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Marta

Mi chiamo Marta, ho 26 anni e, per quanto incredibile possa sembrare e per quanto io stessa non riesca a capacitarmi di come abbia potuto accettare questo tipo di situazione, questa è la mia storia vera.

Lavoro come impiegata presso una grossa banca, nel reparto transazioni con l’estero ed ho sempre avuto con i miei colleghi dei rapporti di cordiale amicizia.
Con uno di essi in particolare, si era creata una sincera amicizia e complicità che si manifestava con sfottò e prese in giro bonarie e divertenti. Ci confidavamo tra noi e sapevamo, l’uno dell’altro, molte cose “private”.
Con questo mio collega, che chiamerò Gil, i rapporti erano esclusivamente amichevoli e non ci si frequentava al di fuori dell’orario d’ufficio benché fossimo entrambi single.
Spesso ci capitava di scherzare e di ridere insieme spettegolando senza cattiveria su qualcuno dei nostri colleghi, proprio come capitò una mattina di gennaio di quest’anno.
Eravamo presso il distributore di caffè quando passò nel corridoio una nostra collega, bellissima donna e sempre un po’ sostenuta nei rapporti con noi. Qualcuno dell’ufficio aveva provato a corteggiarla, cosa che era capitata anche a me appena assunta, ma avevano ricevuto come risposta una sdegnata indifferenza.
Così, quando passò salutandoci con un cenno della testa, Gil rimase ad osservarle le natiche ondeggianti per l’andatura.
Risi e prendendolo in giro gli dissi:
” Ti piacerebbe hè! Ma penso che dovrai rinunciarci, maialetto…”
Per tutta risposta si mise a ridere anche lui rispondendo:
” Guarda che è solo perché non mi và, ma sono sicuro che potrei averci qualche possibilità! ”
“Ha… Casanova! Sarei pronta a scommettere qualunque cifra! ”
Ci capitava spesso di scommettere il caffè o pochi euro su qualunque cosa, dalle partite di calcio al festival di San Remo, quindi per lui fu naturale rispondere:
“Questa è una cosa seria, se dobbiamo scommettere non mi accontento di un caffè! Potrei impegnarmi se la posta in palio fosse più allettante…”
“Guarda, sono così sicura che farai una figuraccia che sono pronta a scommettere quello che vuoi! ”
Spesso per scherzare, quando lui mi portava dei documenti da controllare o gli chiedevo qualche favore, lui rispondeva ridendo “Si Badrona” imitando la parlata e gli atteggiamenti resi celebri da certi vecchi films. Viceversa se era lui a chiedermi dei favori, rispondevo anch’io “Si Badrone…”
E spesso si scherzava sul fatto che se uno di noi due avesse vinto al superenalotto avrebbe assunto l’altro come servitore.
Insomma, per farla breve, tanta era la mia sicurezza di vincere che mi venne la pessima idea di proporre la seguente scommessa:
“Senti, se riesci a portartela a letto in una settimana a partire da oggi sarò la tua cameriera per un week-end. Altrimenti sarai tu a servire me per lo stesso tempo. Ti và? ”
Lui rise e rispose:
“Guarda che sono esigente. Se vinco dovrai ubbidirmi per bene…”
Lasciò in sospeso la frase ricca di significati, ma ero così divertita dall’idea che ed era così lontano dalla mia mente la possibilità di un coinvolgimento anche sessuale che non capii subito il recondito messaggio che conteneva quell’affermazione.
“Ok Casanova dei poveri. Andata! ”
Ebbi modo di pentimene amaramente!

