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Osservando un quadro

I capitolo
Genny fissava il quadro appeso alla parete come ipnotizzata. Col naso in aria e lo sguardo assorto, seguiva il profilo della donna dipinta, di quel corpo morbido e opulento, nudo, abbandonato come dopo l’estasi di un’emozione intensa. Fissava le catene che le tenevano uniti i polsi, il pallido triangolo del sesso racchiuso tra le cosce quasi con pudore.
Non si accorgeva della gente che le ronzava attorno, degli altri visitatori, non ricordava neppure più di essere in un museo. Lo zaino le penzolava dalla spalla come un animaletto, addormentato sopra il lungo cappotto nero che sfiorava quasi il pavimento.
· Andromeda! – disse una voce maschile alle sue spalle.
Lei si voltò, confusa, disorientata, ancora assorta nei suoi pensieri.
· Andromeda. Olio su tela. Tamara De Lempicka. – precisò lui.
Genny fissò lo sconosciuto. Era più alto di lei, aveva capelli scuri, brizzolati alle tempie e profondi occhi verdi. Aveva un fisico atletico e indossava un completo grigio dal taglio impeccabile che contrastava vistosamente con la cravatta a fiori turchesi, sgargiante e inusuale. “Il solito quarantenne rompiballe”, pensò Genny tra se e si voltò di nuovo verso la tela.
· Che cosa può essere quel sorriso? – continuò lui. – Estasi, gioia, rassegnazione, abbandono? –
Lei parve pensarci su, come se ancora non se lo fosse domandato abbastanza in quelle due ore trascorse di fronte al quadro.
· La gioia sarebbe più vistosa, più immediata! – rispose senza voltarsi. – Potrebbe essere la rassegnazione di un abbandono inevitabile. L’estasi. – concluse.
Lei si voltò e si accorse che l’uomo la stava osservando da capo a piedi. Si sentì avvampare mentre lui rimirava con aria critica i suoi jeans scoloriti, il pullover lungo e informe, il cappotto nero in cui quasi si perdeva.
· Bello zaino! – disse, quando lei stava per sbottare con una rispostaccia malevola sul rigore del suo doppiopetto. Di nuovo avvampò: non le piacevano i complimenti, la facevano sentire impacciata, osservata, sotto esame.
· Amo molto Tamara De Lempicka. Lei no? – disse lui senza fare pause. – Andiamo al bar, le offro da bere. Ha notato i contorni sempre così nitidi e precisi e poi l’opulenza di questi corpi? Non possono essere che una parodia della sofferenza che i visi vorrebbero trasmettere! –
Genny lo guardò stupita, incredula. Era pazzo?
Senza nemmeno rendersene conto si trovò a trottargli dietro, ascoltandolo, mentre lui si dirigeva spedito al bar senza neppure accertarsi che lei lo stesse ancora ascoltando. Ma che razza d’invito era il suo?
· Due martini ghiacciati, okay? – ordinò, guardandola di sfuggita per annuire subito dopo al cameriere dietro il banco.
La ragazza non riuscì neppure ad aprire bocca.
· Era una grande amatrice sa? Ha avuto uomini illustri. Sposò un barone, ma lo tradiva sempre. è morta nel millenovecentottanta. Era una donna libera, indipendente. Quelle catene però… –
Si fermò a riflettere sorseggiando il suo aperitivo.
· Anche le catene possono significare libertà! – riuscì a dire lei.
Lui la guardò, col bicchiere sospeso a mezz’aria tra il banco e la bocca, come avesse detto un’assurdità interessante.
· Che significa, mi spieghi? – la incalzò.
Lei si guardò attorno disorientata, deglutì rumorosamente. Era nervosa, imbarazzata e non sopportava quei suoi occhi che la fissavano voracemente. Pareva impaziente di ascoltare quel che poteva avere da dire per poi scoppiarle a ridere in faccia.
Genny fremeva: come mai lui era tanto interessato a ciò che aveva da dire, come mai voleva sapere la sua opinione, quella di una ragazzina che sicuramente aveva almeno vent’anni meno di lui? Le venne voglia di fuggire a gambe levate, di andarsene al più presto, ma poteva fare quella magra figura?
· Le catene potrebbero essere una scelta, – azzardò lei, – la scelta di essere schiava di un uomo, quindi la massima espressione di libertà. –
Poi si bloccò e attese. Sapeva che si sarebbe messo a ridere, che avrebbe detto che era assolutamente un concetto assurdo, era sempre andata così, con chiunque ne avesse discusso.
