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Servitore di due padrone

Una delle esperienze più scioccanti per uno schiavo è certamente quella di essere mostrato pubblicamente come tale, ed essere “dato in uso” ad altri che non siano la propria Padrona. Soprattutto se questo avviene a sorpresa e in
situazioni di impossibilità in alcun modo ad opporsi.
È quanto mi è accaduto nell’ultimo incontro con la mia Padrona, con l’aggiunta del fatto che l’altra era una persona assolutamente estranea ed ignara delle sue tendenze sadiche finche non si trovò a sperimentarle su di me. Ma andiamo con ordine.
La mia Padrona mi chiamò al telefono e mi ordinò di raggiungerla immediatamente. Cercai di obiettare che non mi era possibile, ma non volle sentire ragioni, dovevo partire immediatamente.
Le dissi che dovevo passare da casa a prendere l’attrezzatura che normalmente mi fa portare, ma mi disse
“Lascia stare, questa volta non voglio niente”.
Poi ci ripensò, e mi disse di portare solo delle corde.
Volai a casa, mi sciacquai un attimo, presi il sacchetto delle corde e partii. In realtà trasgredii ai suoi ordini prendendo con me un altro sacchetto da cui spuntava un frustino da cavallo, troppo lungo per nasconderlo, e una frusta rudimentale che ho costruito io, oltre ad altri “giocattoli”.
Feci il viaggio a tavoletta, cercando disperatamente di non continuare a chiedermi cosa mi avrebbe fatto. Era quasi un mese che non la vedevo, e poteva avere accumulato abbastanza rabbia per farmi veramente male.
Infatti avevamo avuto delle piccole discussioni telefoniche, durante una delle quali avevo addirittura messo in dubbio la sua competenza come Padrona!!! Fu certamente una provocazione, lo ammetto, fatta per stimolarla a convocarmi, visto che temevo mi avesse dimenticato. Ancora non sapevo come l’avrei pagata questa provocazione, e cara anche.
Inoltre aveva voluto che le scrivessi tutto quello che avevo provato nei precedenti incontri, e la cosa mi spaventava perché sapevo che cercava di portarmi al mio punto di rottura, quindi era pericoloso parlare delle mie sensazioni perché, per parafrasare una famosa frase, “tutto quel che dicevo potrebbe essere usato contro di me”. Ma d’altra parte non potevo rifiutarmi di farlo, pensa supplizi anche maggiori. E poi ad essere sincero mi piaceva ricordare in quel modo i nostri incontri, mi sembrava di viverli due, tre, mille volte ancora.
Entrai in casa sua col solo sacchetto delle corde lasciando l’altro in auto.
Non so se lei lo notò ma entrai senza occhiali e senza orologio. Questo perché non volevo creare intoppi nel caso avesse intenzione di iniziare subito la sottomissione. L’orologio era per lasciare liberi i polsi ai suoi
Riveriti Legacci, gli occhiali erano nel caso fossero volati dei ceffoni!!!
Invece mi ricevette tranquillamente e iniziammo a parlare del più e del meno, mi disse che era uscita a prendersi un paio di scarpe che mi mostrò.
Erano veramente belle, nere, abbastanza alte ma con una specie di rete che avvolgeva la caviglia dando un senso di “costrizione” visiva. Il tacco era alto anche se non proprio a spillo, seguendo un po’ la moda del momento si allargava leggermente in fondo finendo quadrato. L’unico neo di una scarpa peraltro stupenda.
Mi ordinò di mettergliele, cosa che feci con piacere, cercando di non farle male nel stringere i lacci, e subito dopo iniziai a carezzarle. Passavo le mani sopra e sotto, sfiorando la punta, e soprattutto il tacco, sentendolo tra le dita e immaginandolo … su altre parti del corpo!!! Sperai mi ordinasse di leccarle e succhiare il tacco ma non lo fece e io non mi azzardai a prendere l’iniziativa.
Ogni tanto mi faceva passare le mani sulla testa carezzandomela, ma io ero in tensione ben conscio della facilità con cui la mia Padrona passa dall’affettuoso al crudele. Quando meno te lo aspetti trasforma il piacere in dolore, e questa è una delle cose che la rende più temibile.
A un certo punto mi prese la testa tra le due mani e me la alzò, costringendomi a guardarla negli occhi. La vidi sorridere in modo diverso, e capii che stava elaborando qualcosa, poi quasi con fare indifferente mi passò i pollici sulle palpebre, fermandovisi sopra.