Non ho mai capito se era già successo qualcosa tra Gil e la nostra collega o se davvero lui possedesse rare doti da conquistatore; sta di fatto che dopo tre giorni Gil si avvicinò alla mia scrivania e sussurrando mi disse:
“Oggi pomeriggio alle 18 vieni in quel dato Motel ma non farti vedere, perché ho un appuntamento con la bella e altera signora! ”
Scoppiai a ridere pensando ad uno scherzo ma comunque alle 18 mi misi con la mia vettura proprio davanti all’ingresso dell’albergo e dopo qualche minuto vidi arrivare Gil con la donna.
Scherzavano e sembravano complici anche se lei era evidentemente imbarazzata.
Entrarono nel motel e si accomodarono al bar.
Senza farmi notare entrai anch’io e mi posizionai in modo che Gil potesse vedermi ma non lei.
Lui mi vide e sorridendo cominciò a baciarla sul collo e dopo qualche minuto salirono verso le camere dove evidentemente una era a loro disposizione.
Dal mio punto d’osservazione trattenevo a stento il riso.
Restarono in camera circa un’ora e mezza poi scesero; lei era leggermente spettinata e lui aveva la giacca su una spalla. Facendo finta di niente li seguii fino all’uscita dove, a conferma di quanto era appena successo, si salutarono con un appassionato bacio.
La donna si allontanò e Gil ritornò dentro al motel; si avvicinò a me tutto contento e mi disse:
“Allora, hai visto? Sei convinta? ”
Ridemmo e ordinammo un aperitivo al bar mentre lo prendevo in giro:
“Complimenti, sei davvero un dongiovanni”
Rise anche lui poi però divenne serio e mi rispose:
“A me di quella lì non importa proprio niente. Ho fatto tutto questo solo per la nostra scommessa…”
Ci accordammo in modo che il venerdì, subito dopo l’ufficio, saremmo andati nella sua casa al mare dove, fino alla domenica sera sarei stata una perfetta camerierina. Onestamente pensavo ancora che la cosa si sarebbe risolta con qualche scherzo e molte risate, ma purtroppo non fu così!

Quando arrivammo a casa sua Gil mi accompagnò nella mia camera:
“Ecco, indossa questi abiti! ” mi disse.
Presi in mano una gonnellina cortissima ed un top di cotone elasticizzato bianco strettissimo:
“Ma non sarai mica matto! Io sta roba qui non me la metto! ”
“No! Ricordati la scommessa. Ti avevo avvisato che sono piuttosto esigente. ”
Ridendo uscì dalla camera.
Risi anch’io e cominciai a provare quegli strani abiti. La gonnellina era alta non più di 25 cm. ed era plissettata da metà in giù. Mi copriva appena le natiche lasciandomi le cosce completamente esposte. Il top era davvero stretto e, avendo io un seno piuttosto abbondante, si tendeva al massimo.
Nella parte inferiore non arrivava ad aderire al busto e lasciava scoperta l’attaccatura inferiore dei seni; pensai che era come avere una scollatura al contrario. Comunque indossavo un reggiseno bianco che non tolsi e quindi presi la cosa con relativa tranquillità.

Per tutta la serata e per il sabato successivo le cose andarono più o meno come avevo previsto: molti scherzi e molte risate tra di noi. Certo, gli portavo da bere quando me lo chiedeva, gli servivo il pranzo e la cena e cose di questo genere ma niente di più.

La sera del sabato però, inaspettatamente per me, mi disse:
“Questa sera ho invitato alcuni amici. Naturalmente Tu ci servirai…”
Pensai “eccola qua la scommessa, vuole divertirsi facendomi fare la cameriera per davvero”
Comunque abbozzai e risposi:
“Si Badrone…”
Seguendo le sui istruzioni preparai la tavola per dieci persone in terrazza, poi andai in cucina a preparare le ultime cose. La cena era stata preparata da un ristorante vicino e il mio compito era solo quello di sistemare le pietanze sui vassoi da portata.
Arrivarono gli ospiti ma non potei vederli appunto perché impegnata in cucina.
Gil venne in cucina a prendere del ghiaccio e mi disse:
“Adesso servo gli aperitivi. Tu rimani qui. Quando ti chiamo portaci gli antipasti. Ok? ”
“Ok capo! ” Risposi.
Quando mi sentii chiamare ed uscii reggendo due vassoi pensai di morire.
Gli ospiti non erano altro che tutti i colleghi che lavoravano nel nostro stesso ufficio i quali non credevano ai loro occhi per il mio abbigliamento così succinto.
Ci fu un attimo di vero imbarazzo ma Gil spezzò l’impasse dicendo:
“Marta ha perso una scommessa e la posta era che ci avrebbe servito come una brava camerierina. Prego, accomodatevi. ”
Si sedettero ed io servii gli antipasti, ma ogni voglia di ridere era scomparsa in me e pensavo già a come vendicarmi di Gil.
Lui capìì che non avevo gradito troppo lo scherzo e mi seguì in cucina.
“Sei veramente uno stronzo! ” Cominciai a dire ma lui mi bloccò:
“Sapevi quali erano i patti. Hai proposto tu la scommessa. Hai perso e quindi fai la brava ed ubbidisci! ”
Cogliendomi di sorpresa si avvicinò mi mise le mani sulle natiche attirandomi a se, poi mi baciò forzando con la lingua le mie labbra.
Fu un bacio lungo e mi lasciò senza sapere più cosa fare tanta era stata la sorpresa.
Poi, senza che fossi in condizione di reagire tanto ero scioccata, mi sfilò le mutandine. Subito dopo mi slacciò il reggiseno e, sfilandolo dalle braccia, me lo levò. Raccolse slip e reggiseno e se l’infilò in tasca:
“Avanti, gli ospiti stanno aspettando che tu vada a servirli! ”

