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Punita

Avevamo bevuto due intere bottiglie di vino rosso ed io sono quasi astemia non bevo se non per far piacere a lui. Ero deliziosamente brilla, ed ha iniziato a baciarmi piano, poi mi ha accarezzato dolcemente, ordinandomi di togliere la camicia. Mi ha spinto lontano, mi ha detto di mettermi al centro della stanza, e di farlo lentamente. Ha preso la mia sciarpa di seta e mi ha bendato. Intanto lo sentivo aprire la sacca della palestra, prendeva qualcosa, sicuramente.
So come vuole che mi spogli. Io sono sua, e può decidere ogni cosa. Così mi ordina di fare scivolare a terra la camicia, poi la gonna e rimango davanti a lui con le calze velate, il perizoma che so che lui vuole abbia sempre nel solco della figa, i reggicalze e un reggiseno di pizzo leggero e trasparente che, come tutti quelli che vuole che indossi, mi lasciano scoperti i capezzoli, in modo tale che si possano vedere sempre, qualsiasi cosa indossi sopra.
Ero già bagnata, si è avvicinato e mi ha passato una mano sui seni; mi stuzzicava i capezzoli con le dita ma soprattutto con i denti e con l’altra mano scendeva sul culo scostando i perizoma e accarezzandomi il buchino ma senza entrare dolcemente. Poi arrivò alla figa e ci infilò due dita così violentemente che rimasi senza respiro e, per non cadere, dovetti cercare le sue spalle con le mani. Mi ha rimesso il perizoma tutto nel solco e mi ha spinto addosso al muro chiamandomi troia.
Mi ha sollevato tenendomi per i capelli e per il perizoma fino a fare arrivare i miei polsi alla sbarra, che usa per allenarsi, e mi ci legò. Ma appena ebbe finito di legarmi alla sbarra, tornò a tirare il pizzo nella fica. Mi sentivo tagliare in due; il dolore era tremendo ma non ebbi il tempo di riprendermi che me li stava sfilando, mentre mi mordeva così forte i capezzoli che credevo sarei svenuta. Mi tappò la bocca con il perizoma che mi aveva appena tolto di dosso assicurandomelo in gola con una calza di nylon che mi legò dietro la nuca, proprio come un bavaglio.
Mi diceva che ero una puttana, che mi avevano visto con un altro… ma non era vero; adesso mi avrebbe punito, lo sapevo. Non avevo mai sentito quel tono nella sua voce ed ebbi paura, cercai di gridare, nonostante tutti i miei sforzi, non si sentiva quasi nulla e se anche non fossi stata imbavagliata non mi avrebbe sentito nessuno. Mi prese a schiaffi, poi mi strappò via quel poco che avevo addosso e compresi che quello che aveva preso dalla borsa era lo scudiscio che usa per frustare la sua cavalla. Sapevo che prima o poi lo avrebbe usato anche su di me; lo sapevo per come mi guardava mentre nelle corse frustava la sua cavalla.
“Hai fatto la troia”, mi colpì sul viso, sui seni, assestando colpi sempre più forti sui capezzoli e sentivo le lacrime che scendevano ma ero ancora bendata e lui non poteva vederle. Sussultai di piacere quando mi accarezzò con la mano. Continuò con lo scudiscio; sentivo la punta scorrere tra i seni e tra le natiche, poi ricominciò a frustarmi il culo e mi ordinò di aprire le gambe davvero non avrei resistito ad una scudisciata su quelle carni così tenere. Sentii che usciva dalla stanza, per ritornare poco dopo con una bottiglia che mi passò sui seni, insistendo sui capezzoli che, a contatto con quel freddo, diventarono ancora più sensibili e mi bagnai ancora.
Scese con la bocca e mi leccò. Gemetti di piacere e sentii il rumore della bottiglia che veniva aperta. Inondò le mie ferite con l’aceto, il contenuto di quella bottiglia. Gridai urla mute e mi ripetè di aprire le gambe.
