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Notti di guerra

Simona è una ragazza di venti sette anni, bionda e minuta, non per questo poco tenace ed a volte aggressiva, fa la reporter free lance e si è catapultata a Baghdad con quella voglia a volte irresponsabile che accompagna le persone come lei, che fanno dell’immagine e della notizia

la loro ragione di vita.

La guerra non è ancora scoppiata e lei si è avventata per le strade della capitale irachena alla ricerca di spunti visivi e contatti umani che l’aiutino a realizzare il sogno nel cassetto, diventare una reporter famosa.

è rispettosa della religione islamica e veste come le donne di colà, con il velo in testa, la carnagione ed il colore dei capelli non l’aiutano, ben diversi sono infatti i suoi lineamenti rispetto a quelli scuri delle donne arabe, in particolare il biondo chiaro della sua corta chioma è un motivo che rende espliciti gli sguardi degli uomini del suk ove spesso si addentra.

Aprì gli occhi nella semioscurità della stanza di quell’albergo di infimo ordine che aveva preso a dimora, per risparmiare nel periodo di soggiorno in Iraq non potendo prevedere quanto tempo si sarebbe dovuta fermare, da lontano le giungevano gli odori delle spezie e la cantilena del muezzin, un boato ruppe il silenzio della notte, poi un altro ed un altro ancora: era l’inizio della guerra.

Il trambusto si propagò in un attimo nel piccolo albergo, anche lei si sollevò di scatto, voleva vivere in diretta le prime fasi della guerra, ma in quel momento la porta venne scardinata dall’inconsistente chiavistello che la teneva serrata, comparvero due uomini armati che parevano indossare le divise delle milizie.

Sono una reporter, sono italiana, ho un regolare permesso, gridò Simona correndo con la mano a toccare l’identificativo plastificato che teneva sempre al collo.

I due uomini finsero o non vollero capire quanto diceva in inglese, si lanciarono su di lei, strappandola giù dal letto e sbattendola a terra a faccia in giù.

Il terrore si impadronì di Simona che ripetè: sono una cittadina italiana, una giornalista……

Non fece in tempo a finire la frase perché un calcio nelle reni la zittì, i due parlavano concitatamente in arabo e lei non capiva nulla, si sentì perduta e per un attimo si rivide a casa con Marco, un amico con il quale qualche volta passava delle serate.

Ricordò l’episodio di quando si era incavolata a morte per un nonnulla, erano stati a cena fuori ed era anche un po’ alticcia, adesso erano a casa dove lei abitava da sola.

L’aveva fissato dritto negli occhi: questa sera faremo qualcosa di diverso dal solito, chiudi gli occhi e girati!

Marco l’aveva guardata perplesso ma eseguì l’ordine seguendo un riflesso incondizionato, lei lo ammanettò con le mani dietro la schiena, zittendolo non appena tentò una timida protesta.

Simona le mise una bavaglio alla bocca, le tolse i pantaloni e gli fece indossare calze e reggicalze da donna, ed anche un paio di sandali con il tacco esageratamente alto.

Gli legò pure le caviglie in modo che restasse immobilizzato come un salame.

Marco si era molto spaventato e Simona aveva continuato con il tagliargli le mutande, lasciandolo completamente nudo eccetto che per la camicia.

Con una certa dose di sadismo Simona le chiedeva come si sentisse, e lui chiaramente non poteva rispondere imbavagliato com’era, solo l’espressione degli occhi trasmetteva il riflesso di una crescente paura.

Simona continuò a torturarlo a parole, chiedendogli quali sensazioni provasse, alle quali non poteva che rispondere con lo sguardo, le chiese se fosse eccitato, terrorizzato o se avesse voglia di fare all’amore.

Con una spinta lo mandò lungo disteso sul divano, poi si chinò e glielo prese in bocca, per quasi venti minuti la sua lingua e le sue mani si destreggiarono su quella spada svettante, accelerando o rallentando il ritmo a seconda di come avvertiva l’avvicinarsi dell’orgasmo, che smorzava strizzandogli i testicoli.

All’improvviso Simona decise che era giunto il momento di concludere la serata, si strappò di dosso le mutandine autoimpalandosi sul piolo teso allo spasimo dell’amico, che al colmo della libidine non resistette a lungo inondandole la vagina.

Simona non capiva quale filo conduttore l’avesse portata a questo ricordo in quei momenti di autentico terrore, venne colpita ancora prima di essere sollevata e ributtata sul letto, erano entrambe abbastanza giovani, ora scorgeva alcuni particolari del loro viso increspato dal sole e dalla barba scura, si era ammutolita, pensò di star calma che le cose si sarebbero sistemate e l’avrebbero lasciata andare.

Quello che sembrava il più giovane dei due posò il fucile mentre l’altro la teneva sotto tiro, uno strano lampo di luce comparve negli occhi dell’arabo, si avventò su di lei strappandole di dosso prima il tesserino da giornalista e poi la camicetta, che si lacerò sul davanti liberando i suoi seni bianchi, ansimanti per la paura.

I due si scambiarono un cenno d’intesa, il corpo di Simona, dalla pelle color della luna, i suoi capelli dorati, il suo seno da adolescente ne facevano un boccone prelibato da non lasciarsi scappare.