Dapprima mi massaggiò leggermente gli occhi mentre la sua voce mi giunse dolcissima:
“Sai quanto sono delicati gli occhi, vero? ”
Cominciai ad allarmarmi mentre rispondevo affermativamente.
“Sai che basta poco per rovinarli. ” – continuò lei –
“È sufficiente schiacciare in questo punto e possono rovinarsi per sempre”
Nel frattempo la pressione si faceva sempre più forte e cominciai a vedere dei lampi di luce.
“Allora, cosa c’è sotto le mie dita? ”
“I miei occhi” risposi
“E capisci che ho il potere di renderti cieco in un istante, prima ancora che tu abbia avuto il tempo di reagire? Basterebbe una piccola pressione in più… ”
Oltre ai lampi sentivo dolore ora, ma non osai muovermi. Le sue dita stavano scavando negli angoli delle orbite e bastava veramente che stringesse le dita, tra l’altro fornite di abbondanti e forti unghie, per cavarmi gli occhi.
Non osavo muovermi per non farla innervosire, avevo le mani libere ma non mi passò neanche per la mente di reagire, sapevo che prima che potessi alzarle per fermarla avrebbe già potuto raggiungere il suo scopo se avesse voluto.
Fui salvato dal campanello.
“È la ragazza che viene a pulire” disse la Padrona alzandosi. Io rimasi con gli occhi doloranti a sbattere le ciglia.
“Certo – pensai – stava solo bluffando”, ma comunque…
“Piuttosto – pensai ancora – ora finche quella non se ne va la mia Padrona non potrà farmi più nulla” e non sapevo se dispiacermene o rallegrarmene. “Fin quando rimane? ” chiesi, con finta indifferenza.
“Deve solo pulire qui e là, e lavare i pavimenti”
Beh, pensai, allora forse se ne va presto; ma sapevo anche che la sera la mia Padrona aveva altri impegni, così pensai che avremmo passato il resto del tempo a chiacchierare “normalmente”. Ma avevo fatto i conti senza l’imprevedibilità e la disinibizione della mia Padrona.
Per un po’ comunque andò così: ci sedemmo sul divano, lei a leggere un racconto che le avevo portato, ed io a tenerle in grembo i piedi, ancora fasciati nelle stupende scarpe a rete.
Mi fece vedere un foulard che aveva acquistato apposta per me pensando mi sarebbe piaciuto. Era bello in effetti, anche se un po’ leggero per i miei gusti, io sono più attratto da quelli pesanti e opachi, meno trasparenti, ma non glie l’avrei mai detto. Del resto era veramente morbido, e grande per cui sarebbe stato un ottimo legaccio. Il fatto poi che l’avesse preso per me mi commosse moltissimo, e non glielo dimostrai solo perché so che alla mia Padrona non sempre piacciono le effusioni sdolcinate. Preferisce in genere un rapporto più duro.
Cominciò infatti a muovere i piedi in modo da conficcarmi i tacchi nelle gambe, e già che c’era anche nelle parti… delicate. Ringraziai che fossero del tipo piatto, ci pensate che male se fossero stati quelli a spillo, magari con la punta di metallo? ? ?
Inaspettatamente e col tono “giusto” di chi non ammette repliche mi disse
“Adesso tu vieni di là con me, che la ragazza deve pulire di qua, e porta il foulard, e anche le cordine”.
La ragazza si chiamava Gianna, aveva solo 18 anni ed era bionda, capelli corti, carina, piccolina e rotondetta, con un viso molto sveglio. La salutai presentandomi e me ne andai in camera da letto come ordinatomi.
Al momento mi chiesi se non importasse cosa avrebbe pensato Gianna, poi mi dissi che non erano affari miei.
Lei entrò dopo di me, ordinandomi di sedermi sul letto e togliermi le scarpe.
Mi si riaccese la speranza e la paura… anche se non sapevo di cosa: ma la fiducia nella propria Padrona o c’è o non c’è, e se c’è non va mai messa in discussione.
Quando mi disse di mettere le mani dietro la schiena cominciai a chiedermi cosa avrebbe fatto dopo, e come mi avrebbe legato. Sentii la corda avvolgersi strettamente intorno ai polsi incrociati, e fissarsi in più giri, anche perpendicolarmente tra loro, un trucco ottimo per stringere di più la legatura (ma dove l’aveva imparato? ). Alla fine dovetti convenire che i polsi erano davvero ben fissati. Non c’era un millimetro di gioco.