Ancora sotto shock raccolsi i vassoi ed mi avviai verso il terrazzo.
Passando davanti ad uno specchio vidi che i miei seni ondeggiavano liberi sotto il top di cotone; si vedevano chiaramente i capezzoli e realizzai che gli ospiti, seduti a tavola, avrebbero goduto della vista della parte inferiore dei miei seni nudi mentre li servivo in piedi di fianco a loro. Speravo che comunque non s’accorgessero che non indossavo gli slip.
Speranza vana: appena uscii in terrazza tutti gli occhi si girarono verso di me ed io mi chiesi cosa avesse detto loro Gil.
Con un tuffo al cuore capii che non occorreva dire nulla: Gil si era seduto al suo posto a tavola ed aveva posato, di fianco al suo piatto, le mie mutandine ed il reggiseno. Ormai tutti sapevano che ero nuda sotto alla cortissima gonnellina. Ma il peggio doveva ancora arrivare.

Quando mi avvicinai a Gil, mentre gli servivo le pietanze, lui prese ad accarezzarmi le cosce da dietro, risalendo fino alle natiche che cominciò a palpeggiare senza ritegno sotto gli sguardi allibiti dei nostri colleghi.
Io ero così imbarazzata ed umiliata che non sapevo cosa fare ma la cosa peggiore era che ero anche eccitata e temevo che loro se ne accorgessero.
Poi Gil disse:
“Marta è veramente una brava schiavetta! Toccate pure anche voi se vi fa piacere. Sono convinto che a lei non dispiace affatto. Vero Marta? ”
Non risposi e rimasi con lo sguardo a terra per l’imbarazzo.
Comunque gli ospiti non si fecero pregare e cominciarono ad allungare le mani, dapprima timidamente, poi con sempre maggiore disinvoltura.
Finita la cena gli ospiti si spostarono in un angolo del terrazzo lontano una decina di metri dal tavolo, dove erano sistemate delle poltroncine di vimini e dove servii i caffè ed i liquori. Mentre bevevano Gil mi disse:
“Marta, vai a prendere le sigarette di Mario sul tavolo da pranzo… E Marta, corri! ”
Capii subito quale era lo scopo di quella richiesta: Avendo il seno abbondante e nudo sotto il top Gil voleva esibirmi e mi aveva ordinato di correre perche il seno dondolasse.
Trotterellai, più che correre visto i tacchi che indossavo; il seno ballonzolava e la gonnellina si sollevava a scoprire le natiche. Quando mi girai e tornai al trotto versi gli ospiti cercai di coprirmi istintivamente il seno.
Quando arrivai vicino a Gil lui si alzò e presami per un braccio mi trascinò, senza troppi complimenti, verso il tavolo da pranzo. Arrivati vicino al tavolo mi girò verso gli ospiti:
“Adesso torni là trotterellando ma tieni le braccia dietro la schiena! ”
Mi lasciò li e si risedette sulla sua poltroncina facendomi segno con la mano di muovermi.
Cominciai a correre ed il seno cominciò a sobbalzare fino ad uscire del tutto dal top.
Mi venne impedito di risistemare il top e restai a seno nudo per il resto della serata.
Continuarono a toccarmi lascivamente per tutta la sera ma non dovetti soddisfarli in altro modo.