· Ma perchè mai una donna dovrebbe scegliere di lasciarsi incatenare da un uomo? – domandò lui invece, serio e attento a ciò che avrebbe risposto.
Lei posò il bicchiere vuoto, si dimenò nervosamente.
L’uomo non smetteva di guardarla in quel modo, di fissarla come avesse voluto scrutarla in profondità.
Si sentiva bruciare, come se i suoi occhi fossero stati fiamme ardenti.
· Non so – rispose. – Potrebbe piacerle, potrebbe essere un gioco oppure, potrebbe non saperne fare a meno, non sapere opporsi al suo volere! –
Alzò gli occhi su di lui. Si sentiva strana. Era accaldata e il martini pareva corroderle lo stomaco vuoto.
· Certo, potrebbe essere così! – rispose l’uomo, con tono dubitativo. – Viene a pranzo con me? – domandò poi, senza riprendere fiato. – Oppure deve tornare a casa per un’ora precisa? –
Genny lo fissò: c’era qualcosa di ironico nel tono con cui aveva formulato la seconda domanda, quasi volesse sottolineare il fatto che una ragazzina potesse avere problemi di orario.
· Non ho dodici anni, sa? – ribattè lei stizzosamente.
· Ventidue? – fece eco lui ridacchiando.
· Venti! – rispose lei quasi vergognandosene.
Un attimo dopo l’aveva presa per mano e la trascinava fuori dal museo. Raggiunsero il ristorante in un quarto d’ora d’auto. Lui le disse di avere una galleria d’arte, di essere un critico e lei gli confessò di essere una pittrice in cerca di notorietà. Si guardarono e immediatamente qualcosa si comunicò dall’uno all’altra, qualcosa di cui Genny si vergognò e che la costrinse ad abbassare lo sguardo all’istante. Lui poteva divenire l’occasione della sua vita, l’incontro giusto al momento giusto, non doveva farselo scappare dunque, a qualunque costo.
La portò in un locale molto elegante, molto esclusivo, dove inevitabilmente Genny si vergognò del proprio abbigliamento trasandato e in netto contrasto con quello dell’uomo. Forse lui aveva fatto apposta tutto ciò, benchè lei non ne capisse lo scopo. O forse lo capiva fin troppo bene: stava tentando di conquistarla ovviamente, e tentava di stupirla conducendola in un ristorante di lusso e di lusingarla facendole intuire la possibilità di farsi conoscere nella sua galleria.
Infatti, poco dopo, le pose la fatidica domanda, quella di regola, inevitabile, a quel punto.
· Ma ci tiene veramente molto a fare la pittrice? – chiese guardandola negli occhi.
Genny avrebbe voluto rispondere di no, che non le importava, oppure che sì, lo desiderava da pazzi, ed era vero, ma che forse non era disposta a tutto per conquistarsi un suo spazio nel mondo degli artisti.
Dipendeva tutto da lei, da quella risposta, ciò che sarebbe venuto in seguito: era abbastanza intelligente e sveglia da rendersene conto.
Lui pareva attendere con impazienza quella risposta, senza intuire di preciso cosa lei avrebbe detto. In fondo era una ragazzina, poteva non accorgersi neppure dell’opportunità che le si presentava, oppure non aver abbastanza coraggio da tentare la sorte.
La guardò e lei guardò lui.
Parevano sfidarsi silenziosamente.
Genny stabilì che detestava quel suo sorrisetto ironico, ma a lui piaceva troppo vederla confusa, indecisa, imbarazzata dalla velocità con cui stava evolvendo la situazione. Genny fissò l’aragosta che aveva nel piatto, quell’essere mostruoso e raccapricciante che assomigliava in modo incredibile a un ragno e che non aveva ancora capito come diavolo si dovesse mangiare. Gettò le posate nel piatto rabbiosamente. Lui stava tentando in ogni modo di farla sentire come una ragazzetta ingenua e ignorantella, voleva provocarla, voleva che dicesse di no ma che se ne vergognasse. Lo guardò negli occhi, poi sollevò il bicchiere di vino e se lo portò alle labbra. Bevve fissandolo, sensualmente, decisa a giocare fino in fondo e che se doveva avere un’aria più vissuta, per essere credibile, l’avrebbe avuta.
· Scommetto che hai la classica collezione di stampe cinesi da mostrarmi, a casa tua! – sussurrò.
