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Marchiato

Ogni mattino mi alzo tutto dolorante e con diversi segni. Quelli sul corpo durano da parecchi giorni, e alcuni in particolare dureranno forse mesi.
Questi segni visibili fanno il paio con quelli, invisibili, che la Padrona ha lasciato nel mio animo. Ricordi che balzano alla mente in tantissimi momenti, spessissimo durante il giorno e per tutta la notte, durante la quale sogno ancora di essere con lei
e di sentirla ridere di me e delle mie inutili convulsioni per sfuggire alle sue sevizie.
Ricordi che si confondono nella loro successione logica, non ricordo esattamente tutto, cosa mi viene fatto prima e cosa mi viene fatto dopo, posso solo ricostruire qualcosa dai segni lasciati sul mio corpo, anche perchè non sempre in quei momenti sono abbastanza lucido da registrare ogni singolo evento. L’emozione, il dolore, la paura confondono la percezione, e sono i sentimenti che accompagnano da sempre gli incontri con la mia Padrona, come l’ultimo appena vissuto.
In questa occasione mi aveva convocato con urgenza senza preavviso, permettendomi solo di concludere alcuni impegni lavorativi presi precedentemente. Mi aveva raccomandato di portare con me tutto ciò che la volta precedente non era stato utilizzato, nel caso avesse voglia di “giocare” con me.
Rabbrividii un po’ a questa frase ma mi resi anche conto che in fondo se non fosse successo nulla ci avrei sofferto, e profondamente anche, come era già successo quelle volte in cui non aveva voluto o potuto occuparsi di me. In fondo le attenzioni della mia Padrona mi gratificano, mi fanno sentire vivo e danno un senso alla mia esistenza; il sentire “sulla pelle” (in senso letterale) il suo tocco è per me diventato indispensabile. Poco importa se il tocco è leggero, delicato e sensuale, oppure freddo, crudele e doloroso, purchè mi tocchi.
Se lei non ha voglia o tempo di occuparsi a lungo di me trova sempre un ottimo surrogato in corde, catene, cinghie, che ha imparato a stringermi addosso e in cui mi lascia spesso per ore e ore, a volte tutta la notte, mentre lei si gode il suo giusto sonno e io mi divincolo per trovare una posizione in cui riposare e, lo ammetto, per sentire maggiormente i morsi dei legacci, mentre stringo i denti sui bavagli soffocanti in cui ama costringermi il viso. Quanto mi piace indulgere nei ricordi: tastandomi là dove una corda mi ha schiacciato il muscolo, godendo della fitta leggera al tocco, mi sembra di rivivere quei momenti, e mi sembra di risentirmi avviluppato nei suoi legacci; sentendo la bocca indolenzita ricordo il senso di pienezza dato dal riempimento di un bavaglio, e così via.
Tornando a quella sera, arrivai circa verso l’una del mattino, ma non mi azzardai a prendere subito la borsa, temendo di fare qualcosa di non richiesto. Lei mi attendeva sulla porta con una splendida vestaglia setosa a disegni colorati: “E la borsa? ” fu la prima domanda. “Scusa, non sapevo se prenderla o no”
“Dai dai sbrigati a prenderla” Giunto in casa non feci nemmeno in tempo a salutare e ad appoggiarla per terra che mi fu ordinato di proseguire per la camera da letto. Sentii la mia Padrona parlare con qualcuno nell’altra stanza, e mi parve di capire che la persona le disse “Ok, poi chiamami” o qualcosa del genere.
Pensai ci fosse ancora in casa Gianna, che la mia Padrona ama coinvolgere talvolta nei suoi giochi, beninteso sempre come allieva padrona. Arrivò in camera e prese a fissarmi con un sorriso enigmatico, al che il mio cuore comincò a correre. Lei se ne accore e mi derise: “Calmati calmati, non ti sto ancora facendo niente, … per adesso! ”
Volle subito vedere i giocattoli (come li chiama lei) che le avevo portato. Mi ordinò di spogliarmi, solo camicia e pantaloni, lasciandomi in canottiera e mutande. Mi fece prendere una museruola di cinghie e me la fece indossare, cosa che feci fissando le fibbie naturalmente senza esagerare. Con un sorrisetto beffardo mi fece cenno di avvicinarmi e pensò lei a stringerle molto di più.
