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Ministero delle Pari Opportunità

La giornata era bella, ma l’aria era già un po’ freddina in quel lunedì di fine settembre.
L’autunno era già alle porte e Alessia non era dispiaciuta di avere indossato la felpa.
Era già da qualche minuto che camminava, dopo essere sbucata dal sottopasso della Metro, e cercava quell’indirizzo scritto sulla busta che stringeva in mano.
Si richiede massima riservatezza e puntualità, c’era scritto nel foglio all’interno, e Alessia si chiese per la centesima volta cosa potessero mai volere da lei al Ministero delle Pari Opportunità, per mandarle quell’invito.
Sezione Livellamento Condizioni, era l’ufficio che richiedeva la sua presenza, per motivi personali che la riguardavano, e lei si scoprì a rimuginare nella sua testa le più svariate congetture.
Continuava a camminare pensierosa, quel quartiere non lo conosceva, non c’era mai stata e tutte le strade le riuscivano nuove e sconosciute.
Finalmente trovò l’indirizzo che cercava. Un palazzo antico, ben tenuto e austero le si presentò davanti. Entrò nel portone che era chiuso solo a metà e si trovò in un lungo androne, con il tetto a volta, semibuio e deserto che percorse con passo incerto.
L’androne sbucava in un vasto atrio interno, circondato da un portico a colonne e ben illuminato dall’alto da una volta a vetri che lasciava scorgere il cielo. L’atrio era ricoperto da ghiaia finissima e molte piante e alberi tropicali facevano bella mostra di se. Si guardò in giro, ma non si scorgeva anima viva.
S’incamminò a passo lento lungo il portico alla sua destra, ricoperto da una passatoia di moquette rossa.
C’erano un sacco di porte, tutte chiuse e ognuna con una bella targa di ottone accanto, dove su era scritto l’ufficio o la sezione che si trovava all’interno.
Proprio sul lato di fronte all’androne di ingresso trovò quello che cercava.
La porta di mogano lucido era chiusa e la targa accanto diceva: Sezione Livellamento Condizioni S.
Suonò il campanello e dopo qualche istante la porta si aprì con lo scatto di una serratura elettrica.
Entrò titubante e si ritrovò in un lungo corridoio pieno di porte chiuse, anche questo con il tetto alto e a volta.
A metà circa del corridoio si trovava una scrivania dove era seduta una donna con le spalle alla parete.
Alessia si avviò verso di essa e avvicinandosi notò che l’impiegata era una donna austera, sui quarant’anni, con occhiali cerchiati in tartaruga e un camice nero e accollato di tessuto lucido.
* Si? — l’apostrofò la donna quando si fu avvicinata.
Senza una parola Alessia le tese la busta con l’invito. La donna la prese in silenzio e senza nemmeno darle un’occhiata, poi le indicò una panca in legno di fronte a lei.
* Si accomodi un attimo, — le disse fredda, — sarà ricevuta fra poco. –
Alessia si volse, emozionata e andò a sedersi sulla lunga panca di legno scuro. Poteva contenere sette o otto persone, si disse fra se, e sembrava uno di quei scranni che i preti mettono attorno all’altare per sedersi durante le funzioni religiose.
Osservò la donna occhialuta riporre in un cassetto la sua busta e poi parlare brevemente a bassa voce in un interfono.
Dopo qualche minuto di teso e nervoso silenzio, l’interfono ronzò e la donna rispose. Assentì brevemente e quindi la guardò.
* Può andare signorina M******, — le disse indicandole una porta in fondo al corridoio. -Suoni il campanello e le apriranno. –
Alessia, sempre più stupita, si avviò verso il punto indicatole, e giunta davanti alla porta schiacciò il pulsante che stava accanto.
Anche stavolta si udì lo scatto di una serratura elettrica e l’uscio si aprì.
Entrò decisa, trovandosi però davanti ad un’altra porta, pure aperta. Richiuse la prima e passò oltre la seconda, richiudendola alle sua spalle.
Si ritrovò in una stanza molto grande, senza finestre e con il tetto molto alto. L’ambiente era illuminato fortemente da luci al neon che provenivano dall’alto. Alla sua destra in alto c’era una specie di cabina a vetri da disc-jokey e dentro c’erano un paio di persone sedute davanti a delle complicate consolle. Di fronte alla porta, vicino alla parete, dov’era montato un grande specchio, c’era un qualche macchinario coperto da un grande panno bianco. Alla sua sinistra c’era una scrivania, dietro la quale stava seduto un uomo in camice bianco che le sorrideva.
