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Strane fantasie

Ad Eleonora dolevano le braccia.
Costretta dalle corde che le legavano i polsi in quella posizione da ore al centro della piccola camera che fungeva da sala e cucina, nella baita isolata che lei e Giorgio avevano affittato per la settimana di ferragosto, aspettava il ritorno del suo uomo. La corda che la imprigionava passava sopra un trave obbligandola a stare in piedi con le braccia sollevate, coperta solo da un leggero vestito di cotone soffriva terribilmente il caldo nonostante si trovasse oltre i 1300 m d’altezza. Aveva sete, molta sete, ma la brocca d’acqua presa dalla fonte vicina si trovava sul tavolo, a fianco del bicchiere, fuori della sua portata. Desiderava quell’acqua, voleva dissetarsi, non riusciva a pensare ad altro che al contenuto della brocca e al modo di raggiungerlo, ma le corde tiravano sui polsi. Ad ogni sforzo la chiazza di sudore sul suo vestito si allargava, peggiorando la situazione, respirava sempre più veloce aumentando l’ossigenazione del sangue con il conseguente giramento di testa. Tutto questo l’aveva portata in uno stato allucinata disperazione, era disposta a tutto pur di dissetarsi.
Giorgio aveva calcolato bene i tempi, la conosceva da anni e sapeva i tempi di reazione del suo organismo: entrò nel preciso istante in cui lei stava per iniziare ad urlare dalla disperazione. Si avvicinò a lei fissandola nel vacuo dei suoi occhi.

– Bere! Fammi bere … ti prego! – sussurrò Eleonora con la voce impastata.

Lui le girò intorno due, tre, volte osservandola, studiando con attenzione il suo corpo: gli piaceva come le si gonfiava il seno in quella posizione. Allungò una mano e l’appoggiò sul quel seno, il tessuto bagnato dal sudore aderiva a lei come una seconda pelle, lo strinse spingendolo verso l’alto e continuò a palpeggiarlo sino o a quando non percepì il capezzolo inturgidirsi sotto il palmo. Soddisfatto la raggiunse anche con l’altra mano ripetendo l’operazione, quindi passò ad accarezzarla per tutto il resto del corpo, dai fianchi alle spalle, senza disdegnare le sode natiche.

– Ho sete! … non resisto più, dami da bere. Ti prego! – ansimò lei.

Giorgio staccò le mani da lei e si portò verso il punto in cui era legata la corda, ne sciolse il nodo e consentì ad Eleonora di abbassare le braccia, ma misurò con cura la sua libertà in modo che non potesse ancora raggiungere la brocca sul tavolo. Infatti, come sentì le braccia più libere, Eleonora corse quasi verso l’acqua, inutilmente. Un rantolo di disperazione uscì dalla sua bocca nell’attimo che comprese che i suoi sforzi erano inutili e crollò in ginocchio abbandonando la testa sul seno.
Lui gli si avvicinò e, prendendola per i capelli, ne sollevò il viso. Gli occhi d’Eleonora imploravano ma non vedevano la mano di Giorgio che lavorava sulla patta dei suoi pantaloni.

– Hai sete?
Questo è l’unico liquido che avrai, se sarai abbastanza abile da estrarlo! – disse lui mentre le appoggiava il membro alle labbra.

Eleonora abbassò lo sguardo come per misurare quello che le veniva offerto, quindi lo alzò verso quello di Giorgio e aprì la bocca. Lo ingoiò mentre lo fissava negli occhi e, subito, iniziò a succhiare forte come se fosse una cannuccia da cui sorbire la bevanda tanto sospirata. Eleonora faticava nel portare avanti la sua opera, la quasi totale mancanza di salivazione rendeva l’interno della sua bocca ruvido e poco incline ad aprirsi del tutto. Non capiva come il contatto con la sua lingua ispessita potesse piacere a lui, ma a giudicare da quello che vedeva e sentiva lui la trovava estremamente piacevole. Si muoveva lasciando uscire completamente il pene dalla sua bocca per poi ingoiarlo sino in fondo, stuzzicandone il glande con la lingua in continuazione, mantenne il suo ritmo anche quando lui iniziò a spingere con le reni verso di lei a tempo. Con la mani legate non poteva né brandire il membro né afferrare Giorgio per le natiche come piaceva a lei, ma in ogni caso lo stato confusionale che la disidratazione le aveva procurato non le consentiva di sentirne la mancanza. Seguiva unicamente l’istinto e succhiava. Non si accorse che lui stava per venire e ricevette il primo fiotto di seme sulla lingua nello stesso istante in cui lui urlava dal piacere, distratta dal suo unico fine, che era quello di trovare del liquido da trangugiare, continuò la sua opera esattamente come l’aveva iniziata. Solo quando il seme iniziò a colarle giù dalla gola capì cosa era successo e rallentò progressivamente sino a fermarsi. Giorgio, soddisfatto, si ritrasse da lei riponendo il membro e sistemandosi gli abiti si allontanò di qualche passo seguito dallo sguardo d’Eleonora.