Lo feci, e non ebbe pietà. Mi scudisciò un numero infinito di volte e io impazzivo sulle labbra e sul clito sul solco del culo impazzivo di dolore e di piacere. Mi tolse dalla sbarra e mi buttò sul tavolo. “Hai fatto la troia? ” Mugolai un no. Mi mise un dito nel culo, poi un altro, poi un altro, e li allontanò l’uno dall’altro. Mentre erano dentro li unì di nuovo e li spinse ancora più a fondo. Li ruotava e li spingeva dentro; venni. Mi slegò le braccia e le legò alle gambe del tavolo la schiena, le natiche e i due buchi completamente esposti. Mi frustò senza pietà, piansi di vero dolore. Quando ripresi conoscenza sentivo le sue mani che mi stavano ungendo i buchi con un olio. Me lo buttò in figa con colpi profondi e decisi, violenti e dolorosi. Il buco stretto era già unto, il suo uccello lo era dei miei umori. Mi spaccò il culo come aveva promesso.
Entrò con una forza spaventosa. Stette un po’ per farmi provare piacere poi lo tirò fuori completamente e lo rimise dentro con violenza per tre volte.
Mi sentivo aprire sempre di più. Pompò, forte e tanto come mai aveva fatto. Sentii il dolore arrivare fino allo stomaco e a stento soffocai dei conati. Mi sborrò in culo un immenso fiume bollente. Ero esausta, ma lui no. Mi tolse dal tavolo, mi tolse le bende ed il bavaglio come era prevedibile. Mi legò le mani dietro la schiena e mi fece inginocchiare davanti a lui.
“Guardami il cazzo”. Lo guardai, era enorme e livido. Mi mise le mollette in ogni punto sui capezzoli, sulla labbra della fica sul clito, sull’ano.
“Adesso lecca”.
Iniziai a spompinarlo, ormai non capivo più niente e non lavoravo bene. Mi prese a schiaffi, mi fece volare sul pavimento.
Con lo zippo scaldò le mollette metalliche che avevo sulla pelle; urlai e a lui piaceva. Adesso voleva sentirmi urlare e sapeva come fare. Mi passò una mano sul viso e la fece scivolare sui seni strattonando le mollette.
Strappò via quelle dal clito e dalle labbra e strinse ancora di più quelle sui capezzoli
“Te la sei cercata” E mi ficcò in fica tutta la mano
“No.. no, no, non ho fatto niente” gridai mentre mi metteva due dita nell’utero. Spinse forte.
“Sto per spaccarti”.
Tolse le dita dall’utero, molto poco gentilmente e chiuse mano a pugno la ruotò dentro.
La mosse avanti ed indietro, lo fece per non so quante volte.
Adorava sentirmi urlare e per questo mi spaccò e continuò a spaccarmi a lungo, dandomi delle pause per vedere il mio dolore accresciuto dalla ripresa. “Perdonami, perdonami, non è come credi” ..
“no? Me lo spiegherai un’altra volta adesso succhiamelo e fallo bene”. Mi misi in ginocchio, davanti a lui, che intanto si era seduto sulla poltrona. Socchiusi le labbra guardandolo negli occhi
“Non ti ho detto che mi puoi guardare in faccia puttana” Abbassai lo sguardo, aprii la bocca e iniziai a leccare la cappella. Intanto lavoravo l’asta con le mani, gli presi in bocca le palle, prima la destra, la succhiai, poi leccai tutta la base e presi in bocca l’altra.
Ricominciai a leccare l’asta e la leccai fino alla punta, giocavo con la lingua sulla sua cappella poi, lo presi in bocca fino in gola, lo succhiavo come un frutto e me lo facevo scivolare in gola quanto più potevo ancora, ancora, ancora.
Mi prese la testa con le mani e la spinse ancora più giù, mi venne in gola, così abbondantemente che rischiai di soffocare. Ingoiai tutto, ma un po’ di sperma, mi colò ai lati della bocca.
Sapevo che si sarebbe arrabbiato, cercai di recuperarlo subito con la lingua, ma lui se ne accorse per fortuna. FINE

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