La svestirono completamente e mentre uno le teneva le mani dietro la schiena, l’altro fece due passi indietro per meglio valutare la preda, incurante del frastuono in lontananza causato dalle bombe che scuotevano le gracili mura degli edifici della zona.

Dopo averle strappato i pantaloni il più anziano le palpò i seni, il ventre, le cosce e le natiche; adesso era il più giovane che la teneva per le braccia mentre l’altro tentava di aprirle le gambe a forza.

La paura e la rabbia raddoppiarono le forze di Simona che si dibattè ed urlò come una disperata senza però che nessuno venisse in suo aiuto, finchè il più anziano perse la pazienza e la schiaffeggiò duramente, traendo dalla cintola un pugnale lungo ed affilato, che venne fatto balenare all’altezza del pube.

Ora basta puttana disse in uno stentato inglese, poi la minacciò in lingua araba così esplicitamente che non serviva alcuna traduzione, in poche parole le ordinò di aprire le gambe o le avrebbe aperto la pancia con il pugnale.

Simona rimase terrorizzata, bloccò istantaneamente i suoi movimenti, tacque e restò immobile trattenendo il respiro.

La punta del pugnale le ordinava di allargare le cosce, Simona ubbidì girando la testa per non vedere, ma l’arabo non si accontentava di quanto lei si apriva, così che fu costretta a spalancare al massimo le gambe, pensando solo che doveva salvare la vita.

L’uomo le mise un cuscino sotto il culo ed avvicinò il viso per guardarle da vicino la fica ed il pube depilati.

Aprì la fessura rudemente e infilò nella vagina due dita, spingendosi all’interno; il corpo di Simona fremette mentre le dita la esploravano, scavandola e frugandola.

Poi le tolse veloce le dita dalla fica e si scoprì il membro reso turgido da una possente erezione, le fu sopra come un animale infoiato: per un tempo che le parve interminabile Simona subì l’assalto dell’arabo, i colpi del suo randello che le spaccavano l’utero senza alcun riguardo e senza alcun controllo, finchè il predone urlò il suo orgasmo riempiendola di sperma.

Fu lui a tenerla per le braccia mentre il più giovane la montava con eguale veemenza e bestialità, stuprandola e mordendole i seni selvaggiamente.

Mentre al buio sconquassato dai bagliori delle bombe ora lontane, ella cercava di riprendersi dopo che i due si erano dileguati, le ritornò alla memoria Marco ed i giochi che si erano ripetuti in forme diverse, dopo la prima volta che l’aveva legato.

Si rivide nella taverna dell’amico, lei aveva indossato un paio di stivali in pelle con calze e reggicalze a rete e sul davanti un fallo in gomma che le bardava il ventre, Marco venne nuovamente vestito con calze da donna e tacchi alti prima di essere imbavagliato.

L’amico fu fatto salire sul tavolo della taverna ove venne legato con ginocchia e caviglie ben strette, poi fu la volta dei polsi che vennero stretti con delle bende e con una corda bianca, che venne passata in mezzo alle travi a vista del soffitto.

A questo punto legò ben bene le estremità e poi prese le gambe di Marco facendolo scivolare lentamente giù dal tavolo, spostandolo in modo tale che restasse appeso con i muscoli stirati ed in leggera difficoltà di respirazione.

Per diversi minuti Simona si divertì a masturbarlo ed a prenderglielo in bocca, finchè un fiume di sborra le inondò la gola.

Poiché Marco cominciava a dare segni di sofferenza Simona gli slegò le caviglie fissandole ai piedi del tavolo, sul davanti a gambe divaricate, in modo che il sedere rimanesse apertamente offerto.

Ella spalmò con la vaselina il buco del culo dell’amico che ansimava eccitato per l’ineluttabilità di quello che lei intendeva fare, poi iniziò a penetrarlo, lentamente, guadagnando centimetro dopo centimetro fino a sfondarlo completamente.

Continuò a stantuffarlo con veemenza per molti minuti, mentre nell’amico cresceva la sofferenza ed il piacere per quell’insolito amplesso ove la donna si era sostituita all’uomo.

Simona alla fine di quel trattamento era ebbra di felicità, lo slegò completamente e caddero entrambe sfiniti, rimanendo uno sull’altra per diversi minuti.

Marco si riprese prima della compagna e l’orgoglio maschile prese il sopravvento, alimentato da un desiderio di rivalsa, Simona si lasciò legare le mani dietro la schiena, venne messa a pancia in giù sul tavolo, con rabbia l’amico le scoprì le natiche strappandole di dosso quello che indossava, ripetè il rito della vasellina e la sodomizzò rompendole il culo senza alcun riguardo.

Simona si lanciò per le strade di Baghdad dopo essersi risistemata alla meno peggio, evidentemente non era una notte fortunata perché qualche minuto dopo venne fermata ad un posto di blocco da una pattuglia di soldati davanti ad un edificio del regime, nella fretta di uscire aveva lasciato per terra, nella stanza dell’albergo, il suo identificativo e venne arrestata.