Verso le 11 gli ospiti andarono via, anche invitati senza mezze parole da Gil, che voleva evidentemente rimanere solo con me.

“Marta, vieni qui” Mi chiamò dal salotto.
Gil si sedette su una poltrona e volle che io rimanessi in piedi di fianco a lui di modo che potesse comodamente infilare una mano sotto la gonna a palpeggiarmi le natiche:
“Ho una sorpresa per te, guarda”
Accese il televisore ed il videoregistratore; sullo schermo cominciarono a scorrere le immagini di me che servivo i miei colleghi seminuda mentre loro allungavano le mani sotto la mia gonna e sui seni. Io che correvo con il seno nudo e ballonzolante. Io che mi chinavo per servire il caffè scoprendo le natiche nude sotto alla cortissima gonnellina.
Gil aveva ripreso tutta la serata da delle telecamere che doveva evidentemente aver posizionato con grande cura.
“Eh si cara Marta, credo che da oggi in poi ti convenga essere molto più ubbidiente”
Lui rise e rimase ad ispezionarmi sotto alla gonna mentre grosse lacrime cominciavano a scorrere sul mio viso e sul mio seno nudo.

Durante la notte e la domenica successiva Gil si sfogò più volte con il mio corpo.
Usò la mia bocca, il mio sesso e le mie terga.
La sera di domenica mi riaccompagnò a casa. Io non avevo più parlato dalla sera precedente.
Durante il viaggio Gil mi disse che avrei dovuto da adesso in poi essere disponibile e lasciarmi toccare liberamente dai nostri colleghi; se mi fossi ribellata avrebbe reso di pubblico dominio la videoregistrazione che mi riguardava. Disse anche che i colleghi non avrebbero raccontato in giro il nostro segreto. Mi lasciò sotto casa mia dopo essersi liberato ancora una volta nella mia bocca. Passai la notte a piangere.

Il lunedì mattina mi ci volle tutto il coraggio del mondo per presentarmi in ufficio. La speranza che la cosa si fosse conclusa svanì immediatamente quando uno dei miei colleghi che aveva partecipato alla cena del sabato mi si avvicinò e come se niente fosse prese a soppesarmi i seni:
“Ma come Marta, hai messo il reggiseno? ! Farò le mie critiche a Gil”
Mi palpeggiò ancora un attimo sorridendo: tutta la scena era avvenuta sotto gli occhi degli altri colleghi che ridacchiavano.
Provai un moto di ribellione e mi scostai bruscamente.
“Male Marta, molto male. Gil non sarà contento. ”

Ero disperata ma il peggio doveva ancora arrivare.
Infatti quando arrivò Gil il collega che si era lamentato del mio reggiseno gli raccontò l’accaduto.
Gil si avvicinò e mi disse ad alta voce perché tutti potessero sentire: “Seguimi Marta”
Gli occhi di tutti erano incollati a noi ed a quanto stava succedendo.
Mi portò in un angolo dell’ufficio:
“Slacciati la camicetta e togliti il reggiseno! Davanti a noi devi sempre stare con i seni disponibili”
Ubbidii e mi denudai davanti a tutti. Poi Gil mi disse ancora:
“Alza la gonna Marta! ”
Sollevai la gonna fino all’inguine: ” Più su. Avanti ubbidisci”
Quando rimasi con la gonna alzata fino alla vita Gil Chiamò uno dei colleghi:
“Vittorio vieni qui e dai uno schiaffo in viso a Marta. Ha le mutandine ed i collants. Non deve più indossarle quando è con noi. ”
Vittorio si avvicinò e mi diede un ceffone che mi fece esplodere una guancia.
Gil rimase un attimo a godersi quel dominio su di me poi mi ordinò:
“Chiedi scusa. ”
Incredibilmente mi sentii scusarmi davanti a dieci uomini per aver osato indossare le mutandine, le calze ed il reggiseno:
“Scusate, non succederà più”
“Via quelle calze e quelle mutande”
Con le lacrime agli occhi mi sfilai i collants e le mutandine cercando di coprirmi con le mani:
“Via quelle mani Marta” Mi intimò un altro collega.
Scostai le mani e rimasi con la gonna sollevata ed il sesso esposto per qualche minuto.
Poi Gil mi disse:
“Hai osato reagire mentre luca ti palpava le tette. Luca vieni qui e schiaffeggia Marta. ”
Luca si avvicinò e anche lui mi colpì con un ceffone molto forte, forse offeso dalla mia reazione di prima. Gil continuò:
“Marta chiedi scusa a Luca e pregalo di schiaffeggiarti le tette”
“Scusami Luca. Mi schiaffeggi le tette per favore? ” Sentii la mia voce dire ma non riuscivo a credere di essere io a pronunciare quelle parole.
Luca sghignazzando soddisfatto prese a soppesarmi e strizzarmi il seno, poi cominciò a colpire la parte inferiore dei miei seni con il palmo della mano, sempre più forte, facendo sobbalzare i seni da una parte all’altra del busto e strappandomi qualche smorfia di dolore. Quando si ritenne soddisfatto si allontano commentando ridendo: “Mi sento meglio. ”