“Credevi di cavartela così, eh furbetto? ” aggiunse indicando la bocca
“Peccato che ci vorrebbe qualcosa anche lì dentro”.
Si fece poi passare altro: le tavolette con le puntine, il corsetto di gomma, i corsetti di stoffa e le guaine, le scarpe da donna, i cappucci da me costruiti, le manopole senza dita, e infine prese in mano la maschera di gomma. Non che la gomma la attiri solitamente, ma sapeva che la gomma è assolutamente impermeabile all’aria, e salvo i due minuscoli forellini sotto le narici anche quella lo era. Senz’altro si rese conto che era un accessorio ideale per lei che ama soffocarmi.
Mi tolse la museruola e mi ordinò di indossare la maschera, il che avvenne non senza fatica, poichè era da molto che non la indossavo e i bordi tendevano ad arrotolarsi. Non vedevo niente naturalmente e tutta la testa era gentilmente ma fermamente avvolta e stretta nel latex, una sensazione dopo un po’ calda per la mancata evaporazione del sudore, mentre la respirazione si cominciava già a fare difficoltosa. Non la sentivo ma sapevo che mi stava osservando con occhio critico per valutare se la mia condizione le piaceva.
Dovette decidere di sì perchè me la lasciò. Sentii le sue dita che sollevavano la maschera scoprendo la bocca che si aprì istintivamente per una boccata d’aria, ricevendone invece una boccata di … stoffa! Infatti mi venne cacciato in bocca quello che credo essere stato un foulard appallottolato, una palla devo dire di notevoli dimensioni anche per me abituato alle pastoie, che mi riempì completamente la bocca. La maschera venne ricalata giù e i forellini accuratamente allineati con le narici.
Sentii qualcosa appoggiarsi sulla bocca, premuto, tirato indietro e annodato strettamente. Una striscia di stoffa, alla quale se ne aggiunse un’altra sugli occhi, che coprì anche il naso, molto probabilmente coprendomi l’intera faccia. Non potevo esserne certo perchè le mie sensazioni tattili erano filtrate dalla gomma.
Sentii comunque che facevo ancora più fatica a respirare e mi chiesi se si rendeva conto delle mie condizioni. Avevo ancora le mani libere, è vero, ma come avrei potuto fare quando mi avesse legato? Era il caso di farglielo notare in quel momento? Non ritenni che fosse il caso, anche perchè spesso la mia Padrona insiste apposta per capriccio appena capisce che c’è qualcosa di sgradevole…. quindi… !!!
Sentii un altro fazzoletto avvogermi la testa e annodarsi sotto il mento, ma non doveva essere molto grande, poichè non sentii stringere e avvolgermi completamente le guance; infine un’ultima benda/bavaglio mi venne legata sul viso, sopra agli strati precedenti. Ormai temevo proprio di non farcela, è vero che ero stato io a dire che anche sotto decine di strati di seta si può respirare, e lo confermo, ma ciò che cambiava in quel momento la situazione era la maschera di gomma!
“Non mi piace” fu il commento della mia Padrona, e quasi quasi ne fui contento. Credo poi di aver capito perchè: lei usò dei fazzoletti brutti e piccoli che io avevo selezionato per imbavagliare; trascurò invece di estrarre quelli grandi e morbidi che avrebbero potuto innanzitutto piacerle maggiormente per i loro colori e riflessi, inoltre essendo più grandi avrebbero potuto essere avvolti meglio sotto il mento e intorno al collo, aumentando il senso di soffocamento, il che comunque in quel momento non mancava certo!!!
