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Schiavo in università

La padrona di sergio, Paola, è una bellissima assistente universitaria. (vedi “un divertente dopo cena”) Sergio uno studente.
Si erano conosciuti in facoltà.
Lui doveva preparare la tesi e lei avrebbe dovuto assisterlo in questo.
Paola ha provato subito una certa attrazione per il giovane studentello che le stava davanti tutto intimidito ed imbarazzato.
Dal canto suo sergio è immediatamente stato soggiogato dalla bellezza e, soprattutto, dalla forza di carattere della donna chiaramente autoritaria. Sergio già altre volte aveva avuto esperienze di sado masochismo con altre donne.
Gli piaceva essere schiavo, essere umiliato e trattato duramente, essere picchiato e frustato.
Anche Paola aveva già avuto altri rapporti di dominazione sia su donne che su uomini.
Lei, ovviamente, aveva sempre fatto la parte della padrona.
Dopo qualche incontro aveva capito che tipo era Sergio.
Ora lo voleva ai suoi piedi.
Un giorno l’aveva ricevuto nel suo studio.
Era sera tardi e non c’era più nessuno.
Lui era arrivato.
L’aveva fatto aspettare per più di un’ora.
Finalmente l’aveva fatto entrare nel suo ufficio.
Non gli aveva detto di sedersi e così lui era rimasto in piedi.
Lei aveva continuato a leggere un documento ignorandolo.
Sergio era in apprensione per il lavoro svolto.
La lunga attesa non aveva certo contribuito a farlo stare più tranquillo.
Restando fermo in piedi davanti alla Dottoressa, aveva avuto modo di poterla ammirare bene.
Stava osservando una splendida donna, nonostante l’età.
Lei indossava una gonna corta, ma questo lui l’avrebbe notato dopo, una maglietta aderente con una vistosa scollatura sui magnifici seni.
Nonostante la sua agitazione sergio era eccitato.
Quella donna gli piaceva.
Dopo altri lunghissimi e snervanti minuti, lei aveva alzato la testa e l’aveva guardato con disprezzo.
Si era accorta che lui le stava fissando la scollatura (era quello che voleva).
Gli si era rivolta con tono arrabbiato.
<come osi guardarmi i seni? >.
Sergio era rimasto sbigottito.
Era stato colto sul fatto e si sentiva in colpa.
<mi scusi, io … >.
<mi scusi un cazzo, tu non ti devi permettere di guardarmi in quel modo così lascivo>.
<mi scusi Dottoressa, ero distratto, non voleva offenderla>.
<taci stronzo ed inginocchiati>.
Paola aveva così deciso di scoprire le carte del gioco.
Quello doveva essere il suo schiavo personale.
Era un rischio calcolato in quanto lei aveva una certa esperienza di schiavi ed oramai riusciva ad individuarli al primo sguardo.
Questo era veramente carino.
Sergio era rimasto sbalordito.
Benché da tempo aveva sognato di potersi trovare prostrato ai piedi di quella splendida donna, non si aspettava un ordine così secco.
Anche il linguaggio duro lo aveva colpito.
Aveva avuto una prima reazione e si era eccitato istintivamente.
Lo sbigottimento dura qualche istante e così ritarda ad eseguire l’ordine.
Il comando giunge nuovamente.
<stronzo, sei sordo? Ti ho detto di inginocchiarti davanti a me>.
Lo stronzo esegue.
<la tua relazione fa schifo>.
<ma io … >.
<taci deficiente, tu puoi parlare solo quando te lo dico io>.
Lei era sempre più eccitata.
Oramai il gioco era fatto: quello sarebbe stato il suo nuovo schiavetto con il quale si sarebbe divertita fino a quando non si fosse stancata di lui.
In quel caso lo avrebbe cacciato via con un calcio nelle palle ordinandogli di non farsi più vedere da lei.