Prese a legarmi le caviglie, parallele tra loro, collegandole infine alle legature dei polsi, nel più classico degli incaprettamenti. Le gambe forse erano legate meno efficacemente, non perché i legacci fossero lenti ma come lei stessa riconobbe il nodo era raggiungibile dalle mani, per cui con un po’ di tempo a disposizione forse sarei riuscito a slegarmi almeno le gambe.
Prese poi il famoso foulard appositamente acquistato e me lo appoggiò piegato a striscia sugli occhi, lo incrociò dietro, poi davanti, ed era talmente lungo che riuscì a fargli fare un terzo giro e me lo annodò nuovamente dietro. La forza con cui lo strinse provocò una pressione tale da ricordarmi il pericolo di accecamento appena provato con le dita.
Già la prima benda con tutti quei giri attorno alla testa mi bloccava ogni visuale, con la seconda poi si coprì ogni fessura residua; non contenta infatti aggiunse un altro foulard che mi copriva anche il naso, inducendomi a pensare che volesse rendermi difficoltosa la respirazione, un buon trucco per scoraggiare tentativi di fuga. La mia Padrona stava forse predisponendomi ad una lunghissima seduta di bondage duro, come le piace spesso fare?
Nel cercare di slegarsi infatti si fanno molti contorsionismi e si tendono i muscoli per raggiungere i nodi o far scivolare le corde. La cosa è alquanto faticosa, e la respirazione naturalmente si accelera. Un buon bavaglio quindi oltre a impedire di cercare aiuto, e di cercare di sciogliere eventuali nodi coi denti, rende ovviamente impossibile respirare con la bocca, costringendo a pause più frequenti, o addirittura a smettere se non si vuole soffocare.
Ancora credevo che mi avrebbe imbavagliato e poi lasciato lì ad oltranza sfidandomi a slegarmi. Mi aspettavo infatti che provvedesse a fissarmi meglio le gambe. Invece la sentii andare via, e sentii anche che lasciò la porta aperta. Pensai: ma non ha paura che Gianna passi e mi veda? (Povero ingenuo).
La sentii tornare e restare un attimo a guardarmi, poi andare via di nuovo e tornare… questa volta in compagnia!!!
Sentii un’esclamazione soffocata poi un dialogo niente affatto rassicurante:
“Ti piace? Fagli quello che vuoi” disse la mia Padrona.
“Che gli posso fare? ” era la voce di Gianna, stupita ma niente affatto sconvolta.
Io rimasi impietrito, non era possibile che mi mostrasse in quelle condizioni a una ragazzina, sentii il cuore battere all’impazzata mentre la mente era affollata di pensieri contrastanti. Di slegarmi neanche a parlarne, sentivo i polsi stritolati dalle corde, e comunque non tentai nemmeno, ero paralizzato dallo stupore e dalla vergogna.
“Tutto quello che vuoi, ti ho detto” insistette la Padrona
“Qualsiasi cosa davvero? ”
“Certo, tutto, lasciati andare. ”
“Ma lui non dice niente? ”
“Figurati, non vedi com’è legato? ”
“E quando si slega? ”
“Non preoccuparti, mica lo slego più. ”
“Dio che bello, posso fare tutto quello che ho sempre desiderato. ”
E cominciarono a piovere frustate, con una cinghia larga fortunatamente, quindi meno dolorosa, ma date con una violenza che raramente ho riscontrato in una donna. Cercavo di muovermi per evitare almeno che i colpi cadessero sugli stessi punti, cosa che raddoppia il dolore, torturando però in questo modo polsi e caviglie che sembravano segarsi.
“Ti diverti Gianna? ”
“Oh si, moltissimo, ho sempre desiderato farlo. ”
“Ehi, guarda guarda che cattiveria, chi l’avrebbe mai detto. ”
“Si, deve pagare per quello che mi hanno fatto. ”
“Stai immaginando che sia qualcuno in particolare? ”
“Certo. ”
“Allora picchia sodo, dai, dagli a quel bastardo. ”
Io ero incaprettato ancora vestito e per fortuna questo attutì un po’ i colpi, che piovevano su ogni parte del corpo, ogni tanto venivo girato per “cuocermi” da tutti i lati. Sentivo Gianna ridacchiare felice mentre calava colpi su colpi, senza l’aria di voler smettere mai.