Lui non fece una piega, non si mosse di un millimetro.
· No, non ce l’ho, – disse. – Ma posso sempre trovare qualcos’altro! –
Si alzarono dal tavolo senza aver neppure finito di mangiare, uscirono dal ristorante, salirono sull’auto e si diressero verso casa di lui.
Non le disse molto di più di ciò che aveva già raccontato, e, pensandoci bene, Genny si accorse di non sapere proprio nulla di lui, a parte la sua professione e che si chiamava Bruno. Raggiunsero finalmente casa sua, una villetta fuori dalla città. Lui la fece accomodare, le versò da bere e poi le si sedette accanto, sul divano. Le aveva già sfilato il cappotto e Genny si sentiva come nuda, vulnerabile. Quando lui le sfiorò il maglione, per dirle che era molto bello, lei rabbrividì, come di freddo: in realtà era così nervosa da avere i nervi a fior di pelle. Lui se ne accorse, ma non disse nulla. Le sfiorò i capelli, il viso. Non v’era bisogno di parlare.
· Hai paura? – le domandò lui, comunque.
Lei scosse la testa, ma era evidente che ne aveva, nonostante tentasse di mostrarsi indifferente e fredda.
Non voleva facilitargli il compito, ma non voleva neppure farsi vedere spaventata come una bimba alla prima esperienza.
Lasciò che lui le sfiorasse le labbra, le guance, la fronte, con la bocca. Sentì il suo respiro caldo, impaziente, e si domandò perchè mai si comportava in quel modo, perchè faceva tutto ciò, perchè sottostava al desiderio di uno sconosciuto incontrato per caso, senza battere ciglio, senza difendersi, senza ribellarsi.
Aveva voglia di lui?
No, era così nervosa da non ricordarsi nemmeno più cosa fosse la voglia. Lui la terrorizzava. Non le piacevano nemmeno quei suoi occhi scrutatori, quel suo ghigno cinico, il suo sguardo severo. La stava giudicando come la solita troietta in cerca di agevolazioni, di una rapida scalata al successo, se ne rendeva ben conto.
Aveva voglia di fuggire, di andarsene. Eppure l’orgoglio la teneva inchiodata a quel divano, a quell’uomo che non desiderava: non voleva dimostrargli di essere più debole di lui, di avere paura. Bruno le infilò una mano sotto il pullover, le sfiorò il reggiseno di pizzo bianco.
Lo sentì respirare impercettibilmente. Si stava eccitando ovviamente e aveva intenzione di prendersi tutto il tempo necessario per gustarsi, sino in fondo, quell’avventura imprevista. Genny rabbrividì e senza neppure accorgersene si trovò col volto rigato di lacrime.
Si odiava per come stava reagendo, per la figura da ragazzetta spaventata che faceva, ma non riusciva a farne a meno. Sapeva che lui l’avrebbe scacciata, rimproverandola di avergli solo fatto perdere del tempo prezioso, di averlo annoiato, di aver voluto giocare alla donna vissuta, ma lei voleva solo lasciare al più presto quella casa fredda e misteriosa.
Bruno tornò a sfiorarle il viso e questa volta sentì le sue lacrime. Sospirò, poi le prese il volto tra le mani e tornò a baciarla sulla bocca, ma questa volta tralasciando la dolcezza. Genny sentì la sua lingua che le s’intrufolava a forza tra i denti, che la sondava, la frugava e le solleticava il palato. Tentò di scostarlo, spingendo lontano con le mani, ma fu inutile.
Lui era molto più forte e comunque le stava sopra. Caddero distesi sul divano, lei sotto, divorata dai suoi baci voraci.
· Lasciami andare, ti prego! – singhiozzò, ma lui non accennò neppure ad alzarsi. Le infilò le mani sotto il pullover e glielo strappò dalla testa.
Genny gridò, aveva paura. Le sue lacrime non avevano fatto altro che scatenarlo, lui non aveva alcuna intenzione di lasciarla andare. La sua angoscia non lo impietosiva.
· Non puoi obbligarmi, voglio andarmene! – ansimò sotto di lui. – Non voglio più nessun tipo di favore, non me ne importa un cazzo della tua galleria, fammi alzare! –
Lui le prese i polsi con una mano, glieli strinse, glieli tenne fermi sopra la testa.
· Tu non vai da nessuna parte, piccola! – ansimò sulla sua bocca intrufolando la mano libera dentro i jeans.
