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Resasi schiava

Resasi schiava

Si erano conosciuti a seguito di un annuncio che la ragazza aveva messo su un giornale pornografico (continua da “divertirsi con gli schiavi”).
Lei voleva trascorrere le vacanze estive in compagnia di un uomo con il quale avrebbe avuto, durante quel periodo, intensi rapporti sessuali. Aveva risposto Frank.
Si erano dati appuntamento in un lussuoso ristorante della città.
Lui non si era aspettato una donna di colore.
Comunque non ne era rimasto impressionato, anzi, lo aveva colpito la sensualità, la bellezza e la femminilità della giovane studentessa.
Avevano discusso del più e del meno durante la cena.
Era poi giunto il momento di arrivare al sodo.
Avevano parlato dell’annuncio e lei aveva confermato che era suo desiderio andare in vacanza con uno sconosciuto ed avere con lui frequenti ed eccitanti rapporti sessuali.
A Frank era sempre piaciuti i rapporti sadomaso.
Con quella ragazza, benché bellissima, non voleva certo accontentassi di rapporti “normali”.
Così l’aveva stupita con la sua affermazione:
<mi va bene di avere delle ferie a sfondo sessuale con te, ma io ti voglio cagna>.
Lei era rimasta sbalordita.
Temeva di non avere compreso il significato dell’affermazione.
<scusa, ma non ho capito cosa intendi dire>.
<intendo dire che sei una ragazza splendida, che solo a vederti mi eccito, ma non mi soddisfano appieno i rapporti convenzionali; io voglio che la donna che sta con me sia la mia cagna, che in mia presenza stia nuda, a quattro zampe e con al collo un collare al quale può essere attaccato un guinzaglio; che si sposti come gli animali, che mi servi e che mi adori, che resti disponibile a soddisfare ogni mio desiderio sessuale>.
La ragazza resta perplessa.
Non aveva mai ricevuto una simile proposta, né mai aveva pensato alla possibilità di avere un simile rapporto sessuale.
<tu in pratica vuoi una schiava>.
<esatto, ha afferrato bene il concetto; una schiava che si comporti e si senta una cagna; vedo, dalla tua espressione, che non hai mai avuto una esperienza simile; se vuoi pensaci sopra; le mie condizioni sono queste; altri tipi di rapporti non mi interessano>.
<sono perplessa, non mi aspettavo questo; tu mi piaci e fisicamente mi sento attratta da te; ma a questo punto non so cosa dire>.
<pensaci sopra, ti do il mio numero, se decidi per il sì chiamami, in caso contrario ricorderò con piacere la tua compagnia di questa sera; spero che decida in senso affermativo perché tu mi attiri particolarmente, sei molto sexy ed hai tantissimo sex appeal; come ti ho già detto, al solo guardarti mi sento eccitato, e la sola idea di averti come mio animale domestico per quindici giorni di vacanza mi fa scoppiare il cazzo>.
<ci penso sopra, poi ti faccio sapere>.
Nel suo intimo sapeva che avrebbe risposto di no.
Aveva detto che ci avrebbe pensato solamente per non dire un no secco.
La spaventava la proposta che aveva ricevuto.
Non aveva mai avuto un rapporto sadomaso, né aveva mai pensato di averlo un giorno.
Sapeva che alcuni erano attratti da quei rapporti, ma lei se ne sentiva estranea.
La compagnia dell’uomo era comunque stata piacevole.
Lei lo trovava affascinante e simpatico.
Si sentiva anche attratta sessualmente da quell’uomo bianco grande e robusto.
Con lussuria pensava a che genere di cazzo potesse avere.
Le spiaceva di non avere delle ferie sessuali con quell’uomo.
Si sarebbe divertita parecchio.
Nei giorni seguenti continuava a pensare a Frank ed alla sua proposta.
Non aveva mai provato quel genere di esperienza.
Ora non provava solamente paura ma anche una certa curiosità. In fin dei conti si trattava solo di qualche giorno e, se non le fosse piaciuto, se ne sarebbe potuta andare.
Quell’uomo l’aveva proprio affascinata.
Si sentiva stregata dalla sua personalità e dall’autorità che emanava.
Un giorno, vinta dalla curiosità, era entrata in un locale dove si affittavano cassette pornografiche e ne aveva presa una sadomaso.
Era subito corsa a casa per vedersela.
Si trattava di uomini dominati da donne.
Era rimasta un po’ delusa.
A lei interessava la situazione inversa.
