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Manuela – Punizione di una ladra

Andiamo a fare un giretto al supermercato sabato pomeriggio? – chiese dolcemente il mio Luca
– Certo – risposi , in quei momenti sentivo il mio piccolo cuoricino riempirsi di gioia, avrei trascorso il sabato con il mio ragazzo, io e lui insieme proprio come due innamorati. Come promesso, dunque, uscii di casa e, in un quarto d’ora, mi trovai davanti al grande supermercato. C’era la solita folla, il consueto andirivieni di persone, e cercai di smaltire la tensione dando un’occhiata alle vetrine. Dopo una ventina di minuti arrivò Luca. Era dolce come un innamorato al primo appuntamento, e questo mi rassicurò un po’, anche se, dopo quanto accaduto un mese prima, avrei dovuto imparare a sospettare subito dei suoi migliori atteggiamenti. Luca mi prese sottobraccio e mi condusse direttamente nel reparto della biancheria intima femminile.
– Adesso io mi allontano mentre tu devi rubare due o tre paia di mutandine e due reggiseni, a tua scelta, fallo per me amore!! Rimasi allibita da quella richiesta, ma lui la ribadì rendendosi convincente con un velato riferimento alle ormai famose videocassette. Dunque, rimasta sola, presi ad aggirarmi con noncuranza tra gli scaffali per scegliere i capi da rubare.
– Se proprio devo farlo , mi dissi, che almeno siano cose che mi piacciono! Presi uno slip nero con abbinato reggiseno, due tanga ultraridotti e, poco dopo, un altro reggiseno quasi trasparente. Infilai tutto nella borsa che avevo a tracolla, facendo bene attenzione a non essere vista. Ma fu inutile. Quando mi avviai verso la scala mobile, venni avvicinata da un tizio alto e magrissimo che mi afferrò per un braccio.
– Allora la segnalazione era giusta! – mi disse con un sorriso che non prometteva nulla di buono
-eccola qui, la ladruncola – infilando una mano nella borsa ed estraendo la “refurtiva”. Cercai di divincolarmi, piangendo e ripetendogli che, per me, era la prima volta, ma non ci fu nulla da fare. A quel punto mi lasciai condurre in una zona riservata agli uffici del personale, ben isolata e lontana dal resto del grande magazzino. L’uomo mi fece entrare in una stanza spoglia dove c’erano soltanto un tavolo e due sedie, e se ne andò richiudendosi la porta alle spalle, naturalmente a chiave. Per me non c’era via di fuga, nemmeno una finestra da cui poter guardare fuori. Aspettai una ventina di minuti in un’angoscia crescente. Che cosa mi sarebbe successo? E, poi, chi mi aveva segnalata alla sorveglianza? Finalmente la porta si riaprì e, insieme all’uomo di prima, entrò nella stanza un altro individuo dall’aspetto autoritario, uno di mezza età muscoloso, con un ghigno che faceva rabbrividire.
– Credo che, ora, sia venuto il momento di chiamare la polizia! – disse. Io scoppiai a piangere e, del tutto sinceramente, lo implorai di non denunciarmi, perché i miei genitori non l’avrebbero sopportato. I due uomini parlarono sottovoce tra di loro. Poi, quello muscoloso si rivolse di nuovo a me.
– Ma almeno sei sicura che le cose che hai rubato ti vadano bene? – mi chiese sorridendo. Non capii il senso di quella domanda, un senso che, però, mi fu chiaro un istante dopo.