Quando si fermò mi sentivo già uno straccio.
“Posso davvero fargli tutto quello che voglio? ” chiese ancora Gianna con l’aria speranzosa.
“Ti ho già detto che puoi fargli di tutto! ”
E la sentii uscire di corsa con un ridolino soddisfatto, mentre la Padrona commentava quanto fosse sorpresa da come l’aveva presa Gianna. Seppi a quel punto che nulla era stato preparato, a un certo punto l’aveva presa per mano e portata nella stanza dove io ero strettamente incaprettato e bendato. Non si era affatto scioccata, anzi…
Tornò con un lungo ago che scaldò sulla fiamma dell’accendino. Cominciai a sentire l’ago pungermi su tutto il corpo attraverso i vestiti, sul sedere, sulle braccia, sulla schiena, sul petto, e anche sui genitali.
A un certo punto smise, mi prese per le spalle facendomi girare a pancia in su e sentii le sue mani che armeggiavano coi bottoni della mia camicia, mentre veniva incitata (come se avesse bisogno di esserlo):
“Dai Gianna, brava, così, dacci dentro”.
Mi tolse la camicia fin dove le mie braccia legate lo permettevano, e poi prese ad infierire sulla nuda pelle con l’ago. Cercò anche di abbassarmi i pantaloni ma la mia posizione lo rendeva estremamente difficile.
Allora si fermò, proprio perché non poteva torturarmi come voleva, e chiese se non mi potevano legare sul letto a braccia e gambe divaricate.
Inutile dire che fu subito accontentata.
Fui slegato, mi venne ordinato di togliermi i vestiti e di sdraiarmi sul letto nella posizione richiesta, a faccia in su.
Mentre ero in piedi sussurrai alla mia Padrona una richiesta strozzata:
“Per favore, posso avere dell’acqua? ” Inutile dire che la risposta fu negativa. Da quando in qua uno schiavo può permettersi di fare delle richieste?
La mia Padrona prese quattro corde e mi fissò polsi e caviglie ai quattro angoli del letto, stringendo in un modo tale da far entrare i legacci nella carne.
Le gambe soprattutto vennero divaricate talmente tanto da farmi venire un mezzo crampo. Ero veramente impedito a muovermi persino di un centimetro, e questo mi preoccupava, perché temevo che la ragazzina volesse divertirsi coi miei genitali, sennò perché volermi in quella posizione? E sentivo che se mi fossi mosso anche involontariamente per sfuggire a qualche tortura, mi sarei slogato una gamba.
Sentii la Padrona avvicinarsi e appoggiarmi qualcosa sulle labbra; le socchiusi e qualcosa mi fu versato nella bocca. Mi irrigidii perché ricordavo la richiesta di poco prima dell’acqua, a cui era stato risposto negativamente.
Non è che per punizione mi stesse facendo bere qualcosa d’altro, sempre naturale ma più… personale? Questo pensiero venne rinforzato quando sentii un leggero pizzicore sulla lingua!!! Ma era fresca, e a meno che non l’avesse preparata in frigo apposta, a quel che sapevo ciò che temevo che fosse sarebbe stata calda. Finalmente realizzai che era dell’acqua minerale, e allora mi rilassai, un po’ troppo forse visto che lasciai che ne uscisse un po’ che andò a bagnare il letto.
“Brutto stronzo, io mi abbasso a concederti di bere, e tu per tutto ringraziamento mi bagni il letto, toh allora, ingozzati”. E mi riempì completamente la bocca fino quasi a soffocarmi, vista anche la posizione supina. Dovevo stare più attento accidenti, non ero in condizioni da potermi permettere di farla incazzare.
“Oh, adesso è molto meglio di prima, posso anche montarci sopra” esclamò felice Gianna, rientrata in quel momento.
Ma invece di quanto aveva detto riprese la danza della frusta, questa volta maneggiata anche dalla Padrona. Io sentivo a sprazzi la loro conversazione, un po’ per la benda che copriva parzialmente le orecchie, un po’ per l’intontimento della situazione, ma certi accenni che mi giungevano all’orecchio non mi lasciavano per niente tranquillo.
Qualcuno si accese una sigaretta, e sentii proporre di bruciarmi qualche pelo. Di nuovo Gianna rincarò la dose:
“Posso spegnergliela direttamente sul corpo, come hanno fatto a me? ”
Sobbalzai a quella domanda, anche perché non sentii la risposta, evidentemente data con un cenno. Era sì, era no? Spegnere la sigaretta sul corpo è un famoso metodo di tortura, che però non avevo mai sperimentato. La cera fusa sì, ma penso che una brace accesa sia molto diversa, se poi veniva lasciata a contatto fino a spegnersi!!!!