Voleva assistere a scene di dominazione su donna ed immaginarsi al posto della schiava.
La dominazione su uomo non le era piaciuta.
Così aveva restituito la videocassetta e non ci aveva pensato più.
Passano altri giorni ma non riesce a scacciare dalla mente la proposta dell’uomo nero.
Nel frattempo ha avuto altri rapporti sessuali “normali” con altri uomini.
Ma ogni volta si era chiesta come poteva essere la sottomissione.
Così, vinta nuovamente dalla curiosità, si era recata nello stesso negozio.
Questa volta aveva fatto una scelta più attenta cercando un film di dominazione di uomo su donna.
Alla visione della videocassetta aveva provato una certa eccitazione.
Ora era attratta da quella nuova esperienza.
Certo la prima volta che aveva visto la frusta calare sulla schiena della bella schiava del film era rimasta un po’ impressionata pensando alla propria pelle colpita con violenza.
Tuttavia la donna del film non era rimasta tanto sconvolta dal colpo ricevuto, quindi voleva dire che il dolore non era poi insopportabile.
Dolore.
Questa parola le aveva fatto venire in mente qualcosa cui non aveva ancora pensato: il dolore.
Fino a quel momento aveva solamente preso in considerazione l’umiliazione.
Non aveva pensato al fatto che un padrone infligge anche dolore alla sua sottomessa.
Questa nuova considerazione l’aveva spaventata.
Tuttavia, nello stesso momento, aveva provato un certo senso di eccitazione all’idea di subire dolore inflitto da un essere a lei superiore.
Si era stupita di questi suoi pensieri.
Fino ad allora certe cose non le erano nemmeno mai venute in mente.
Ora invece si sente attratta.
Era corsa in camera e aveva preso il numero di telefono dell’uomo bianco che la voleva sua schiava.
Aveva afferrato la cornetta del telefono ma si era improvvisamente bloccata. Un senso di paura l’aveva colta.
Era passato ancora qualche giorno.
Lei aveva continuato a pensarci e l’ultimo rapporto sessuale “convenzionale” non le aveva dato la solita soddisfazione.
Così si era risolta definitivamente ed aveva telefonato a Frank: avrebbe accettato di essere la sua umile schiava per le ferie.
Frank era rimasto piacevolmente colpito dalla telefonata:
<pronto>.
<Frank? >.
<sì, sono io, chi è ? >.
<sono Gianna, ti ricordi di me? >.
<certo che mi ricordo di te, come stai? >.
<bene grazie; telefono per dire che accetto di essere la tua cagna>.
Lui non ci aveva più pensato alla donna.
Oramai era convinto che non avrebbe più accettato.
Ora la sua voce e la sua frase l’avevano già fatto eccitare.
Si ricordava con piacere di quella splendida puledrina bianca.
Il solo ricordo di quel bellissimo e giovane corpo alto, snello, gli facevano rizzare il membro.
Si erano dati appuntamento in un bar del centro.
Lei era tutta agitata.
Era ancora indecisa.
Aveva paura di quello cui andava incontro. Frank invece era eccitato.
Quella donna aveva accettato di essere la sua schiava.
Si sarebbe divertito tantissimo.
Certo, trattandosi di una schiava novizia, avrebbe dovuto essere ammaestrata ed addomesticata, ma anche questo avrebbe fatto parte del divertimento.
Gianna si era presentata all’appuntamento con un vestito corto ed aderente che metteva in risalto le bellissime forme del suo splendido corpo di ragazza giovane ed in forma. Indossava calze nere ed un paio di scarpe dal tacco alto.
La generosa scollatura faceva vedere un magnifico seno.
Tutti i presenti si giravano per ammirarla e guardavano con invidia l’uomo che le stava assieme.
Si erano seduti ad un tavolo ed aveva ordinato qualcosa da bere.
<come ti aveva detto al telefono, ho accettato di essere la tua cagna per le ferie; però ci sono alcune cose che vorrei chiarire; non voglio che tu mi faccia … >.
Non aveva avuto tempo di terminare la frase perché era stata prontamente interrotta da Frank.
<no; nessuna condizione; se tu sei la mia schiava, io posso fare di te tutto quello che voglio per divertirmi; tu non avrai più diritti; tu sarai la mia serva per il mio divertimento, non per il tuo; se poi, incidentalmente, anche tu ne goderai, questo non mi interessa; se le cose che ti farò non ti piaceranno tu te ne potrai andare in qualsiasi momento; ma non puoi porre condizioni, altrimenti non saresti più una schiava ma una semplice amante; dimmi cosa vuoi fare>.
