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Muovo le ali di nuovo

Finalmente. Era il tre di luglio. Era il grande giorno. Andrea si svegliò con una felicità immensa nell’anima. Aveva voglia di cantare e di ballare. Aveva voglia di gridare al mondo quanto fosse felice.
Era il giorno in cui scadeva la sua pena. Erano passati trent’anni. Lui oramai ne aveva cinquantatré, erano passati trent’anni e trentacinque giorni dalla maledetta sera in cui era stato rinchiuso in quella cella. Trent’anni; una vita, cazzo. Una vita da rifare. I più anziani del gruppo glielo avevano sempre ripetuto, loro che erano recidivi lo sapevano bene. Il difficile veniva ora, adesso doveva uscire e stare in piedi con le proprie forze, non c’erano più le regole della prigione. Non c’erano neanche i nonni che sapevano come procurarsi sigarette o alcool. Era fuori e doveva rimanerci, ma era solo. Sua madre non era ancora morta per aspettarlo e in tutto quel tempo non aveva mai smesso un attimo di pregare per lui. Ma sua madre oramai era una vecchia senza molto tempo da vivere. Le lettere che riceveva da lei parlavano di una malattia del sangue che la costringeva a letto da quattro anni. Le restava poco, ma gli ripeteva continuamente che non sarebbe morta senza prima riabbracciarlo da uomo libero.
E ora Andrea era libero. Come un uccello. Libero di muovere ancora le ali, libero di girare per le strade, di conoscere gente nuova, gente perbene.
Stava preparando la sua roba per l’uscita trionfale dal cancello di San Vittore, quando gli si presentarono alla mente i pochi ricordi del momento della sua cattura. Era in una strada, poco lontano da casa sua, non riusciva a ricordarsi come era finito lì, ricordò solo che aveva un maledetto mal di testa, e ad un tratto i lampeggianti della polizia che lo fermarono.
Scesero quattro agenti che lo immobilizzarono e lo portarono in questura, da quel momento era stato come sprofondare in un baratro. Lo avevano accusato di aver ucciso sua moglie, quarantatré coltellate al petto e al volto. Lui che l’amava così tanto. Lui che aveva sempre lavorato per mantenerla e per mettere da parte i soldi che sarebbero serviti per i figli che volevano avere. Lui che non aveva mai fatto male nemmeno ad una mosca. Già, lui era stato processato per direttissima, omicidio volontario, pena l’ergastolo. Pena poi tramutata in trent’anni per buona condotta, merito di quel sant’uomo del suo avvocato.
Ora non ricordava veramente più niente di quella faccenda, solamente quel forte mal di testa che l’aveva preso poco prima della cattura gli rimaneva di quella sera. Tutti i suoi ricordi partivano da quel mal di testa.
Uscì alle dieci in punto, dopo aver salutato i quattro amici che gli avevano fatto compagnia per gli ultimi anni. Il sole splendeva e riscaldava l’aria, anche il cortile del carcere, passandoci attraverso, sembrava più bello quella mattina, tutto il mondo lo aspettava là fuori e lui era pronto a buttarcisi nel mezzo.
Anche le guardie lo salutarono con calore, alcuni gli erano affezionati, era comprensibile, Andrea era un tipo calmo e riflessivo, forse troppo riflessivo. Tante volte la sua calma era scambiata per stupidità, e molta di quella feccia che divideva il carcere con lui aveva tentato di fotterlo, ma dopo qualche tempo era riuscito ad entrare nelle simpatie della gente giusta.
Si fermò qualche istante ad un passo fuori dal carcere a respirare l’aria degli uomini liberi, a farsi baciare il viso da quel sole che aveva visto solamente dal cortile per così tanto tempo.
Decise subito di andare a fare colazione, non aveva fame ma era così eccitato al pensiero di potersi fermare ad un bar e bere un caffè proprio come le persone normali, che volle provare questa emozione.
Tenne la tazzina del caffè così a lungo in mano che quando lo bevve oramai la bevanda era fredda ed il gestore iniziava a guardarlo male. Nessuno lo poteva capire, erano tutti attimi che lui stava godendo come nessun’altro al mondo.