Mi tolse quindi i foulard e riprese in mano la museruola che stavolta senza bisogno di aiuto tornò a fasciarmi il capo. Strinse ancora più di prima, e anzi la sentii sbuffare quando qualche cinghia non arrivava al grado di tensione voluta. Cercavo di dirle che purtroppo sotto avevo un cranio ossuto, e che per quanto tirasse non avrebbe potuto comprimerlo maggiormente. Naturalmente tutto quel che ne uscì fu un Ummmphhh, e per di più si dimostrò che avevo torto, perchè con uno strappo doloroso alle cinghie riuscì a chiudere le fibbie fino al buco da lei desiderato. Apprezzò molto gli anelli in cima e sotto il mento, tanto che cominciò a giocarci muovendomi il capo di qua e di la.
Sentii un rumore e dopo un po’ anche un tocco familiari, quelli delle manette di acciaio che si strinsero intorno ai miei polsi senza lasciare alcun gioco. Inutile dirle che li aveva stretti eccessivamente, che tanto non potevo scappare: correvo il rischio di irritarla, e di conseguenza di trovarmi veramente il metallo compenetrato nella carne!!!
I polsi mi vennero fissati davanti, cosa che al momento mi stupì. Mi diede uno spintone indietro che mi fece coricare violentemente sul letto, poi prese le caviglie e le bloccò in un altro paio di manette. Sapevo per esperienza che lì le manette mi entravano a fatica e ne ebbi la conferma sentendo la loro strettezza dopo che le ebbe bloccate. Oddio, non che i polsi ci ballassero dentro, ma le caviglie mi dolevano già a stare ferme, speravo solo non mi avrebbe obbligato a muoverle. Mi rilassai un attimo girandomi su un fianco e piegandomi verso le ginocchia; non seppi mai se fu questa posizione a darle l’idea o se ingenuamente feci proprio il suo gioco. Fatto sta che la sentii armeggiare con una catena che passò tra i polsi e cominciò a tirare costringendomi a piegarmi ancora di più. Poi la girò intorno alla catenella delle manette alle caviglie, tirandole verso l’alto.
In breve polsi e caviglie vennero uniti a forza, e bloccati in quella posizione da un lucchetto di cui sentii l’inconfondibile rumore di chiusura. Inutile dire come la tensione in senso perpendicolare alle manette procurava dei dolori lancinanti a polsi e caviglie, per cui non potei trattenere dei mugolii.
“Ah ci lamentiamo adesso? ” E giù sferzate con qualcosa che non ebbi il tempo di riconoscere in quanto troppo occupato a sopire il dolore agli arti muovendo impercettibilmente mani e piedi per trovare la posizione in cui il ferro mordesse meno. Il guaio era che proprio le sferzate mi causavano bruschi movimnenti per reazione, e quindi mandavano a monte la mia paziente ricerca di una posizione meno dolorosa. Quando si fu sfogata mi si avvicinò e sentii ancora il rumore di una catena. Mi chiesi dove pensava di mettermela, e la risposta venne dalla trazione che sentii al mento, la fissò all’anello della museruola. Mi costrinse a piegare la testa in avanti accentuando la posizione di rannicchiato. La catena fu fissata non ricordo se ai polsi o alle caviglie, ma ricordo bene che il risultato fu un accrescersi della tensione ad entrambe.
Nel frattempo la sua voce beffarda mi diceva “Allora, credi di riuscire a liberarti? Ah ah ah! ” Risposi decisamente di no col capo, e come avrei potuto con manette e lucchetti chiusi da chiavi?