Lei non si era aspettata questa risposta.
La decisione dell’uomo aveva tuttavia avuto l’effetto di farle sentire un fremito in mezzo alle gambe.
Il pensiero di appartenere completamente ad quell’uomo l’aveva fatta eccitare.
Per lei erano sensazioni nuove che voleva scoprire tutte.
Così ruppe ogni indugio e si buttò a capofitto in quell’avventura.
<va bene, accetto senza condizioni; tu potrai farmi tutto quello che vorrai>.
<va bene, andiamo via da qua; verrai da me già da questa sera; domani partiremo per le vacanze>.
<ma non ho niente con me>.
<non ti servirà niente di particolare se non il tuo corpo; il resto dell’occorrente ce l’ho già io; muoviti adesso, e non osare più ribattere una mia decisione>.
Lui era già entrato nella parte.
Ora bisognava giocare. Allontanandosi le aveva posato una mano sul culo con l’atteggiamento di uno che tocca la roba sua.
Le era piaciuto.
Cominciava il suo viaggio nel profondo abisso della perversione.
Era curiosa di scoprire quanto fosse in grado di percorrerlo.
La sfida la eccitava.
Appena saliti in macchina frank aveva dato uno schiaffo alla sia nuova schiava.
Questa, risentita, aveva chiesto il motivo.
Subito il nero aveva dato un altro forte schiaffo alla sua cagna.
<il primo schiaffo te lo dato perché al bar hai osato ribattere un mio ordine dicendomi che non potevi partire subito perché non avevi niente da indossare; se io ti dico di fare una cosa la devi fare subito senza pensare o controbattere; il secondo schiaffo te l’ho dato perché mi hai chiesto il motivo del primo schiaffo: io ti picchio quando ho voglia per il motivo che voglio; ti picchio anche se non ho alcun motivo per farlo ma solo per un mio divertimento; ora taci e accucciati sul tappetino dell’auto>.
Lei aveva preso la sua prima lezione.
Si sentiva già eccitata.
Così, silenziosamente, si era accucciata sul tappetino.
Il suo padrone aveva poggiato una mano sul sedile del passeggero che lei prima occupava.
Quasi d’istinto si era chinata per leccargliela e baciargliela.
Lui aveva già avuto altre schiave, alcune delle quali bianche.
Mai però aveva avuto una donna così bella ai suoi piedi.
Nemmeno aveva mai avuto una schiava novizia.
Si sarebbe divertito ad addomesticarla.
Erano arrivati nella casa di lui.
Era una villa molto grande e molto bella con un immenso giardino completamente sottratto alla vista dei curiosi da un’alta siepe.
Erano entrati nel garage.
La donna era scesa dall’auto e vi era rimasta in piedi in attesa di ordini.
Il padrone le si era avvicinato e le aveva dato un altro schiaffo sulla guancia, poi l’aveva presa per i capelli buttandola distesa a terra.
<le cagne camminano a quattro zampe, ora muoviti, troia, e seguimi>.
Così la bestia aveva cominciato a muoversi in quella posizione canina.
Aveva seguito il suo padrone in casa.
Questa era arredata molto lussuosamente.
Fortunatamente per lei sui pavimenti c’erano dei morbidi tappeti.
La cagna non era ancora abituata a camminare a quattro zampe e le facevano già male le ginocchia e le mani.
L’uomo si era diretto su una scalinata per percorrere la quale la schiava aveva fatto parecchia fatica.
Erano entrati in un grande e bellissimo salone.
Il padrone l’aveva spogliata con rudezza strappandole letteralmente di dosso i vestiti e lasciandola con le sola calze autoreggenti nere e le scarpe con il tacco.
Da un cassetto aveva estratto un collare.
Si era pesantemente seduto sulla schiena della cagna a quattro zampe e aveva legato il collare al collo dell’animale.
Prima di alzarsi aveva dato schiaffi molto forti sulle belle natiche della bestia che, questa volta passivamente e soffocando un gemito di dolore, aveva subito.
Sulla pelle era rimasto il segno rosso del colpo ricevuto.
Il padrone, una volta alzato in piedi, aveva attaccato al collare un bel guinzaglio.
Tirandolo aveva fatto capire alla cagna che lo doveva seguire.
