuminata da una vecchia lampada, non riuscii a distinguerne i tratti. In realtà si trattava di una mora bellissima, più o meno della mia età, con un vestito aderente che le fasciava il corpo snello e ben disegnato che la rendeva incredibilmente seducente. Sembrava abbigliata per perpetrare una rapina – mentre quello in cui ci trovavamo doveva essere un ufficio o una camera da lei frequentata in modo abituale. Il suo volto mostrava lineamenti delicati, ma i suoi occhi scuri sprigionavano una forza selvaggia, che sembrava rifluire in maniera aerodinamica attraverso i suoi capelli corvini raccolti in una lunga coda. Le tette irrompevano dalla maglia scura quasi con arroganza, minacciavano di esplodere e nientificare chiunque si fosse opposto alla marcia regale della ragazza sul petto della quale erano sbocciate. Le sue gambe parevano non avere nulla da invidiare alle mie quanto a potenza, mentre denunciavano una flessuosità e un’armonia di movimenti tali da far perdere la testa ai miei ormoni da un istante all’altro. “Sera irrequieta, vedo” commentò fissando le mie mai a coppa sulle palle. “Perdonami…” mormorai, cercando di staccare le mai dai coglioni. Mi vergognavo della mia posizione goffa, dell’anello che continuava a stritolarmi le palle dentro i bermuda, del sudore che mi grondava dai capelli e dai peli del petto, bagnando vistosamente la canottiera. “Non deve essere stata una bella esperienza, là dentro, vero piccolo? ” Il suo linguaggio era persino dolce, ma l’espressione del suo sguardo rimaneva severa. “Se ti hanno passato Marta e Giulia in successione, devo semplicemente essere sorpresa per la tua resistenza”. Mi fissò. “Ciao, io sono Linda, tu…? “. “Andrea” risposi, scivolando in ginocchio. “Prima di svenire, fammi vedere cosa sta succedendo al tuo pacco da miserabile”. Era quasi gentile definire così i miei genitali maschili; soprattutto perché avevo la sensazione immotivata che mi avrebbe aiutato ad alleviare lo strazio che mi sbranava i coglioni. Mi aiutò a sedermi sul divano che dominava, insieme ad una scrivania, il centro della stanza. Mi sbottonai i bermuda, estrassi gemendo il cazzo e le palle, e li abbandonai alle sue cure. “AAAARRRRGGGGGGGGHHHH…i coglioni… cazzo! … aaaaaaaaahhhhh” il primo interventò mi costò una sofferenza indicibile: lo scroto si era gonfiato e aggravava il suo aspetto un diffuso colore blu con sfumature rossastre. Non riuscivo a contenere i lamenti, l’operazione di estrazione dell’anello risultava molto più dolorosa di quella di inserimento: “porca troia le mie palle! …noooooooo… cazzo che male! … aaaaaaaah…”. “Piantala sacco di merda, o te le stacco a morsi le tue fottutissime palle, stronzo! – urlava lei di rimando – pensi che mi diverta a farmi assordare dalle tue cazzate? ! Voi maschi siete veramente una razza inferiore…” mi gridava in faccia. Finalmente confermò “OK mezzasega, abbiamo finito” e mi regalò persino un sorriso. “Congratulazione, noto che non hai perso i sensi. Chiunque altro non avrebbe retto”. Le sue parole rimbombavano nella mia testa in stato confusionale, temevo di perdere davvero i sensi da un momento all’altro. Il suo seno si sollevava e si abbassava a pochi centimetri dal mio nell’esercizio tranquillo della respirazione. Quella visione riempiva il mio cervello, incapace ormai di comprendere qualsiasi altra cosa.