“Ma come, dicevi di essere così bravo, aha hah ” E se ne uscì ridendo dalla stanza lasciando la porta aperta. Ringraziai questa accortezza perchè temevo veramente di non resistere a lungo in quella posizione: il dolore causato dalle manette stava diventando insopportabile, ma soprattutto la respirazione diventava ogni minuto più problematica. Il respiro era corto e veloce, ma già un paio di volte i polmoni avevano cercato di aspirare aria con un respiro profondo. Non c’erano riusciti naturalmente, e la cosa fu traumatica al punto quasi da essere dolorosa, temetti che ad un prossimo impulso di respirazione profonda sarei stato preso dal panico e avrei cominciato ad annaspare. Con la porta aperta mi auguravo avrebbe potuto sentire se chiamavo aiuto… Certo sapevo anche che qualora avessi attirato la sua attenzione costrigendola a liberarmi l’avrei certamente pagata cara, ma piuttosto di morire soffocati, meglio altre punizioni per quanto atroci.
Cercai comunque di rilassarmi dicendomi che un po’ d’aria entrava comunque e che se non mi fossi agitato avrei rischiato meno. Nel frattempo mi parve di sentire una presenza nella stanza, ma chi era? La Padrona, Gianna, o addirittura qualcun altro? Riconobbi la mano della Padrona nel frustarmi, con uno appunto dei giocattoli da me portati: un bastone alle cui estremità sono fissate due corde, una lunga e intrecciata per fustigazioni dolorose e di precisione, l’altra con un corda sfilacciata ad imitazione di un gatto a nove code, in versione morbida e quindi meno dolorosa. Iniziò col lato sfilacciato, senza risparmiare le forze, e purtroppo per l’inesperienza di utilizzo di quello strumento, ad onor del vero molto grezzo e rudimentale, cominciò a picchiare anche (involontariamente credo) la punta del bastone sul corpo. Me l’aveva detto di avere poca esperienza e dimestichezza con le atrezzature ma che avrebbe rimediato presto….
Anche in questo caso oltre che difficile dato il bavaglio, rischiava di essere controproducente farle presente la cosa, così continuai a sorbirmi anche i colpi di bastone che arrivavano contemporaneamente alle frustate. Io cercavo sia di scansare i colpi ripetuti sulle stesse posizioni, sia di non segarmi polsi e caviglie. Nel frattempo sentii la presenza di qualcuno ai piedi del letto, da fruscii vaghi e dal tocco leggero di un vestito che mi sfiorava la pelle. Poichè la mia Padrona era seduta sul letto doveva essere qualcun altro. Pensai naturalmente ancora a Gianna e mi stupii che non fosse ancora intervenuta, lei solitamente così vogliosa di infierire su un uomo.
Ma qualcosa non quadrava: la vaporosità del vestito non si addiceva coll’abbigliamento di Gianna, solitamente meno… femminile. La conferma l’ebbi quando una voce diversa mi venne all’orecchio; non ricordo cosa disse da tanto che ero intontito dai colpi, dal dolore delle manette e dal fatto che ancora un volta la mia Padrona si era divertita a mettermi alla berlina davanti a un’altra donna, innanzitutto per umiliarmi, e poi per poter sfoggiare il suo potere assoluto su di me.
Da un nomignolo che mi aveva affibbiato in un precedente incontro (normale) la riconobbi come Michela, la nipote della Padrona, ancora una ragazza giovane, che avrebbe certamente riso di un uomo tanto più grande di lei che si lasciava ridurre in quello stato di schiavitù. Non seppi mai durante la “seduta” chi menò i colpi, anche se un commento della Padrona ad un tocco troppo leggero di frusta mi fece pensare che Michela non fosse così determinata e che quindi tutti i colpi duri venissero dalla mia Padrona, la quale sembrava particolarmente accanita quella sera; sapevo che aveva avuto una giornata dura, ma accidenti, voleva farla pagare solo a me?
Ho notato comunque che ad ogni incontro la Padrona rincrudisce le sue sevizie, quasi a voler superare un’eventuale assuefazione da parte mia o forse per stimolarmi a sviluppare la mia sopportazione del dolore all’inizio notoriamente bassa. Non seppi e non ebbi il tempo di pensare a cosa mi si abbattè nelle 3 o 4 ore in cui venni “lavorato” dalla Padrona e dalla sua nuova assistente. So che a un certo punto Michela osservò che erano già le 3 e mezza e io ero ancora ben legato.