“Adesso avvicinati a tutti i colleghi, se qualcuno ha voglia di baciarti sulla bocca tira bene fuori la lingua e lasciati ispezionare da tutti” Mi ordinò Gil.
Cominciai quell’umiliante giro con la gonna ancora sollevata ed la camicetta aperta sul seno.
Tutti, a turno mi infilarono le dita nel sesso; qualcuno volle baciarmi. Mi soppesarono e pizzicarono i seni e mi palpeggiarono le natiche.
Quando tutti furono soddisfatti potei ricompormi e prendere posto alla mia scrivania.

Da quel giorno tutte le mattine dovevo subire da parte dei colleghi quella ispezione umiliante e chiunque di loro poteva toccarmi quanto voleva, farmi sollevare la gonna per guardarmi il sesso che intanto mi avevano fatto rasare o portarmi in uno stanzino che veniva usato come archivio per liberarsi nella mia bocca o nel mio ano. Solo Gil poteva penetrarmi nel sesso, a segno che comunque il padrone era lui.
Anche il mio abbigliamento subì delle trasformazioni e dovetti abituarmi ad presentarmi in ufficio con mini gonne ed abiti succinti. A volte mi imponevano di stare seduta al posto di lavoro con un vibratore infilato nel sesso o nelle terga. Venivo inoltre continuamente fotografata in pose più o meno oscene.

Questo mio abbigliamento venne notato dal nostro direttore che una mattina mi convocò nel suo ufficio:
“Signorina, lei è molto carina ma purtroppo mi vedo costretto a ricordarle che l’ufficio non è una discoteca. Devo pregarla di adottare un abbigliamento più consono alla situazione”
Quando ritornai nell’ufficio che dividevo con i colleghi-padroni Gil mi chiese cosa voleva il direttore. Gli raccontai del rimprovero che mi era stato fatto. Lui rimase un attimo pensieroso poi mi permise di ritornare al mio tavolo di lavoro.
La mattina dopo mi presentai con una gonna un poco più lunga ed una camicetta un poco meno scollata. Arrivata in ufficio, mentre passavo in rassegna i colleghi perché m’ispezionassero, venni chiamata nell’ufficio del direttore. Qualcuno si lamentò in quanto non aveva ancora potuto palpeggiarmi a suo piacere.
Entrai nell’ufficio del direttore e cominciai a temere il peggio quando vidi Gil seduto su un divano di fronte alla scrivania.
Il Direttore mi guardò a lungo poi mi disse:
“Signorina, il dottor Gil qui presente mi ha esposto una strana storia riguardo al suo abbigliamento, e anche riguardo certe sue, prerogative, diciamo. Certo se le cose stanno come mi è stato esposto tutta la situazione cambia, ma volevo sentire cosa ha da dire lei! ”
Guardai Gil senza sapere cosa rispondere:
“Marta, ho spiegato al direttore la tua situazione. Lui è d’accordo a continuare questo stato di cose, naturalmente ne approfitterà anche lui, ma vuole sentire da te se è vero o no che sei una cagnetta perennemente in calore…”
Aveva usato appositamente un linguaggio volgare ed offensivo per coinvolgere maggiormente il direttore che mi guardava ormai con gli occhi arrossati ed una leggera bava alla bocca.
Risposi: “Ma sinceramente, non so cosa rispondere…”
“Puoi anche non rispondere Marta, apri la camicetta ed alza la gonna, fai vedere al direttore che belle cosine ci sono li sotto. ”
Ubbidii aprendomi la camicetta sul seno e sollevando la gonna per mostrare il pube rasato. Rimasi esposta tenendo la braccia dietro la schiena come avevo ormai imparato a fare.
Gil si alzò ed uscì dall’ufficio lasciandomi a disposizione del direttore.
Il direttore si avvicinò e cominciò ad osservarmi bene da vicino prima di cominciare a palpeggiarmi.
Poi si scaricò nella mia bocca e mi mandò via: “Vai pura Marta! ”
Non potei non notare che prima mi dava del Lei mentre adesso mi dava del tu.