– Secondo noi, sarebbe meglio che te le provassi! – Dunque, era questo che volevano da me: che indossassi davanti a loro gli intimi che Luca mi aveva ordinato di rubare! Quest’ultima riflessione mi si accese nella mente come un flash, anche se mi sembrava semplicemente mostruosa: forse era stato proprio il mio ragazzo a denunciarmi! Ma non ebbi tempo per pensare a questa terribile eventualità, perché il magro, alzando la voce, gridò che dovevo sbrigarmi, se non volevo essere denunciata alla polizia. Cercai con lo sguardo un paravento, un mobile, qualcosa dietro cui ripararmi, ma la stanza era completamente spoglia. Voltai gli occhi pieni di lacrime verso i due uomini, ma ottenni soltanto un sorriso beffardo da entrambi. E notai che il muscoloso si stava accarezzando vistosamente sul davanti dei pantaloni. Allora cominciai a spogliarmi, quasi strappandomi di dosso gli indumenti come se, accelerando quella svestizione, potessi ridurre i tempi del gioco voluto dai due sorveglianti. Mi fermai solo quando rimasi in slip e reggiseno.
– La troietta è eccitata! – disse allora il magro, indicando il mio pube dove, purtroppo, la solita larga macchia fradicia testimoniava inequivocabilmente il mio stato fisico. Come sempre, sentirmi costretta a esibirmi mi stava facendo crescere dentro un piacere perverso, ed il mio corpo vinceva regolarmente la sua battaglia contro la mente.
– Adesso togliti anche gli ultimi stracci! – disse ancora quello più magro. Mi voltai di schiena e slacciai il reggiseno lasciandolo scivolare a terra. Poi, infilai le dita sui fianchi dello slip e cominciai a farlo scendere fino a terra. Solo all’ultimo istante mi resi conto che, così chinata in avanti, ogni particolare del mio sederino risultava ben evidente ai due uomini, i quali non si fecero scrupolo di commentare con volgarità inaudita le mie forme. Con volgarità ma anche con un minimo di esitazione, il magro, infatti, si rivolse all’altro.
– Non passeremo un guaio?
– Stai tranquillo! – gli rispose l’altro.
– Questa troietta non protesterà perché, se no, tutta la città vedrà come si è fatta sbattere da un sacco di cazzi in una volta sola! Adesso tutto mi era chiaro: Luca mi aveva denunciata ai due spiegando loro persino la faccenda delle videocassette. Rimasta senza più alcuna difesa, allora mi rialzai e, obbedendo ai sorveglianti, mi voltai senza nemmeno tentare di coprirmi. Il muscoloso si avvicinò a me e cominciò a palpeggiarmi dappertutto, mentre l’altro si era sbottonato i pantaloni estraendone un cazzo lungo e nodoso. Le mani del primo strizzavano le mie tettine con violenza mai provata fino a quel momento, e il dolore che ne nasceva si irradiava per ogni fibra del mio corpo facendomi gemere e piangere. Ma, per un fenomeno a me incomprensibile, non mi ribellavo a quell’ispezione né cercavo di proteggermi in alcun modo. Semplicemente, lasciavo che l’uomo mi violentasse con le sue mani sudaticce, e, intanto, la faccia interna delle mie cosce si bagnava dei succhi che mi colavano fuori dalla figa. E quando il muscoloso scese con le mani e se ne accorse, gridò all’altro tutta la sua contentezza.
– Ci avevano detto giusto: le piace! Piazzò una mano proprio sulla mia vulva massaggiandola vigorosamente
– E tutta fradicia! – disse allegramente.
– Mai vista una ragazzina in simili condizioni , ma adesso vediamo in che condizioni è dentro!
– Ficcò violentemente tre dita nella mia vagina strappandomi un gemito di dolore ma anche di piacere. Me ne stavo in piedi con le braccia lungo i fianchi, mentre uno sconosciuto che avrebbe potuto essere mio padre mi stava frugando nella figa con tre dita muovendole in ogni direzione. E la mia figa stava infradiciando la mano del l’uomo fino al polsino della camicia, da quanti umori mi stavano colando fuori! Ormai, i due individui, erano coscienti del fatto che essere esibita in maniera tanto umiliante mi piaceva da morire. Le dita dell’uomo mi portarono quasi all’orgasmo, ma lui le tolse un istante prima, non so se perché si era accorto di quanto stavo raggiungendo o se soltanto per lasciare spazio alle loro fantasie. Chiusi gli occhi per non vedere il ghigno del magro e, forse, per ripararmi vanamente da quello che sarebbe successo. Ma il muscoloso, che, evidentemente, doveva essere il superiore, dopo avermi fatta voltare e chinare in avanti e avermi ispezionata con due dita direttamente nel culo, mi fece appoggiare con le mani sul bordo del tavolo.