Genny gridò: la stava violentando!
in un attimo si trovò coi pantaloni abbassati fino alle ginocchia e poi via del tutto. Si sentì strappare le bretelline del reggiseno e gli slip di cotone.
Era nuda, nuda tra le sue braccia, e completamente in sua balia.
· Ti denuncerò! – gridò, scalciando come una puledra. – Ti farò passare dei guai! – ansimò.
Non riuscì a spaventarlo. Si distese sopra di lei, dopo essersi slacciato frettolosamente la camicia, e premette il petto contro i seni gonfi e appuntiti della ragazza.
· Impara a non giocare col fuoco se hai paura di scottarti! – sibilò lui. Poi si sentì divaricare le cosce con un ginocchio e qualcosa di duro che le premeva contro il ventre. Genny ansimava rumorosamente, gemeva. D’un tratto si accorse di aver inarcato la schiena sotto di lui.
Non stava più lottando, si stava semplicemente dimenando contro i suoi fianchi. E i suoi gemiti non erano tanto di protesta quanto di desiderio.
La lotta si era trasformata in un affannoso tentativo di darsi e non darsi. Aveva voglia adesso, non c’era dubbio, i brividi non erano di paura quanto di desiderio, eppure non voleva cedere.
· Sei pazzo, ti odio! – sussurrò lei.
La guardò.
Non rideva più e i suoi occhi parevano bui e insondabili.
Le affondò dentro con un’unica stoccata decisa che la fece urlare e boccheggiare di dolore.
· Ecco quel che cercavi! – le disse e istintivamente Genny cercò di colpirlo, ma aveva le mani bloccate sopra la testa e poi, comunque, quel pistone che la sondava sempre più in profondità pareva avere il potere di annullare ogni sua difesa.
Prese a dimenarsi, ma era inutile tentare di sfuggire ai suoi colpi decisi! La rovistava senza pietà, senza alcuna intenzione di fermarsi, di concederle una tregua. La lotta incendiò i loro corpi, li rese roventi di rabbia e di voglia.
Genny sentì il sudore dell’uomo farla aderire meglio al suo corpo e per un attimo desiderò che lui non si staccasse mai più: fu proprio in quel momento che l’orgasmo le esplose in testa e il cazzo di Bruno le affondò del tutto nel ventre.
II capitolo
Genny fissava il telefono come fosse un oggetto immondo, un animale misterioso, tentando di fare un esercizio di telepatia, anche se in essa non aveva mai creduto, perchè squillasse.
· Chiamami, che aspetti? Sbrigati! – ripeteva parlando a se stessa, immaginando che lui, Bruno, potesse sentire il suo messaggio.
Ma il telefono rimase inattivo e silenzioso per ore intere, facendola sospirare di nostalgia e di rabbia.
Non riusciva più nemmeno a dipingere e tantomeno, quindi, ad uscire, veder gente, svagarsi. Stava sempre e solo davanti al telefono, ora dopo ora, in attesa del momento in cui avrebbe risentito la sua voce profonda e virile.
A tratti si convinceva che tutto ciò non sarebbe mai avvenuto. Primo, perchè a lui non interessava proprio rivederla, secondo perchè non gli aveva lasciato il numero di telefono. Era fuggita da casa sua vergognandosi come una ladra per aver ceduto così facilmente ai suoi desideri, giurando di non farsi vedere mai più, di volere solo dimenticare la triste esperienza.
Ma aveva mentito naturalmente! E più passavano le ore e più si accorgeva di quanto fosse difficile convivere col suo ricordo senza però poterlo toccare, o sentire. Non riusciva a toglierselo dalla testa, nonostante fosse stata con lui non più di poche ore.
· Telefona, avanti! – gridò al telefono muto.
Lui conosceva il suo nome, che problemi aveva a trovare il numero di telefono… Se solo avesse voluto…
Si sfiorò un seno con la punta delle dita ripensando ai gesti di lui, alle sue carezze, a quelle mani dolci e virili e il solo ricordo la fece illanguidire.
Cazzo, come aveva saputo farla fremere e palpitare! Come aveva saputo convincerla, ma anche obbligarla a cedere!
La dolcezza si era trasformata in crudele arroganza quasi senza che lei se ne accorgesse. Come per magia. E si erano trovati coinvolti in un corpo a corpo estenuante, che aveva i gesti di una lotta feroce, ma la passione di un atto d’amore.
