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Ritorno al passato

Barbara era felice quando si addentrava nel parco, era l’unico posto in cui ritornava bambina, il ricordo della nonna si riaffacciava vivido nella mente: nitide immagini che la vedevano giocare gioiosa tra i verdi freschi e le chiazze lucide di sole.

Di quel colorato brulichio di bambini rincorsi prevalentemente da governanti, le quali altro non erano se non l’orgoglio di una borghesia che faceva del benessere il supremo degli ideali, sentiva ancora il fruscio che le passava accanto.

Quando la nonna era stanca le piaceva sederle accanto, contemplando le foglie autunnali color ruggine, moribonde sui prati, ed osservando la traccia della lumaca che brillava effimera nel sole, accanto alle cortecce degli alberi che a volte apparivano come paesaggi mostruosi, costringendola ad aggrapparsi alla calda sicurezza del grembo avito.

Ora trentenne Barbara, laureata in medicina, specializzata in psichiatria e psicologia, si era da poco affrancata dal praticantato, aprendo uno studio proprio; la nonna era mancata da poco tempo e l’aver scoperto un suo diario, sfuggito all’avida bramosia dei familiari che su ben altri interessi avevano costruito la ricerca ereditaria, rappresentava per lei un legame indissolubile, per certi versi succedaneo, come se l’indirizzo professionale scelto, fosse consequenziale ai racconti della nonna, ora ritrovati.

Quel diario così consunto ma incredibilmente lucido, racchiudeva solo una parentesi giovanile della vita della nonna, descritta con pennino ed inchiostro d’altri tempi, attraverso caratteri morbidi e privi di sbavature, malgrado alcuni passaggi raccontassero di vere crudeltà a cui era stata sottoposta.

Barbara nel leggere e rileggere quelle pagine che ormai aveva assorbito dentro di sè indelebilmente, non riusciva a darsi pace del perché la nonna, a cui era così tanto affezionata, non le avesse mai fatto cenno di quei fatti, nemmeno quando la nipote era entrata nell’età matura.

Le era stata vicina fino alla morte, ed il ricordo di quel volto intriso di mestizia e serenità, che nulla lasciava trapelare su quanto accadutole tra i diciotto e vent’anni, le dava un senso di impotenza e di angoscia, avrebbe voluto far ritorno al passato per rivisitare assieme alla nonna le vicende narrate nel diario che teneva tra le mani.

La nonna era rimasta orfana all’età di dodici anni, raccolta ed educata da una zia vedova, che non perdeva occasione per inculcarle terrori religiosi, ispirando simili paure senza temperarle con la benché minima espressione di tenerezza: passò la giovinezza supplicando il cielo di risparmiarla dalle pene dell’inferno, così che i giorni trascorrevano tristi come quelli di un condannato, che guarda lo scorrere della vita attraverso le sbarre.

Di tanto in tanto, al mattino, la zia la chiamava nel suo letto, soltanto allora gli sguardi diventavano dolci e le parole carezzevoli, la stringeva al seno facendo aderire le cosce, serrandola in abbracci convulsi fino a torcersi e rovesciare il capo, infine venendo meno con un riso da folle, tanto che la credeva malata di epilessia.

Fu in questo clima così tenebroso che la nonna iniziò sedicenne il suo diario, integrandolo con i passaggi più scabrosi, che qui vengono riportati, solo dopo diversi mesi allorquando conobbe il suo futuro marito, al quale pure celò le esperienze vissute, decidendo però di concludere ogni ulteriore narrazione.

…………dopo un lungo colloquio che la zia ebbe con un monaco francescano, fui convocata dal reverendo padre che mi tenne questo discorso: figlia mia voi siete cresciuta, ora avete quasi diciannove anni, già può vedervi il demone tentatore, presto ne sentirete gli assalti, se non sarete pura e senza macchia i suoi strali vi potranno colpire, ma se sarete immune da contaminazioni rimarrete invulnerabile.

Attraverso il dolore Nostro Signore ha riscattato il mondo, allo stesso modo voi, attraverso le sofferenze riscatterete i vostri peccati, dovete perciò prepararvi a subire il martirio della redenzione, domandate a Dio la forza ed il coraggio necessari: stasera sarete messa alla prova……. andate in pace, figlia mia…..

Già da qualche giorno la zia mi parlava di sofferenze, di torture da sopportare per riscattare i propri peccati, mi ritirai terrorizzata per le parole del monaco: rimasta sola volli pregare ma non riuscivo a vedere altro che non fosse l’immagine del supplizio, a cui ero stata destinata.

La zia mi venne a prendere nel cuore della notte, mi ordinò di mettermi nuda, deterse il mio corpo da capo a piedi e mi fece indossare un lungo mantello nero chiuso intorno al collo e completamente aperto sul didietro: anche lei si vestì allo stesso modo ed uscimmo di casa ove c’era un calesse che ci aspettava.

Dopo quasi un’ora mi ritrovai in una lugubre sala parata di nero, rischiarata da un’unica lampada appesa al soffitto: al centro si levava un inginocchiatoio circondato da cuscini.

Inginocchiati nipote mia e preparati con la preghiera, dovrai sopportare con coraggio tutto il male che Dio vorrà infliggerti per farti espiare i pensieri cattivi che ingombrano la tua giovane mente.

Avevo appena ubbidito quando si aprì una porta segreta: un monaco vestito come noi si accostò a me, balbettò alcune frasi in latino di cui non colsi il significato tanto erano state biascicate, poi aprì il mio mantello lasciandone ricadere i lembi ai due lati, mettendo così a nudo tutta la parte posteriore del mio corpo.

Al monaco senza dubbio estasiato dalla vista della mia candida carne, così fragrante e così immacolata, sfuggì un leggero fremito a cui seguirono altre parole balbettate: la sua mano accecata dal piacere mi percorse per ogni dove, soffermandosi a lungo sulle natiche, dalla cui palpazione sembrava trovare un incontenibile appagamento, allorquando si insinuava entro il solco violando con l’indice lo stretto orifizio.

Avevo il cuore in gola ed accettavo in religioso silenzio l’esplorazione del mio corpo virginale, quando la sua mano finì col posarsi più in basso, vellicando il cespuglio rigoglioso che esaltava la mia eterea nudità: è quaggiù che la donna pecca ed è quaggiù che deve soffrire, disse con voce quasi sepolcrale.