– Le ladre vanno punite adeguatamente, se vogliamo che la smettano di fare le ladre! – disse ridendo sguaiatamente. A quell’annuncio, riaprii gli occhi giusto in tempo per vedere che si stava sfilando la camicia e i pantaloni. Dal suo pube, pelosissimo come il resto del corpo, svettava una specie di autentico palo della luce, un bastone gigantesco in lunghezza e in diametro. Neanche nelle videocassette pomo che avevo visto con Luca mi era capitato di notare un uccello di simili proporzioni, qualcosa che sconfinava ampiamente nella deformità. La cappella, ricoperta di umori, superava l’ombelico dell’uomo, e, in larghezza, raggiungeva il mio pugno. Rabbrividii al solo pensiero che, fra poco, quell’ariete mi avrebbe sfondata, ma fu in quel momento che mi accorsi dei testicoli, grossi come arance, e pensai a quanto sperma il mio povero utero avrebbe dovuto accogliere. Fortunatamente prendevo la pillola, unica mia magra consolazione. Il timore del dolore che mi avrebbe sicuramente causato un simile membro mi spinse a chiedere pietà, a risparmiarmi una simile prova. Proposi al muscoloso di masturbarlo, persino di succhiarlo, ma lui fu irremovibile.
– Voglio sbatterti come la troietta che sei! – disse in un ghigno terribile. Non potevo vedere quanto accadeva alle mie spalle, ma sentii delle mani forti dilatarmi le labbra della vulva e, poi, il glande mostruoso del muscoloso bussare all’ingresso della vagina. L’uomo mise in atto quanto promesso poco prima: quel palo mi trafisse tutto d’un colpo fino a urtare contro all’utero, e ciò mi fece urlare di dolore. Mi sentivo aperta in due, credetti che la mia povera vagina fosse sul punto di spaccarsi! Ma il dolore cupo che s’irradiava dal mio basso ventre, stuprato in maniera così violenta, prese a trasformarsi in ondate di godimento quando il muscoloso cominciò a muoversi avanti e indietro. Tirava fuori tutto il glande e me lo ripiantava dentro con un ritmo forsennato, mentre le sue mani avevano abbrancato le tettine e le strizzavano fino quasi a farle scoppiare. Il mio corpo vibrava sotto ogni colpo, ma non solo di dolore: il piacere mi stava nuovamente travolgendo. Mentre gemevo e ansimavo di gioia erotica, percepii il glande pulsare con maggiore forza, con maggiore frequenza. Poi, ecco arrivare i lunghissimi getti di sperma che riempivano, uno dopo l’altro, direttamente il mio utero. Tenevo la bocca spalancata ma senza emettere alcun suono, sconvolta com’ero nel corpo e nella mente da quel piacere mai conosciuto prima, mentre dalla cappella gonfia continuava a fluire una quantità interminabile di sborra. L’ eiaculazione andò avanti per almeno un minuto. Sentivo intimamente ogni getto gonfiare il mio povero utero, e l’uomo che, incollato a me con tutto il corpo, continuava ad agitarsi per godere di ogni stilla di piacere. Poi, finalmente, i suoi affondi cessarono, e la cappella prese a sgonfiarsi, tanto che l’uscita dalla mia figa non mi procurò quasi alcun dolore. A causa della stanchezza per quanto provato, rimasi in quella posizione oscena per diverso tempo. Il magro, fino ad allora rimasto in disparte, si avvicinò per venire ad accarezzarmi e, soprattutto, per esplorare la mia vulva rimasta completamente spalancata. Commentarono senza alcuna delicatezza quanto avevo subito.