– Bere! – riuscì solo a dire lei.

Giorgio si diresse, allora, verso il frigorifero non visto da Eleonora che aveva lo sguardo focalizzato sulla brocca d’acqua. Tornò da lei con una lattina di birra freschissima, la pose tra le mani legate di lei e l’aprì. Eleonora guardò incredula l’oggetto che stringeva, poi lo portò alle labbra, rabbrividendo al contato con il metallo freddo, e leccò languidamente le gocce di condensa. Lentamente, ieraticamente, alzò la lattina per iniziare bere; come le prime gocce toccarono la lingua, Eleonora, emise un mugolio di piacere e ne svuotò di un fiato il contenuto. Lasciò cadere il contenitore respirando a fatica tra un singhiozzo e l’altro.

– Un’altra! – ordinò.

Giorgio ne prese un’altra dal frigorifero e la sistemò nuovamente tra le sue mani, aperta. Lei bevve, questa volta più con calma, gustandone il sapore e la sensazione d’incredibile che quella birra le dava. Dopo aver tanto desiderato qualcosa da bere stava ora quasi godendo, il liquido leggermente alcolico che le scendeva nello stomaco la stava riportando alla realtà. Ebbe allora la piena consapevolezza della sua situazione e ricordò quello che aveva appena vissuto. Sentì l’eccitazione montare, crescere in lei, ricordando quello che era appena successo tra loro due a causa del loro nuovo gioco. Non riuscì a terminare di bere, però, Giorgio la strattonò con la corda costringendola a sollevare nuovamente le braccia, ma non tirò tanto da costringerla ad alzarsi in piedi. Eleonora rimase così in ginocchio con le braccia sopra la testa, la testa appoggiata al destro e le gambe leggermente aperte.
Pareva distratta, nuovamente estraniata dalla realtà e in attesa degli eventi come se questi non la toccassero; in realtà era concentrata nell’assaporare a fondo le sensazioni che provava nella loro pienezza, grazie ai ricordi. Mentre lui le girava intorno, apparentemente indeciso sul da farsi, Eleonora lo osservava assente e riviveva la serata precedente: quella del loro arrivo nella baita, quando era iniziato questo gioco che ora la vedeva ai piedi del suo uomo.
Durante il viaggio avevano ripreso un vecchio discorso iniziato tempo prima:

– Ma dai! Non puoi sostenere questo…. – disse Giorgio mentre, senza staccare gli occhi dalla strada, portava alle labbra una sigaretta.
– Invece si, pensaci! – insisteva Eleonora – Il dolore non è poi così diverso dal piacere, sono due sensazioni forti, intense al punto da provocarti una contrazione istintiva dei muscoli, da farti lacrimare, urlare, gemere e ti lasciano spossato alla fine.
– Si … ma continuo a pensare che la differenza ci sia e grande. – ribadì lui.
– Pensa e ricorda cosa provi appena dopo l’orgasmo, se io insisto a stuzzicarti il glande con la lingua tu t’irrigidisci tutto, se solo ti tocco più intensamente mi sfuggi. Come se provassi dolore, ma in realtà godi.
– No .. è diverso, in quel momento la pelle è molto sensibile e ogni minimo tocco viene amplificato al massimo…. non è doloroso, è solo troppo intenso .. ecco! – si giustificò Giorgio.
– Sarà! Ma quando io ti sono sopra e tu mi stringi forte le natiche, con tutte e due le mani, mi fai male… si male, ma mi ecciti ancora di più. Così come mi fai male se mi stringi intensamente i capezzoli o li mordicchi, non un dolore lancinante ma nemmeno leggero. Eppure mi piace, quella sensazione mi da l’esatta dimensione del mio corpo, amplificandone la sensibilità, e mi consente di apprezzare meglio il piacere che mi dai grazie al contrasto con esso. – disse Eleonora.
– Scusa … non sapevo di farti tanto male, non ti sei mai lamentata! Ci starò più attento, giuro! – disse lui, leggermente preoccupato da quella notizia.
– Capisci! Il dolore, se calibrato, mi rende più sensibile al piacere, lo apprezzo di più. – continuò lei senza apparentemente dimostrare di aver sentito le sue parole. – Al limite, il dolore mi eccita, in quanto è una sensazione forte come il piacere. Attenzione, però, un dolore calibrato, blando, quasi inesistente, il minimo necessario per attivare i recettori del mio cervello….. è come quando hai tanta sete e trovi da bere! La sensazione della sete esalta il piacere di bere!
– Hai ragione, ma io sarei disposto a gradire meno la bevanda pur di non dover soffrire la sete!
Però capisco quello che intendi, anche se non ho una grand’affinità con il dolore, in nessuna sua forma.
– A me basta che a tua affinità sia sufficiente a farmelo provare! – sussurrò Eleonora, tra sé e sé.
– Cosa? – domandò lui dopo aver captato solo la parte terminale della frase.
– C’è ancora un aspetto da tener presente in questo discorso- continuò lei senza badare alla domanda di Giorgio – quando mi stringi forte a te sino a farmi mancare il fiato oppure se mi sollevi di peso per portarmi a letto … mi prendi! Io mi sento in tua totale balia, schiava dei tuoi desideri … una “cosa” tua. Pensa alla penetrazione dal punto di vista femminile: io ti offro il mio corpo che violi entrando in lui. La penetrazione del tuo affarino lì…. dai non fare quella faccia offesa, è un modo di dire … Ok .. diciamo del tuo enorme membro lì, è una vera e propria violazione del mio corpo, tu affondi la tua carne in me, mi trafiggi, mi prendi e poi inizi a muoverti come un forsennato spingendo sempre più a fondo. Se noti bene c’è un leggero sottofondo di violenza in questo.
– Si … ma mica sono stato io a decidere come si fa, gli organi genitali sono sempre stati così … prenditela con il progettista! – si giustificò lui con aria scherzosa.
– E questa forma di violenza a me piace – Eleonora continuava a non ascoltare Giorgio – mi fa godere sia dal punto di vista fisico che da quello mentale, per tutti i significati intrinseci che ha. Quindi vedi bene che per me accettare una leggera forma di violenza, finalizzata al piacere, è normale. Com’è normale per te essere violento ai fini del piacere. A me piace sentirmi presa da te e in tua balia, mi piace se mi spingi ad essere quella che normalmente non sono e godo nel sentirmi tua. Attenzione, però, a non confondere il concetto di violenza ai fini del piacere con la violenza fine a se stessa. Se tu adesso mi molli una sberla … io ti prendo a cazzotti le palline sino a che non diventi viola …. Ma se tu mi molli una delicata sberla mentre stiamo facendo l’amore, aggiungendo le frasi giuste al tuo gesto, magari la cosa mi eccita ancora di più …. Capisci quello che intendo?
– Temo di si …..
– Temi?
– No, meglio sarebbe dire che ho avuto delle preoccupanti visioni mentre t’ascoltavo…
– Quali visoni?
– Di te legata sul letto a mia completa disposizione ….
– Siiiii!!! – rantolo Eleonora. – Continua.
– Niente di particolare, pensavo solo a quello!
– Mi pensavi legata e a tua disposizione … e basta? Nessun’altra fantasia?
Dimmi cosa faresti in un’occasione simile!
– Eleonora! Sto guidando, ti prego! Non ….. – disse lui con un finto tono esasperato.
– Ok …. Ne parleremo dopo! – concluse maliziosamente lei.