Queste parole erano appena state pronunziate che mi sentii battuta a colpi di sferza, un insieme di corde annodate e munite di piccole e lancinanti punte di ferro, mi aggrappai all’inginocchiatoio sforzandomi di soffocare le urla che salivano, con devastante intensità, dalla bocca del mio stomaco, ma invano, il dolore era troppo acuto.

Mi sollevai lanciandomi disperatamente nella stanza vuota, gridando: basta, basta, pietà, mi sia concessa grazia, non posso sopportare tale supplizio! Pietà, ve ne prego!

Miserabile vile, esclamò la zia indignata da quella mia imperdonabile debolezza, dunque ti occorre il mio esempio: ciò detto si espose con coraggio tutta nuda, divaricando le cosce e tenendole sollevate; i colpi piovevano impietosi, flagellando la sua carne quasi fosse stregata, mentre io guardavo attonita l’aguzzino che continuava imperterrito quel suo mestiere antico come il mondo: le cosce grondarono sangue ma la zia restò incrollabile, gridando a tratti….. sì, sì più forte, ….. sì, sì di più… di più…….

L’esempio mi trascinò, sentii dentro di me un coraggio sovrannaturale, ed anch’io mi dissi pronta ad emulare la zia, che subito si alzò coprendomi di ardenti baci, mentre il monaco mi legava le mani e mi bendava gli occhi.

Il supplizio ricominciò più terribile di prima, presto stordita dal dolore ero senza moto, non provavo più alcuna sensazione, soltanto nel mezzo del sibilar dei colpi udivo, in modo confuso, quasi lontano, grida e strepitii che si accavallavano con percosse di mani sulle carni: erano anche scrosci di risa insensate, risa nervose, risa convulse, precorritrici della gioia dei sensi.

A volte mi giungeva la voce della zia, che rantolava di voluttà, come se dominasse con il suo perfido potere quella strana armonia, quel concerto orgiastico, quel saturnale di sangue.

Solo più tardi compresi che lo spettacolo del mio supplizio serviva a risvegliare i desideri, ciascuno dei miei soffocati sospiri provocava un impeto di voluttà nei confronti degli altri monaci che silenziosamente si erano affacciati nella sala.

Indubbiamente stanco il mio aguzzino finì il suo compito mentre io, sempre immobile ed in preda alla paura, ero quasi rassegnata a dover morire, tuttavia man mano che riaffiorava l’uso dei sensi, avvertivo un singolare prurito, il mio corpo fremeva, lo sentivo in fiamme.

Mi agitavo con moto lubrico come per soddisfare un’insaziabile brama, ad un tratto mi avvilupparono due braccia nervose, non sapevo cosa fosse quel qualcosa di caldo, di gonfio, che venne a sbattere sulle mie reni, che sgusciò più in basso e che mi penetrò all’improvviso, d’un sol colpo: in quel momento credetti di essere spaccata in due.

Lanciai un grido spaventoso che avrebbe inorridito il più deprecato degli uomini, ma che non sortì effetto alcuno verso quella congrega di monaci, anzi venne soffocato da risa sguaiate, isteriche e folli, che mi ottundevano la mente: due tre scosse tremende annunciarono l’introduzione per intero del vile randello che mi travolse.

Le mie cosce sanguinanti si incollarono a quelle dell’avversario, mi sembrava che le nostre carni si mescolassero per fondersi in un sol corpo, avevo le vene gonfie, i nervi tesi: il vigoroso strofinio, che si destreggiava con incredibile agilità, mi scottava a tal punto che credetti di aver assorbito un ferro rovente.

Piombai nell’estasi e mi vidi in cielo, un liquore vischioso e bollente giunse rapido ad irrorarmi, mi penetrò fino alle ossa, mi stimolò fino al midollo, fondevo come lava ardente: sentivo scorrere in me un fluido attivo, quasi divoratore, ne provocai l’emissione con scosse furiose e caddi sfinita in un abisso senza fine di inaudita voluttà.

Ma non finì così, anzi, non so quanti monaci abusarono quella notte del mio povero corpo, tanto che svenni e caddi in uno stato comatoso.

Dopo quasi un mese di cure, compresi l’orribile perversità della zia e dei suoi infami compagni di dissolutezza, che solo con immagini di spaventose torture riuscivano ancora a trovare stimoli degni di tal nome; approfittando dell’assenza di cotanta sadica parente, decisi di abbandonare la sua casa, prendendo con me tutti i documenti che mi avrebbero garantito il possesso del patrimonio che avevo ereditato, con i quali mi rifugiai in un convento di suore.

La superiora commossa dalla mia giovane età e della mia apparente timidezza, mi accolse con i modi più adatti a dissipare i miei timori, le raccontai quanto mi era accaduto e le chiesi aiuto e protezione.

Mi prese tra le sue braccia consolandomi e mi intrattenne sulla vita dolce e tranquilla del convento; per rendere meno traumatico il passaggio dalla vita mondana a quella del chiostro, fu convenuto che avrei dormito nella sua camera.

Ero felice e stavo pian piano dimenticando quanto mi era accaduto, quando una notte mi svegliai di soprassalto vedendo la superiora che si agitava nel letto, si lamentava del freddo e mi pregò di coricarmi vicino a lei per scaldarla: la trovai completamente nuda e nella mia ingenuità le chiesi il perché.

Si dorme meglio senza camiciola rispose e mi invitò a togliere anche la mia: oh piccola ma tu scotti, esclamò, com’è vellutata la tua pelle, che barbari sono stati, osare martoriarti in quel modo!

Hai sofferto tanto vero bambina mia, raccontami quello che ti hanno fatto, ti hanno battuta, fustigata, su dimmi tutto!

Gli ripetei la storia in tutti i particolari, insistendo su quelli che sembravano interessarla di più, il piacere che provava sentendo la mia voce sussurrata era così intenso che il suo corpo era scosso da brividi: povera bambina, povera bambina ripeteva stringendomi con tutte le sue forze.