Si ritrovò sbattuta in una cella lurida e gelida, costretta a riflettere sulla sfortuna che sembrava perseguitarla, appoggiata su una brandina indecente, nessuno aveva voluto sentir ragione, nessuno l’aveva interrogata, nessuno le dava retta, rimase lì soffrendo un po’ di claustrofobia, affaticata e delusa, stanca e demoralizzata, si disse che appena chiarita la sua posizione sarebbe tornata a casa, non ne poteva più.

Le ore passavano lente aumentando la tensione, la luce nel corridoio era sempre accesa e lei doveva stare con il viso rivolto al soffitto altrimenti una guardia, che urlava cose incomprensibili in arabo, entrava all’interno minacciandola.

Non la lasciarono nemmeno dormire, quando si assopiva subito una guardia colpiva violentemente la porta per svegliarla, una specie di tortura che in quei luoghi viene usata spesso, per altro molto efficiente.

Simona aspettava con ansia l’interrogatorio necessario a chiarire la sua posizione, le dava forza la certezza di poter spiegare, chiarire ogni cosa, finire quell’incubo.

Ogni tanto veniva assalita dal terrore, si vedeva costretta a chiedersi cosa sarebbe stata capace di fare pur di uscire da quella situazione, e la risposta lentamente divenne quasi tutto, la sua dignità si stava dileguando con una rapidità che non avrebbe creduto possibile.

Non sapeva rendersi conto di quanto tempo fosse passato, nello stupro all’albergo aveva perduto anche l’orologio, finalmente erano entrate due guardie, un bestione grande e grosso con una barba nera foltissima, ed un uomo pelato, le urlarono addosso, la presero per le braccia spingendola fuori, Simona intravide i corridoi bui e sporchi, adesso le facevano male anche i piedi, non si sentiva bene, a stento riuscì a trattenere il pianto.

Il bestione durante il tragitto le aveva palpato il culo nello stesso modo in cui lo si fa con una bestia, ora stavano salendo su una scala e l’ambiente era cambiato, Simona si rasserena un po’, vede un tappeto sul pavimento e tutto le sembra più pulito ed ordinato.

Le guardie non la spingono più ma la accompagnano semplicemente, Simona sente avvicinarsi l’aria della libertà.

Si fermano davanti ad una porta in legno massiccio e devono aspettare, Simona si ricorda di essere donna, pensa al suo aspetto fisico, a quanto orrenda debba apparire in quello stato, se fosse stata messa bene le sue grazie femminili potevano aiutarla a rendere più veloce l’interrogatorio, si sa certe cose aiutano sempre, con gli uomini poi l’aspetto conta.

Ma non era un uomo che l’aspettava, dietro la scrivania sedeva infatti una donna.

A volte la mente umana, specie nelle situazioni più drammatiche, si sofferma su particolari strani, così che lei, prigioniera e disperata, si ritrovò a pensare che quella era proprio una bella donna.

Non aveva più di trent’anni, la guardava dritta in viso senza dire una sola parola, aveva occhi bellissimi, neri come i suoi capelli lunghi raccolti dietro la nuca, il portamento era austero ed il timore che incuteva era accresciuto dalla divisa.

Con un ordine secco fece allontanare le guardie, era evidente che il comandare faceva parte della sua natura, un brivido ed uno strano presagio le percorse la schiena, non era paura, era qualcosa di indefinito che non riusciva a individuare.

Finalmente si rivolse a Simona in un inglese scolastico: voi siete una spia delle truppe nemiche che questa notte hanno invaso il nostro territorio, iniziando il bombardamento della capitale.

Siete arrivata nel nostro paese da alcuni giorni mascherandovi da giornalista, sappiamo dove alloggiavate, secondo la nostra legge potreste essere giustiziata anche senza processo, ma vi sarà concesso di confessare quale tipo di spionaggio vi hanno mandato a fare i vostri amici occidentali.

L’accusa era pesantissima, Simona era rimasta scossa sebbene le avessero più volte detto prima di partire che questo tipo di accuse veniva tentate in via preliminare con tutti, cercò di misurare le parole prima di rispondere ma la donna sibilò: non abbiamo tutta la giornata a disposizione signorina!

La voce era profonda e perentoria, indicava già uno stato di irritazione, il volto però era rimasto sereno come se le parole fossero state pronunciate da un’altra persona.

Non ho mai avuto rapporti con spie, so a mala pena cosa sia una spia, sono una giornalista, disse Simona che aveva ritrovato fiato.

Lo disse con forza passando mentalmente in rassegna su quali persone al di fuori di quella prigione potesse contare, diplomatici, colleghi di lavoro, non le veniva in mente nessuno, era partita allo sbaraglio, forte del suo spirito battagliero, ora però aveva paura, ne aveva sempre di più.

La donna militare si alzò dalla sedia, lentamente, la divisa le stringeva addosso nei punti giusti, evidentemente quell’abito non veniva dai magazzini dell’esercito.

Ora era proprio davanti a Simona e la guardava fissa negli occhi: signorina, da qui non esce nessuno che non abbia dato completa e spontanea confessione, prima ve ne renderete conto e meglio sarà per voi!

Poi guardandole il collo con aria quasi distratta soggiunse: ma io voglio di più, molto di più!

Il suo volto era a pochi centimetri da quello di Simona quando pronunciò: e voi me lo darete e sarete felice di darmelo.