Dopo, però, non ne parlarono.
Per tutto il resto del viaggio, Giorgio era rimasto in silenzio, senza più badare ai tentativi fatti da lei d’introdurre un argomento qualsiasi. Eleonora pensava di aver esagerato, di essere stata troppo brutale nel descrivere i suoi ultimi sogni e desideri in campo erotico. Temeva di aver calcato troppo la mano e di aver parlato troppo chiaramente, forse Giorgio non era pronto per quel tipo di confessioni e tanto meno pronto a giocare in quel modo con lei. Decise che, una volta raggiunta la loro meta, si sarebbe preoccupata di smitizzare le parole dette in macchina in modo da rassicurare il suo uomo; in fondo, se lui non era attratto dal tipo di giochi, non poteva certo forzarlo; ci sono cose che nascono spontanee in una coppia per unirla ancora di più e cose che se imposte la disgregano. Eleonora sapeva che il concetto d’intercambiabilità tra piacere e dolore non era facilmente assimilabile da un maschio come Giorgio.
Dovette ricredersi appena entrata in baita, l’ambiente più accogliente del previsto la mise subito di buon umore facendole dimenticare le apprensioni di prima. Scaricati i bagagli decise di farsi subito una doccia per lavare via la stanchezza dovuta al caldo sofferto durante il viaggio. Giorgio si dichiarò disposto a terminare il lavoro di sistemazione delle provviste e la incitò a rinfrescarsi, ricordandole che era finalmente in ferie. Eleonora scovò il bagno proprio dove si aspettava che fosse, rimase stupita dalla pulizia e dalla modernità di quella stanza, evidentemente la baita era tale solo nell’aspetto esterno. Si spogliò lasciando i vestiti sul pavimento, quindi aprì l’acqua regolandola ad una temperatura che lei definiva “estiva”: né troppo calda né troppo fredda. Lasciò scorrere a lungo l’acqua sul suo corpo in modo lasciandosi massaggiare dal getto diretto sulle spalle e sul petto; aveva gli occhi chiusi per la concentrazione e non si accorse della mano di Giorgio che, furtiva, s’intrufolava tra la tenda e il muro. All’improvviso il suo stato d’assoluto godimento fu interrotto dal repentino crollo della temperatura, un getto freddissimo la investì sul seno per allargarsi sul ventre e gelare tutta la parte frontale del suo corpo. Eleonora cercò a tentoni la manopola di regolazione, ma prima di riuscire a raggiungerla l’acqua divenne caldissima. Con una reazione violenta si sottrasse al getto e aprì gli occhi: Giorgio era lì, tra la tenda e la parete, che la guardava con un’espressione strana sul viso, a metà tra il divertito e l’eccitato.

– Non eri tu a sostenere che una piccola dose di dolore può essere piacevole e stimolare i sensi? – disse lui con un tono più vicino all’affermazione che alla domanda.

Eleonora lo guardò stupita, tutti i suoi timori sullo stato d’animo di Giorgio svanirono in quell’istante. Dolcemente si riavvicinò al getto d’acqua fissandolo negli occhi, quindi prese la sua mano e la pose sopra la manopola di regolazione della temperatura.

– Fammi quello che vuoi! – disse, a questo punto, lei con una voce caldissima.

Giorgio allungò la mano verso il suo seno e lo sfiorò salendo verso la doccia, estrasse la lancia dal suo supporto e diresse il getto sulla sua schiena. Alzò la temperatura sino ad un livello molto alto ma non insopportabile, lasciò che l’acqua le scaldasse per bene la schiena e i glutei, usava il getto come un’estensione delle sue mani, dirigendolo laddove sapeva che lei gradiva di più le carezze. La massaggiò a lungo in questo modo studiando allo stesso tempo la sua espressione. Quando la vide completamente concentrata nell’assaporare quella carezza spostò il getto sul ventre, regolando al contempo la temperatura al minimo. Eleonora sentì il gelo prendere possesso del suo corpo e si ritrasse istintivamente contro l’angolo della parete precludendosi ogni via di fuga.