Quasi senza accorgermene mi trovai distesa su di lei, le sue gambe erano incrociate sulle mie reni, le sue braccia mi circondavano, un calore tiepido e penetrante mi si diffondeva in tutto il ventre, provavo come un benessere sconosciuto, delizioso, che si trasmetteva alle ossa ed alla carne, una specie di madore amoroso che faceva luccicare la mia pelle.

Siete buona, molto buona, dissi alla superiora con voce trasognata, vi voglio tanto bene, sono felice qui accanto a voi, non vi vorrei lasciare mai: la sua bocca si incollò alle mie labbra mentre sentivo la sua mano che mi blandiva con esasperata lentezza.

Il suo tosone crespo e fitto si aggrovigliava con il mio, mi pungeva nel vivo e mi provocava un diabolico titillio, ero fuori di me, ad un bacio appassionato, quasi violento della superiora, mi arrestai di colpo: mai rugiada più abbondante seguì quell’iniziale e diversa giostra d’amore.

Passata l’estasi, lungi dall’essere appagata, emulai l’abile compagna levigandola con le carezze, le ripresi la mano e la riportai nello stesso punto che poco prima aveva eccitato così bene, ella capì che oramai mi possedeva, mi costrinse a gareggiare in ardore, nei baci e nei morbidi morsi che si insinuarono nella pelle.

La superiora era agile e flessuosa come una gazzella, il suo corpo si tendeva, si piegava, si attorcigliava fino a stordirmi, non riuscivo ad eguagliarla, avevo appena il tempo di ricambiare qualcuno dei tanti baci che ella mi faceva piovere addosso, mi sembrava di essere divorata, quasi consumata.

Ad un certo punto mi trovai con la testa imprigionata fra le cosce di quell’improvvisata lottatrice, credetti di indovinare i suoi desideri ed ispirata dalla lubricità mi misi a morderle le parti più tenere, ma rispondevo male ai suoi richiami.

Mi rimise su di lei, sgusciando sotto il mio corpo e schiudendomi con sottigliezza le cosce, subito mi assalì con la bocca, la sua lingua guizzante mi pungeva, mi sondava come fosse uno stiletto, i suoi denti affondavano come se mi volessero straziare.

Cominciai a divincolarmi come una disperata, respingevo la testa della superiora e la tiravo per i capelli, allora lei allentava la presa, mi sfiorava con dolcezza, mi iniettava la saliva, mi lambiva, mi mordicchiava appena pelo e carne con una raffinatezza così sensuale che mi sentivo mancare.

Urlavo senza ritegno, mi abbattevo senza fiato, mi sollevavo come fossi smarrita, ma sempre la punta, rapida e acuta, mi raggiungeva, mi perforava con inflessibilità: le sue labbra sottili e calde mi prendevano la clitoride, la pizzicavano, la stringevano fino a strapparmi l’anima.

Bruciavo, mi scioglievo e sentivo la sua bocca avida, insaziabile, aspirarmi perfino l’essenza della vita, restai disseccata ma poi ricambiai a iosa l’ardente compagna, ogni pudore era ormai bandito fra di noi; col tempo venni a sapere che alcune suore si abbandonavano fra loro al furore dei sensi, che avevano un luogo segreto di riunione e di orgia, dove si sfogavano senza ritegno.

Una volta che la mia ammissione fu approvata venni presentata dalla superiora, rispettando le regole di quel saturnale arrivai nuda, feci il giuramento di obbligo e per completare la cerimonia mi prostituii con coraggio ad un enorme priapo di legno, destinato a tale bisogna.

Appena ultimata quella dolorosa libagione lignea venni incalzata da quattro giovani suore che si accompagnavano alla superiora, mi sottoposi ai loro capricci, assunsi le pose più lubriche terminando con una danza oscena ed estenuante, così come mi era stato richiesto.

Una delle tre monachelle assai più raffinata della superiora, mi trascinò in un giaciglio: era davvero la più dannata tribade che l’inferno avesse potuto creare, concepii per lei una vera passione e durante le orge notturne eravamo quasi sempre assieme.

Prive di uomini diventammo tutte molto ingegnose, ogni culto priapeo come pure tutte le storie oscene dell’antichità e dei tempi moderni ci erano note, è troppo lungo descrivere i nostri artifizi, le nostre astuzie, i nostri meravigliosi filtri per darci forza e svegliare i nostri desideri.

Poi ci venne l’idea di trasformarci in uomini, attaccandoci sul davanti un olisbo, così da infilzarci una di fila all’altra, in una danza semicircolare di sei persone, di cui io costituivo l’ultimo anello della catena: ero quindi la sola che cavalcava senza essere cavalcata.

La mia sorpresa fu perciò ancor maggiore quando mi sentii assalita alle spalle da un uomo nudo, che si era, non so come, intrufolato fra noi: al grido di spavento che uscì dalle mie labbra, le monache si slacciarono sbandando dalla catena che avevamo formato, e come delle leonesse si scagliarono sullo sventurato intruso.

Ognuna voleva finire nella realtà quel piacere iniziato attraverso un ingegnoso simulacro fallico, ma l’oggetto delle loro brame fu troppo festeggiato e ben presto si esaurì: il pover’uomo cadde in uno stato di torpore mentre il suo elitroide, flaccido e pendulo, mostrò con esemplare evidenza l’aspetto negativo della virilità maschile.

Feci fatica a farlo resuscitare quando toccò anche a me di gustare l’elisir prolifico, ma alla fine ci riuscii: accovacciata su quel moribondo pezzo di carne, lo succhiai con tale abilità che questi si risvegliò rubicondo, vivace come in origine; lustrata io stessa da un’agile lingua sentii avvicinarsi l’acme del piacere, che completai sedendomi con gloria sullo scettro appena conquistato: donai e ricevetti un profluvio di voluttà.

Quest’ultimo eccesso finì il nostro anziano invasore ed a nulla valsero i tentativi di rianimarlo, le mostruose monache quando si resero conto che quello sventurato non era più buono a nulla, decisero, senza esitazione, che bisognava ucciderlo e seppellirlo in un sotterraneo, per tema che le sue indiscrezioni compromettessero il convento.

Mi ribellai lottando invano contro quella criminale soluzione, in pochi attimi fu staccata una lampada e la vittima sospesa ad un nodo scorsoio.