Non ebbi il tempo di pensarci troppo, perché sentii un calore concentrato in un punto del corpo. Certo, a tutti è capitato di toccare inavvertitamente una sigaretta accesa, e il dolore non è certo insopportabile. Ma diverso è che qualcuno te l’appoggi direttamente contro, senza sapere per quanto ce l’avrebbe tenuta. E per di più nei punti più sensibili.
Cominciai a temere per l’integrità del mio corpo, quando sentii bruciarmi in varie parti di esso, ma il gioco della sigaretta finì presto (non ho avuto modo di sapere se poi fu spenta o meno)
Gianna riprese in mano l’ago, e cominciò a punzecchiarmi dappertutto, persino, e questa volta senza la protezione dei vestiti, sulla punta del pene, già rigido un po’ per le sollecitazioni non tutte sgradevoli ricevute dal mio corpo, e un po’ per la paura. Cercavo di sottrarmi a quelle punture ma come avevo previsto era impossibile, inoltre se non stavo attento c’era il rischio che mi autoinfilassi l’ago nella cappella!!!
Poi ricominciarono i colpi, questa volta più pesanti, dati con qualcosa che mi toglieva il respiro per la sua pesantezza e compattezza. Pensai ad un asciugamano bagnato, ed ne ebbi poi la conferma quando me lo appoggiò sulla faccia. Ottimo per non lasciare segni, provoca comunque un dolore diverso dalla frusta, più sordo, più diffuso, più pesante.
Ci fu un attimo di pausa, io non capivo più niente, avevo le orecchie che ronzavano, ogni tanto mi veniva chiesto qualcosa che doveva essermi ripetuto due volte perché io ero con la mente mille miglia lontano.
Del resto se volevo sopportare tutte le sevizie che la mia Padrona mi imponeva dovevo staccarmi idealmente dal corpo, pensare che fosse quello di un altro.
Sperai che almeno la mia Padrona apprezzasse quanto stavo soffrendo per farla divertire. Si sedette vicino al mio viso e io mi sfregai contro di lei per quanto concessomi dai legacci. Dall’altro lato si sedette Gianna, e quando girai il capo in quella direzione sentii la sua mano appoggiata sul cuscino. Una bella mano morbida, con la pelle fresca di una diciottenne.
Non riuscii a trattenermi e gliela baciai, un po’ perché mi piaceva il contatto con quella pelle, e un po’ per ingraziarmi quella ragazza così crudele da farmi patire le pene dell’inferno senza nemmeno avermi visto prima. Speravo di addolcirla, in vista di nuove torture.
Invece mi procurai una punizione, perché la mia Padrona se ne accorse:
“Cosa fai, baci la mano della prima che ti viene vicino, eh? Quanti baci ti ha dato, Gianna? ”
“Mah, due, tre forse” Mentre la Padrona la sollecitava ad aumentare
“Sicura? Non quattro o cinque? “.
“No, no, due”
Ringraziai mentalmente quella piccola bugia, dovevo avergliene dati almeno cinque o sei mi pare, ma mi beccai solo due frustate sulle gambe, più una per gli interessi, così disse la mia Padrona.
Non finì comunque lì perché Gianna riprese a giocare alla fustigatrice, questa volta con una frusta più sottile, che bruciava terribilmente ad ogni colpo. Iniziai a lamentarmi e Gianna mi ordinò di stare zitto.
Ci provai ma non riuscii a trattenermi quando incominciò a mordermi: morsi terribili in vari punti anche delicati, come i capezzoli, il mento, la pelle sui fianchi sotto le ascelle, ecc.
Sentii la sua rabbia nel modo in cui mi strattonava, nella cattiveria con cui tra un morso e l’altro pizzicava la mia pelle (e la carne anche) nei punti più delicati, nel respiro ansimante mentre sfogava ogni suo istinto.
In quel momento ebbi paura, pensai di essere stato attirato in una trappola.
Il gioco innocente e quasi sorridente di legarmi per vedere se ero bravo a liberarmi si era trasformato in una situazione molto più pericolosa. Chi poteva dire fin dove sarebbero arrivate? Magari anche per sbaglio, ma non avrebbero spinto un po’ troppo l’acceleratore con la foga dell’eccitazione prima di accorgersi di non potere frenare?