· Ti voglio, dove sei? – implorò col respiro corto, mentre la mano scivolava, lentamente, sotto la gonna e poi dentro gli slip, dove la sua passera stava acquattata, languida e boccheggiante.
Era tanto che non si masturbava più, tanto che non era così vogliosa da non sapere attendere un istante di più.
Fece scivolare due dita lungo il taglio rovente e spinse i fianchi incontro alle proprie dita.
Aveva voglia! Così tanta da sentirsi male!
Rabbiosamente pensò di chiamare uno di quei ragazzi che si scopava di tanto in tanto e farsi chiavare per ore, come una troietta in fregola, ma sapeva bene che tutto ciò non sarebbe servito. Nessuno di loro, nessun altro, all’infuori di lui, avrebbe saputo acquietare quella passione che le aveva scatenato dentro.
Si riempì la fessura umida con due dita unite, chiuse gli occhi e pensò a lui. Immaginò di averlo sopra, stretto a sè. Immaginò le sue mani che le tenevano inchiodati i polsi sopra la testa, immaginò di non potersi muovere e che lui, malvagiamente, si addentrasse nel suo ventre con tutta la forza che aveva in corpo. Contemporaneamente aumentò il ritmo dei movimenti del polso e prese a masturbarsi furiosamente.
· No, no, ti prego – mugolava, ripensando al momento in cui lui non le aveva dato più possibilità di scampo. Poi sentì un gran calore tra le cosce, l’orgasmo che le montava dentro come una marea, il suo corpo che fremeva e languiva, impaziente di scaricare la tensione acumulata, di sfogarsi…
Suonò il telefono.
Genny si bloccò all’istante, scossa dalle contrazioni dell’orgasmo bloccato all’ultimo momento e tremante di ansia. Era lui, forse era lui, pensò precipitandosi sull’apparecchio che squillava.
· Pronto? – sussurrò col cuore in gola.
Dall’altra parte rispose la voce di una donna, di un’amica.
La delusione la fece accasciare sul divano, come un sacco vuoto. Non riusciva neppure ad ascoltare quel che diceva l’altra, dall’altra parte del cavo.
Annuì un paio di volte, confusa, senza capire niente di ciò che quella diceva e poi, impaziente, riattaccò.
Si lasciò cadere contro i cuscini, con la vagina che si asciugava lentamente, ancora scossa dal tremore procuratole dal desiderio insoddisfatto. Sarebbe diventata matta in quel modo, non poteva più attendere.
Tolse dalla tasca il biglietto da visita che Bruno le aveva messo in mano prima che lei se ne andasse e lentamente, con mani tremanti, compose il numero. Dopo due squilli le rispose una suadente voce di donna.
· Il professor Sandreani, per cortesia – sussurrò Genny con voce tremante.
L’altra le rispose di attendere.
Si sentiva il cuore quasi scoppiare nel petto per quanto era emozionata e spaventata: come l’avrebbe accolta lui?
Fingendo di non ricordare neppure ciò che era accaduto? Deridendola per la resa che probabilmente aveva già previsto? Oppure offeso per come era fuggita da casa sua, solo tre giorni prima?
· Si? – disse lui all’improvviso. Genny sobbalzò.
· Sono Genny… – iniziò.
· Lo so! – la interruppe lui, senza cambiare il tono di voce.
Ed ora cosa avrebbe detto? Le era maledettamente difficile trovare una scusa per vederlo e lui, freddo e distante, non l’aiutava di certo. Forse la migliore soluzione era la verità.
· Vorrei vederti… – mormorò la ragazza avvampando, anche se lui non poteva vederla.
· Perchè? – domandò l’uomo senza mutare inflessione di voce.
Pareva aver dimenticato tutto, o forse volutamente aveva dato ben poca importanza all’accaduto.
· Vorrei parlarti! – disse Genny e avrebbe voluto prendersi a sberle per la rabbia e l’umiliazione. Si sentiva sciocca, stava facendo di nuovo la figura della stupida ragazzina innamorata.
· Oggi pomeriggio, alle tre. – disse Bruno telegrafico. – A casa mia. Mettiti un vestito rosso. –
Genny fece per spiegargli che nel pomeriggio non poteva, aveva lezione all’università, ma quando era a metà della frase lui aveva già riattaccato. Rimase con la cornetta in mano, a fissarla come una stupida, domandandosi cosa diavolo l’avesse spinta ad andare ancora a cercare un essere simile.