<ora, mentre ti dico le carenze della tua relazione, portati ai miei piedi e leccami prima le scarpe fino a tirarmele pulitissime, poi i piedi che sono stanchi e sudati>.
Il ragazzo aveva eseguito prontamente.
Si era chinato sotto alla scrivania dove aveva avuto modo di poter vedere bene da vicino la magnifiche gambe della donna.
Le aveva pulito le scarpe e le aveva leccato i piedi sudati.
Dopo qualche minuto, la signora, che ora si sentiva i piedi ben massaggiati si era rivolta al verme accucciato a terra.
<stronzo schifoso, rimettimi le scarpe e poniti carponi in mezzo alla stanza>.
Lo stronzo era eccitatissimo e, un pochino, spaventato perché non sapeva quello che lo stava attendendo e le intenzioni della bellissima donna alla quale aveva avuto l’onore di leccare i piedi.
La signora gli si era avvicinata fermandosi con le gambe a pochi centimetri dalla testa chinata del verme.
<ora stammi bene a sentire pezzo di merda: se vuoi da oggi in poi sarai il mio schiavo personale, dovrai fare tutto ciò che ti verrà ordinato; non avrai la possibilità di fare nulla senza il mio esplicito consenso; se invece non accetti
vattene immediatamente dal mio studio e per la tua tesi ti verrà affidato un altro assistente; ma sappi che se accetti diventerai una bestia alla quale non spettano diritti ma solo doveri>.
Il ragazzo non aveva creduto alle sue orecchie.
Da tempo desiderava essere lo schiavo di quella splendida donna che turbava tutti i suoi sonni.
Così, senza esitazione alcuna, si era chinato a terra, con estrema sottomissione aveva baciato le scarpe della sua dominatrice e le aveva risposto che sarebbe stato onoratissimo di poterla servire senza condizione alcuna.
Lei gli si era seduta sulla schiena e gli aveva ordinato di portarla in giro per la stanza.
Dopodiché gli aveva ordinato di prendere il posto della sua sedia e lo aveva utilizzato come sedile.
Era rimasta comodamente seduta sulla sua umile schiena per diverso tempo.
Da allora sarebbe stato spesso utilizzato come seggiola, poggiapiedi, zerbino, sputacchiera, posacenere, water.
Lei gli aveva ordinato di trasferirsi a casa sua per poterla servire meglio.
Lo aveva fatto completamente depilare e lo aveva iscritto ad una palestra di pesi per farlo diventare più forte e così per poterla portare meglio e reggerla per più tempo sulla schiena.
Durante i pasti veniva usato come sedia o come leccapiedi/leccafica. Mangiava gli avanzi freddi quando lei era andata a dormire.
Più volte veniva prestato alle sue amiche altrettanto sadiche.
Una volta la sua padrona era andata a trovare una sua amica nella sua casa di campagna.
Naturalmente lui l’aveva seguita.
Lì era stato costretto a servire il pranzo stando in ginocchio e ricevendo una enorme quantità di frustate sulla schiena e sul petto.
Le padrone, dopo avere preso il caffè, si erano recate nella stalla seguite dallo schiavo nella sua posizione canina.
Lì avevano legato l’animale, questa volta in posizione eretta, ad un vecchio calessino ove, poi, le due signore aveva preso posto.
Lo schiavo aveva i finimenti come fosse un cavallo.
Erano stati adattati per una persona.
Quindi era chiaro che altre volte la signora aveva utilizzato schiavi come cavalli.
Gli aveva infilato il paraocchi ed il morso cui erano attaccate le briglie.
La padrona di casa aveva in mano le redini e, con un deciso colpo di frusta sulla schiena, aveva dato inizio alla trottata.
Attraverso le redini aveva diretto l’animale su una stradina sterrata. Fortunatamente gli aveva fatto indossare delle comode scarpe da corsa.
Dopo qualche chilometro, le padrone avevano avuto voglia di sperimentare la forza e la resistenza della bestia.