“Visto che le palle sono fuori uso, penso che dovrai ricorrere alla lingua e alle mani per compiere il tuo dovere. Già lo conosci vero? – mi ingiunse con i suoi occhi duri – Il tuo aspetto è meglio di una carta di identità, hai il tuo mestiere scritto in fronte. Hai due minuti per farmi godere” dichiarò secca. Si levò la maglia e le sue tette mi penzolarono davanti come pere. Il cazzo mi si rizzò dolorosamente, mentre Linda si liberava anche dei panta-jazz. La sua fica splendeva come il sole di luglio, erompeva la sua energia carnale come un esercito schierato in battaglia. Immersi la faccia nel suo pube, la leccai con passione anche maggiore di quanta ne avevo riservata a Marta. Con le mani le accarezzavo le tette sovrumane, le cosce nude, tutto quello che sfioravo mi aggrediva con la soda compostezza del marmo, i suoi muscoli erano acciaio sepolto in un mare di avorio. Mentre la mia lingua le frugava ogni millimetro di carne nella fica, e indugiava sul lembo delicatissimo del suo clitoride, con una mano la colpivo in mezzo alle mammelle, per aumentare l’orgasmo che la travolse in breve tempo. Né mi trattenni dal degustare con la lingua i capezzoli ampi che fiorivano in cima ai seni, mentre con la mano proseguivo i massaggi alla fica. Adoravo sentire le punte delle sue tette eccitate sulla mia lingua – ma presto dovetti abbandonare questo piacere per tornare ad accarezzare con la bocca la sua vagina vorace, assorbendo i liquidi che venivano sprigionati dalla sua passione. Venne di nuovo; poi prese la mia testa tra le mani, e mi concedette di boccheggiare per riavermi dalla stretta delle sue cosce contratte dal godimento. Addirittura mi avvicinò la bocca alla sua, e raccolse dalle mie labbra una parte dei succhi che la sua fica aveva rovesciato con generosità. Mentre mi stava succhiando il labbro inferiore tuttavia, la sua mano raggiunse i miei coglioni e li strinse in una morsa fulminante. Ogni fibra della mia mascolinità era ormai stata travolta e spazzata via: non c’era più energia nei miei muscoli, né aria nei polmoni. Il mio corpo aveva ceduto al suo organo più importante, e si era trasformato tutto in coglioni; e i coglioni erano stritolati dalla potenza superiore di una femmina, nella loro delicatezza erano stati sfracellati dalla forza della mano della mia attuale padrona. Non so nemmeno se riuscii a urlare: tutto attorno a me cominciò a girare e alla fine, inevitabilmente, crollai ai piedi di Linda sconfitto e svenuto.

Quando mi ripresi, mi ritrovai in uno spogliatoio. Ero sdraiato su una panca, alle mani avevo guantini da lotta full contact. Linda mi fissava, accanto a lei c’era anche Giulia. “Non hai scelta, quindi ascoltami bene – cominciò Linda – Sappiamo chi sei e perché sei qui. Potremmo ucciderti subito, se volessimo – ma nella nostra vita deve esserci spazio per il divertimento e la compensazione del talento, se c’è. Quindi hai una possibilità, che non puoi rifiutare” pronunciò tutto questo discorso in fretta, come se lo avesse imparato a memoria o come se si trattasse di una formalità noiosa. “Il rumore che senti è il pubblico di un ring dove si raccolgono scommesse clandestine. Tu andrai di là e ti batterai con Eva. Se vincerai, avrai salva la vita e le palle; altrimenti…” non concluse la frase, e sorrise cinicamente in direzione di Giulia. “Ah, scordavo… Eva è la ragazza di Marta, che ha potuto contemplare l’energia con cui mi hai fatto godere da un finto specchio. Eva sa anche in che modo hai trattato Marta quando stavate assieme, e prima che lei potesse accorgersi di quanto maggiore piacere nasca in un rapporto lesbico. Ora i maschi, come hai potuto notare, le ripugnano” Sorrise di nuovo, accarezzando i capelli di Giulia. “Eva sa che Marta ha subito il torto dei tuoi tradimenti, e che fino all’incontro con lei non è riuscita a darsi pace, né è più riuscita a condurre una sana vita sessuale. Sta aspettando l’occasione di fartela pagare…” “Ma come, Marta, ma io…” balbettai. “Taci pezzo di merda – mi aggredì con uno schiaffo in pieno volto – devi tacere, per evitare di mentire ancora. Ora puoi solo combattere. Alzati! ” mi ordinò. “Questa è meglio levarla” suggerì, strappandomi letteralmente di dosso la canottiera. Rimasi a torso nudo, con i peli del petto già umidi per la traspirazione, e seguii le due donne. Quando raggiunsi il ring, Eva era già all’interno del quadrato ad attendermi. Era più alta di tutte le sue compagne, forse mi superva di uno o due centimetri: era la ragazza che più di ogni altra riusciva a suggerirmi l’immagine di una valchiria, o di una dea germanica della vendetta. Altera, bionda, con