La stanza era completamente insonorizzata, nessun suono proveniva dall’esterno e nessun suono poteva uscirne.
* Venga, signorina, si accomodi, non abbia paura! — le disse l’uomo con fare sicuro.
Alessia si avvicinò incerta, camminando sul pavimento soffice e imbottito e notò che era un bell’uomo di circa trentacinque anni alto e con un bel fisico muscoloso.
Si sedette sulla sedia che questi le indicava e restò in attesa.
L’uomo continuava a guardarla sorridendo in silenzio e dopo qualche istante fece un gesto di assenso verso la cabina in alto.
Immediatamente da questa partì un raggio verde sottilissimo e intenso che centrò Alessia proprio alla base della nuca.
In un attimo la ragazza si immobilizzò in trance: il raggio ipnotico l’aveva completamente svuotata di ogni volontà.
L’uomo dietro la scrivania premette un pulsante e mise in moto un registratore.
* Caso n° 27. 684 del 26 settembre 2013, alle ore 16 e 05 inizia la seduta. -disse parlando a un microfono nascosto, poi si volse verso la ragazza immobile e con gli occhi dilatati.
* Il suo nome? — chiese.
* Alessia M****** — rispose la ragazza con voce atona.
* Anni? — continuò l’uomo.
* Ventisette. -fu la risposta, data con lo stesso tono.
* Codice fiscale? —
* M**LSS********** —
* Residenza? —
* Via B*********, 44 ******. –
* Professione? —
* Sono assistente universitaria alla facoltà di lettere. — le domande e le risposte si susseguivano monotone.
* Chi è a conoscenza che lei si trova qui? —
* Nessuno. –
* Ha mai avuto rapporti sessuali? —
* Si. –
* Ha mai avuto rapporti anali? —
* No. –
* Per quale motivo? —
* Mi fanno schifo e sono molto dolorosi. –
* Bene, le nostre informazioni risultano esatte, — disse alla fine l’uomo col camice bianco, poi si alzò rivolgendosi alla ragazza.
* Seguimi! —
Si diresse verso il misterioso macchinario coperto dal lenzuolo e lo scoprì.
Si trattava di una specie di ripiano in simil-acciaio, spesso venti centimetri e con il bordo anteriore arrotondato e rivestito di una imbottitura di pelle. Era largo circa un metro e mezzo e lungo quasi due. Sulla superficie si notavano due fessure longitudinali, distanziate di trenta centimetri, che correvano per quasi tutta la lunghezza. Sembravano due guide e infilate in esse vi erano degli snodi che reggevano due larghe polsiere di simil-pelle imbottite.
Il ripiano poggiava su un enorme e lucido cilindro a stantuffo, dalla cui base si dipartivano due bracci che terminavano in due stivaletti, pure in simil-pelle.
L’uomo col camice fece avvicinare Alessia, sempre in stato ipnotico, e le ordinò di togliersi le scarpe.
Le fece infilare i piedi negli stivaletti, che affibiò con cura, e i polsi nei braccialetti che strinse, ma non troppo. Erano imbottiti, ma potevano lasciare dei segni, sottoposti a trazione.
Quando ebbe finito si posizionò davanti a una specie di consolle di comando che stava su un lato e fece nuovamente un gesto verso la cabina in alto.
Un’altro raggio luminoso partì nuovamente dall’alto, questa volta azzurrino e colpì Alessia nuovamente alla base della nuca.
* Ma che succede, che cos’è questa storia? ! — Alessia s’era svegliata dallo stato ipnotico, ritrovandosi bloccata alla strana apparecchiatura e fece uno sforzo per liberarsi.
* Stia tranquilla, signorina, non può fare niente per modificare la situazione. — Lo strano medico la guardava sornione e sorridente.
* Ma che significa? ! Perchè mi avete legata? Che volete da me? — Alessia continuava a strattonare per cercare di liberare almeno le mani.
* Cara signorina, c’è una cosa che deve sapere, — continuò l’uomo tranquillamente. -Due anni fa è cambiato il governo e, da allora, sono cambiate tante cose e sono state promulgate nuove leggi. Alcune di queste sono note alla maggior parte delle persone, altre un po’ meno, e altre ancora sono sconosciute. Una di queste ultime sancisce che tutte le donne di questo paese devono trovarsi in situazione di parità morale e fisica. Ora, un’indagine segreta del ministero ha rivelato che il quaranta per cento delle donne fra i diciotto e i cinquant’anni ha avuto rapporti sessuali sodomitici. Per dirla in breve: il quaranta per cento di queste donne ha il culo rotto. E siccome il governo, con tutti i buoni propositi, non può risanare ciò che è rotto, si preoccupa di romperlo a chi ce l’ha ancora sano, per far si che tutte le donne maggiorenni di questo paese vengano a trovarsi in una condizione fisica paritaria. Questo, dove si trova in questo momento lei, è proprio l’ufficio incaricato alla bisogna, la Sezione Livellamento Condizioni Sessuali. In parole povere, fra poco a lei verrà rotto il culo! —
Alessia aveva ascoltato a bocca aperta, allibita, lo sconclusionato discorso dell’uomo e alla fine le sembrò di ritrovarsi in un incubo.