A nulla valsero gli ulteriori tentativi di chiarimento di Simona, che vennero soffocati da un altro ordine secco che richiamò le guardie, le quali la riaccompagnarono in cella, questa volta palpandole entrambe le natiche senza che ella avesse per ciò alcuna reazione.

Uno strano senso di assuefazione, molto insolito per lo spirito indomito di Simona, la stava sopraffacendo, se ne stava distesa sulla branda, quasi sospesa per paura di infettarsi, guardava il soffitto senza avere la forza di pensare coerentemente, si sentiva sporca, umiliata ed esausta.

Poco alla volta le pareti persero i loro sudici contorni ed ella si ritrovò in un salone, vi era molta gente che si complimentava con lei, sorridendole, abbiamo letto i tuoi ultimi articoli, sei bravissima, i tuoi racconti di guerra offuscano quelli dei tuoi colleghi, diventerai una star internazionale della carta stampata.

Le frasi si accavallavano senza un senso compiuto, era frastornata dal turbinio di persone che le giravano attorno, improvvisamente la porta si era aperta ed era entrata lei, l’ufficiale donna che poco prima l’aveva interrogata.

Viene assalita da quella paura quasi insopportabile che è tipica dei sogni, vorrebbe alzarsi e scappare, ma non può farlo.

Lei è bellissima, mentre si avvicina la gente che le sta attorno la guarda e si sposta intimidita, ora è davanti a Simona, la guarda negli occhi, la prende per mano e la fa alzare.

Simona è completamente paralizzata, sa che può farle qualsiasi cosa, le posa una mano sul fondo schiena, le solleva la gonna, il respiro di Simona si fa più affannoso, la donna militare comincia a muovere la mano, è un piacere intensissimo e sconosciuto, vorrebbe che continuasse per sempre.

Adesso la sta penetrando davanti, mentre lo fa i suoi occhi non la mollano un istante, poi si vede a terra distesa completamente nuda, i suoi occhi possono osservare solo gli stivali neri, ora è in piedi sopra di lei, le gambe divaricate, ne avverte lo sguardo prima della voce che sillaba lentamente: avanti cosa aspetti, alzati, muoviti!

Simona sente i fianchi che riprendono vita, comincia a dimenarsi sul tappeto, il contatto con la stoffa le da un piacere intenso, vorrebbe baciarla, baciare qualsiasi parte del suo corpo, si avvicina strusciando e si mette in ginocchio.

Finalmente ce l’ha davanti, le mani di Simona si muovono guidate dalla donna che la sovrasta, le apre i pantaloni, non indossa le mutandine, ha il suo pelo fulvo che le accarezza il viso, sente la mano posarsi sulla testa per guidarla, la lingua esce dalla bocca quasi conoscesse da sempre il sentiero che deve percorrere.

Simona assapora il profumo intenso che esce dalla fessura, lo aspira a bocca aperta, impazzisce dal piacere, si avventa dentro di lei per gustare la rugiada che bagna la folta peluria, si sveglia in quell’istante, sudata ed ansante, e scoppia a piangere come una bambina.

Ha il cuore che batte all’impazzata, non riesce a far altro che mordersi il palmo delle mani, tutto è ritornato come prima, le pareti sudice e tutto lo schifo che vi è intorno.

Da una fessura delle sbarre filtra una luce tenue, come di un giorno che si sta spegnendo, riprendono le bombe che scuotono i palazzi e la sua cella, Simona cerca di calmarsi e di pensare, non riesce a concentrarsi nella difficile situazione in cui si trova ma solo sul sogno che si è appena concluso.

Si sforza di pensare a sé stessa, a come può venirne fuori, ma il tarlo delle fantasie particolari, che ben si erano sviluppate con Marco, non la lasciano un istante, le ritornano in mente anche gli anni del liceo, quando era attirata da una compagna che amava indossare gli stivali.

All’improvviso Simona si disincanta, sente i passi delle guardie nel corridoio, si ritrova di nuovo di fronte alla porta in legno massiccio, uno dei due bussa e da dentro la stessa voce che lei ben conosce ordina di entrare.

In quegli attimi ella prova un misto di eccitazione e paura, si trova dentro la stanza, la donna in divisa sta scrivendo degli appunti in un foglio di carta, non degna nessuno di uno sguardo, mentre continua a scrivere Simona si guarda attorno, la stanza è ampia con un soffitto alto, deve essere uno di quei palazzi del regime con sotto le prigioni, alle pareti solo immagini del dittatore.

Lasciateci sole, ordina facendo allontanare le guardie.

Allora signorina avete pensato bene a quello che vi ho detto?

Mentre poneva la domanda si era alzata dalla sedia per sedersi su una poltrona, indossava la giacca ma non portava più i pantaloni, al loro posto si era messa una gonna sempre di color militare e scarpe con il tacco grosso.

Sedendosi accavallò le gambe e prima che Simona rispondesse soggiunse: vi ho già detto che non mi interessa solo la vostra confessione, quella mi è già dovuta, voglio molto di più!

Simona ritrovò un po’ di concentrazione ed un briciolo di concretezza: non ho confessioni da fare e quando questa storia sarà chiarita, qualcuno pagherà per il modo in cui sono stata trattata, sono una giornalista e basta!

