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Nelle mani della Gestapo

Era l’inverno del 1940 e il segno della svastica copriva l’Europa come un manto macabro.
In quell’epoca, il capitano Helmut Schwarz aveva trentadue anni, capelli biondo chiaro a spazzola, costituzione robusta, alto circa un metro e ottanta, bocca sensuale, occhi freddi e azzurri. Adorava il suo comandante e si sentiva fiero di servire la sua patria. Il suo colonnello, capo della Gestapo a Budapest, lo avrebbe classificato un eccellente soldato, in qualsiasi circostanza. Ma sapendo che Schwarz, a vent’anni, era stato fidanzato e, sorpresa la sua ragazza mentre faceva l’amore con un altro, aveva ucciso il rivale con le sue nude mani e poi frustato l’infedele fidanzata fin quasi a ucciderla, aveva fatto il necessario perchè Schwarz fosse trasferito dalla Wehrmacht nelle file delle Gestapo, e se lo era preso come aiutante speciale.
Durante una licenza a Berlino, Helmut Schwarz era andato a casa di suo fratello maggiore, Dietrich, che combatteva sul fronte russo. Il fratello, trentacinquenne, si era sposato il giorno stesso in cui Hitler aveva invaso la Polonia. La moglie, una bella donna snella, fine, bruna, si chiamava Katherine e aveva trentadue anni.
Helmut Schwarz aveva messo subito gli occhi su Katherine, ma naturalmente lei non ne voleva sapere. Il marito era tutto l’opposto di lui, un uomo più premuroso, gentile, persino romantico, ma anche un ottimo ufficiale col grado di tenente. Di conseguenza, Helmut Schwarz odiava la cognata e aveva sognato spesso di prendersi la rivincita, se avesse potuto provare che la donna era una spia, oppure ebrea, o comunque colpevole in qualche modo, per poterla sbattere in una cella della Gestapo e metterle le mani addosso.
La fortuna gli arrise durante quella licenza.
Katherine, con la sua faccia sensibile e la sua pelle delicata, il parlare erudito (si era laureata, infatti, all’Università di Berlino), era ancora vergine quando aveva sposato Dietrich. Ma, come spesso accade a molte vergini che scoprono il sesso per la prima volta, aveva mostrato una febbrile sensualità, dopo essere stata svegliata e iniziata dal vigoroso marito.
L’assenza di lui, che combatteva al fronte, le aveva procurato molte notti insonni e infelici. Infine, per consolarsi senza essergli infedele con un uomo, e avendo notato nello stabile una bella ragazza diciannovenne, figlia di un anziano postino, che pareva avesse un debole per lei, l’aveva invitata nel suo appartamento, e là, le due donne, avevano scoperto gli illeciti piaceri lesbici.
La sua amante, Greta Kleist, era proprio una venere in boccio, i lunghi capelli biondi raccolti in una grossa treccia che le scendeva fin quasi alla vita, un corpo avvenente, musetto dolce a forma di cuore, pelle rosea e liscia come quella di un neonato. Ma nè Katherine nè Greta sapevano che Dietrich aveva dato al fratello la chiave di casa, nel caso questi, durante una licenza, avesse voluto andare a riposarsi là dopo le “dure missioni” nella Gestapo.
Così quella sera, quando si introdusse nell’appartamento, Helmut Schwarz udì respiri affannosi e gemiti sommessi provenire dalla camera da letto del fratello. Quando aprì la porta di colpo, sorprese Katherine e Greta nude, a parte le sottovesti arrotolate sotto le ascelle, che si contorcevano e si dimenavano nell’accoppiamento, i corpi impegnati nella dolce frizione del tribadismo, baci di fuoco e lingue frenetiche nelle bocche, mani carezzevoli sui seni, sulle natiche, nell’abbandono del piacere lesbico.
Il capitano Schwarz strabuzzò gli occhi, pascendosi per qualche attimo di quei corpi nudi e affascinanti nell’estasi del godimento. Poi la ragione prevalse in lui, e estratta la Mauser d’ordinanza dalla fondina, annunciò bruscamente la sua presenza nella stanza.