Naturalmente la bestia procedeva a quattro zampe. L’uomo le aveva fatto fare un giro per la stanza.
Poi si era recato in cucina a bere qualcosa di fresco.
Era ritornato nel salone.
Con la frusta che teneva in mano aveva colpito la schiena della cagna.
<tiene la testa bassa in segno di sottomissione>.
<si padrone, mi scusi padrone>.
L’uomo si era chinato a palpare il culo della schiava.
Aveva già il cazzo tutto duro.
Si era tolto i pantaloni ed aveva penetrato con forza la fica della serva che, passivamente, lo accoglieva.
Il sesso dell’animale era tutto bagnato.
Evidentemente anche lei era eccitata per la sua nuova posizione e condizione.
Dopo alcuni minuti, il padrone aveva goduto ed aveva eiaculato sul pavimento.
Aveva frustato la cagna ordinandole di chinarsi a leccare il tutto e, una volta terminato, di raggiungerlo.
Lui era andato a sedersi comodamente su una poltrona da dove osservava la sua nuova proprietà.
Era veramente una bellissima ragazza bianca.
Pulito il pavimento la cagna si era diretta, naturalmente a quattro zampe, verso il suo nuovo padrone.
Giuntavi vicino si era accucciata ai suoi piedi.
Ogni tanto, con totale sottomissione, glieli baciava e leccava.
Durante la cena lei era rimasta in un angolo legata al guinzaglio ad un anello infisso nel muro.
Aveva fame ma nulla il suo padrone le aveva dato.
Per dormire il suo proprietario l’aveva portata fuori, le aveva fatto fare i suoi bisogni, poi l’aveva condotta in una cuccia vicino alla porta di servizio.
Dentro c’erano una coperta e una ciotolina con dell’acqua.
Aveva staccato il guinzaglio ed aveva attaccato il collare ad una catena.
Poco dopo l’uomo era ritornato con una ciotolina piena degli avanzi della sua cena.
L’aveva posta per terra e si era allontanato dopo che la cagna gli aveva leccato le scarpe.
Come una bestia, dunque, la schiava si era chinata a terra per raccogliere il cibo direttamente con la bocca.
Quella notte aveva fatto fatica a dormire.
La cuccia era un po’ piccola per lei ed aveva dovuto restare rannicchiata.
Non c’era cuscino.
Lei era abituata a lenzuola di seta e letti comodi.
La mattina successiva il padrone era venuto a svegliarla di buon’ora. Il suo proprietario l’aveva fatta lavare con l’acqua fredda, poi, una volta asciugata, l’aveva condotta nella stalla.
Qui l’aveva legata ad un palo ed aveva cominciato a frustarla sulla schiena e sui seni.
Le si era avvicinato e le aveva infilato nel culo un cazzo di gomma dura molto grosso alla base.
Con una cintura apposta l’aveva fermato dentro.
Poi erano riprese le frustate.
Quando si era ritenuto soddisfatto, Frank aveva slegata la schiava che subito era caduta a terra ai suoi piedi stremata per lo sforzo. Senza troppe cerimonie, l’aveva fatta alzare tirando il guinzaglio e l’aveva legata ad un calessino molto leggero al quale l’aveva imbrigliata.
Le aveva messo in bocca il morso e non le aveva tolto dal culo il fallo di gomma.
Era salito sul calessino, aveva tirato le briglie ed aveva frusto la cavalla per farla avanzare.
La cagna ora era completamente nuda salvo un paio di scarpe da tennis che le erano state date prima di essere legata all’attrezzo.
La cavalla aveva cominciato a muoversi a fatica. Impietosi i colpi di frusta la incitavano.
Il padrone l’aveva fatta trottare per circa mezz’ora.
Quell’allenamento le toccava due volte al giorno.
La partenza per le vacanze era stata rimandata di una settimana per completare bene l’addestramento.
La cagna mangiava solamente una volta al giorno.
Le toccavano gli avanzi del padrone freddi e mescolati tutti assieme.
La schiava si muoveva solo a quattro zampe.
La posizione eretta le era consentita solamente quando era attaccata al calesse.
Dopo qualche giorno procedeva abbastanza bene nella sua umile posizione canina.
Le frequenti cavalcate tirando il calesse avevano avuto l’effetto di far perdere all’animale quel poco di grasso che aveva.
Ora era nella sua migliore forma fisica.
I muscoli erano tonici e scattanti.
Le condizioni della schiava erano tali da fare eccitare alla sola vista.
Frank non si lavava più i piedi.