Lo schiaffo arrivò sulla guancia destra di Simona che sentì la pelle bollire, era diritta davanti a lei e la guardava con una certa aria di sfida, quasi con commiserazione, non credeva di aver urtato così tanto la suscettibilità, venne presa per i capelli e buttata a terra: voi signorina avete bisogno di una lezione, qui non siamo in occidente, siamo barbari rispetto a voi, è così vero che ci descrivete sui vostri giornali, vero?

Prese da un cassetto un frustino e le si parò davanti, Simona tremava, aveva le lacrime agli occhi, si sentiva umiliata, non era mai stata picchiata in vita sua, ora stava addirittura per essere frustata da una donna.

Le strappò la camicia con forza, sebbene Simona avesse in qualche modo tentato di opporsi, era rimasta a terra tremante, vedeva solo le sue scarpe, percepiva che di lì a pochi attimi sarebbe arrivato il primo colpo, fu proprio così la carne bruciava e sembrava doversi aprire, un gemito angosciato uscì dalla bocca della giornalista, poi altri colpi le piovvero addosso, poi tutto svanì.

Quando si risvegliò Simona era ancora a terra nell’ufficio, avvertiva dolori in ogni parte del corpo, lei era seduta in poltrona e fumava una sigaretta: spero che la lezione vi sia servita, signorina!

Si era alzata movendosi per la stanza, apparendo e scomparendo alla vista di Simona che non capiva perché non riuscisse ad odiarla, si stava convincendo che quella punizione era giusta e dovuta, fece per alzarsi ma un ordine perentorio la bloccò.

Faccia a terra signorina, vi alzerete solo quando lo vorrò io!

Ora Simona aveva le sue scarpe a pochi centimetri dal viso, evidentemente si era messa in quella posizione apposta per dominarla meglio, ogni mossa di quella donna era volta ad umiliare la giornalista occidentale, che stava perdendo la sua boria ed era ormai vicina alla sconfitta.

Simona sentiva il profumo del cuoio che si confondeva con l’afrore animalesco che quella donna emanava, il miscuglio che le giungeva alle narici cominciò ad inebriarla, si soffermò a guardare i tacchi ricordando come ciò le capitava anche da ragazza con l’amica del liceo.

L’altra si accorse di quelle occhiate, prese una sedia e si sedette davanti a lei accavallando lentamente le gambe, Simona non poteva far a meno di ammirare le caviglie sottili e le cosce che mostrava senza alcun imbarazzo.

La voce della donna araba, suadente ma tagliente allo stesso tempo, le trapassò il corpo: qui non viviamo nella realtà, questo è un mondo a parte, qui per quanto possa sembrarvi assurdo, signorina, siete libera, libera di cercare le emozioni che vi rincorrono, state per scoprire chi veramente siete, io a differenza vostra lo so già!

Il piede era davanti a Simona, che capì esattamente quello che doveva fare, pochi attimi la stavano separando da un nuovo modo di interpretare la vita.

Lentamente, quasi avesse una propria volontà, la lingua di Simona uscì dalla bocca e arrivò al piede della donna, quando toccò la pelle un’ondata di piacere pervase la prigioniera, era una sensazione sconosciuta che finalmente si realizzava, non potè fare a meno di gemere, sentì la gamba distendersi e ciò le fece crescere a dismisura il piacere che provava.

Simona leccò con avidità il tacco, risalendo poi lungo di esso nella speranza che le fosse concesso di baciare la caviglia, ma uno strattone ai capelli la rigettò indietro: questo è solo il primo passo signorina, ne dovrete fare altri e ben più sostanziosi, adesso vi faccio riaccompagnare in cella a meditare.

Con il solito ordine secco richiamò le guardie che la portarono via, questa volta la trascinarono in una stanza diversa, che non conosceva, era grande, al centro c’era un letto enorme, la sbatterono sopra, la spogliarono nuda, in una specie di dormiveglia sentì le mani dei carcerieri che la palpavano, probabilmente avevano l’ordine di non violentarla perché se ne andarono poco dopo.

La luce si spense e cadde in un sonno profondo, quando si svegliò dalla finestra entrava un po’ di luce, aveva dormito per quasi un giorno intero, non era stata svegliata nemmeno dai bombardamenti pesanti che si erano susseguiti, cercò di riordinare le idee ma tutto si riduceva a pochi flash: non metteva più in discussione lo status di prigioniera, che anzi in cuor suo voleva continuasse.

Non discuteva più il fatto che potesse desiderare una donna, e che questa si identificava con la sua carceriera, e nemmeno che voleva essere dominata da lei, ciò rientrava nelle sensazioni che sentiva battere forte dentro di sé, si domandava solo quanto tempo sarebbe durato e cosa sarebbe rimasto di lei alla fine di tutto.

Non le importava quanto e come, anzi cominciò ad essere impaziente pensando al tempo che la separava dal prossimo incontro, avrebbe voluto che passasse velocemente.

Immaginò per un attimo di averla davanti e di poter scorrere le labbra all’interno delle sue cosce, di avvicinarsi lentamente alla sua foresta nera per poi leccarla tutta d’un fiato.

Simona lasciò scivolare la mano fra le gambe e subito provò un piacere immenso, si rese conto di non aver mai conosciuto il vero desiderio, quello che ti toglie il respiro, nemmeno durante i giochi con Marco, capì che voleva passare sotto il completo dominio della sua carceriera.