– Voi due, sporche scrofe! Siete in arresto! La Gestapo ne sarà informata! –
Le due donne nude avevano emesso grida di orrore e di vergogna, ricoprendosi con le coperte del letto, mentre lui telefonava al comando di Berlino. Venti minuti dopo, un cellulare si fermava davanti al portone, e quattro soldati entravano nell’appartamento per trascinare via le due donne piangenti.
Il capitano Schwarz le accompagnò personalmente e formulò le accuse contro di loro: rapporti sessuali indecenti e innaturali e, peggio ancora, la terribile accusa che Greta era sospettata di avere sangue ebreo nelle vene. Riuscì anche ad ottenere il permesso di dirigere l’interrogatorio.
Chiese due uomini robusti come attendenti. Gli assegnarono due tipi nerboruti con teste rapate a zero, indossavano magliette senza maniche nere e pantaloni di pelle alla zuava; i loro muscoli in rilievo riempirono di terrore i cuori delle due donne. Katherine venne bendata, imbavagliata, legata e chiusa, al buio, in uno sgabuzzino, in attesa di essere interrogata. Greta fu invece portata negli scantinati e affidata a Schwarz per l’interrogatorio.
Un’ora dopo, il viso di Greta era bagnato dalle lacrime, e la sua pelle di un delicato colore rosato era solcata dai segni delle frustate. Pendeva a testa in giù, la treccia disciolta e i lungi capelli biondi che sfioravano il suolo, e le corde legate attorno agli alluci gonfi erano fissate a una sbarra di ferro legata al soffitto. Le sue gambe snelle e slanciate erano allargate di un metro, e il suo corpo era nudo, come il giorno in cui era venuta al mondo.
Il capitano Schwarz era seduto a un tavolo e osservava con avido interesse il lavoro dei suoi aiutanti. Questi si erano occupati a turno della piccola Greta usando un frustino; e adesso lei gemeva e piagnucolava, con cosce, natiche, ventre, segnati da lividi rosso vivo. Ma la ragazza era ancora cosciente, e ancora ostinata.
Il capitano fece un gesto e battè la mano sul tavolo.
– Heraus, kameraden! – ordinò.

I suoi aiutanti fecero il saluto, gli cedettero il frustino con un volgare ammiccamento e un sogghigno, e poi lasciarono la cella, richiudendosi la porta alle spalle.
Schwarz si alzò dal tavolo, si leccò le labbra e osservò la fanciulla che oscillava a testa in giù, girandole intorno.
– Bene, piccola, adesso tu ed io siamo soli – iniziò a dire in maniera bonaria. – Mi dirai tutto quello che voglio sapere, capisci? –
– Aaaahhh…. pietà, non ne posso più… Non sono ebrea, lo giuro… non ho fatto nulla. Per favore mi tiri giù, la prego. Sto per svenire, il sangue mi va alla testa… abbia pietà! – gemette Greta, agitando e contorcendo il corpo che era scosso da brividi violenti.
– Non preoccuparti scrofetta, non perderai i sensi, piccola cara. Dunque, ti piace farti fare le porcherie da mia cognata, o sei forse tu a fare la parte dell’uomo? Però adesso che ti vedo bene e da vicino, non sei affatto un maschio. Hai dei deliziosi attributi femminili. Come questo, per esempio. –
Il capitano, sogghignando, allungò la mano sinistra, prese fra il pollice e l’indice un ciuffetto di peli biondi e ricciuti del pube e poi tirò brutalmente.
– Ahiiiii! … per pietàa!! … ma cosa fà, mi fa male! – gridò Greta, mentre il suo corpo si contorceva.
Il capitano della Gestapo sollevò lo sguardo, e dalla fessura dei suoi occhi azzurro ghiaccio notò che gli alluci di lei si erano molto gonfiati a causa delle corde che, reggendo l’intero peso, le segavano la carne.
– Oh, si, ma sopporterai ben più di questo. Ho appena cominciato, con te, meine schone kind! – ridacchiò, e afferrato un altro ciuffetto di peli pubici li tirò con uno strattone, strappandoli alla radice.