· Un vestito rosso! – borbottò facendogli il verso rabbiosamente. – Non ho vestiti rossi! – gridò poi dentro il microfono silenzioso.
Alle tre in punto suonava il campanello di casa sua.
Indossava un abito corto e aderente, rosso fuoco.
Lui le aprì la porta e senza invitarla ad entrare la squadrò da capo a piedi. Genny arrossì vistosamente mentre lui parve spogliarla con un solo sguardo. Ma non disse nulla, si fece da parte e la lasciò entrare.
· Volevo parlarti di una cosa imp… – cominciò Genny che si era preparata una scusa assurda e piuttosto banale per giustificare quell’improvviso desiderio di incontrarlo.
· Andiamo di là! – disse seccamente lui, interrompendola subito. E fece strada lungo un corridoio.
Genny lo seguì ondeggiando sui tacchi sottili, infastidita dal tono con cui le parlava. Pareva ordinare le cose non invitarla.
· Stavo dicendo che forse potresti aiutarmi – riprese a dire quasi subito, ma poi entrarono in camera da letto e la frase le morì in gola.
Si guardò attorno, meravigliata. La stanza era grandissima, enorme, luminosa e, praticamente, vuota, a parte il grande letto appoggiato contro la parete di fronte. Lo spazio era disseminato di grandi statue bianche a grandezza naturale, sagome di uomini e donne completamente nudi, e in tutto e per tutto, assomiglianti a persone reali.
Sfiorò con la punta delle dita il profilo di uno degli uomini, accarezzando il petto scolpito con precisione sorprendente, il ventre scavato dagli addominali tesi e poi il sesso diritto, ma un poco arcuato, una meravigliosa imitazione di un’erezione autentica.
· Sono molto belli, dove li hai… – tentò di domandare.
La bloccò immediatamente.
· Spogliati! – ordinò.
Genny sollevò lo sguardo. Lui si era buttato sul letto, con il capo appoggiato contro la testata imbottita e le braccia incrociate sotto la nuca. La osservava.
· Che vuoi dire? – domandò la ragazza, non convinta di aver capito bene la domanda.
· Quello che hai capito. Spogliati! – ripetè lui senza la minima esitazione.
Genny lo guardò con occhi che mandavano lampi: non aveva il diritto di usare quel tono solo perchè era stata lei a fare il primo passo nella sua direzione e a cercarlo, chiedendogli un appuntamento. Perchè diavolo non si comportava come una persona civile?
Rabbiosamente ubbidì.
Si slacciò il vestito sulla schiena, abbassando lentamente la cerniera lampo, poi fece cadere le maniche sul davanti e tutto scivolò lungo i fianchi.
In un attimo fu quasi nuda.
Uscì dal cerchio che il tessuto formava attorno ai suoi piedi, mentre lui, con un gesto, le ordinava di togliersi proprio tutto.

· Senti, non mi va in questo modo – brontolò la ragazza picchiando un piede per terra, come una bimba capricciosa, con un inconscio gesto infantile.
· Credi di avere scelta? – domandò lui.
· Potrei andarmene! – fu la pronta risposta di Genny che lo scrutò attentamente, sfidandolo.
· Certo – rispose Bruno, – la porta è aperta. Sei libera di rivestirti e fuggire via… un’altra volta. – e sottolineò le ultime parole, giusto per ricordarle che era tornata lei a cercarlo.
Genny lo odiò in quel momento, e odiò anche se stessa per essere tornata di nuovo in casa sua. Perchè proprio lui, si domandò, con tanti ragazzi che la conoscevano, che la volevano, che avrebbero fatto follie pur di portarla a letto una sola volta. Cosa aveva mai di tanto irresistibile quell’uomo quasi cinquantenne, scontroso, irritante e molto probabilmente lontano anni luce dal suo mondo di ragazza inquieta.
· Ti odio! – disse a bassa voce, ma mentre portava le braccia dietro la schiena per slacciarsi il reggiseno sentì che un calore liquido le cominciava già ad inumidire le cosce, facendola rabbrividire.
Gettò sul pavimento l’indumento, poi, arrossendo fino alla radice dei capelli, fece scivolare a terra anche gli slip.
· Girati – disse lui – e chinati in avanti. –
Lei ebbe un moto di rabbia, una voglia pazzesca di mandarlo al diavolo, rivestirsi e fuggire, ma ripensò alla nostalgia di lui quand’era assente, al desiderio che ne aveva avuto, alla noia di tante ore lontane dal suo sorriso arrogante. Di nuovo una sferzata di intenso piacere la colpì, colmandola di un languore che pareva serpeggiarle dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi.