Questi pensieri anziché spaventarla la calmavano, era come se confusamente avesse trovato la sua vera essenza, per la prima volta godeva immaginando di essere dominata da una donna, ma quel che più contava era che finalmente aveva trovato colei che era in grado di farlo.

Simona si alzò e fece qualche passo nella stanza, le finestre erano pressoché oscurate, solo un tenue raggio di luce penetrava all’interno, quel luogo era arredato spartanamente ma con un certo gusto orientale, movendosi sentiva delle fitte di dolore alla schiena, erano soprattutto gli esiti della frusta e ne fu quasi contenta.

Poi aprì una porta e si ritrovò in una stanza da bagno, provò timidamente a far scorrere l’acqua e ciò esercitò su di lei un richiamo irresistibile, erano giorni che non poteva lavarsi decentemente, si infilò nella vasca e vi rimase a lungo in uno stato di profondo benessere.

La ripresa dei bombardamenti scuoteva le pareti del palazzo governativo, Simona non aveva paura e nemmeno voglia di tuffarsi a raccogliere immagini ed emozioni di guerra, un solo ed unico pensiero le straziava la mente, rivederla apparire, le ore scorrevano lente e lei le ingannava penetrandosi la fica sino a farsi male.

Dopo molto tempo sentì dei passi avvicinarsi alla porta, mentre la maniglia girava i battiti del cuore aumentarono vertiginosamente, quando entrò fu per lei come una liberazione, era ancora più bella di come l’aveva lasciata, indossava una divisa cachi più leggera, con giacca e pantaloni attillati, ai piedi gli stivali lucidi e neri.

In mano aveva una frusta diversa da quella usata in precedenza, questa aveva un manico tozzo e lunghe strisce di cuoio nero, che scendevano e si muovevano come stelle filanti, guardò Simona con aria torva, vedendola scomposta sul letto con l’accappatoio aperto sul davanti, la mano in mezzo alle gambe e la fica dischiusa.

La sua voce la colpì allo stesso modo della frusta che impugnava: signorina, vi ricordo che qui siete prigioniera e che nulla vi è permesso se non la totale obbedienza, tenetevi ben aperta con le dita la fessura dalla quale, in mia assenza, avete tratto il piacere che solo io posso concedervi.

Simona si spalancò la fica con le mani arcuando la schiena per meglio esporsi al volere della sua aguzzina, le fettuccine di cuoio scalfirono le morbide carni strappandole gemiti e contorsionismi che si intrecciavano in bruciore e piacere, quando la donna militare concluse la punizione ella era madida di sudore, ansante ma anche tremendamente eccitata.

Per la prima volta la trattò senza il formale distacco che aveva tenuto fino a quel momento, gli occhi scuri che la penetravano erano il simbolo della vittoria, la stava dominando senza che da parte di Simona vi potesse essere qualsivoglia ripensamento, si ritrasse verso il centro della stanza ed ordinò: alzati schiava e spogliati!

La giornalista si sollevò di scatto portandosi davanti a lei, si tolse l’accappatoio che scivolò a terra lasciandola completamente nuda, la carceriera si mise a girare intorno al corpo fremente di Simona osservando ostentatamente i seni, i glutei, ogni sfaccettatura del suo corpo, sembrava al mercato come chi sta valutando appieno la merce che intende acquistare.

Ogni tanto le lacinie del frustino si posavano sul corpo di Simona senza preavviso, non avevano più né il significato né la sostanza di un’azione punitiva ma riuscivano comunque a farla sobbalzare, erano mosse studiate, improvvise, per saggiarne lo stato di sottomissione.

Stavano raggiungendo il loro scopo perché la giornalista, a parte qualche accenno di brivido incontrollabile, non si sentiva imbarazzata, anzi voleva solo piacerle e sbavava dalla voglia di poterlo dimostrare.

La donna militare si sedette su una sedia e le si rivolse nuovamente trattandola come una schiava: hai fatto un primo passo verso l’oblio ma devi ancora imparare e molto come si serve una Padrona.

Credi di sapere quello che cerchi e pensi di averlo trovato ma non è così, devi percorrere ancora molta strada prima che la tua sottomissione sia completa, solo allora ti permetterò di soddisfarmi.

Per adesso non sei che una cagnetta in calore che pensa di trovare piacere soddisfacendosi da sola, o facendosi stuprare in un albergo di infimo ordine, o palpare il culo dalle guardie, e che quindi merita solo di essere punita per la sua sfrontatezza.

Simona rimase stupefatta, sapeva tutto di quello che le era successo ma non ne aveva mai fatto cenno perché lo considerava normale, lei era una schiava e come tale doveva essere usata, solo che adesso il salto di qualità consisteva nel donare anima e corpo alla donna ufficiale, la sua vera ed unica Padrona.

I pensieri non fecero nemmeno in tempo a sfumarsi che a Simona venne ordinato: adesso voglio sentirti dire sì Padrona, è vero Padrona, mi perdoni Padrona.

Come Simona ripetè senza indugio arrivò un nuovo ordine: per prima cosa mettiti in ginocchio e allarga le gambe!

La giornalista fece ciò che le era stato richiesto, ubbidendo anche alla successiva imposizione: le braccia sulle cosce, ora!