Si levò un altro grido di agonia e il corpo della ragazza dondolò, sobbalzò, si contorse. Naturalmente i suoi aiutanti avevano preso la precauzione di legare le mani della piccola dietro la schiena, in modo che lei non potesse difendersi.
Quanto era bella! Era una delizia guardare la bianca nudità che si contorceva, guizzava, si dimenava, attaccata alle corde, i lunghi capelli biondi che ondeggiavano, spazzando il pavimento. E la ragazza era ancora abbastanza fresca da sopportare molto di più.
Schwarz allungò ancora una volta la mano sinistra per carezzare la bianca coscia tesa e sudata di lei, con gentilezza, quasi con amore. Poi sollevò il frustino flessibile, lo roteò in aria e lo calò con un’abile torsione del polso, in modo da colpirla proprio nella vulva esposta. Le tenere labbra rosate del sesso si contrassero visibilmente a causa del colpo diabolico, si arricciarono. Il corpo si arcuò, sussultò nella frenesia del tormento, mentre un grido priolungato di agonia prorompeva dalla bocca. Gli occhi di lui si dilettarono dei frenetici spasmi muscolari delle cosce e delle natiche della ragazza, mentre il suo corpo sbatteva e sussultava. L’uomo aveva già una robusta erezione che gli gonfiava i pantaloni.
Un secondo colpo si abbattè preciso sullo stesso punto; la ragazza gridò in modo disumano per il dolore, e il suo corpo sbattè di nuovo selvaggiamente, mentre le corde impietose le affondavano nella carne degli alluci.
– Sto perdendo la pazienza con te, piccola bambina – le disse, e pressato il frustino nel sesso agonizzante di lei, lo mandò avanti e indietro come una sega. – Allora, vuoi confessare che sei una sporca ebrea, oltre che una scrofa che si diletta a lesbicare con mia cognata? Parla? –
– Aaahhh…. mi… u… uccida, ma la faccia finita; oh, mio Dio, soffro troppo… Ah mi uccida, mi uccida! – gemeva febbrilmente Greta, ficcando le unghie nei palmi sudati, gli occhi stralunati e lucidi per il dolore straziante.
Con un’imprecazione il capitano Helmut Schwarz tirò a se un panchetto di legno e vi montò sopra. Poi, sbottonatisi i pantaloni, in fretta, liberò il membro eretto, grosso, infiammato, venato da turgide vene. Ma mentre afferrava la ragazza per le cosce, ridacchiò in modo satanico. Scese dal panchetto, si portò alle spalle di lei, vittima nuda e piagnucolante, tirò il panchetto a sè e vi rimontò sopra. Poi, allargatele le natiche paffute e sode, mise in mostra l’orifizio stretto e grinzoso. La mantenne in quella posizione con il pollice e l’indice della mano sinistra; prese il frustino con la destra, e spinse l’impugnatura contro il sensibile ano.
La povera Greta cercò di scattare in avanti per quanto glielo permettevano le corde e la posizione, avendo intuito le intenzioni dell’uomo. Gridò di terrore sentendo che lui le forzava lo sfintere, ma non potè opporsi al suo insano desiderio.
L’impugnatura di cuoio del frustino era grossa almeno quanto un pene maschile e Schwarz faticava, cercando di introdurgliela nel sedere. Strinse le mascelle, e premette con forza, finchè le pareti dello stretto canale si aprirono accettando malvolentieri il duro bastone di cuoio.
– Ahhh! Mio Dio! Pietà! Me lo tolga…. Aaaaahhhh mi rovinaa! … Mi lacera tutta, pietà….. aaahhh… ahhhhh… basta, bastaa, la pregoo! – le sue grida isteriche si erano fatte rauche.