Così il cavallo era stato frustato più volte fino a raggiungere una buona velocità di crociera.
Se appena accennava a diminuire l’andatura la padrona non esitava a colpirlo fino a che ritornava alla velocità desiderata.
Dopo qualche chilometro a quel passo l’animale era veramente stanco.
A quel punto le dominatrici avevano voluto vedere fino a che velocità poteva arrivare.
Così era stato frustato sulla schiena, sul culo, sulle cosce, sulla testa.
Aveva aumentato ancora l’andatura.
Aveva raggiunto la massima velocità per lui possibile e le padrone continuavano a colpirlo per spronarlo ancora.
Non ce la faceva più.
Cominciava a perdere un po’ di bava.
Tuttavia le donne non si erano fatte di certo impietosire dalla fatica fisica di una stupida bestia, così continuavano a frustarlo.
La sua schiena era piena di striscioline rosse.
Dopo qualche centinaio di metri ancora la padrona aveva tirato un po’ le redini per fare diminuire un po’ la velocità dando così modo al cavallo di riprendere fiato.
Dal galoppo erano passati ad un leggero trotto.
Ora l’andatura era accettabile.
Avevano fatto un bel giro.
Le padrone si era fermate all’ombra di un albero.
Erano scese dal calesse e si erano sedute sull’erba fresca.
Si erano portate un cestino da picnic con alcuni panini e delle bibite fresche.
La bestia era stata fatta mettere a quattro zampe ma non era stata staccata dal calesse.
Lui era stato lasciato al sole come un cavallo in attesa di poter servire ancora i suoi padroni.
Naturalmente non gli era stato dato nulla da mangiare.
Dopo un bel riposo ristoratore, la due padrone erano risalite sul calesse.
La bestia aveva assunto nuovamente la posizione eretta.
Ora era la sua amatissima proprietaria ad avere le redini e la frusta in mano. Subito lo aveva colpito forte sulla schiena per dargli il via.
Dopo qualche chilometro di andatura leggera, lo aveva colpito ripetutamente per fargli aumentare la velocità.
Lo schiavo era stanchissimo, ma non poteva fare a meno di ubbidire agli ordini.
La velocità era aumentata sempre più ed ancora veniva colpito con la frusta.
La sua padrona voleva portarlo allo stremo delle forze per valutare la fedeltà, la dedizione e lo spirito di sacrificio del suo schiavo.
La bestia si rendeva conto che quella era una prova così non voleva deludere la sua sublime a adoratissima padrona.
Ancora la bava aveva fatto la comparsa.
La sua signora era soddisfatta.
Da quello schiavo poteva aspettarsi molto.
Aveva tirato un po’ le redini per fargli diminuire la velocità.
Al trotto erano poi ritornati alla fattoria.
La bestia era stata sciolta dai finimenti ed era stata legata ad una sbarra della stalla.
Lì, a quattro zampe, era stato lasciato dalle padrone che si dirigevano verso casa.
Alla sera tardi lo schiavo aveva lo stomaco che quasi urlava dalla fame.
A mezzogiorno nulla aveva mangiato e lo sforzo al calesse gli aveva sottratto molte energie.
Poco prima di mezzanotte si apre la porta della stalla.
Sente un passo leggero di donna che si stava avvicinando.
La bestia si era immediatamente posta in ginocchio con la fronte che toccava terra.
La donna gli si era avvicinata.
Si trattava dell’amica della sua padrona.
Aveva in mano un piatto sporco con tutti gli avanzi, ormai freddi, della cena.
La signora aveva rovesciato tutto il contenuto del piatto sul pavimento sporco.
Poi gli si era avvicinata fino a porre i suoi bellissimi piedi a pochi centimetri dalla testa della bestia ancora prostrata.
Con un colpo di frusta sulla schiena ed un imperioso movimento del piede gli aveva fatto capire che doveva leccarle la scarpa che, per venire lì nella stalla, si era impolverata.