La pulizia delle sue estremità era curata dalla sua cagna.
Quando il padrone rientrava a casa la bestia si accucciava ai suoi piedi, gli toglieva le scarpe e le calze tutte sudate.
Poneva le sue bellissime mani sotto i piedi del suo signore e padrone e cominciava a leccare con amore e passione.
Puliva bene anche tra le dita asportando ed ingoiando con gusto tutto quello che ivi trovava.
Poi, mentre il padrone leggeva il giornale, le veniva ordinato di infilarsi le calze sporche in bocca e di tenercele fino ad ordine contrario.
Nel frattempo il padrone nero le posava un piede o sulla testa oppure sul collo.
Dopo qualche minuto la bestia doveva fare un bel pompino al suo proprietario che, per meglio divertirsi, la frustava sulla schiena.
Ogni giorno le toccava di subire un clistere.
Veniva fatta mettere a quattro zampe.
Il suo padrone le si sedeva a cavalcioni sulla schiena.
Poi infilava la cannula nel culo senza usare troppa delicatezza. Nell’intestino venivano inseriti mai meno di due litri di acqua calda.
Il liquido all’interno del suo corpo ed il peso del suo sadico padrone sopra, facevano soffrire parecchio la cagna.
Questa doveva poi aspettare l’ordine di liberarsi che non veniva mai prima che la serva, non facendocela più, lasciasse uscire dal culo qualche goccia di acqua.
Solo allora, dopo che il suo proprietario si era divertito nell’assistere ai suoi contorcimenti, le veniva data la possibilità di liberarsi.
Naturalmente, alla fine, doveva leccare dal pavimento quanto le era uscito dagli intestini.
Questo veniva fatto sotto i colpi di frusta del padrone che, eccitato, alla fine inseriva il suo rigido membro nella bagnata fica della cagna.
Ogni volta veniva o nella sua bocca, dopo averla fatta girare tirando con forza il guinzaglio, oppure spruzzando il tutto sul pavimento che lei poi doveva pulire con la lingua.
Una volta il padrone le aveva infilato nel sesso un vibratore che, per quanto grosso, non riusciva ad eguagliare il suo cazzo.
Lo aveva legato in modo da non farlo uscire e lo aveva lasciato dentro mezz’ora.
Nel frattempo la cagna doveva muoversi a quattro zampe. La bestia aveva goduto quattro volte.
Era sfinita ma, ogni volta che accennava a rallentare o, peggio, a fermarsi, veniva colpita con forza con la frusta sulla schiena o sul culo.
Quando le era stato tolto il vibratore si era accasciata ai piedi del suo proprietario ed aveva cominciato a baciarglieli.
Non ce la faceva più e sperava che il suo padrone, impietosito dall’atto di sottomissione, la lasciasse riposare.
Invece le aveva ordinato di strisciare a terra come un verme e leccare gli sputi che lui lasciava cadere sul pavimento.
Mentre lei li leccava, lui le posava un piede sul collo e la frustava sul culo.
Al termine, ritenendosi bene eccitato, l’aveva penetrata da dietro e l’aveva scopata con foga fino a godere, questa volta, dentro di lei.
l’addestramento della sua schiava procedeva bene.
L’animale rispondeva con sollecitudine ed aveva capito quale era il suo ruolo e la suo posizione innanzi al suo sublime proprietario.
Frank voleva portarla a degradarsi ancora di più.
Voleva umiliare ulteriormente la sua bellissima e giovanissima schiava bianca.
Così aveva deciso di utilizzarla come cesso personale.
La prima volta era successa dopo cena.
La bestia aveva servito in tavola ed aveva atteso accucciata ai piedi che il padrone terminasse.
Naturalmente non aveva mangiato nulla avendo consumato il suo unico pasto quotidiano a mezzogiorno.
Il padrone l’aveva già sfruttata sessualmente.
Era stata una giornata stancante e stressante per il lavoro.
Aveva la vescica piena e non aveva voglia di recarsi in bagno.
Frank si era alzato in piedi.
<schiava, alza la testa fino a portarla all’altezza del mio cazzo>.
Lui si era denudato il membro.
La bestia, pensando di dovergli fare un pompino, aveva cominciato a leccarglielo.
Lui, spazientito, l’aveva colpita sulla guancia con uno schiaffo che l’aveva fatta cadere a terra.
Tirando forte il guinzaglio le aveva imposto di rialzarsi e di assumere la stessa posizione.