* Ma è uno scherzo? Ma state dicendo sul serio? … Per favore mi liberi e facciamola finita. Non intendo sottostare un minuto ancora a questa ridicola pagliacciata! — esclamò tutto d’un fiato alla fine.
* No, non è uno scherzo e fra un po’ se ne renderà conto. -concluse, stavolta seriamente, l’uomo.
Azionò, poi, dei pulsanti sul quadro di comando che aveva davanti e il ripiano si sollevò fino all’altezza del pube della ragazza. I bracci con gli stivaletti si allargarono, costringendo la ragazza, che intanto aveva preso a gridare, ad allargare le gambe. Poi i bracci si ritirarono sotto il ripiano e contemporaneamente le polsiere, messe in trazione dalle guide all’interno, si muovevano verso l’estremità più lontana del ripiano, costringendo le braccia a stirarsi dolorosamente.
Alla fine, Alessia, si ritrovò piegata ad arco, con il sedere che sporgeva in fuori, il pube schiacciato contro l’imbottitura, le gambe tese sotto il ripiano e le braccia bloccate in avanti.
Cominciò ad urlare forsennatamente e a divincolarsi, nello sforzo inutile di liberarsi.
* Lasciatemi, pazzi maledetti! … Voglio il mio avvocato! … Chiamate la polizia! … Io mi rifiuto di sottostare a questo abuso! … Vi denuncerò tutti! — gridava e si divincolava, ma l’uomo pareva non badarle affatto.
* Aiutooo! … Qualcuno mi aiutii! … –
* Nessuno può sentirla, la stanza è insonorizzata, — le spiegò gentilmente l’uomo in camice bianco. -Ed è inutile che si agiti. Non può fare niente per cambiare le cose. Se sta calma e collabora sarà meglio per lei, mi creda, sentirà meno male e farà fare meno fatica a me. –
Alessia era incredula. Quello che le stava succedendo aveva dell’incredibile. Volevano sodomizzarla per ordine dello stato! Non era possibile, stava sognando! Ma che erano diventati tutti pazzi? !
Intanto l’uomo, dietro di lei, aveva preso un grosso barattolo e si era avvicinato.
Le sollevò la gonna di simil-jeans e gliela arrotolò sui fianchi. Poi le abbassò i collant fino alle ginocchia, scoprendo un bel culo tondo e sodo fasciato da un paio di mutandine di finto nylon.
La ragazza cominciò ad urlare a squarciagola e a dimenarsi sempre più scompostamente. Tirava sui bracciali forsennatamente e dimenava il sedere, tentando di sottrarsi a quella violenza.
L’uomo intanto le aveva abbassato le mutandine e le osservava compiaciuto le belle natiche bianche e sode, rinserrate per la paura.
Faceva quel lavoro ormai da un anno e aveva perso il conto di quanti culi aveva rotto. Si alternava con altri nove colleghi a fare un giorno alla settimana ogni due settimane. I sabati e le domeniche non si lavorava. All’inizio del turno prendeva la sua brava pillola di Viagra, fornitagli dal Ministero, e faceva le sue 6 ore e 40 di lavoro coscienziosamente. In un anno gliene erano capitate di tutti i tipi, di tutte le età e di tutti i colori, e ogni tanto, non lo negava, a qualcuna le sarebbe pure piaciuto metterlo nella figa, sana o rotta che sia. Ma questa era una cosa che lo stato, benevolmente, lasciava compiere ai legittimi consorti.
Questa quì, per esempio, era una di quelle. Era proprio un bel pezzo di gnocca e se la sarebbe scopata volentieri, ma le telecamere riprendevano tutto e la cassetta sarebbe finita in archivio e controllata.
Peccato, si disse mentalmente, mentre posava le mani sulle natiche tremanti.
* Adesso la ungerò con un po’ di vaselina, — le disse per tranquillizzarla. -Servirà a farle sentire meno male. –
Ma Alessia non era tranquilla per niente. Tirava e si dimenava, sbuffando e aveva quasi la bava alla bocca.