Su idea di Gil e con l’appoggio del direttore mi venne assegnato un ufficio personale, in realtà poco più che un sottoscala, dove dovevo restare tutto l’orario di lavoro senza poter uscire. In questo modo il mio abbigliamento succinto non dava scandalo. Arrivavo alla mattina ed andavo via alla sera con lunghi cappotti o spolverini, che coprivano la quasi mancanza di gonne e camicette.
Annesso al mio piccolo ufficio c’era un bagno che serviva a me ed ai colleghi che mi usavano per poi lavarsi, se volevano.

Visto che adesso lavoravo isolata, perché comunque continuavo a svolgere il mio lavoro regolare, Gil ed i colleghi decisero che mi sarei seduta sollevando sempre la gonna e tenendo la gambe allargate. Mi venne fornita una scrivania senza laterali, in questo modo chi entrava nel mio ufficio le prima cosa che vedeva era il mio sesso esposto.
Davanti al mio tavolo venne sistemato un divano così che chi voleva poteva sedersi e gustare comodamente lo spettacolo che offrivo.

Spesso i colleghi si accomodavano in due o tre sul divano mentre sorseggiavano un caffè o si fumavano una sigaretta; io dovevo restare esposta tutto il tempo che volevano e spesso si trattava di lunghi minuti. A volte mi ordinavano di masturbarmi, altre volte mi torturavano con un frustino che avevano comprato appositamente per punire ogni mia minima distrazione o disobbedienza.
Le foto che allego mi sono state fatte in questa situazione e rendono perfettamente l’idea.

Dovevo stare attenta a queste disposizioni; una volta che un collega entrò all’improvviso non fui abbastanza rapida ad allargare le cosce. Venni portata davanti a tutti i colleghi a dovetti sdraiarmi su un tavolo con le cosce allargate. Tutti a turno mi colpirono con il frustino.

Venne disposto che sulla mia scrivania doveva esserci in cestino pieno di preservativi ad uso di quelli che mi adoperavano; quando la scorta diminuiva dovevo informare Gil e gli altri colleghi.
Questa era una forma molto sottile d’umiliazione in quanto tutti erano costantemente informati sul numero dei rapporti che avevo avuto.

Il direttore per soddisfarsi mi chiamava a volte nel suo ufficio, invece di venire lui nel mio.
In un’occasione mi chiamò e quando entrai da lui mi trovai di fronte il direttore, Gil e altre due persone che non conoscevo. Già la mini gonna copriva poco ma mi venne ordinato di sollevare la gonna. La fissai in vita, come avevo imparato a fare, e fui costretta a servire da bere ai quattro uomini nuda dalla vita in giù.
Poi rimasi in piedi esposta mentre gli uomini parlavano d’affari. Quando si salutarono sentii sgomenta che prendevano accordi che mi riguardavano: mi venne detto che la sera avrei dovuto restare a disposizione dei due clienti che non conoscevo. Venivo prostituita in cambio di un contratto vantaggioso. Alla sera Gil mi accompagnò all’albergo dei due clienti con indosso solamente il reggicalze nero, le calze scure ed i tacchi a spillo. Ero coperta solamente da un lungo impermeabile. Venni fatta entrare nella camera dei due poi Gil se ne andò.
I due uomini avevano evidentemente dei gusti sadici in quanto mi costrinsero a restare nuda in piedi mentre mi infilavano degli aghi attorno ai capezzoli. Poi si sfogarono con i miei orifizi a turno, e mentre uno mi penetrava o si faceva succhiare l’altro mi frustava sui seni , sul sesso e sulle natiche.
Quando decisero che volevano infilzarmi con gli aghi anche le labbra del sesso fui terrorizzata e per la paura non riuscii a trattenere qualche goccia di urina.
Si misero a ridere e mi fecero pulire con la lingua il pavimento.