<stupido animale, ti ho forse ordinato di leccarmi l’uccello ? >.
<no padrone, mi scusi padrone>.
La schiava era rimasta sbigottita, non capiva cosa volesse da lei.
<ora ti uso come mio water personale e ti piscio in bocca; vedi di ingoiare il tutto senza neanche fare cadere una goccia>.
Senza nemmeno darle il tempo di realizzare quanto le sarebbe capitato, cominciò a lasciare defluire la sua pioggia dorata nella bellissima bocca della cagna bianca inginocchiata ai suoi piedi.
La bestia aveva reagito male.
Una parte dell’urina era caduta a terra e buona parte sul suo corpo nudo.
Non era pronta a subire quanto le stava accadendo.
Il padrone, contrariato, aveva cominciato a frustarla su tutto il corpo, a colpirla con schiaffi e calci quando era finita lunga e distesa a terra.
La cagna, sotto i colpi, era strisciata fino a leccare le scarpe del padrone chiedendo umilmente scusa.
Poi, vincendo l’iniziale ribrezzo, aveva cominciato a leccare il pavimento. Intanto il padrone continuava a frustarla.
Quando il pavimento era ritornato pulito, Frank era nuovamente eccitato, così aveva penetrato la sua schiava e l’aveva scopata fino a godere.
Da quel giorno il padrone spesse volte usava la sua bellissima e giovane schiava bianca quale pisciatoio personale.
Questo accadeva mentre, guardando un interessante film, provava lo stimolo di orinare e non voleva distrarsi perdendo così una parte magari importante.
Ordinava dunque alla cagna accucciata ai suoi piedi di porsi in ginocchio e di aprire il suo cesso di bocca. Il padrone non doveva fare nemmeno la fatica di alzarsi in piedi.
Pensava a tutto la bestia che metteva a nudo il membro, beveva l’urina, usava la lingua come carta igienica e riponeva il sesso nei pantaloni.
Qualche volta, ingoiata tutta la pioggia dorata, le veniva ordinato di continuare a leccare il cazzo mentre il suo dominatore proseguiva nella visione del film.
Padrone frank era soddisfatto delle prestazioni della sua cagna bianca.
Era servizievole, ubbidiente, conscia del suo ruolo e della sua posizione umile innanzi al suo dominatore davanti al quale si prosternava sempre leccando e baciando i piedi o le scarpe.
Ogni volta che il padrone doveva uscire, la cagna veniva legata col guinzaglio in bagno alla tazza del cesso.
Doveva attendere il suo supremo dominatore stando, ovviamente, a quattro zampe. Né, comunque, la lunghezza del guinzaglio le consentiva di alzarsi in piedi.
Prima che il padrone uscisse, la bestia doveva pulirgli con la lingua le scarpe.
La stessa cosa doveva fare quando il suo padrone tornava.
Frank cercava di evitare di orinare quando era in giro.
La tratteneva tutta nella vescica e si svuotava pisciando nella bocca del suo cesso umano che, naturalmente, doveva ingoiare tutto con sollecitudine.
Se qualche goccia finiva sul pavimento la bestia doveva leccarla mentre veniva frustata sulla schiena.
Giunse il momento di partire per il viaggio programmato.
Avevano deciso di andare in una bella, lussuosa e rinomata località turistica famosa per essere frequentata da gente bella e ricca.
La cagna trascorreva le sue giornate in casa in attesa del suo padrone.
Questi, ogni tanto, si portava in albergo qualche bella amante.
La serva doveva contribuire con sue prestazioni al godimento sessuale del suo signore e dell’amica di lui.
Molte delle donne che portava in camera non avevano mai avuto una schiava.
Così, trovando la cosa eccitante, se ne servivano molto volentieri.
La cavalcavano, la usavano come cesso pisciandole in bocca, la frustavano, la usavo come sedile durante la cena.
La cagna era giunta ad un livello di sottomissione tale che non avrebbe mai immaginato poter raggiungere.
Tuttavia questo la eccitava.
Le piaceva essere usata, sfruttata ed umiliata dal suo padrone nero.
Al ritorno dalle vacanze lei aveva chiesto al suo proprietario di poter continuare a servirlo, non potendo ormai più fare a meno dell’eccitazione costante che prova nell’essere schiava.
Più aumentava la sua degradazione, più ne provava piacere. Il suo era un padrone eccezionale.
Sapeva certo come bisogna trattare un’umile ed inutile serva. FINE

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