– Certo che l’hai riempita come un fiasco! – disse infilandomi tre dita nella figa e ritraendole ricoperte di sborra.
– Adesso, qui dentro ci può passare un treno! – disse il muscoloso spingendo quattro dita nel mio corpo. Io sussultavo ad ognuna di queste intrusioni, ma non facevo niente per evitarle. Mi lamentai soltanto quando cominciò a spingere nella mia vagina tutta la mano. E gridai non appena, facilitata anche dalla potente sborrata, la mano entrò completamente dentro di me. Poi, l’uomo si divertì a girarla fino a quando non decise di aprire le dita. La sensazione di dilatazione oltre ogni possibilità fu così violenta, così grande, così invadente da farmi quasi svenire. E andò ancora peggio quando l’uomo volle estrarre la propria mano tenendo le dita spalancate. L’ apertura della vagina venne dilatata come per un parto, ed io gridai, implorai pietà, chiesi che la smettessero di seviziarmi. Ma, nello stesso momento, squassanti convulsioni del mio corpo mi travolsero insieme a un’ ondata di piacere che niente e nessuno sarebbe mai riuscito a trattenere! Sì, godevo a essere così aperta, a essere usata, a essere esibita, a farmi sborrare dentro da estranei! Ero una pervertita o solo una ragazzina che stava scoprendo emozioni proibite e, magari, respinte solo per pudore
– Adesso voltati, troia! – mi ordinò il magro. Potei farlo solo quando i due decisero di interrompere per qualche minuto le loro sevizie alla mia fighetta. Il magro mi cosparse i seni con la stessa sborra che aveva poco prima prelevato dalla mia vagina, quindi, mi consentirono di prendere un po’ di respiro. Ma i loro commenti non cessarono.
– Fradicia come sei, è chiaro che ti piace! – disse il muscoloso. E, purtroppo, non potevo dargli torto: le mie gambe erano bagnate fin quasi ai piedi dal fiume di umori e sborra che usciva dalla mia vagina! Ma com’era possibile che un dolore come quello che mi stavano infliggendo potesse eccitarmi? La tregua durò poco tempo. Il magro mi ordinò di stendermi di schiena sul tavolo, e l’altro mi aiutò a prendere la posizione desiderata, con le gambe penzoloni nel vuoto. Il magro si fece avanti brandendo il cazzo ormai pronto a scoppiare. Non perse troppo tempo: in un colpo solo me lo infilò brutalmente fino in fondo alla vagina e, dopo pochi colpi, si sfilò. Solo che il magro aveva altre intenzioni. Mi infilò violentemente tre dita in vagina facendomi gridare dal dolore e, con una manata di sperma del suo stesso amico mi lubrificò il condotto anale. Fu in questo momento che capii cosa voleva da me, e non ebbi il tempo di rifletterci sopra perché, con un affondo che mi parve interminabile, il suo uccello sparì nel mio culetto tenuto spalancato dal muscoloso.
– E la più bella inculata della mia vita! – grugniva l’uomo nel suo andirivieni dentro di me, mentre io, contro ogni mia volontà, stavo cominciando a godere.
– Un culetto così giovane non mi era mai capitato, e voglio godermelo fino in fondo! Ma, purtroppo, anch’io godevo, un godimento del quale mi vergognavo profondamente ma che non mi era possibile trattenere: essere sodomizzata stava diventando per me una preziosa quanto perversa fonte di piacere. Gridai, mentre il magro vomitava il succo dei suoi coglioni dentro di me, gridai come un’ossessa, implorai penetrazioni ancora più violente, ancora più profonde. L’uomo aveva artigliato i miei seni e se ne serviva brutalmente come maniglie per affondare sempre meglio in me, mentre il muscoloso, con le unghie piantate dolorosamente nella faccia interna delle mie natiche, me le teneva divaricate fino al punto che mi pareva dovessero strapparsi dal corpo. In questo modo, l’uccello del suo compare, di dimensioni ragguardevoli, mi riempiva la pancia tanto che mi aspettavo che mi dovesse uscire dalla bocca da un momento all’altro. Quando, alla fine di questa poderosa cavalcata, il mio buchetto venne lasciato libero, percepii con chiarezza lo sperma uscirne colando lungo le mie gambe. Questo spettacolo dovette divertire parecchio i miei due violentatori.