Ma torniamo agli sviluppi della serata (o dovrei dire nottata? ) Pur non ricordando la successione precisa degli eventi, credo comunque che fu in quella posizione che mi marchiarono. Uno dei punti che più mi dolgono e che lo sarà per parecchio è infatti la
“A” incisa nella pelle della spalla e del ginocchio sinistro. Sento il suo bruciore specie quando i vestiti le sfregano sopra, me la guardo e mi chiedo cosa ancora sopporterò per lei. Giorni prima parlando di un segno fattomi da Gianna con un ago scaldato, lei si rammaricava che stesse ormai scomparendo e che per di più fosse un segno abbastanza anonimo. Così mi venne richiesto di costruire un piccolo oggettino che sarebbe naturalmente stato sperimentato su di me: un piccolo stampino con una lettera “A” in filo di ferrro, per… marchiare!!!!!
Il lavoro venne eseguito e l’atrezzo consegnato in una breve visita precdente, ma le si leggeva fin da allora la voglia di provarlo su di me. Mi immaginavo già legato ad una sedia, magari seduto al contrario, con la faccia allo schienale, esponendo così spalle e schiena, strettamente bloccato in ogni movimento, con un bavaglio efficace, e se non fosse bastato, due robuste mani o due cuscini a soffocare ogni flebile lamento residuo. Non sapevo quanto potesse esser doloroso un marchio a fuoco (soprattutto considerando che il fil di ferro è molto più grosso di un ago e mantiene maggiormente il calore) qualora fosse stato tenuto diverso tempo a contatto della pelle: avrebbe veramente fatto danni profondi a quest’ultima, o addirittura alla carne? Si trattava di vedere anche chi e con quale crudeltà e “competenza” l’avrebbe usato.
Tutte queste considerazioni vennero interrotte dal tipico rumore di un accendino! Era già ora? No, sembrava fosse una sigaretta… Del resto il gioco della Padrona è sempre crudele come quello del gatto col topo. Lo insegue, lo stuzzica, lo tocca, lo sfianca, finchè lo colpisce quando meno se lo aspetta. Così è Lei, non si può mai in senso letterale essere sicuri di niente. Potrebbe star tramando qualcosa di terribile e contemporaneamente sorriderti o accarezzarti.
Sentii entrambe le donne ridere e scherzare su quello che mi aspettava, io ero immobile e teso, non sentivo più gli arti, un po’ per la posizione forzata e un po’ per la paura di quanto stava per accadermi. Sentii qualcosa di caldo avvicinarsi al mio corpo in diversi punti, ma o erano tentativi che non le soddisfacevano o stavano cercando di spaventarmi aumentando la tensione dell’attesa. Finalmente un bruciore più forte sul ginocchio, ma breve.
“Fatto! ” pensai. “Non è venuto bene” fu la risposta della Padorna, quasi mi avesse sentito, e prese a riscaldare di nuovo il marchio; questa volta il ferro fu appoggiato con forza alla carne e tenuto premuto a lungo. Un urlo così acuto da sembrare un sibilo partì dalla mia bocca ormai intorpidita anch’essa dalla lunga permanenza del bavaglio e dalla pressione della museruola sulle labbra, che al loro interno premevano sui denti. Non riuscii naturalmente a muovermi nemmeno di un centimetro, sopportando inevitabilmente il dolore. “Bello” dissero entrambe, e pensai fossero soddisfatte così. Invece l’accendino scattò di nuovo!!!