Così lo schiavo si era avvicinato bene alla calzatura sporca e aveva cominciato il suo lavoro di lingua.
Dopo qualche minuto la scarpa era pulitissima.
Ora toccava all’altra.
Al termine la donna, tutta eccitata, aveva indicato, a suon di colpi di frusta, alla bestia di sdraiarsi a terra.
I comandi veniva dati a gesti, utilizzando la frusta ed i calci.
La padrona non aveva mai parlato.
Si comportava come se effettivamente si stesse rivolgendo ad un animale che tanto non era in grado di capire. Inizialmente lo schiavo si era sdraiato sul torace a faccia in giù.
Non era quella la posizione che la sua padrone voleva assumesse.
Così la donna lo aveva colpito a frustate e con qualche calcio nei fianchi.
La bestia si era girata sdraiandosi così sul dorso.
La padrona aveva messo la suola della sua scarpa sulla bocca della bestia che subito aveva cominciato a leccarla.
Da quell’umile posizione aveva avuto modo di poter ammirare bene il corpo della sua attuale dominatrice.
Si trattava di una bellissima donna sui trent’anni.
Aveva un corpo bello sodo.
Era alta e ben fatta con un bellissimo paio di gambe inguainate in calze autoreggenti nere.
Gli si era rizzato subito il cazzo.
Dopo qualche minuto la donna si era spostata e gli aveva messo i piedi ai lati della testa.
Si era alzata la gonna.
Sotto non portava le mutandine e rivelava così una bellissima fica completamente depilata.
Si era chinata fino a porre il suo sesso a pochi millimetri dalla bocca dell’animale che, subito aveva estratto la lingua ed aveva cominciato a leccare.
Dopo qualche minuto la donna si era alzata ed era andata a sedersi sul cazzo eretto della bestia.
Si alzava e si abbassava a suo piacimento.
In preda all’eccitazione aveva graffiato il torace del sottomesso.
Finalmente lei aveva goduto.
Lo schiavo no.
La padrona si era nuovamente andata a sedere sulla faccia della bestia per farsi fare il bidè.
Poi aveva comodamente urinato nella sua bocca.
Naturalmente nemmeno una goccia era caduta sul pavimento.
Tutto era stato ingoiato dal cesso umano.
Espletati i suoi bisogni si era alzata.
Si era messa con i piedi a pochi centimetri dagli scarti di cibo gettati sul pavimento e, a colpi di frusta, aveva incitato la bestia a chinarsi in posizione canina per consumare la sua cena.
Il pavimento della stalla, ovviamente, era tutto sporco.
Tuttavia la sadica padrona voleva umiliare la bestia costringendola a mangiare da terra direttamente con la bocca.
Voleva vedere che tutto veniva mangiato.
Per stare più comoda era andata a sedersi sulla schiena dell’animale.
Terminata la cena, si era alzata, aveva frustato ancora, per puro divertimento, il cane a terra, e si era allontanata.
Da quella donna era rimasti altri giorni.
A parte quella sera, non era più stato costretto a restare nella stalla, ma adibito al servizio delle due donne peraltro molto esigenti.
Altre volte era stato usato come cavallo.
Ora la sua vita era destinata al servizio della sua bellissima padrona.
Faceva i lavori di casa, andava a fare la spesa e preparava i pranzi.
Soddisfaceva i desideri sessuali, per lo più perversi, della sua proprietaria.
Ritornando al presente, lo schiavo Sergio è ancora intento a leccare i piedi e le scarpe della sua proprietaria.
Matteo è ancora usato come comodo tappeto per i piedi dell’amatissima padrona. FINE

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Ciao, grazie per essere sulla mia pagina dedicata ai miei racconti erotici. Ho scelto questi racconti perché mi piacciono, perché i miei racconti ti spingeranno attraverso gli scenari che la tua mente saprà creare.

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