– Guarda come le è rimasto aperto il culo! – disse il magro
– Adesso ci potrebbe passare un elefante! Un elefante magari no, ma il grasso volle provare a infilarci quattro dita riunite a mazzetto. Me le rigirò dentro con forza e, poi, vi aggiunse anche il pollice spingendo con energia crescente. Lubrificata com’ero dalla sborrata precedente, non provavo un vero e proprio dolore, ma mi preoccupai seriamente percependo quella mano scivolare sempre più dentro di me.
– Com’è, beccarsi nel culo cinque dita, eh troietta? – mi chiese ridendo sguaiatamente. Così, il mio piccolo sederino, del quale, fino a poco tempo prima, ero così gelosa, adesso stava stringendosi intorno a cinque dita che roteavano nel mio retto! L’uscita delle dita fu dolorosa quanto l’entrata. Non appena fui libera di muovermi, raccogliendo le mie ultime energie mi risollevai dal tavolo. I due uomini erano ancora nudi e mi stavano osservando. I cazzi pendevano impotenti verso il basso perdendo goccioline di sperma. Evidentemente, l’età non troppo fresca dei loro guardiani impediva un bis di quanto accaduto. Sotto gli sguardi lubrichi dei due maschi, ispezionai con le dita senza alcun pudore le condizioni del mio buchetto, trovandolo spaventosamente allargato.
– Non ti preoccupare: stasera si sarà richiuso e sarai di nuovo come vergine! – disse il magro. Dalla borsetta presi un fazzoletto e lo inserii piegato tra le natiche per evitare di macchiare la gonna con perdite di sborra. Poi mi rivestii. Ma, prima di lasciarmi andare, il muscoloso, ancora nudo, mi disse:
– Ringrazia il tuo Luca, digli che qui ci sono tantissimi articoli femminili ancora da provare – Quando rientrai nel supermercato, trovai ad attendermi Luca. Mi buttai tra le sue braccia in lacrime, accennandogli a quanto mi era accaduto con i due sorveglianti. E Luca rispose:
– Lo so, ho visto tutto in un monitor! Poi tirò fuori dalla tasca una videocassetta e, sorridendo, me la mise sotto al naso. Così, aveva ripreso anche l’incontro con i due sorveglianti! Adesso ne ero certa: era stato lui a denunciarmi. Mi resi conto, dunque, che la mia situazione non rappresentava nulla di davvero eccezionale: ero solo una ragazza che si era lasciata incastrare per un momento di debolezza erotica, ma che, ora, finalmente, aveva scoperto la propria perversione. Affrontai l’argomento con Luca, e lo scoprii inaspettatamente disponibile e comprensivo. Ammise che, se avesse ancora trattenuto le videocassette presso di sé, non avrebbe mai saputo fermarsi. Parcheggiò l’auto e, dal bagagliaio, tirò fuori quei maledetti nastri consegnandomeli.
– Però, sei davvero bellissima, quando godi in certi giochi! – mi disse accarezzandomi con sincera tenerezza. Gli risposi che, in effetti, quel ricatto mi aveva fatto scoprire aspetti della mia sessualità che, probabilmente, mai avrei esplorato in altre condizioni e che comunque avrei rifatto anche senza essere ricattata perché ormai lui mi aveva legata a quel mondo perverso. Poi, lo baciai e raggiunsi casa mia a piedi, portando con me le videocassette. FINE

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I racconti erotici sono la mia passione. A volte, di sera, quando fuoi non sento rumori provenire dalla strada, guardo qualche persona passare e immagino la loro storia. La possibile situazione erotica che potranno vivere...

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