Un improvvisa pressione dell’abito sulla schiena e il rumore della stoffa lacerata la riportarono alla realtà, lì in quella saletta, in ginocchio e legata al trave che aveva sopra la testa. Giorgio le stava aprendo il leggero vestito con una violenza inusuale per lui sempre così tenero e formale anche a letto. Eleonora aprì gli occhi per studiare l’espressione del suo uomo e quello che vide la preoccupò: lui fissava unicamente il suo corpo nei dettagli senza mai alzare lo sguardo verso il suo, come se ad interessarlo fosse solo quello e non la donna che ci stava dentro. Eleonora pensò di aver liberato un aspetto nascosto di lui con i suoi discorsi, vedeva di fronte a se un uomo che stentava a riconoscere; ma soprattutto vedeva il coltello da cucina che teneva in mano e questo la inquietava sul serio. Giorgio si era sempre tenuto a distanza dai coltelli anche quando l’aiutava in cucina adducendo la sua scarsa manualità come motivazione: temeva di ferirsi a causa di un uso maldestro. Ora, però, stava impugnando quella lama con una sicurezza e una spavalderia quasi irreale.

– Cosa vuoi fare … con quel coltello? – domandò lei allarmata.
– Ora lo vedrai! – rispose enigmatico Giorgio.

Dopo di che si portò alle sue spalle ed iniziò a tagliare le spalline del vestito in modo da spogliarla del tutto. Finì la sua opera con calma e metodo, tagliando ogni lembo di stoffa che legava il vestito a lei. Quando ebbe terminato iniziò ad accarezzarle la schiena, lentamente e con una dolcezza in netto contrasto con la violenza di prima e questo la rassicurò sulle sue intenzioni. Più tranquilla si lasciò prendere da quelle coccole e si abbandonò ai loro silenziosi ordini. Le mani di lui scendevano dalle spalle sino al limite dettato dalle natiche e, senza mai superarlo, risalivano verso il collo con leggere deviazioni verso il seno. Giorgio continuò in questo modo, scendendo ogni volta un po’ più verso il basso sino a quando si trovò a sfiorare il pube di Eleonora. Lei si apriva alle sue mani divaricando le gambe per quanto le era possibile; le mani legate in alto non le consentivano di scendere più di tanto con il resto del corpo. Quella situazione la stava eccitando come non mai, lui l’aveva legata in modo da bloccare la maggior parte dei suoi movimenti ma non tanto da impedirle di aprirsi a lui. Il dolore che sentiva provenire dalle spalle e da polsi non disturbavano la sua eccitazione, anzi per quanto possibile l’acuivano grazie al valore simbolico di quella situazione. Si sentiva completamente in sua balia, schiavizzata dalla libidine del suo uomo, disponibile ad essere usata da lui; si sentiva, in poche parole, sua.
Giorgio si spingeva sempre più vicino alle zone sensibili di Eleonora con le sue carezze, sfiorando il pube ne percepì l’umido calore segno di quanto fosse ormai eccitata, ma ebbe una sorpresa.

– Ma … ! Ti sei depilata! – affermò lui, stupito.
– Si, pensavo di piacerti di più così, ho sbagliato? – rispose lei con la voce impastata dal piacere e dal dolore.
– Certo che mi piaci, ma volevo farlo io adesso … ma quando lo hai fatto?
– Subito dopo la doccia, mi avevi lasciato troppo eccitata con i tuoi giochetti d’acqua e ….. sono quasi venuta mentre mi radevo lì!
– Appena fatto? Allora la pelle è ancora molto sensibile, immagino! – domandò lui malizioso.
– Si … brucia anche un po’! – ammise Eleonora.
– Sei stata cattiva a farlo da sola … i hai negato il piacere di essere io il tuo “barbiere”….. !
– Scusami … non pensavo che la cosa ti attirasse! – si giustificò lei con la testa bassa.