Simona eseguiva come fosse la cosa più naturale del mondo ed ascoltò a capo chino il resto: ora ti detterò alcune semplici regole che dovrai sempre eseguire, anzi tutto non devi mai alzare gli occhi su di me, ti rivolgerai a me chiamandomi Padrona e lo farai solo se te ne darò il permesso.

Non ti è consentito lasciare una posizione senza un mio ordine, quando ti chiamerò ti inginocchierai davanti a me e mi bacerai il piede a terra, poi potrai metterti nella medesima posizione in cui ti trovi adesso; tutto chiaro?

Sì Padrona sussurrò Simona.

Sarai punita per ogni infrazione di queste regole ma anche ogni qual volta mi farà piacere farlo, mi dovrai ringraziare dopo ogni punizione.

Adesso alzati e vammi a prendere un bicchiere d’acqua.

Quando Simona ritornò con l’acqua rischiò di inciampare per la vista che le si era parata davanti, la donna ufficiale si era slacciati i pantaloni che ora si trovavano afflosciati lungo le caviglie sopra gli stivali, le cosce ed il ventre erano nudi, teneva le gambe aperte ed un sorriso di compiacimento le dipingeva il volto.

Simona si era rimessa in ginocchio davanti a lei e non riusciva a far a meno di sollevare di tanto in tanto le palpebre per puntare gli occhi sull’intricata matassa nera che le ricopriva il pube.

Sei stata brava e meriti un premio disse, mentre Simona per la prima volta avvertì una leggera emozione nel tono della sua Padrona.

Simona non disse nulla, entrò piano fra le sue cosce, sentì il suo sapore ancor prima di assaggiarlo, poi fu il buio totale, i bombardamenti si fecero più intensi, ma ella rimase incollata alla vagina, i fragori delle granate non riuscivano a soffocare i gemiti di quella donna araba, così altera e così magica, come la città in cui si trovavano, ora sconvolta dalla guerra.

La giornalista non smise un attimo di perforare con la lingua quella trincea, pensava solo di prolungare il piacere di donare piacere, tutto il suo viso era dentro di lei, la lingua, le labbra non trovavano pace, solo per una frazione di secondo si fermò contravvenendo alla regola, guardandola per leggere sul suo volto l’estasi del godimento, poi i gemiti sommersero ancora le bombe e lei riprese la sua martellante azione.

I giorni si susseguirono assieme al fragore delle esplosioni, quando non poteva stare con lei la donna ufficiale legava i polsi di Simona al letto, scrutando negli occhi della prigioniera la gioia di ogni nuova apparizione, che preludeva a nuovi momenti di dominazione.

Una bomba caduta più vicina aveva fessurato la parete di una stanza mentre Simona imperterrita continuava a succhiare, come avulsa dalla guerra, la vulva della sua Padrona.

Questa volta il boato la scuote, si rialza impaurita, si rannicchia sul grembo della carceriera, la prende un presentimento di morte, si aggrappa alla Padrona come una bambina alla sua mamma, è stordita, sta per piangere.

Il pericolo è molto più serio rispetto a quello dei giorni precedenti, la Padrona ordina che le venga preparata una camionetta, debbono trasferirsi in un luogo più sicuro, veste Simona in divisa militare, le lega i polsi dietro la schiena, la incappuccia in modo che l’autista non possa vedere che si tratta di una donna, facendola invece apparire come uno dei tanti prigionieri.

Nel buio della notte rischiarata dai pochi traccianti delle contraeree e dagli innumerevoli boati che accompagnano la pioggia incessante di bombe, si allontanano dalla capitale dirigendosi verso la periferia, i fragori si attenuano e Simona che tremava terrorizzata a fianco della sua Padrona, sembra calmarsi, allunga il corpo in avanti ed appoggia la nuca sulla sponda del sedile.

Viaggiano a fari spenti ed il tragitto è piuttosto lungo, Simona sente il calore del suo corpo nel momento in cui le si avvicina, ne coglie il respiro nei pressi del collo, si eccita e si agita, riesce solo a contorcersi avendo le mani legate, tra un sobbalzo e l’altro in quel percorso dissestato lei le solleva il cappuccio di quel tanto che basta per scoprirle la bocca.

Sente la lingua che le sfiora il mento risalendo, apre la bocca per ricevere il bacio della Padrona, la quale invece le morde le labbra, capisce che non deve prendere iniziative e si abbandona voluttuosamente lasciando che le sue mani libere da vincoli decidano il da farsi.

Il cuore di Simona batte a mille quando la Padrona le apre i pantaloni della divisa, abbassandoli sulle ginocchia, basta una impercettibile pressione per farle spalancare le cosce ed allungarsi di più con il sedere in punta del sedile, la sente armeggiare nella borsa che ha portato con sé e poi coglie il profumo della frusta ed il fruscio delle fettuccine sulla pelle.

Pur se al buio e con un cappuccio sugli occhi a Simona tutto è chiaro, la Padrona vuole penetrarla con il manico della frusta, lei si prepara stringendo i denti, l’intrusione è robusta e senza preamboli, malgrado la fica fosse ben lubrificata dagli umori che l’eccitazione secerneva, l’avanzata di quel tozzo manico, simile al cazzo di un asino, è dolorosa e bruciante.