Si voltò e, come aveva ordinato, si chinò un poco in avanti.
· Più giù, non barare signorina! – incalzò Bruno.
Genny si sentiva assurda, umiliata, ma non voleva che lui scomparisse di nuovo dalla sua vita, che la privase delle sapienti carezze. Così ubbidì e si piegò fin quasi a sfiorarsi le ginocchia con la fronte.
Era evidente che lui l’osservava, osservava il suo fondoschiena ben esibito, le sue chiappe allargate dalla posizione insolita, tra le quali occhieggiava l’apertura più vergognosa del suo corpo, ora ostentata impudicamente.
Improvvisamente lo ebbe alle spalle.
Si era mosso così silenziosamente da non sentirlo arrivare.
Le posò una mano sul culo, l’accarezzò piano, poi fece scivolare un dito nel solco dilatato e spinse la punta dell’indice tentando di penetrarla proprio lì.
Genny balzò in piedi all’istante.
· No. Questo no. Non mi piace! – protestò coprendosi il culo con le mani e sottraendosi alla sua oscena carezza.
Bruno la guardò, sospirò con ferocia e poi, facendo uno sforzo per non urlare, le ordinò di raccogliere la sua roba e di andarsene.
Lei scosse la testa e gli occhi le si riempirono all’improvviso di lacrime.
· Non voglio andarmene! – esclamò. – Perchè devi tener conto solo dei tuoi desideri? –
Lui non le badò neppure, fece per voltarsi e uscire dalla stanza, ma lei lo afferrò per un braccio e lo trattenne.
· Ti prego, non mandarmi via! – lo implorò.
Lui la guardò per un lungo istante in silenzio, poi una luce improvvisa parve illuminargli il viso, una luce sadica: il piacere della vittoria.
Andò verso la statua dell’uomo in erezione e le disse di avvicinarsi.
· Apri le gambe! – ordinò.
Genny ubbidì, aprì le cosce e lui la fece avvinghiare all’uomo di gesso, così stretta che inevitabilmente la virilità della statua doveva conficcarlesi da qualche parte per non forarle il ventre. La spinse con forza e allora Genny strinse i denti e poi urlò e lasciò che quel rigido arnese le sprofondasse tutto dentro la vagina umida, riempiendogliela dolorosamente.
Poi lui allungò la mano nella parte posteriore della statua e da un vano praticato nel gesso fece uscire delle lunghe cinghie di cuoio con cui immobilizzò la ragazza.
Genny lo guardò spaventata, ma non fece alcun gesto per impedirgli di legarla: non voleva che si inquietasse ancora, non voleva rinunciare a lui.
Bruno prese a massaggiarle il culo di nuovo, con più decisione questa volta, sapendo che tanto non avrebbe potuto sfuggirgli.
· Avrebbe potuto essere molto più dolce, sai? – sussurrò lui premendole due dita contro lo sfintere. – Ma tu hai voluto ribellarti e a me non piacciono le bambine ribelli! –
E così dicendo le affondò dentro, con cattiveria, due intere dita. Genny gridò e scalciò, era la prima volta che le veniva violato lo stretto buchino e la sensazione le parve tremendamente dolorosa. Prese a dimenarsi convulsamente, abbarbicata alla statua di gesso, tentandone un’inutile scalata, ma non aveva la minima possibilità di liberarsi.
· Per favore, liberami… Ti prego! – implorò, ma allo stesso tempo sentiva un gran calore tra le cosce, una sensazione che non aveva mai provato, con nessun altro uomo.
D’improvviso desiderò che quel rigido affare che stringeva tra le cosce diventasse vero, di carne, che fosse il suo e che lui la chiavasse come la volta precedente, ma evidentemente lui aveva altri progetti. Infatti lo sentì abbassarsi i pantaloni, liberare il membro duro e turgido e strofinarglielo tra le chiappe.
· Perchè così? … Così no, per favore! – chiese Genny allarmata, con la paura, adesso, che stava esplodendole dentro lo stomaco.
· Ti prego, non l’ho mai fatto! – implorò ancora, senza rendersi conto che tutto ciò non avrebbe fatto altro che renderlo ancora più impaziente e frenetico.