L’uomo le divaricò le natiche con una mano, mettendo allo scoperto il solco bruno e poggiò un dito unto di vaselina sull’ano piccolo e serrato dalla paura. Cominciò a massaggiare con movimenti circolari la zona tutt’intorno e il buco stesso, poi, con decisione inserì il dito per una buona metà.
* Aaahhhiiii!! … Bruciaa!! — urlò la ragazza contraendosi.
* Sssss… è solo un dito, che diamine! — le rispose l’uomo rigirandolo lentamente, poi lo inserì fino in fondo.
* Aaaaauuuuugggghhh!! … Ma che cazzo fa! … Mi sfondaa!! … Lo levi subito! — Alessia ormai era nel panico più totale.
L’uomo, imperturbabile, continuò a far andare il dito avanti e indietro, ruotandolo anche, per un bel pezzo, non lasciandosi intenerire dai contorcimenti e dai lamenti della ragazza.
Quando ritenne che la lubrificazione fosse ormai sufficiente, lo estrasse e lo asciugò in una salvietta.
Si sbottonò il camice e tirò fuori il membro, in stato di perenne erezione quando era in servizio. Era un buon calibro, lungo almeno venti centimetri e grosso in proporzione, pieno di vene turgide e con una cappella a fungo, rossa e larga. Il ministero faceva delle selezioni rigorosissime per l’assunzione, la misura minima per essere assunti era diciotto centimetri e inoltre bisognava avercelo ben proporzionato: niente roba sottile, tipo siluro o troppo grossa tipo melenzana.
L’uomo prese dalla tasca del camice un profilattico, lo scartò e l’indossò.
La ragazza ormai tremava violentemente, attendendo l’inizio di quella tortura che in vita sua aveva sempre cercato di evitare.
Sentì che le venivano allargate le natiche e scoppiò a piangere istericamente. La cappella si posò sul suo ano inviolato e la sentì premere dolorosamente per cercare di aprirsi la strada nel suo intestino.
Strinse il muscolo, mordendosi il labbro inferiore: cercava istintivamente di resistere a quell’intrusione dolorosa. Ma l’uomo alle sue spalle, tenendole le natiche divaricate, spingeva con costanza e forza e lei capì che era un professionista, non avrebbe potuto resistere in eterno. La vaselina, poi, faceva buon gioco.
Infatti, dopo qualche minuto, lei percepì, terrorizzata, che il muscolo cedeva, si apriva, si allargava, il dolore divenne insostenibile, si morse a sangue le labbra e urlò.
* Yaaaaaaaaggggggggh!! … Che maleee! … Mi fa malee!! … La prego, basta, si fermi, mi sta ammazzando! … –
Ma l’uomo non se ne dette per inteso e, incurante delle urla e delle contorsioni incontrollate della ragazza, continuò a spingere finchè il glande non fu risuccchiato per intero all’interno del muscolo impazzito per il dolore.
Rimase fermo per qualche istante, gustandosi le contrazioni spasmodiche dei muscoli sfinterici che gli stringevano il pene alla base del glande. La ragazza aveva smesso di urlare e adesso piangeva e gemeva, tremando in tutto il corpo.
L’impiegato del ministero riprese fiato e ricominciò a introdurre il pene nel retto della poveretta, che dava scrolloni paurosi e strillava a ogni spinta, finchè non arrivò a schiacciare il ventre contro le natiche tremanti. Era dentro tutto, fino in fondo. Diede un paio di spinte di assestamento e poi si fermò.
Alessia era immersa in un lago di dolore, fitte terribili le arrivavano dall’ano allargato a dismisura e si sentiva il retto intasato da una massa bruciante che la faceva sentire piena fino all’inverosimile. La sentiva palpitare oscenamente dentro di lei, ne percepiva la presenza in maniera netta e dolorosa e si sentiva aperta, squarciata fino all’estremo. Apriva e chiudeva le mani, spasmodicamente, per cercare di alleviare la tensione e in bocca sentiva il gusto amaro delle lacrime misto a quello dolciastro del suo sangue.
Quando l’uomo credette che la ragazza si fosse un po’ calmata e abituata alla sua presenza dentro di lei, cominciò un lentissimo andirivieni che strappò nuove grida di dolore alla povera Alessia, che sentiva quel cazzo gigantesco scanalarle il culo inesorabilmente.
Il ritmo dopo un po’ si fece più sostenuto e la ragazza ormai non faceva più niente per nascondere il suo dolore, urlava a più non posso e si agitava come un’indemoniata, nel vano tentativo di scrollarselo di dosso. Il dolore aveva oltrepassato vette mai raggiunte prima d’ora e tutto il suo corpo era immerso in un mare di tormento.