Urlai con quanto fiato avevo in corpo, costringendo la Padrona a tapparmi la bocca con la mano.
“E allora, non ti ho sempre detto di stare zitto? Lo sai che voglio che tu trattenga le grida, che non mi piace imbavagliarti.
Vuoi proprio che ti imbavagli? Vuoi che faccia qualcosa che non mi piace? ”
Per un attimo fui tentato di dirle di sì, che lo volevo, ma in un secondo immaginai le conseguenze. Lei l’avrebbe probabilmente fatto, ma me ne avrebbe fatto pentire amaramente, probabilmente infierendo sulla mia bocca con un bavaglio crudelissimo ed insopportabile, che non osavo nemmeno immaginare.
E poi una volta silenziatomi completamente avrebbe detto:
“Bene, visto che ora per tuo desiderio esplicito sei imbavagliato, ti renderai conto che non c’è più nulla che mi trattenga dallo sperimentare su di te le torture più terribili che mi vengono in mente. Così almeno ti avrò imbavagliato per qualcosa. Potrai urlare fino ad impazzire, non mi infastidirai nemmeno!!! ”
No grazie, meglio continuare a stringere i denti allora, e sopportare i morsi della frusta e della bocca.
A un certo punto non ebbi più mani addosso, e sentii le mie torturatrici confabulare tra loro, ma colsi una parola sufficiente a farmi sudare: sodomizzazione.
Non l’avevo mai fatto, e poi non sapevo di che dimensioni era il fallo che volevano introdurmi.
La Padrona si avvicinò al mio orecchio e mi chiese se ero mai stato sodomizzato, io risposi di no, di non farlo perché non mi piaceva, ma lei insistette
“Non lo vuoi accettare per me? Sei forse in posizione di rifiutarmi qualcosa? ”
Ammisi che no, proprio non potevo, e lei si mise a ridere:
“Infatti, ma non preoccuparti, siccome è la prima volta lo ungeremo, contento? ”
Sentii staccarmi la caviglia sinistra dal letto, e poi per piegarmi la gamba indietro sopra la testa e fissarla nello stesso punto del polso sinistro. La destra rimase però legata al suo posto, per cui mi ritrovai in una posizione molto precaria, con la Padrona che cercava insistentemente di farmi arrivare con la caviglia più vicino al polso per legarmi il più stretto possibile.
Io cercavo di assecondarla stirandomi più che potevo, sentivo la corda tesa fino allo spasimo e la gamba che ondeggiava mentre il sedere mezzo sollevato e mezzo incollato al letto non trovava una posizione di riposo.
I nervi mi tiravano in modo doloroso e pregai che la mia Padrona si accorgesse in tempo della mia impossibilità a piegarmi ulteriormente, prima che in un impeto di insoddisfazione mi spingesse lei la gamba più indietro.
Non osavo dirle nulla, perché so che non le piace che io interferisca nei suoi “lavori”. Guai a chi osa criticarla, specie uno schiavo!!!
Fortunatamente Gianna se ne accorse e forse in uno slancio di inaspettata compassione o più probabilmente solo per aiutare la Padrona prese a staccarmi la caviglia destra.
Con sollievo potei infine sollevare il sedere permettendo finalmente alle caviglie di raggiungere la posizione voluta, con le gambe piegate indietro e legate alla testata del letto. Avevo un leggero gioco, nel senso che forse si dimenticarono di fissarmi anche le ginocchia, per cui potevo alternare la posizione con le gambe piegate ad una con le gambe tese. Entrambe le posizioni erano certamente scomode, ma non era quello a preoccuparmi.
Temevo invece dei danni al mio retto assolutamente vergine, cominciai a tremare mentre qualcosa veniva appoggiato al mio ano e spinto dentro. Per ora era solo un dito che mi lubrificava, ma già quello lo sentivo come un corpo estraneo e fastidioso.
Poi qualcosa di più duro e di più grosso si appoggiò allo sfintere premendo, mi irrigidii naturalmente anche per la posizione in cui ero costretto, ma mi venne consigliato di rilassarmi sennò avrei sentito più male. Era una parola, ci provai lasciando che quell’oggetto estraneo mi penetrasse. Non fu troppo doloroso all’inizio, il brutto venne quando sembrò che toccasse il fondo, sentii spingermi le budella verso l’alto e dissi di fermarsi.