Distolsi lo sguardo dall’orribile spettacolo quando l’impiccagione cominciò a produrre i consueti effetti convulsi sul corpo dello sciagurato, anche se con la coda dell’occhio potei osservare la superiora che prendeva uno sgabello e, fra lo stupore di tutte, tentava di accoppiarsi in aria con la morte, avvinghiandosi al cadavere dell’uomo.

Troppo sottile e consunta per sostenere quel doppio peso, la corda cedette e si spezzò, morto e viva caddero a terra con un frastuono indescrivibile, la superiora si ruppe le ossa mentre l’impiccato, il cui strangolamento era stato mal eseguito, tornò miracolosamente in vita e minacciò di soffocare, con la sua tensione nervosa, la monaca.

Come una folgore che cade sulla folla spargendo il panico, le monache schizzarono via terrorizzate convinte che quell’uomo fosse l’incarnazione del diavolo, io stessa fuggii lasciando da sola la superiora a dibattersi con il resuscitato: quella sera stessa, temendo le conseguenze di quella diabolica avventura, scappai da quel luogo di depravazione.

Null’altro trapelava dal diario, solo questa sconvolgente parentesi giovanile che si concludeva con il rifugio a Firenze, che la nonna descriveva come la città dell’amore, ove conobbe il nonno che concepì per lei una profonda passione, convogliando alle nozze di lì a pochi mesi.

Barbara era ancora assorta nei suoi pensieri quando giunse in studio Alessia, una ragazzina bionda ed esile poco più che diciottenne, l’aveva in cura da una quindicina di giorni, dopo che era stata rapita e stuprata per quasi due giorni interi.

Nelle prime sedute Alessia era rimasta pressoché ammutolita, ancora stravolta dall’esperienza a cui era stata costretta, guardava stralunata Barbara, che con esasperata dolcezza cercava di farla parlare, nel tentativo di rimuovere il macigno che si portava dentro.

Lo splendido volto di Alessia era in qualche modo deturpato dal ricordo di quella triste avventura, un fremito incontrollato la pervadeva ogni qual volta sussurrava qualche parola di risposta alle domande della dottoressa, aveva l’abitudine di rannicchiarsi sul lettino ove veniva fatta distendere, dando l’impressione di un uccellino spaurito e bagnato, sorpreso nel bel mezzo di un temporale.

Barbara come in una specie di traslazione, credeva invece che quella ragazzina fosse arrivata a lei per farle rivivere con immagini in dissolvenza, le stesse ansie e paure che avevano travolto in giovane età la nonna, seppure i fatti accaduti fossero diversi, si sforzava di trovare delle similitudini, alla ricerca di quel ritorno al passato che ormai le offuscava la mente.

Ma non solo, mano a mano che Alessia trovava la forza interiore di esporre nei dettagli le angherie subite, Barbara si accorse che le prime sensazioni volte precipuamente alla protezione di quella giovane paziente, erano mutate in una inusitata brama di possedere quel corpo leggiadro, come era successo alla superiora con la nonna.

Si era accorta che Alessia scattava come una molla ogni qual volta il tono delle domande si faceva più pressante, così che lei si inebriava della sua fragilità, eccitandosi al pensiero che presto si sarebbe presentata l’occasione per gioire tra le pieghe di quel corpo profanato ma ancora così incredibilmente acerbo.

La giovane aveva raccontato che una sera piovosa stava aspettando l’autobus, da sola in una zona poco illuminata, non aveva ombrello perché la pioggia non era prevista ed aveva i capelli inzuppati malgrado avesse tentato di coprirsi con un fazzoletto.

All’improvviso si era fermata una macchina di grossa cilindrata, l’uomo al fianco del guidatore le aveva offerto un passaggio che lei rifiutò, ma la sorpresa ne bloccò la reazione quando quell’omaccione quarantenne scese ed in pochi attimi la costrinse a salire sul sedile posteriore, spingendola dentro e sedendosi al suo fianco, mentre il conducente, dell’apparente età di trent’anni, robusto e tarchiato, ripartiva a gran velocità sgommando.

A casa mi stanno aspettando aveva balbettato Alessia con gli occhi lucidi e con il cuore in tumulto, ottenendo come risposta: non importa, adesso tu vieni con noi e ti conviene star zitta e buona se non vuoi che cominci a prenderti a sberle!

Alessia impaurita e tremante, si sentì perduta e scoppiò in un pianto dirotto mentre biascicava: no, no, vi prego fatemi scendere, voglio andare a casa, cosa volete da me?

Ti avevo avvertita ringhiò l’omaccione, la rivoltò sulle sue ginocchia sollevandola come un fuscello, con una mano sulla testa le tenne la faccia schiacciata sul sedile mentre con l’altra le sollevò la gonna abbassandole le mutandine con uno strattone: nulla potè per evitare una sonora sculacciata.

Il palmo ruvido si abbatteva sulle morbide chiappe con un frastuono che rimbombava dentro l’abitacolo, solo dopo una gragnuola di colpi che le colorò i glutei di lividi bluastri, la furia dell’uomo parve calmarsi, le sollevò la testa trattenendola per i capelli: se non ti basta continuo, guai se ti sento ancora frignare, farai la brava adesso, vero?

Sì, sì mormorò con un filo di voce Alessia, scossa dai singulti, con il sedere indolenzito e fortemente impaurita anche per la sua incolumità.

Soddisfatto l’uomo tornò a schiacciarle la testa sul sedile, Alessia rabbrividì nel sentire le dita dell’altra mano scivolare sotto il solco delle natiche e farsi strada tra la peluria dorata, le dischiuse le labbra leggermente umide mormorando: sai Franco la puttanella si è già eccitata al pensiero di quello che le faremo!

Alessia non ebbe nemmeno il tempo di stupirsi del fatto che la fichina si era inspiegabilmente inumidita, a seguito della pesante sculacciata, che la voce cavernosa dell’omaccione si rivolse nuovamente, questa volta con tono quasi stupito, all’amico alla guida: che pacchia ragazzi, non poteva capitarci di meglio, la stronzetta è vergine, soggiunse vellicando l’imene entro la vulva inumidita della ragazzina.