L’uomo alle sue spalle, intanto, continuava a stantuffarla nel retto, insensibile alle sue proteste, era abituato a sentirle gridare e ad agitarsi scompostamente. Ne aveva viste tante… ne ricordava qualcuna… una, in particolare, una bella donna di quarantanove anni, magra… aveva un culo piccolo e stretto e aveva urlato fino a strozzarsi per tutto il tempo, si era quasi spezzata un braccio a furia di dimenarsi… e quella ragazzina di diciotto anni, piccolina, sarà stata alta si e no un metro e quaranta, minuta… era stata una bella fatica… aveva un culetto piccolissimo e parecchio stretto… ce n’era voluto per romperglielo… che urla ragazzi! …
Alessia intanto non urlava più, cercava di muoversi il meno possibile per non aumentare la sofferenza sotto quelle spinte continue, respirava forte ed era tutta un bagno di sudore.
Cominciava ad avvertire uno strano pizzicore alla vagina e con orrore scoprì che, pur venendo inculata come una bestia, il suo corpo reagiva e si profilava in lontananza qualcosa di simile ad un’orgasmo.
Non riusciva a crederci: la stavano stuprando oscenamente nel culo e lei si eccitava vergognosamente.
Cominciò a bagnarsi e a mugolare, e per un attimo la cosa le parve quasi impossibile, ma avrebbe voluto avere le mani libere per toccarsi il clitoride infiammato di desiderio. Poi le vampate di piacere iniziarono a farsi sentire violente, il piacere che la pervadeva le faceva stringere ritmicamente le pareti del retto e le sembrava che la vagina si stesse sciogliendo per il calore. Mezzo minuto dopo ebbe il primo orgasmo. L’uomo la lasciò sfogare, poi ricominciò a sodomizzarla velocemente. Il secondo orgasmo arrivò dopo meno di venti secondi. Quando arrivò il terzo, dopo altri venti secondi, anche l’uomo ebbe un orgasmo violento e si scaricò standosene piantato in fondo all’intestino della ragazza, ma ormai Alessia era insensibile a tutto.
Dopo qualche minuto di pausa per riprendersi, l’uomo si sfilò dal sedere della ragazza. L’ano rimase oscenamente allargato e pulsante. L’uomo mantenne le natiche allargate e controllò lo stato del buchetto: era lucido di vaselina e si notava qualche piccola traccia di sangue.
Alessia era affranta, piangeva sconsolata e avvertiva un tremendo dolore allo sfintere. Faceva sforzi disperati per cercare di stringere il muscolo, ma fitte lancinanti le arrivavano al cervello, facendola gemere.
L’impiegato si tolse il preservativo e lo butto in un contenitore sterile per rifiuti, si riabbottonò il camice, poi avvicinò un carrellino su cui stavano dei tubetti e dei vasetti e il necessario per il pronto soccorso e si occupò della pulizia dell’ano usando un fazzolettino imbevuto, mentre Alessia uggiolava per il dolore. Alla fine provvide a spalmarle un unguento lenitivo.
Quando terminò fece il solito segno e nuovamente saettò il raggio verde che ipnotizzò la ragazza.
L’uomo riportò il ripiano alle condizioni di riposo, poi sciolse la ragazza dai bracciali e le fece uscire i piedi dagli stivaletti. Le fece rimettere le scarpe e le ordinò di seguirla. Lei ubbidì sempre con i collant e le mutandine abbassate, poi, scostata una tenda, la fece entrare in un bagno e le ordinò di lavarsi il viso e il resto e di darsi una rassettata e una truccata.
Quando Alessia uscì lui era nuovamente seduto alla scrivania e stava fumando una sigaretta. La ragazza, rimessa un po’ in sesto, restò in piedi al centro della stanza in attesa di ordini.
L’uomo la guardò per un lungo istante, pensieroso, poi parlò
* Adesso uscirai di quì, un taxi ti aspetta, ti farai portare a casa e ti metterai subito a letto a dormire. Domattina, quando ti sveglierai, non ricorderai assolutamente niente di quanto è successo, ma, da domani in poi, sarai condizionata e sempre disponibile a concedere il culo quanto te lo chiederanno. Vai adesso. –
Alessia si avviò con passo tranquillo, come un automa attraversò la doppia porta e percorse il corridoio con lo sguardo perso nel vuoto.
L’occhialuta impiegata la guardò passare con un sorrisetto ironico stampato sulla bocca. FINE

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