E dove volevano marchiarmi ancora? Sperai non lo facessero in faccia o in un punto comunque visibile, già pensai a come mascherarlo in pubblico. Se un taglio o un graffio si può giustificare, come farlo con una cicatrice a netta forma di una lettera dell’alfabeto? Un’altra bruciatura lancinante sulla spalla mi distolse da quelle considerazioni, anche stavolta il ferro venne tenuto molto a lungo, forse più di prima, e a nulla valsero le mie implorazioni soffocate di toglierlo. O non le sentivano o se ne fregavano. Ancora l’accendino si accese: Dio, ma non smetteranno mai? Ma questa volta non era per me: sentii l’imprecazione soffocata di Michela alla quale la Padrona impose il suo marchio per sottolineare che anche se momentaneamente
Padrona con me, non doveva dimenticare di dipendere da Lei. Tanto per non farmi rilassare troppo, il residuo calore del marchio mi venne regalato appoggiandolo sulla coscia destra, il che mi fece sobbalzare e mugolare, ma più per la paura che altro, infatti lì non è rimasto alcun segno. Sul ginocchio sinistro invece spicca, con un bel colore rosso, la “A” che venne fatta per prima, che già secondo me era un buon marchio. Ma tant’è, alla Padrona non piacque abbastanza e così ecco poco distante il solco profondo del secondo marchio.
A un certo punto sentii che la maschera in gomma, per i continui movimenti dovuti prima alle sferzate e poi alla marchiatura, sebbene circondata strettamente dalle cinghie si era spostata pochissimo ma quel tanto che bastava a non avere più gli orifizi nasali liberi. E con la bocca impastoiata in quel modo, era impossibile far passare aria. Cominciai allora ad ansimare sbuffando nella maschera che si gonfiava d’aria, e cercando invano di inspirare provocando solo una deformazione verso l’interno della sottile gomma.
A dire il vero un filo d’aria ancora passava, ma l’esigenza di un respiro profondo si faceva avanti prepotentemente, e se fosse arrivata all’improvviso, essendo la prima volta che la Padrona usava quella museruola, c’era il ragionevole dubbio che non riuscisse a sbrogliare tutte le cinghie in tempo!!!! Così anche se a malincuore, (non mi piace lagnarmi e soprattutto essere privato di un bavaglio, specie di uno così ben fatto come quello) cominciai a comunicare che non riuscivo a respirare, precedendo i tre mugolii di richiesta di soccorso, segnale diffuso tra i cultori del bondage e che io avevo provveduto ad insegnare alla mia Padrona. Senza quei segnali non sarebbe mai intervenuta anche se mi avesse visto annaspare disperatamente.
Lei intervenne subito, ben sapendo che un buon schiavo è uno schiavo vivo, e mi tolse rapidamente la museruola, sollevando la maschera di gomma fin sopra il naso, e levandomi il fazzoletto appallottolato dalla bocca, cosa che mi lasciò il palato irritato e dolorante, intanto perchè la secchezza della stoffa mi aveva asciugato le mucose incollandola ad esse, poi per il modo deciso con cui prendendo un lembo strappò rapidamente il bavaglio.
Ringraziai ovviamente, ma iniziai subito a rimpiangere il riempimento della mia bocca, visto che ora mi dovevo subire le stesse sferzate senza nemmeno potersi sfogare in un bavaglio. Passarono un po’ di tempo ad ammirare i miei segni e a commentarne l’aspetto, finchè mi tolsero le catene che mi collegavano mento, polsi e caviglie, lasciandomi però le manette. Iniziarono allora a collaudare le tavolette con le punte, sbattendomele sul corpo a mò di scudisci, o appoggiandomele con le punte in basso e salendoci sopra. La mia Padrona, di corporatura robusta, si appoggiò con tutto il proprio peso e sentii le punte penetrare in modo atroce nella carne; appena si sollevava tornava la danza della frusta, che andava questa volta a toccare anche punti delicati della pelle, visto che faceva molto più male delle altre volte. O forse era solo più forte l’accanimento della Padrona. Visto che non riuscivo a sopportare in silenzio venni di nuovo imbavagliato.