Doveva prendere il treno per tornarsene a casa. Lo aspettavano tre quarti d’ora fino a Pavia, poi da lì avrebbe preso un bus fino a casa. Non aveva fretta e camminare per Milano a quell’ora lo faceva sentire un bambino in gita scolastica. Guardava le persone che incrociava, gli sorrideva, alcuni li salutava pure. Loro non ricambiarono le attenzioni, ma a questo Andrea non diede peso, sapeva che razza di bestie fossero le persone. A lui bastava essere felice in quei momenti di libertà, il resto non contava.
Arrivò a casa all’una di pomeriggio, sua madre non poteva muoversi dal letto e così gli venne ad aprire la filippina che accudiva la vecchia da qualche mese. Sua madre si mise a piangere vedendolo dopo così tanto tempo. Anche Andrea pianse, ma fu un pianto di felicità per averla trovata ancora viva e ancora buona con lui, dopo tutta la vergogna che le aveva fatto provare.
Si mise a tavola dove la ragazza: Shisy, seppe poi il suo nome, gli preparò un piatto di pasta. La ragazza non era certo una cuoca, ma sempre meglio della mensa della prigione. Finito il pranzo, si sedette sulla poltrona a fumare come era abituato a fare quando era un ragazzo, prima di sposarsi.
Da quella posizione poteva osservare la ragazza gironzolare per casa mezza nuda, abituata solamente alla compagnia della vecchia. Era di statura piccola, ma ben proporzionata, belle gambe affusolate, un sedere magro ma sodo e due seni piccoli che puntavano dall’interno della maglietta.
Andrea sentì i sensi rimescolarsi, voleva una donna e ne aveva una lì a portata di mano, aveva anche un dolce visino, ma ad Andrea interessava soprattutto il suo corpo. Shisy non parlava con il figlio della sua padrona, sorrideva solamente ogni volta che gli passava davanti per sistemare le stoviglie o qualche altro oggetto. Andrea sentì il cazzo irrigidirsi nelle mutande, l’avrebbe presa lì, sul tavolo, senza neanche dirle una parola, avrebbe goduto come sognava da anni e poi l’avrebbe lasciata continuare i suoi lavori. Era passato tanto tempo dal suo ultimo rapporto sessuale che a malapena si ricordava come si facesse. La vista ed il profumo di quella piccola orientale lo eccitavano oltremodo, e anche la ragazza sembrava accorgersene. I suoi sorrisi erano sempre più ampi e più bianchi quasi capisse a cosa stesse pensando quell’uomo seduto vicino a lei.
Andrea si immaginava la ragazza mentre lo spompinava, oppure mentre lo supplicava di sfondarle il culo stretto, e l’immagine di lei che si leccava i piccoli capezzoli scuri lo sconvolse, fino al momento in cui sentì la voce di sua madre chiamarlo dalla stanza da letto. Voleva parlare con suo figlio dopo tanto tempo, lui obbedì sedendosi vicino a lei e si fece raccontare mille storie di cui non ricordava nemmeno i protagonisti. Il mondo era cambiato in trent’anni, pensò. Non si rinfrancò a sentire quale fosse stata la fine di quel poco che possedeva prima di finire in carcere.
Seppe da sua madre che la casa che abitava con sua moglie era stata confiscata dalla banca che non riceveva più i soldi del mutuo. I genitori di sua moglie erano tornati al sud in preda alla disperazione per aver perso la figlia. Seppe anche che da quando lui era stato accusato di omicidio, anche sua madre aveva passato una vita d’inferno. Nessuno le rivolgeva più la parola, nessuno la chiamava più, nessuno chiedeva come stava, neanche i parenti che le erano stati così vicini alla morte del marito. Era rimasta sola, ma forte come era sempre stata, riuscì a sopravvivere e ad aspettare che suo figlio finisse di scontare il suo debito con la società. Sua madre era molto ottimista ed ora si diceva felice di vederlo ricominciare una vita.
Andrea non si sentiva così fortunato, stava salendo un’ansia dentro di lui, figlia di tutti i discorsi che aveva sentito in carcere. Doveva trovarsi un lavoro, ma chi avrebbe offerto un’occupazione ad un ex galeotto? Avrebbe voluto cercarsi una donna, ma quale donna si sarebbe innamorata di lui? Sentiva soprattutto il bisogno di fare del sesso, era troppo tempo che si accontentava dei giochini che si facevano nelle celle. Aveva bisogno di scopare una donna, e scoparsela per una notte intera, soprattutto ora che la filippina gli aveva rimescolato il sangue.