Ma il capitano della Gestapo continuò ad affondare il manico del frustino nel retto della povera ragazza che guizzava come una biscia e si contorceva tutta urlando di dolore. Lo spinse con sadica ferocia finchè gli fu possibile, spaccandole l’ano e facendola sanguinare. Poi, mentre lei continuava ad urlare in modo disumano e a dimenarsi, l’uomo si spostò di nuovo con lo sgabello davanti alla ragazza. Affondò le dita nelle natiche tremanti di lei e spinse il pene rigido nella sua vagina. Un grido di sorpresa sottolineò il suo immenso piacere per l’improvviso e inaspettato ostacolo: il suo imene!
E udì le acute grida di lei, grida di dolore e di rabbia, di vergogna e di impotenza. Con un grugnito gutturale l’uomo affondò con cattiveria: dovette dare tre o quattro spinte vigorose, per rompere l’elastica membrana, e infine sprofondò nella vagina strettissima, allargandola dolorosamente. Spinse con ferocia malvagia, incurante delle stridule urla di agonia che emetteva la ragazza, arrivò a toccarle il fondo dell’utero con una botta micidiale e poi, ansimante di sensualità, si mise a chiavarla. La povera Greta, nuda e impotente, lanciava grida, suppliche incoerenti, che erano una musica dolcissima, per quel sadico in uniforme. Le botte terribili del pene le rintronavano nel cervello, gli spasimi della carne violentata la trafiggevano con ferocia e un dolore martellante le saliva dall’ano martoriato.
Pianse e urlò disperata per tutto il tempo che il suo aguzzino la scavò nella sua femminilità violata, inzozzata dal suo stesso sangue e quando lui eiaculò dentro di lei si tese tutta come colpita da una sincope e s’accasciò poi sfatta, sfinita.
Quando il capitano ebbe finito e scese dal panchetto, il suo organo era macchiato di sangue virginale e sangue colava anche dall’ano spaccato e oscenamente dilatato della ragazza, che aveva ancora il frustino piantato tra le natiche. Ora, accosciato, aveva preso nelle mani la faccia della poverina, e sollevatale la testa, aveva sfregato il pene insanguinato nei lunghissimi capelli di lei.
– Bene, Greta Kleist. Ti ho dato un po’ di piacere, eh? Dunque riprendiamo il colloquio – la sua voce era ancora piena di desiderio. Le guardava il corpo all’ingiù, lucido di sudore, segnato dai lividi della frusta, mentre guizzava, si contorceva, vibrava, appeso alle corde che le tormentavano gli alluci e con il manico del frustino che le torturava lo sfintere.
Si allontanò momentaneamente e tornò con un paio di pinze d’acciaio; si accosciò e applicò le pinze a un capezzolo color corallo scuro, cominciò a stringere con lentezza esasperante.
– Deciditi ora, Greta! La verità, ora! – e così dicendo stringeva un po’ di più.
– Noooo! … Ahrrrr, aaahhh, Dio mio salvami! – strillò la ragazza con indicibile tormento. – Parlerò, parlerò, oh mi lasci vivere, mi lasci vivere, parlerò, dirò tutto quello che vuole… –
– Rispondi svelta, confessa che sei un’ebrea, sbrigati o te le strappo – disse irato Schwarz.
– Si, si, parlerò, confesso tutto – balbettò debolmente Greta, il corpo scosso da tremito convulso. – Aaah… mi tiri giù… i miei alluci… mi si staccheranno… aahhh… pietà! –
– Sta bene, ragazza, aspetto la tua confessione; e non farmi perdere ancora tempo, che ho da interrogare ancora la tua bella ganza! – strinse ancora le pinze, questa volta sull’altro seno. Greta strillava, si dibatteva, si contorceva, e le braccia torcevano i legacci che le segavano la carne dei polsi, già purpurei per i segni della continua frizione e dei frenetici tentativi di liberarsi.
– Confesserò tutto quello che vuole… ma abbia pietà! Mi lasci andare… aaaaahhhrrrrrr… –
L’uomo digrignò i denti per la rabbia.

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La letteratura erotica ha sempre il suo fascino perché siamo noi a immaginare e a vivere, seduti su una comoda poltrona o a letto, le esperienze e le storie raccontate qui, Vivi le tue fantasie nei miei racconti, i miei personaggi sono i tuoi compagni d’avventura erotica.
Buona lettura.

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