Mi fecero girare a faccia in su, e dopo qualche colpetto ai genitali mi legarono le le palle con una cordina che doveva esser sottilissima da come tagliava, per di più con un giro unico, e venni tirato “su” a sedere grazie a quella trazione. Poi mi fu ordinato di stare in piedi, cosa atroce per le manette che stritolavano le caviglie, cercai di farlo presente ma anche se capirono i miei mugolii ci risero sopra, e la Padrona continuò ad incitare Michela a tirare senza paura… “avanti cammina” fu l’ordine, e io cercavo disperatamente di muovere i piedi mentre le caviglie mi lanciavano segnali di dolore acuto.
Ma se esitavo il dolore si trasferiva ai testicoli, poichè Michela tirava senza pietà la corda verso di lei; mossi qualche passettino ma la mia velocità non soddisfaveva la mia Padrona che mi incitava ad andare sempre più svelto, con gioia di Michela che tirava sempre di più l’improvvisato guinzaglio.
“Va beh dai sdraiati qui, quanto dei lamentoso” e mi fecero sdraiare sul letto, solo per ricominciare a a frustarmi con tutto quello che avevano a portata di mano. Poi mi tolsero le manette alle caviglie e anche di questo fui loro riconoscente, la pressione del metallo sulla carne iniziava veramente ad essere terribile. I polsi mi vennero liberati dalle manette, al che sentii Michela esclamare
“di gia? ” Ma fu solo per poco perchè all’ordine “mani dietro” della mia Padrona non potei fare altro che obbedire, ritornando ad essere gratificato della stretta delle manette, stretta non in senso figurato perchè ancora vennero bloccate fin contro la carne, senza alcun gioco. In più mi venne fatta passare una striscia di stoffa intorno ai gomiti, tirandoli uno verso l’altro.
Sentii subito la classica rigidità della posizione, con le braccia bloccate a formare un corpo unico. Il legaccio venne stretto anche attorno ad ogni braccio, arrotolando infine i capi intorno alle legature in modo da bloccare ogni gioco. Avrebbero anche potuto togliermi le manette a quel punto che non sarei comunque riuscito a muovere un dito. Non lo fecero comunque. Cominciai a dimenarmi per tastare la strettezza dei legami, e constatai che era davvero notevole. Le braccia erano un blocco unico, comunque mi muovessi non sarei mai riuscito a spostare il legaccio ai gomiti che era indubbiamente il più fastidioso.
A un certo punto mi fu chiesto se volevo sedere, al che annuii riconoscente. “Ok, siedi qui sul letto, avanti” venni spinto con le gambe contro il bordo del letto, al che mi sedettti…. sulla tavoletta di spine. Un ululato lunghissimo uscì dal bavaglio, mentre cercavo di sollevarmi puntando sulle mani, per quel che potevo, provocando tra l’altro la reazione della Padrona alla quale non sfugge mai nulla: “Ah, si tiene su il furbetto… “.
Feci segno bugiardamente di no col capo mentre cercavo di togliere comunque le mani, ma il dolore alle natiche era troppo forte e la paura di essere ferito anche. Sentivo le punte penetrarmi nel sedere, e alcune toccare anche la base dei testicoli. Facevo degli sforzi muscolari tremendi per non rilassarmi totalmente, timoroso di perforarmi a fondo. Era la tavoletta con le punte lunghe anche… Mi fecero alzare e sedere parecchie volte, ridendo delle mie contorsioni. L’ultima volta mi spinsero brutalmente sul letto, al che pensai mi sarei infilzato come un tordo: iniziai a urlare prima ancora di toccare… questa volta il materasso, col cuore che batteva all’impazzata!