Fece i conti con quello che si trovava nel portafoglio, centomila: pensò che bastassero per una scopata. Sarebbe andato da una puttana quella sera stessa.
Arrivò presto la sera ed Andrea si preparò ad uscire con quei quattro vestiti che sua madre gli aveva fatto trovare nel suo vecchio armadio.
* Dove vai Andrea? – chiese la madre.
* Vado a fare un giro al bar. Voglio vedere se qualcuno mi riconosce ancora. – rispose lui.
* Va bene, ma non fare tardi. –
* Si, Ok. Buona notte, mamma. – e si chinò a baciarla sulla fronte.
* ‘notte. – la risposta della madre sembrava normale. Ma nei suoi occhi si poteva leggere una preoccupazione materna, forse esagerata, oppure un presagio.
Andrea uscì da casa fischiettando, dirigendosi a piedi verso la strada che portava in periferia, dove una volta si ritrovavano le prostitute. Era certo che, anche se era passato molto tempo, il ritrovo era sempre quello.
Camminando pregustava il piacere del sesso a pagamento, quello senza domande, senza nomi, senza strascichi. Arrivò alla rotonda dove abitualmente si fermavano le puttane, erano in tre, due bionde ed una mora, sembravano tutte slave. Erano carine e poco vestite, ma una delle due bionde suscitò l’interesse di Andrea più delle altre. Alta circa un metro e settanta, il seno ben proporzionato al corpo magro, due gambe lunghe e tornite, rispettava tutti i canoni della bellezza, insomma.
Andrea le si avvicinò, lei gli andò incontro.
* Ciao, quanto? – la timidezza di Andrea era sopraffatta dall’eccitazione.
* Cento la bocca e la fica. – la ragazza sembrava ripetere una poesia imparata a memoria.
* Ok, dove? – chiese Andrea.
* Se tu non hai macchina, andiamo qui dietro parco. – gli fece la ragazza indicando uno spiazzo pieno di siepi al bordo della strada.
* Va bene. –
* Dammi prima soldi. – la decisione della ragazza fece traballare le intenzioni di Andrea, aveva subìto parecchie angherie in carcere ed ora che finalmente riusciva a parlare con una donna, questa sembrava volerlo sottomettere.
Andrea era troppo eccitato per tornare indietro e passò la banconota alla puttana che lo squadrava dalla testa ai piedi. Forse pensava che fosse un pezzente, dopotutto solo i pezzenti non avevano la macchina. Ma il lavoro è lavoro e la bionda si accontentò.
Gli fece segno di seguirla in quella piccola radura dietro alla siepe più vicina, quasi sulla strada. Andrea la seguì senza proferire altra parola, stava pensando che finalmente dopo tanto tempo sarebbe andato con una donna, e soprattutto avrebbe potuto fare quello che voleva.
La ragazza, appena raggiunta la siepe, estrasse dal marsupio un profilattico e lo srotolò davanti agli occhi di Andrea che aveva già iniziato a toccarle il seno.
* Dai, abbassati pantaloni, dai. – la voce della puttana era piena di insofferenza.
Andrea iniziava ad innervosirsi, la fretta che la ragazza gli metteva non gli piacque, voleva godersi questa prima scopata e non aveva intenzione di fare quello che quella puttana gli diceva.
* Ehi, stai calma. Ho pagato ed ora faccio quello che voglio. – Andrea era guidato dall’eccitazione che oramai aveva preso possesso dei suoi pensieri.
* Allora dimmi cosa vuoi fare. Vuoi io metto a pecorina? – chiese la bionda.
* No, prima mettiti in ginocchio a succhiarmelo – Andrea si sentiva il padrone di quella ragazza e lei doveva obbedire a tutti i suoi ordini.
La ragazza lo guardò negli occhi con uno sguardo misto tra timore e sottomissione. Andrea si eccitò moltissimo a vederla scendere verso il suo cazzo e mettere il preservativo. Era sempre più eccitato all’idea di avere quella ragazza sottomessa ai suoi ordini.
La ragazza iniziò a spompinarlo dapprima lentamente, poi sempre più velocemente, sperando di farlo venire subito e toglierselo dalle scatole il più presto possibile.