Infatti, dopo un attimo, le puntò il glande gonfio tra le natiche e forzò, con una spinta possente dei fianchi. Lei gridò, straziata, implorando di fare piano, ma Bruno non ebbe alcuna pietà: sprofondò dentro di lei con tutta la sua verga palpitante, ancorandosi ai suoi fianchi e spingendola verso il basso, perchè anche la sua vagina si dilatasse ancor di più attorno al fallo di gesso.
Genny gridò, pregò, urlò, pianse, si dimenò selvaggiamente, sentendosi letteralmente sfondare, mentre lui, senza pietà, continuava a sodomizzarla.
III capitolo
Genny era passata apposta dalla galleria prima di correre all’università: voleva vederlo, baciarlo, stringerlo anche un minuto soltanto. Lui le mancava, ogni istante lontano era una sofferenza indicibile. Passò di fronte a Ivana, la pettoruta segretaria, una biondona platinata da mozzare il fiato. Genny sbirciò le lunghe gambe sotto la scrivania: cosa non avrebbe dato per averle così chilometriche! Ivana alzò gli occhi su di lei, la fissò con uno strano sorriso. Sapeva che andava da Bruno, sapeva che, molto probabilmente, scopavano insieme e che lei era a caccia di un posto per i suoi quadri nella galleria del professore. Rise e Genny ebbe la precisa sensazione che la prendesse in giro. All’improvviso le venne il dubbio che forse Bruno si scopava anche lei, che magari mentre erano a letto insieme, in quello stesso letto in cui aveva fatto l’amore con lui, ridevano alle sue spalle, ridevano della ragazzetta che si lasciava fare di tutto senza saper mai dire di no. La odiò.
E avrebbe voluto scaraventarsi su di lei e affondarle le unghie, lunghe e appuntite, nel bel viso truccato.
E poi avrebbe voluto afferrare anche lui e obbligarlo a baciarla in pubblico, davanti a Ivana e a tutti gli altri, perchè non vi fossero dubbi che stavano insieme, che lui le apparteneva. Entrò nel suo studio e Bruno alzò la testa, la guardò e non la salutò.
· Problemi? – gli domandò sedendosi sulla poltrona di fronte alla scrivania e lasciando cadere a terra lo zaino.
Lui non rispose, come se non avesse neppure sentito la domanda. Genny avrebbe voluto stuzzicarlo, parlargli, farlo ridere, ma il suo volto severo la bloccava, la intimidiva: aveva una tremenda paura di sembrargli sciocca e superficiale. Rimase lì, di fronte a lui, immobile, finchè lui non si alzò, ripose le scartoffie su cui stava lavorando e le fece cenno di seguirlo.
Uscirono camminando a fianco, senza parlarsi, senza sorridere. Passarono davanti alla segretaria che invece sorrise eccome, vedendoli uscire, salirono in auto e poi lui guidò tranquillamente verso casa. Genny tentò di farlo parlare, ma capì subito che lui non ne aveva voglia. Era ostile, lontano e lei si sentiva di troppo, un intralcio per lui, per i suoi progetti.
· Posso tornare in città se non vuoi vedermi, se hai da fare! – disse, mentre un dolore sordo le si insinuava nel petto.
· Ti annoi? – domandò ancora, con un groppo alla gola.
Lui la guardò e non disse niente. Genny soffriva per la sua fredda indifferenza, per quel distacco che la faceva sentire un’estranea. Entrarono in casa.
Lui si versò da bere e non gliene offrì, come non ci fosse neppure. Poi andarono in camera da letto.
Le fece togliere il cappotto e poi lasciò che continuasse da sola mentre lui faceva lo stesso.
Non le aveva ancora detto una sola parola e Genny si sentiva male e fuori posto: che senso aveva scopare in quel modo? Come due estranei?
Non ebbe il coraggio di togliersi anche le mutandine e quindi lasciò che fosse lui a sfilargliele, trascinandola poi sotto le lenzuola. Avrebbe voluto dirgli tante cose, ma la sua freddezza la bloccava. Quindi gli permise di accarezzarla, di toccarla, di coprirla col suo corpo, guardandola negli occhi, ma forse non vedendola neppure.
· Dimmi che mi vuoi almeno un po’ di bene – sussurrò lei stringendolo.
Neppure le badò.
Le aprì le gambe e neanche attese che la fessura le si inumidisse di desiderio, che Genny avesse voglia di lui, del suo cazzo. Semplicemente le sprofondò nel ventre, con un gesto preciso e freddo che la fece gridare per il dolore fisico, ma forse più ancora pe FINE

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