Come se neanche avessi parlato mi fu spinto ancora più in profondità causandomi uno spasmo di dolore.
“Ferma ferma, mi state rompendo il sedere”
“Ah ah, sentilo, ma si lamenta sempre questo? Ce ne sono ancora parecchi centimetri e abbiamo intenzione di fartelo sentire tutto”
“No, no, vi prego, basta, non ce la faccio più già adesso, non posso prenderne di più, vi prego. Già mi brucia adesso. ” Non stavo fingendo, temevo davvero che potessero anche senza volerlo farmi del male, io non sapevo a cosa erano abituate loro, non tutti siamo uguali in fatto di anatomia, e non volevo scoprissero a spese mie che non tutti possono sopportare un fallo di queste dimensioni.
Ma non sapevo come fermarle, ero ancora ben legato, anzi, a forza di tirare involontariamente sotto la spinta dei tremendi dolori i legacci erano penetrati nei polsi, intorpidendomi completamente le mani. Le sentivo eccitarsi sempre più e anche questo mi preoccupava, so che una persona eccitata vuole avere sempre di più sempre di più e non si ferma volentieri.
Temevo che nell’impeto dell’orgasmo (perché ero sicuro che si stessero masturbando) mi avrebbero impalato senza assolutamente pensare a me. E io avrei dovuto farmi ricucire al pronto soccorso!
Tentai in tutti i modi di convincerle pregando, supplicando, non piansi non so perché, forse perché ero troppo terrorizzato e teso.
Urlavo nuovamente troppo, la mia Padrona mi diede un paio di sberle mentre mi rimproverava, prendendomi la faccia tra le mani e distorcendomela dolorosamente. Poi sentii delle dita più titubanti, quelle di Gianna, che mi prendevano le labbra, stringendole tra loro.
“Soffocalo” – fu l’esortazione della mia Padrona –
“così impara a fare casino”
“Così? ” chiese Gianna mentre mi univa le labbra con due dita.
“Ma no, no, guarda come si fa” e la Padrona mi piazzò una mano sulla bocca e un’altra sul naso, premendo fortemente;
“Vedi? Così non può proprio passare un filo d’aria”.
Cercai di trattenere il respiro per far passare un po’ di tempo, sperando che nel frattempo mi togliesse le mani. Ma l’astuzia della mia Padrona è tale da non farsi fregare da simili banali trucchetti. Avrei forse potuto ingannare Gianna, una principiante, ma non lei. Lei sapeva che il tempo di resistenza non è sempre uguale, dipende da quanta aria c’era nei polmoni al momento in cui è stata tappata la bocca.
Lei infatti di solito aspetta di vedermi boccheggiare ed agitare prima di iniziare un suo proprio conteggio, decidendo lei quando terminarlo. E io non so mai se finirà prima il conteggio o prima l’aria… Infatti anche stavolta mi tenne in apnea forzata qualche decina di secondi in più di quanto i miei polmoni avrebbero richiesto, cosa che determinò al momento del rilascio della bocca una serie di respiri profondi e ansimanti.
Pregai che a Gianna non venisse voglia di imitarla, magari spingendosi ancora più in là nella spensierata incoscienza adolescenziale. Avevo già capito che era una a cui piaceva provare tutto ciò che le veniva in mente, come alla mia Padrona del resto; proprio la coppia ideale a cui affidarsi!!!
Poi suonò il telefono e la mia Padrona andò a rispondere. Gianna chiese:
“E con questo che ci faccio? ”
“Quello che vuoi” fu l’ovvia risposta, e io mi rimisi in tensione. Sentii Gianna che mi girava intorno per osservarmi e io trattenni il respiro (questa volta volontariamente) in attesa di scoprire cosa quella giovane e diabolica mente avrebbe escogitato.
Purtroppo (o per fortuna) la Padrona dovette assentarsi in conseguenza di quella telefonata, e non potendo godersi lo spettacolo disse a Gianna di slegarmi e a me di rivestirmi, rimettere la stanza in ordine e mi congedò raccomandandomi di mettere per iscritto tutto quello che era successo e di farglielo avere al più presto, cosa che spero di aver soddisfatto con queste pagine. FINE

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Mi piace scrivere racconti erotici perché esprimo i miei desideri, le storie vissute e quelle che vorrei vivere. Condivido le mie esperienze erotiche e le mie fantasie... a luci rosse!

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