La mia Padrona mi tolse la maschera di gomma scoprendomi gli occhi, che non riuscii comunque ad aprire, perchè il bordo di gomma arrotolato mi aveva premuto per troppo tempo sulle palpebre. Non sarebbe comunque servito a nulla visto che immediatamente mi sentii fasciare gli occhi e il naso con una lunga striscia di stoffa, che dopo diversi giri intorno al capo venne fissata così stretta che nemmeno la luce filtrava di sotto. La Padrona rivolse allora la sua attenzione alla mia bocca per mostrare alla sua nuova allieva nuovi giochetti.
“Tira fuori la lingua” Oddio no, voleva ancora mettermi i morsetti alla lingua! Cercai di ricordarle che l’altra volta mi aveva addirittura fatto sanguinare, ma lei secca: “Ti ho detto di tirare fuori la lingua” Come resistere?
Aprii la bocca ed estrassi il più posssibile la lingua mentre lei mostrava come bloccarla coi morsetti messi lateralmente sul muscolo. Sobbalzai aspettandomi di sentirmela forare, ma la stretta per quanto dolorosa e ferma non fu così terribile.
“Hai visto? Ho tolto le viti che ti avevano forato l’altra volta, contento? ”
Certo che lo ero, eccome, l’ultima volta ci misero diversi giorni a rimarginarsi i fori di quelle maledette viti per regolarne l’apertura. Non contenta però prese altre pinzette che non riuscii a riconoscere e me le applicò al bordo delle narici. Mi lamentai del dolore, specie quando cominciò a tirare fino a strapparle via senza aprirle; allora senza proferire parola e con una destrezza impressionante mi ficcò con naturalezza un’enorme palla di stoffa in bocca e proseguì col suo “lavoro”.
Devo dire che per essere una Padrona a cui non piacciono i bavagli li sa usare egregiamente, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. Considerai anche che essendo per lei appunto una cosa poco gradita il fatto di averlo fatto doveva significare che aveva intenzione di infliggermi tali e tante torture da non potere assolutamente stare zitto. Certo, il fatto di avermi silenziato diventa un ottimo alibi per infierire maggiormente, e anzi come punizione per averle fatto fare qualcosa che non le piace può essere un’ottima scusa per dire: “Ah, hai voluto il bavaglio per poterti sfogare a urlare? E allora adesso sfogatici, ma davvero però…. ”
Quella notte però credo che il problema fosse la presenza della figlia che dormiva nell’altra stanza e l’orario tardo. Iniziò infatti una vera e propria danza dei morsetti, sulle labbra, sulla lingua, sulle narici, sempre con strappata finale, che era accompagnata da mugolii sempre pù flebili del sottoscritto. A un certo punto prese a tirare i morsetti alle labbra verso il basso e quelli delle narici verso l’alto.
Chissà che spettacolo doveva essere il mio viso in quelle condizioni, ma a lei pare che piacesse visto che continuò anche per parecchio. Nel frattempo le braccia erano diventate due pezzi di ghiaccio, mentre mi accorgevo dalla pressione sulle spalle che le mani toccavano il letto, essendo loro ormai completamente insensibili. A un certo punto entrai in uno stato quasi di trance, il dolore acuto e continuato cominciò a provocarmi una saturazione e una insensibilità generale che mi prendeva la testa e mi astraeva dalla realtà. Il dolore, pur sempre presente, non stimolava più grida e lamenti, ma si accumulava progressivamente provocandomi l’equivalente di una ubriacatura. Venni lasciato così, da solo, per un tempo che non riuscii a valutare, come sempre quando sono legato.
Quando venni slegato rimasi immobile ben attento a non sfiorare nulla con le mani, mentre il sangue riprendeva a circolare; in quei momenti essere toccato equivale a mille frustate e mille punture di spillo applicate insieme. Rimasi così per molto tempo, meditando sul tempo trascorso: poteva essere stato un minuto, un’ora, un giorno…
Comunque io sarei stato sempre là, pronto e disponibile, oggetto di divertimento e di gioco della mia Padrona e delle sue aspiranti allieve…. FINE

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