Simona ansima vistosamente sotto l’andirivieni che la Padrona esercita dentro la sua fica, che pare slabbrarsi ad ogni passaggio, con la mano libera le ha aperto anche la camicia della divisa facendo apparire i suoi piccoli seni color latte, che sobbalzano tumultuosi e che sembrano due lumi nel buio di quella notte oscura.

Non ha nemmeno il tempo di percepire la bocca che agguanta un capezzolo, che viene avvolta da una distesa di sensazioni simili al deserto che li circonda, adesso vorrebbe che quei momenti non finissero mai, la fica esplode un orgasmo dietro l’altro ed ella quasi sviene travolta da un piacere tanto incontenibile quanto irripetibile, in ragione del modo e del luogo in cui si sta perpetrando.

Per quasi una settimana Simona rimane ventiquattro ore su ventiquattro con la sua Padrona, in una grande stanza di un bunker sotterraneo, non vi erano letti ma solo tappeti e cuscini, a volte legata a volte punita, sempre nuda, al servizio della Padrona, che le ha messo un collare al collo.

Qualche volta le attacca un guinzaglio e la porta a spasso per la stanza, le fa fare la pipi per terra e poi la frusta perché ha sporcato, ha imparato a capire cosa vuole da lei senza che parli, quando è la Padrona ad andare in bagno Simona si avvicina in ginocchio senza essere chiamata e le asciuga con la lingua la folta peluria scura, sperando che lei le conceda di spingersi oltre.

A volte accende la televisione ed è l’unico momento per ritornare nel mondo che fino a qualche tempo prima era indissolubilmente legato a Simona, in mezzo ai cuscini può toccare dolcemente la pelle della Padrona, cocente come la sabbia del deserto, a volte lei le permette, dopo infinite carezze, di arrivare là dove desidera.

Tutto allora si confonde ed in mezzo ad una specie di bruma mattutina Simona intravede ciò che realmente è, ed è felice di esserlo: una schiava!

Non tutti i giorni sono uguali, alcuni sono più lunghi e difficili, di fatto sono come in gabbia e seguono la guerra nascoste, percependo quelle poche notizie che vengono trasmesse dalla televisione del regime.

Ciò comporta che a volte la Padrona sia di cattivo umore, Simona nulla può se non assecondare e subire, come quando la tiene legata con le mani dietro la schiena, accucciata sul tappeto e si fa leccare gli stivali mentre la frusta con insolito accanimento sulle chiappe che presto divengono bluastre.

Simona si lamenta solo sommessamente aspetta con ansia di poterle donare piacere leccandola in mezzo alle gambe od infilando la lingua entro le natiche, come sempre più spesso le viene richiesto, la Padrona però ha in mente qualcosa di nuovo e la giornalista trema terrorizzata quando capisce che vuole penetrarla da tergo con il manico della frusta.

Ha già il culo in fiamme ed a nulla vale una sommaria lubrificazione del condotto rettale, quando la infilza con il manico, a Simona non resta che urlare e disperarsi, senza che per questo la Padrona allenti l’azione: rimane con quella coda piantata nel culo, sembra un purosangue fiaccato dopo un corsa al galoppo, quando le ordina di avvicinarsi trascinandosi sulle ginocchia.

Il dolore, l’umiliazione ed il piacere infondono a Simona un mix esplosivo quando si appresta a leccare la Padrona, che l’aspetta a gambe larghe distesa sul tappeto con alcuni cuscini sotto la schiena, la schiava da il meglio di sé stessa, è felice di ascoltare i gemiti che esplodono dalle labbra della Padrona, sembrano delle deflagrazioni come quelle che provengono dall’esterno.

Stanno rifiatando quando le immagini televisive parlano di Simona, una giornalista scomparsa.

Dopo giorni si sono accorti che lei mancava all’appello, la Padrona ritiene sia troppo rischioso tenerla ancora segregata con sé, decide di liberarla ma vuole lasciarle dentro una traccia indelebile, durante la notte la porta fuori nuda, la carica su un pick up e si avvia verso il deserto sotto una notte stellata.

Simona viene legata con una corda, che le blocca polsi e caviglie ai quattro angoli del pianale del fuori strada, viene tenuta sospesa con uno sgabello sotto la schiena, così può ammirare da vicino le stelle mentre la donna araba si sazia fino al mattino del suo corpo, abbrancando con le labbra ed i denti ogni centimetro della sua morbida pelle.

Simona urla disperatamente nel silenzio della notte desertica, in un turbinio di sensazioni che sembrano dover sovrastare il frastuono delle bombe che si abbattono da lontano, mai più nessun altro piacere potrà avere la stessa intensità di quello che si è consumato in quelle ore, è questo che pensa in aereo mentre sta ritornando a casa, dopo mille interviste che l’hanno resa famosa solo per il suo rapimento, di cui lei non si era detta in grado di fornire informazione alcuna sui rapitori. FINE

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Storie sexy raccontate da persone vere, esperienze vere con personaggi veri, solo con il nome cambiato per motivi di privacy. Ma le storie che mi hanno raccontato sono queste. Ce ne sono altre, e le pubblicherò qui, nella mia sezione deicata ai miei racconti erotici.

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