Andrea non accennava a venire, godeva dello spettacolo ma non voleva bruciarsi subito tutte le cartucce, lo spettacolo doveva prolungarsi il più possibile.
Ad un tratto prese il viso della ragazza e lo sollevò con forza fino ad incrociare i suoi occhi:
* Ora baciami il culo, puttana! – era in preda ad un orgasmo cerebrale più che fisico, era il potere a farlo godere, non il sesso, era il potere a cui aveva rinunciato per trent’anni a farlo eccitare sempre più.
* Cosa vuoi? – la ragazza parve non capire.
* Ho detto di baciarmi il culo, forza! – Andrea era sempre più deciso.
Lui si chinò leggermente e la ragazza obbedì ai suoi ordini dandogli dei lievi baci sui glutei.
* Siete proprio strani. – le scappo tra un bacio e l’altro, pensando a quante richieste strane dovesse sottostare per far godere i suoi clienti.
Andrea non sentì tanto era preso a guardare alle sue spalle questa bella ragazza bionda che gli baciava il culo.
* Brava, brava. Ora mettiti a pecora che ti sfondo il culo. –
La ragazza si ritrasse subito capendo che forse le cose stavano degenerando.
* No. Se vuoi la fica scopiamo, per resto non ci sto. – Sembrava realmente scandalizzata da quello che le era stato chiesto.
Andrea montò su tutte le furie, come si permetteva questa puttanella di non esaudire un suo desiderio, forse non l’aveva pagata? Certo che l’aveva pagata. E allora doveva obbedire e basta.
* Forse non ci siamo capiti. Ti ho ordinato di metterti a novanta gradi. E tu ora lo fai! – la voce di Andrea era sempre più alta ed il suo viso si stava colorando di rosso.
* No, ho detto di no. Se vuoi scopare fica, bene. Altrimenti non si fa niente. – la ragazza si era sollevata e si stava riassettando i vestiti pronta per fuggire via.
* Io ho pagato e tu fai quello che ti dico. Hai capito puttana? – Andrea era fuori di se. Il cazzo era durissimo dall’eccitazione ed il sangue gli stava dando anche al cervello.
La ragazza capendo che l’uomo davanti a se stava dando di matto, cercò di fuggire, ma invece di correre verso la strada dove si trovavano le altre due sue compagne, scappò verso il centro del parchetto dove Andrea non riuscì subito a chiuderle la via.
Corse a perdifiato, ma i tacchi alti affondavano nel terreno e per Andrea fu facile rialzarsi i calzoni e lanciarsi all’inseguimento braccandola quasi subito.
Andrea non ragionava più, pensava solamente che quella ragazza aveva tentato di sfuggirgli e lui ora doveva punirla, tanto più che in quel punto erano veramente isolati sia dalla strada che dalle altre due puttane.
* Hai tentato di scappare con i miei soldi senza prima farmi godere? Meriti una punizione. – e così dicendo la schiaffeggiò due volte in pieno viso con molta forza. Tanto che qualche goccia di sangue sgorgò dal labbro della ragazza.
Lei tentò di urlare, ma Andrea le tappò subito la bocca.
* Tanto qui ora non ti può sentire nessuno. Hai capito? Ti conviene fare quello che ti dico, altrimenti domani la fotografia del tuo cadavere sarà su tutti i giornali. Capito bene? – c’era qualcosa di diabolico nella voce e nello sguardo di Andrea, non sembrava più lui. Gli occhi iniettati di sangue lo facevano sembrare una bestia affamata.
La ragazza annuì piangendo e, piegandosi alle voglie di Andrea gli sbottonò i pantaloni e si girò di schiena offrendo il suo bel culo al cazzo di Andrea che era rimasto duro.
* Va bene puttanella, ora ti sfondo il buco del culo. – Andrea rideva obbligando la ragazza a tenere giù la testa.
Lei, sempre piangendo, capì che non aveva via di scampo e inarcò la schiena il più possibile per favorire i movimenti di Andrea, così da sentire meno dolore possibile.
Andrea sembrava godere come un matto di quel gioco di bacino, tanto che dovette trattenersi per non venire subito nel culo della poveretta.
La ragazza continuò i suoi movimenti fino a che Andrea si ritrasse e la prese di forza, guardandola fissa negli occhi.