gli occhi azzurri glaciali, un seno florido quanto quello di Linda ma con due capezzoli rosa piccolissimi, le gambe anche più allenate di quelle che Marta e le altre donne avevano stretto attorno alla mia testa, durante gli spasmi dell’orgasmo che avevo procurato loro. Il suo aspetto incuteva timore, la furia che traboccava dal suo sguardo evocava terrore, il modo in cui Marta mi fissava dall’angolo della mia avversaria stendeva qualsiasi speranza. La ragazza che interpretava il ruolo dell’arbitro ci fece incontrare al centro del ring. “Conoscete le regole: nessuna regola. Chi cerca di abbandonare il ring prima della fine naturale, viene rispedito dentro a calci nel culo. La fine naturale è la morte o la perdita completa dei sensi. Buon combattimento”. Fissavo Eva negli occhi. “Vediamo mezzasega per quanti secondi riesci a resistermi – sibilò lei – secondo me ti farò ingoiare le tue palle schifose prima che ti sia accorto che mi sto muovendo”. “Ti farò rimpiangere di essere nata, troia – replicai – e mi prenderò Marta oltre ad aver salva la vita”. Mi avventai su di lei cercando di imporre la supremazia delle mie braccia e dei miei pettorali. Riuscii a tenerla a distanza, e a evitare i suoi calci. Il combattimento sembrava volgere in mio favore per i primi 4 o 5 minuti: addirittura un montante destro le fece piegare le ginocchia, e il mio attacco seguente la costrinse nell’angolo. Ma proprio quando cominciavo ad illudermi, infierì con un calcio a salire sul mio interno coscia sinistra e persi l’equilibrio. Da quel momento i suoi assalti non mi diedero più pace. Le ginocchiate di Eva massacravano la resistenza delle mie cosce e dei fianchi, i suoi pugni martoriavano le mie braccia, più volte mi colpì al petto e cominciò a strapparmi dolorosamente i peli folti. Cominciavo a non farcela più, mi mancavano il fiato e le forze. I suoi pugni perforavano la difesa delle mie braccia e si stampavano sugli addominali e sul volto. Il pubblico ululava dall’esultanza, vedevo una gioia feroce risplendere negli occhi di Eva e di Marta. Non potevo farmi battere dalla ragazza del mio unico vero grande amore. “Spezzalo Eva – sentivo vociare la folla – disintegra al tappeto quella mezzasega! “. Eva continuava a colpirmi, mentre non ero più in grado di reagire: indietreggiai dopo essere stato colpito di nuovo agli addominali da un montante sinistro, finché sentii che col culo stavo appoggiandomi alle corde. Il massacro non si interrompeva, Eva pestava coi pugni sulle mie braccia e sul petto, con le ginocchia colpiva ai fianchi. Infine un montante spezzò di nuovo la mia difesa e fece centro sul mento. Alzai le braccia sul volto, sentivo di scivolare lungo le corde. Ma prima di appoggiare il ginocchio al tappeto, il suo ginocchio si incastrò tra le mie cosce comprimendomi le palle. Cercai convulsamente di allontanare la coscia di Eva dai miei coglioni, ma sapevo di aver commesso un errore fatale lasciando esposto il mio pacco dopo il montante. Ora che aveva raggiunto i miei coglioni, Eva avrebbe consumato la sua atroce vendetta contro di me – e avrebbe usato l’inerme Andrea, il ragazzo indifeso che ero diventato crollando sotto i suoi colpi, per degustare la sua vendetta contro l’esistenza stessa dei maschi in generale. Sentivo le sue ossa calpestarmi i coglioni e il cazzo, la sentivo mentre devastava la mia mascolinità infliggendo una sofferenza acuta e sorda al mio corpo e al mio orgoglio. Nulla potevano le mie mani che cercavano di fermare l’aggressione alle palle prima che fosse troppo tardi, a nulla serviva fissarla pietosamente negli occhi vomitando lamenti inarticolati. “Aaaaaaaaah… aaaaaaaaaaah… ” risuonavano i gemiti fiochi e lunghi dalla mia bocca, mentre ero piegato in ginocchio al tappeto, senza nemmeno riuscire a toccare la polvere del suolo con le ginocchia perché la sua gamba e le sue braccia mi tenevano sospeso per le palle; una enorme macchia di sangue si stava allargando sulla stoffa dei bermuda che copriva i miei coglioni, senza poterli difendere dallo stritolamento con cui Eva devastava il mio pacco; di versi rivoli di sangue mi scorrevano sulle cosce nude, scorrendo dal cazzo e dalla sacca delle palle orribilmente massacrati. Poi, finalmente, calò il buio sui miei occhi. Non so quanto tempo dopo, fui risvegliato da una secchiata d’acqua. Ero steso con la schiena per terra, la folla continuava a rumoreggiare, Eva era in posa trionfale e il suo piede schiacciava i peli del mio petto. La mia storia di spia, di maschio, la storia di Andrea, era finita. FINE

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