Oh cazzo Carlo, dici sul serio, ho già l’uccello duro, esclamò il conducente soggiungendo: sentila anche didietro, era tanto che non ci capitava una verginella, ce la spasseremo per bene visto che dobbiamo stare rintanati un paio di giorni prima che si calmino le acque.

I due delinquenti che quel pomeriggio assieme ad un altro complice avevano rapinato una banca, ora stavano recandosi in un casolare sperduto ove avrebbero aspettato una telefonata di conferma che il bottino aveva raggiunto il posto prestabilito.

Mentre il conducente si addentrava in aperta campagna Carlo controllava il buchetto grinzito della ragazza, trovandolo stretto ed intonso; nascosero la macchina dentro la stalla del casolare abbandonato, ed entrarono nel buio di uno stanzone che avevano predisposto per trascorrerci un paio di giorni, trascinando dentro anche Alessia, ammutolita e con il volto ancora bagnato dalle lacrime.

La luce di un paio di candele rischiarò appena l’ambiente, Alessia era rimasta imbambolata nel mezzo della stanza con le mutandine ancora abbassate sulle cosce, guardava terrorizzata i due malavitosi che stavano aprendo un paio di sacchetti con all’interno dei panini, per poi addentarne uno per ciascuno.

Non si rese nemmeno conto di quello che faceva, seguendo l’istinto corse verso la porta gridando all’impazzata, quasi prendendo di sorpresa i due rapitori: un piede allungato si frappose ai suoi mentre stava impugnando la maniglia, sbattè sulla porta e cadde sul pavimento in legno.

Venne rialzata per i capelli da Franco ed un paio di sberle sul viso la zittirono d’incanto, egli la redarguì con tono duro ma anche falsamente suadente, finse di voler risparmiare la sua verginità dicendo: se tenti un altro scherzo del genere ti cambio i connotati, ma non solo, ti imbavaglio, ti lego su quella specie di letto e ti sfondo fino al mattino mentre Carlo ti rompe il tuo bel culetto, se invece prometti di far la brava bambina possiamo accontentarci della tua boccuccia, succhiaci per bene l’uccello e potrai guadagnarti la libertà prima del previsto!

Alessia ingenuamente gli credette, pur se il mondo sembrava caderle addosso pensò che quello era il male minore, annuì con lo sguardo chino mentre nella mente scorrevano limpide le immagini di quando era costretta a farlo con il fidanzato di sua sorella maggiore, un ragazzo ventiquattrenne alto e moro, dopo che si era fatta sorprendere a spiarli in macchina nella stradina buia davanti a casa.

Era convinta di non essere stata vista dal futuro cognato, che con il sedile reclinato all’indietro, si stava facendo fare un pompino dalla sorella, ma si sbagliava perché lui ne chiese conto qualche giorno dopo, raggiungendola un pomeriggio in cui era certo che fosse in casa da sola.

Alessia se lo vide davanti all’improvviso e trasalì non avendolo sentito entrare dalla porta della cucina, balbettò confusamente qualche parola per avvertirlo che sua sorella non c’era, ma la risposta le gelò il sangue: lo so, non sono venuto per lei ma per te!

Co…sa vorresti dire, farfugliò ancora, mentre lui sprofondò su una poltrona ordinando: vieni qui, avvicinati, non credo che hai molta scelta, a meno che tu non voglia che spifferi tutto prima a tua sorella e poi a tua mamma!

Con il volto paonazzo si trovò inginocchiata ai suoi piedi, costretta a lisciare con una mano quel grosso pacco da sopra i pantaloni, gli ordini arrivavano cadenzati e lei assecondò tutte le richieste, gli sbottonò la patta finendo con l’impugnare l’asta svettante, rimanendo qualche attimo incantata a guardare il glande perlato da un paio di gocce che preludevano all’eiaculazione.

Lui se lo fece succhiare tenendole la testa stretta tra le mani, raggiungendo un orgasmo straripante che le inondò la gola, obbligandola a tossire e sputare, sopraffatta da un principio di soffocamento.

Non furono molte le occasioni per ripetere l’esperienza, pur se il futuro cognato non ne perse alcuna, anche in presenza della madre di Alessia, che stava sonnecchiando sul divano dopo pranzo mentre lui aspettava la fidanzata di ritorno dal parrucchiere; no, no, la mamma potrebbe svegliarsi da un momento all’altro, aveva sussurrato Alessia presa per un braccio dopo che gli aveva servito il caffè in cucina, intuendo le sue intenzioni.

Egli fu irremovibile, si fece fare un pompino in tutta fretta intanto che teneva d’occhio il corridoio: quella volta la paura fece bagnare le mutandine di Alessia mentre lui si scaricava copiosamente in bocca.

Un’altra sera la portò al cinema assieme alla sorella, sedendosi in mezzo a loro due, con il soprabito sopra le ginocchia le fece impugnare il cazzo affinché lo menasse lentamente, mentre lui si dedicava alla fidanzata, distraendola con una mano infilata all’interno delle cosce.

La sorella preoccupata che i movimenti del fidanzato fossero visti da Alessia, dopo alcune timide ed appena sussurrate proteste, si allungò sulla poltroncina per meglio lasciarsi masturbare dalle sue dita insinuanti, senza nemmeno accorgersi di quanto lui stesse pretendendo dalla sorella, alla fine fu travolta da un ansimante orgasmo, che la lasciò scossa e con il fiato corto per qualche minuto.

Alessia si era gustata quella scena osservandola di sottecchi, non appena la sorella si alzò dirigendosi alla toilette per risistemarsi, lui le forzò la testa, abbassandola e costringendola ad imboccare l’uccello, che esplose dopo pochi attimi innaffiandole la gola.

Con questi presupposti mnemonici Alessia si inginocchiò davanti a Franco che aveva iniziato a divorare un altro panino, gli tirò fuori il cazzo duro che puzzava di urina, con un certo fastidio lo prese in bocca sforzandosi di levigarlo sensualmente, con le labbra pregne di saliva, per dargli maggior piacere: il delinquente sbuffò soddisfatto e di lì a poco venne grugnendo, complimentandosi con Alessia quasi a voler confermare la promessa di liberarla.