* Ora ti metti in ginocchio e ti fai pisciare addosso – il ghigno era sempre più diabolico.
Gli occhi della ragazza si riempivano di terrore guardando l’aguzzino che le stava davanti.
* No, ti prego. No. – e così dicendo sembrò voler scappare nuovamente.
Andrea capì i movimenti della ragazza e così riuscì a bloccarla in tempo, prima che scappasse nuovamente; ma la ragazza in preda al terrore iniziò a urlare con tutta la voce che aveva in corpo.
Andrea sembrava assente, quasi percepisse appena quell’urlo, ma sapeva che la ragazza stava facendo qualcosa che non doveva, e così come se obbedisse ad un ordine venutogli dal centro del suo cervello, fece l’unica cosa che poteva far smettere le grida della ragazza, che intanto teneva la bocca spalancata e gli occhi fissi su di lui. La colpì direttamente sulla bocca, con tutta la sua forza. Le ruppe due denti e continuò a picchiarla colpendola soprattutto al viso, come se volesse togliersi dalla mente quegli occhi impauriti che lo guardavano. Dopo poco la ragazza smise di urlare e si accasciò a terra priva di sensi, aveva subìto molti colpi e Andrea, vedendola a terra, la prese a calci, non soddisfatto del male che già le aveva inferto.
Quando Andrea ebbe finito di colpirla si rese conto che la ragazza avrebbe potuto metterlo nei guai, la sua mente invasata capì che doveva fare in modo che quella puttana non potesse raccontare a nessuno di essere stata con lui.
Le si avvicinò al petto, la sentì respirare ancora. Era viva, maledizione. Andrea non ci pensò molto, sollevò una pietra molto grossa che trovò vicino e la frantumò sulla testa bionda. La ragazza smise di respirare subito, finalmente era morta.
* Così non racconterai mai a nessuno di essere stata con me, brutta puttana! – pensò Andrea guardando il corpo martoriato della ragazza.
Doveva inscenare una rapina, cercò di spogliarla, le tolse le mutande e le buttò dietro al cespuglio, le strappò la camicetta, lasciandola a petto nudo. Andrea riusciva a muoversi a fatica, un terribile mal di testa lo stava assalendo. Con un incredibile sforzo intascò i soldi che la ragazza teneva nel marsupio: duecentocinquantamila lire. Il male ora era insopportabile, avrebbe voluto sbattere la testa contro il muro, iniziò ad allontanarsi da quel parco barcollando dal dolore al capo.

La vecchia madre di Andrea lo stava aspettando sveglia, erano oramai tre ora da quando suo figlio era uscito da casa per andare a fare un giro, e non si era ancora fatto sentire. Si stava preoccupando molto, dentro di se sapeva che qualcosa era andato storto, ed in fondo sapeva anche che suo figlio non era più lo stesso di una volta, era cambiato, lo vedeva assente, sembrava che ascoltasse sempre una voce dentro di lui prima di aprire bocca. Era strano, insomma. E questo preoccupava la povera vecchia che non riusciva a dormire.

Le luci lampeggianti illuminavano ad intervalli il muro dietro di lui, le sirene sembravano lontane, appena percettibili, invece le aveva davanti, a non più di dieci metri. Si trovò seduto su di un marciapiede senza che riuscisse a ricordare come fosse finito lì. L’ultima cosa che ricordava era di essere uscito da casa per fare una passeggiata in centro e vedere qualche vecchio amico, ma ora non capiva cosa ci facesse seduto su quel marciapiede, dall’altra parte del paese e con le gambe indolenzite. Aveva un forte mal di testa, ma sembrava che gli stesse passando lentamente. Le due volanti della polizia gli si piazzarono davanti, senza che lui potesse immaginare che gli agenti erano venuti per lui.
Si ricordava solo che era uscito per fare un giro, e quel fottuto mal di testa gli riempiva il cervello di dolore, senza che nessun ricordo potesse affiorare.
Lo presero senza che lui opponesse resistenza, lo processarono per direttissima e venne giudicato colpevole dell’omicidio della prostituta slava dopo che una collega della ragazza uccisa testimoniò contro di lui.
Venne inflitta la pena dell’ergastolo, e Andrea capì che non avrebbe mai più mosso le sue ali. FINE

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