Il giorno dopo raccontarono ridendo la cosa al direttore e a Gil. Qualche giorno dopo il direttore mi chiamò:
“Marta, non siamo contenti della figura che ci hai fatto fare. Noi prestiamo una puttana giovane e carina a dei clienti importanti e tu ti pisci addosso davanti a loro. Da oggi non ti è più permesso scaricarti senza il permesso mio, o dei tuoi colleghi. Dovrai essere sempre accompagnata in bagno e fare i tuoi bisogni a comando. ”
E così avvenne: da allora il bagno che comunicava con il mio ufficio venne chiuso a chiave e quando non resistevo più dovevo umiliarmi a chiedere a qualcuno di portarmi in bagno. Mi dovevo accovacciare ed aspettare l’ordine di scaricarmi.

Non sapevo come fare ad uscire da quella situazione: devo confessare che comunque passavo giornate intere in uno stato d’eccitazione assoluta. La cosa non passava inosservata per chi poteva comodamente ispezionarmi con le dita e con lo sguardo il sesso ed i capezzoli sempre duri e ritti.
Mi salvava il fatto che, tranne rare occasioni, fuori dall’orario di lavoro potevo condurre una vita quasi normale. Quasi normale in quanto non osavo legarmi sentimentalmente con un uomo per paura che capisse la mia situazione.

All’inizio di aprile ho cercato di farmi assumere presso un’altra banca; quando Gil lo è venuto a sapere si è arrabbiato moltissimo. Ha minacciato di fare avere le videoregistrazioni e le fotografie che hanno continuato a farmi in questi mesi, alla banca presso la quale ho presentato domanda d’assunzione.
Per punizione mi ha imposto di scrivere questa mia storia e di renderla di dominio pubblico.

Ma la punizione peggiore è quella che ho subito pochi giorni fa: Gil è entrato nel mio ufficio ed io, come sono costretta a fare, ho subito appoggiato un piede sul piano della scrivania allargando le cosce per esporre il sesso. Ma subito dietro a lui vedo entrare la collega che è stata la inconsapevole causa di questa mia situazione. Istintivamente ho cercato di ricompormi ma Gil non me lo ha permesso:
“Rimani con le cosce larghe. Lei è venuta proprio per vedere se era vero quello che le ho raccontato su di te, quindi non permetterti di cercare di coprirti. ”
Si sono seduti sul divano davanti alla mia scrivania e hanno commentato a lungo ridendo le pose che mi facevano mano a mano assumere.
Poi incredibilmente hanno cominciato a bacarsi e a fare all’amore li davanti a me, come se io non ci fossi. Poi, mentre Gil la scopava la donna ha fissato i suoi occhi nei miei e senza distogliere lo sguardo mi ha ordinato: “Poverina, noi ci stiamo divertendo e lei è li tutta sola con le gambe larghe. Masturbati troietta. ”
Cominciai ad accarezzarmi il sesso esposto come ordinato.
Quando hanno finito ho dovuto pulire prima il sesso di Gil e poi quello della donna con la lingua; è stata la prima volta che ho leccato una donna. Ma non l’ultima. Gil evidentemente si è invaghito di questa donna e mi ha regalato a lei. Adesso i miei padroni principali sono Gil e la Donna e lei, spesso viene a farmi visita nel mio ufficio. FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un’altra domensione. Arriva all’improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E’ così che nasce un racconto erotico.

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