Ella rivolse lo sguardo verso Carlo, che seduto lì vicino aveva osservato attentamente la scena, tenendosi tra le mani l’uccello che scappellava lentamente, non ebbe nemmeno il tempo di rifiatare, il malvivente le ordinò di usare solo la bocca ed anzi invitò il complice a legarle le mani dietro la schiena.

Alessia si lasciò annodare i polsi dedicandosi al randello assai più consistente di quello appena svuotato, che le gonfiava il volto: cercò di suggerlo fino alla radice mentre il delinquente la incitava a trattenerlo per intero in bocca, ritardando l’orgasmo per un tempo che alla ragazza parve infinito, alla fine del quale il liquido mieloso si propagò con spruzzi simili a saette rimbalzando prepotente nel palato e nella gola.

La giovane non fece in tempo a staccare la bocca che Franco, contravvenendo alla parola data, la sverginò affondando in lei con un sol colpo; a nulla valsero le urla disperate di Alessia, che anzi resero più sadici i due delinquenti: ella venne ripetutamente picchiata ed il suo corpo usato senza limiti, ininterrottamente per quasi due intere giornate.

Nemmeno il culetto, rotondo e sodo, le fu risparmiato, così come gli ultimi assalti si rivelarono più devastanti dei primi e lei svenne prima di essere abbandonata esanime nel casolare.

Dopo le cure in ospedale era guarita nel corpo ma non nello spirito, anche per questo era stata affidata a Barbara, che continuava a trovare in quel caso similitudini con gli eventi successi tanti anni prima alla nonna; da qualche seduta Alessia aveva trovato la forza di raccontare lucidamente le sevizie subite nei due giorni passati al casolare, integrandoli persino con quanto avvenuto tra lei ed il fidanzato della sorella, in ciò incalzata dalla dottoressa che voleva conoscere se avesse avuto altri rapporti sessuali prima dello stupro.

Abbandonando ogni principio etico-professionale, che fin lì aveva sempre contraddistinto il suo lavoro, Barbara si lasciò pian piano sopraffare dalla libidine, facendosi coinvolgere dall’aspetto erotico dei racconti della paziente, mentre questa spiattellava, con tono sommesso, i momenti più scabrosi passati con i due malavitosi.

Un sottile e perverso piacere, di cui mai prima aveva avuto sentore, si impossessò di Barbara, tanto che aspettava con ansia ogni incontro cercando di individuare l’occasione propizia, era ormai disposta a tutto pur di poter abusare di quell’esile corpo, anche se necessario attraverso la coercizione.

Aveva notato che Alessia nel rivangare quegli episodi finiva spossata, madida di sudore, stringendo i pugni e le cosce, non tanto per rabbia o rimestata paura, quanto per un principio di eccitazione a cui non sapeva sottrarsi.

Approfittando di uno di questi momenti, Barbara decise di cambiare le regole di comportamento fin lì adottate ed un pomeriggio si finse adirata, redarguendola con tono autoritario: ti vedo strana oggi, sei eccitata vero, non sarà per caso il pensiero della costrizione che ti porta a questo stato, credo che ormai siamo vicini alla verità, tu ami essere sottomessa, nel tuo intimo ti senti schiava, vorresti godere attraverso la forza, solo così ti senti appagata, non è vero?

Alessia rimase un lungo minuto in silenzio mordendosi le labbra, serrando le cosce e stringendo i pugni mentre il suo corpo vibrava come una corda di violino, poi sbottò:

sì….. sì….. è vero, mi perdoni dottoressa, è vero sono una depravata, mi hanno seviziata ma mi sono accorta di aver goduto con loro, mi piaceva sentire il loro uccello dentro di me, che sondava ogni anfratto del mio corpo indifeso, spesso di notte sogno di essere legata, mi scusi….. mi scusi…….

Anche adesso lo vorresti vero?

Alessia non fece nemmeno in tempo a sussurrare il proprio assenso che si trovò con entrambe le braccia all’indietro ed i polsi legati alle gambe del lettino; bloccata e bendata con una piccola maschera, solo il suo respiro affannoso riempiva la stanza dello studio, la giovane avvertiva ondate di calore che le scaldavano il ventre, mentre ansiosa aspettava di conoscere quale sarebbe stato il suo destino, ora che la dottoressa aveva svelato i suoi intimi segreti.

Le parvero interminabili quei pochi attimi che trascorsero prima che Barbara ritornasse a far sentire la sua presenza, aveva impugnato una specie di bisturi poggiandone la lama tagliente sulla gola: Alessia trasalì deglutendo diverse volte, le labbra si socchiusero per lasciar defluire un lungo afflato, era come pietrificata dalla paura ma ciò non fu sufficiente a placare le folate di piacere che sgorgavano dalla fichetta, anzi pur senza parlare si dimenò lascivamente sul lettino, disposta a soddisfare ogni più lubrico desiderio di quella affascinante donna dalla chioma corvina, che la sovrastava dominandola.

Ho tanta voglia di tagliuzzarti puttanella, sussurrò Barbara pervasa da un incontenibile istinto sadico, mentre faceva scivolare la lama dal collo al petto: i bottoni della camicetta che a fatica contenevano il seno tumultuoso di Alessia, volarono uno dopo l’altro al passaggio del bisturi, consentendo alle tettine, gonfie e tese, di librare prive di vincoli davanti agli occhi della dottoressa.

Continuando ad ansimare ma senza proferire parola alcuna, Alessia accettò quel giuoco che si protrasse per diversi minuti, la gonna le fu strappata di dosso facendola scivolar via attraverso le caviglie, le mutandine incollate al vello pubico dagli umori vaginali, saggiarono gli effetti del bisturi, che ne lacerava il tessuto affondando impercettibilmente sulla carne, fino a che un taglio netto sull’elastico le fece scivolare di lato come un corpo privo di vita.

Ad un ordine di Barbara la ragazza si sollevò sulle reni arcuando il corpo e divaricando le cosce: rimase in quella scomoda posizione per essere perlustrata dalle dita ficcanti della dottoressa, che si spingeva entro la serica carne della vulva, strappandole lunghi sospiri sussultori.

Dalla scoperta del diario della nonna, Barbara aveva affievolito il rapporto con il marito, ponendosi alla ricerca di un piacere diverso ed autonomo, che la portava ad usare un paio di grossi vibratori con i quali si trapassava la fica, raggiungendo in solitudine orgasmi infiniti.

Con uno di questi arnesi si accanì su Alessia raspandole la fichetta, a nulla valsero le suppliche della ragazza, che si dimenava sul lettino lamentandosi con toni crescenti, anzi Barbara si dilettò ascoltando le sue implorazioni fino a che la sentì contorcere, come avvolta dall’epilessia, all’apice di un orgasmo simile al raggiungimento di una vetta in alta quota, che la lasciò tramortita ed assiderata.

Basta, basta, pietà biascicava con voce impercettibile Alessia, alla quale Barbara aveva lasciato il vibratore piantato nella vulva, un afrore intenso si affacciò alle narici della ragazza, poco prima di avvertire il cespuglio setoso della dottoressa che si strofinava sul suo naso.

Non fu necessario alcun ordine, Alessia fece scivolare la lingua entro la vulva sbrodolata: la bocca, il mento, il volto vennero sommersi da una specie di inondazione, sembrava il delta di un fiume in piena quel profluvio di umori che la fica di Barbara secerneva, poi una contrazione simile ad un ictus anticipò di un attimo l’ultima gioia esplosiva.

Alessia conobbe un modo nuovo di fare all’amore, pur sempre in stato di costrizione ma più autentico ed appagante, era diventata un giocattolo nelle mani di Barbara, che fruiva della sua naturale predisposizione alla sottomissione per soddisfare i propri istinti sadici, maturati con tutta evidenza dopo la scoperta del diario, ma realizzati profondamente con l’avvento di quella ragazzina.

Gli eccessi che si consumavano ad ogni incontro non sfuggirono a Germana, la prosperosa ventiduenne segretaria/infermiera di Barbara, che seppur posizionata in uno stanzino in ingresso, a volte sentiva gli inequivocabili gemiti provenire dalla stanza della dottoressa e aveva preso l’abitudine di spiare dal buco della serratura, che le concedeva solo sfumati angoli percettivi.

Germana commise l’errore di voler approfittare anche lei della giovane paziente, convocandola inaspettatamente un mattino in cui era certa che la dottoressa non sarebbe rientrata.

Alessia arrivò in studio convinta di trovare Barbara, rimanendo perplessa nel vedere che l’infermiera, contrariamente al solito, l’aveva accompagnata fin dentro la stanza della dottoressa, chiudendo a chiave la porta dall’interno.

Ma, ma la dottoressa non c’è, aveva balbettato Alessia che cominciò a preoccuparsi.

è proprio per questo che ti ho fatta venire, su spogliati oggi sarò io a prendermi cura di te!

Ma, ma Barbara lo sa, sussurrò la ragazzina sconcertata mentre un brivido di paura le scorreva lungo la schiena.

No di certo e non lo deve nemmeno sapere rispose Germana con tono che non ammetteva repliche, sovrastando la ragazzina con la sua mole e facendola indietreggiare verso il lettino, ove la spinse all’indietro mandandola lunga distesa.

Ma io non voglio piagnucolò Alessia, credo che nemmeno Barbara lo vorrebbe.

Germana aveva già la ficona colma di umori e per nulla al mondo avrebbe rinunciato a quel delizioso bocconcino: se la metti così, disse con tono sibillino, non mi resta che telefonare a casa tua ed informare la mamma di quali terapie fai quando vieni qui in studio.

Così dicendo Germana si era staccata da lei sedendosi sulla poltrona della dottoressa dietro la scrivania, impugnando nel contempo la cornetta del telefono ed iniziando a comporre il numero; Alessia si sollevò correndo verso di lei per bloccarle la mano mentre ansimava: no, no, non farlo, te ne prego!

La ragazzina si trovò distesa sopra la scrivania, colà appoggiata supina dalla forzuta infermiera, le mutandine strappate di dosso, le ginocchia sollevate e le gambe spalancate consentirono alle fauci di Germana di gustare la dolcezza di quella soffice carne, che venne succhiata, aspirata, compressa, addentata, lasciando tracce indelebili del passaggio sulla candida pelle circostante il pube.

Quando la lingua e la bocca si trasferirono dentro la vulva rigogliosa, Alessia sbottò in un pianto isterico che altro non era se non la sublimazione di un piacere incontrollabile e violento, il suo corpo venne scosso da fremiti voluttuosi mentre un fiume di rugiada riempì la bocca della infermiera, che non si accontentò di quel primo assalto.

Germana la sollevò di schiena tenendola bloccata con le mani affondate nei glutei, in modo da consentire l’abbondante apertura delle mezzelune, su cui si avventò addentando il solco prima di far guizzare la lingua entro il pertugio, Alessia ebbe l’impressione di essere trafitta da un dardo rovente, continuò a dimenarsi ed a piangere sconvolta dall’ebbrezza di quel piacere inaspettato, finendo esausta sopraffatta dagli ultimi rantoli di un nuovo orgasmo.

Sballottata e denudata Alessia venne trasportata a braccia sul tappeto, ove osservò attonita la massa corporea dell’infermiera, nuda e con le gambe spalancate, distesa di schiena per terra, incollò gli occhi sui seni maestosi in cui brillavano due enormi capezzoli color vaniglia, scendendo con le pupille sul ventre possente e piatto, sotto il quale si irradiava la fica perfettamente rasata, grande come un bastimento, dalle cui labbra scendeva un rivolo di rugiada che si disperdeva entro le pieghe delle cosce tornite.

Alessia fece fatica a ricambiare in un roboante sessantanove le folate devastanti dell’infermiera, che alla fine decise di trovare l’acme del piacere fottendola: la mise supina e ne arcuò il corpo facendo aderire i due clitoridi fino a fonderli in un tutt’uno con le labbra vaginali, i morbidi sfregamenti divennero man mano furibondi, le vulve si incollarono l’una all’altra in un solo abbraccio, emanando un fuoco di passione inesauribile.

L’errore di Germana fu di aver usato troppa foga in quell’incontro amoroso, Alessia infatti si ritrovò con l’incavo delle cosce marcato da corolle dentarie e da lividi bluastri, che unitamente ad altre tracce misero in allerta Barbara nel successivo incontro: non fu difficile alla dottoressa farsene svelare le cause.

Barbara quel giorno fu tanto sorpresa quanto infuriata, per la prima volta maltrattò oltre misura la ragazzina con l’intento di farla soffrire: legata ed imbavagliata Alessia potè solo dimenarsi mentre con occhi impauriti osservava la dottoressa che, bardata con un fallo di lattice, si apprestava a violentarla.

Alessia venne travolta dalla furia di Barbara che abusò di lei non solo fottendola ma anche, ancor più dolorosamente, sodomizzandola senza pietà; alla ragazzina, piangente ed affranta, venne tolto il bavaglio e dopo aver a lungo succhiato la vulva della dottoressa, dovette sorbire fino all’ultima goccia del getto di piscio che defluì sgorgando come un ruscello.

Trovata la calma interiore Barbara fece tranquillizzare la sua vittima, baciandola e carezzandola amorevolmente, in modo che non destasse sospetti nei confronti di Germana al momento di lasciare lo studio; a fine giornata, infatti, l’infermiera nulla immaginò quando venne convocata da Barbara, che con il sorriso sulle labbra affrontò alcuni problemi dello studio tenendola seduta davanti alla scrivania.

Germana non ebbe perciò alcun sentore di ciò che le stava accadendo quando la dottoressa si alzò e girò attorno alla scrivania mantenendo un tono affabile: non appena le fu di spalle estrasse dalla tasca il bisturi puntandoglielo alla gola, che si colorò di una lieve traccia ematica.

L’infermiera pur all’evidenza assai più forte di Barbara, si afflosciò sulla sedia simile ad un pugile messo all’angolo e rintronato dai pugni dell’avversario, ascoltando terrorizzata le invettive della dottoressa, che avevano l’effetto delle laceranti estremità di un gatto a nove code quando rimbalzano incisive sulla pelle nuda: ammise la propria colpa cercando di giustificarla con la sua latente omosessualità, che a volte si manifestava incontenibile senza che lei riuscisse a frenarne gli impulsi.

Le accorate e sommesse suppliche di Germana, che subiva i freddi movimenti del bisturi sulla pelle trattenendo il respiro come se temesse che la situazione potesse volgere al peggio, resero ancor più determinata l’azione di Barbara che la fece alzare in piedi, bloccandole i polsi dietro la schiena con un paio di manette che aveva acquistato da qualche giorno, e che aveva usato solo con Alessia in un crescendo di giochi sadomaso.

Decise anche di bendarla e di farla salire su un piccolo tavolino, così da ridurle gli spazi di movimento, obbligandola nel contempo a non proferire parola alcuna pena l’affondamento del bisturi nella carne.

Barbara osservò compiaciuta il corpo fremente dell’infermiera, permeato da una paura incombente, girandole attorno per diversi minuti in modo che potesse avvertire la sua presenza senza essere toccata, ciò la esasperava incrementandone le pulsioni mano a mano che il tempo passava, seppure si guardò bene dall’emettere alcun suono diverso dal respiro affannoso che le dilatava le narici.

Germana accolse come una liberazione la mano della dottoressa che si infilò sotto il camice bianco, che anche lei indossava abbottonato sul didietro, istintivamente allargò le cosce per lasciarla scivolare sulla pelle nuda verso il monte di venere, sospirò profondamente quando le dita scostarono il bordo delle mutande per addentrarsi entro la fica glabra.

Non resistette molto a quei toccamenti ficcanti e lascivi allo stesso tempo, raggiunse un orgasmo che sconfisse la tensione del momento culminando con un flusso di piscio che proruppe improvviso ed incontrollato, imbrattando le mani di Barbara per poi rimbalzare sulle cosce prima di scivolare sul tavolino e per terra.

Lurida sporcacciona, sibilò Barbara, ti insegnerò io le buone maniere!

La dottoressa impugnò nuovamente il bisturi solcandole il volto e la gola terrorizzandola, lo usò quindi per incidere la stoffa del camice circostante i seni, senza badare se qualche affondo ne segnava la pelle, così che le tette dure poterono esplodere libere, analoga operazione venne ripetuta all’altezza del ventre ove il camice fu reciso assieme alle mutandine, in modo che Germana restasse avvolta da una specie di stravagante vestito sexy, che lasciava ben esposte alla vista le parti intime.

Dietro il camice venne invece aperto fin sopra il sedere e gli spacchi tagliati di lato, consentendo alle prosperose rotondità di fare capolino sotto quella specie di abito a forma di smoking: così esposta Germana assaggiò le stilettate inferte da una rigida canna di bambù, che Barbara conservava assieme ad altri bastoni d’epoca in un portaombrelli.

I colpi lasciavano tracce indelebili, quasi incandescenti, sulle chiappe dell’infermiera, che venne sferzata anche sulle tette e sulle cosce, e per finire sulle grandi labbra umide della vagina: Germana non riuscì più a controllarsi, sentiva la carne straziata, gridava e chiedeva pietà cercando di mantenere l’equilibrio sopra il tavolino, restando però inascoltata.

Un urlo di terrore si propagò nello studio quando Germana, che era stata accucciata a terra per meglio subire gli assalti scatenati di Barbara, avvertì il calore della fiamma di una candela alzarsi verso il ventre: dovette spegnerla con l’abbondante liquido di cui era pregna la sua fica, schiacciatavi sopra dalla assatanata dottoressa che sembrava trovar giovamento interiore solo nel seviziare la dipendente.

Le urla divennero orribili, simili a quelle che dovevano aver travolto la nonna durante la fustigazione, quando Germana venne infilzata da tergo con un bastone da passeggio acuminato, che Barbara le spinse nel retto trafiggendola, quasi simultaneamente la dottoressa si disincantò chiamata dalla voce dell’infermiera che si era affacciata alla porta: dottoressa, dottoressa, è arrivata Alessia posso farla accomodare?

Barbara aprì gli occhi felice di aver sognato, teneva stretto tra le mani il diario della nonna, ma non aveva di che rammaricarsi, il suo comportamento etico era privo di censure, non era successo nulla né con la paziente né con l’infermiera, un sorriso le illuminò il volto mentre si rivolgeva a Germana:

ma certo falla entrare, grazie, mi ero appisolata FINE

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