Eleonora perse di vista Giorgio. Le sue mani erano sparite e non percepiva più la sua presenza dietro di lei. Rimase in attesa con la testa bassa, timorosa di aver contribuito a rompere l’incanto che si era creato tra di loro. All’improvviso fiutò il profumo del suo uomo e capì che lui era tornato, stava per ripetere le sue scuse quando percepì un tocco delicato sulla vagina, come se lui ne stesse seguendo il contorno con le dita della mano. Un dolore bruciante esplose improvviso sulla parte di pelle appena depilata, Giorgio la stava sfiorando con le mani imbevute del suo dopobarba; non trattenne l’urlo dovuto più alla sorpresa che al reale dolore. Eleonora sentiva la necessità di appoggiare una sua mano sulla parte infuocata o quanto meno desiderava bagnarla in modo da trarre sollievo, ma era legata. Nello stato i cui si trovava quasi non capì le parole di lui che la incitavano ad urlare, a sfogare in quel modo il dolore, tanto non poteva fare altro. Il bruciore invece che diminuire si espandeva su una zona sempre più ampia. Pensava d’impazzire per il dolore, non tanto per la sua intensità ma per la sua costante presenza, quando l’acqua della brocca versata sul suo ventre colò lentamente sulla zona genitale concedendole sollievo. La brusca fine del dolore fu recepita da Eleonora come un piacere intenso, tanto forte da farla gemere. Stava ancora ansimando quando sentì nuovamente le mani di Giorgio scorrere sul suo corpo, un massaggio delicato, del tutto in contrasto con la situazione del momento ma in grado di portare la sua eccitazione oltre ogni limite mai raggiunto. Eleonora aprì ancora di più le gambe come per invitarlo a stimolarla lì dove voleva lei. Da quando avevano iniziato quel gioco non aveva ancora avuto il piacere di godere di un orgasmo, Giorgio l’aveva sempre accarezzata nei punti giusti, facendola impazzire dal desiderio, ma si era rifiutato di prenderla nonostante i suoi silenziosi inviti.
Lui fece scivolare una mano da dietro le natiche di Eleonora raggiungendo la vagina, ne separò le labbra e scorrendo tra di loro per stimolarla ne valutò anche l’eccitazione, soddisfatto da quello che sentiva allungò l’altra mano verso il secchiello del ghiaccio che aveva preparato precedentemente. Rovistò al suo interno, attento a non generare dei rumori tali da consentire a lei di capire cosa stesse facendo, e n’estrasse il porta sigari d’alluminio che lei stessa gli aveva regalato per il suo compleanno. Stimolandola la costringeva ad aprire sempre di più le gambe e mentre le sue dita scorrevano sul clitoride spingeva il pollice dentro di lei. Eleonora ansimava ad ogni intrusione e si apriva come poteva a quella mano, voleva dimostrargli che poteva entrare qualcosa di più importante di un pollice nel suo ventre, nella speranza che lui si decidesse a testare quanto lei, silenziosamente, affermava. Giorgio spostò la mano in modo da spingere il medio, subito affiancato dall’indice all’interno di Eleonora, strappandole un forte sospiro di piacere seguito da un lunghissimo gemito, quindi le estrasse di colpo facendola sobbalzare e grugnire dal disappunto. Prestando molta attenzione a non toccarla in nessun’altra parte del corpo avvicinò il cilindro d’alluminio all’ingresso, divaricò ancora di più le labbra per spingerlo in lei. Eleonora si sentì penetrare da un oggetto più consistente delle due dita di prima ma gelato. Il netto contrasto tra il calore interno e il freddo metallo acuiva la sua percezione spingendola a ritenere enorme l’oggetto che stava entrando. Contrasse di riflesso i muscoli del bacino portando le pareti interne della vagina a stretto contatto con l’oggetto mentre Giorgio spingeva, si sentiva aprire da una cosa talmente estranea e sconosciuta da generare in lei un piacere più mentale che fisico.
La fantasia correva, quella non le era mai mancata. Non poteva vedere Giorgio alle sue spalle e tutto quello che riusciva a scorgere erano il trave di legno annerito dal tempo a cui era legata. Il camino con i resti bruciacchiati di un antico focolare, il pavimento di pietra grezza la portavano indietro nel tempo. In un tempo in cui era facile essere sottoposti a delle sevizie indirizzate a strappare la verità. Un raggio di luce proveniente dalla finestra colpì il grosso Crocefisso in legno, di semplice fattura, appeso proprio sopra il caminetto, la stessa luce che si tingeva di porpora grazie alle spesse tende; allora capì dov’era e chi era. Nella sua mente si formò l’immagine di un antico tribunale inquisitorio, di tre frati che compiti e dallo sguardo sicuro e impietoso la stavano osservando al di là del tavolo della cucina, improvvisamente diventato pieno di antichi e polverosi libri dove in un angolo, il notaio con la faccia di suo marito stava prendendo nota delle sue confessioni. La tortura continuava e l’irritazione dovuta al dopobarba sulla pelle appena rasata diveniva una bruciatura da ferro rovente, lo stesso ferro con cui ora il boia la stava penetrando. Rivide mentalmente il sabba lascivo a cui aveva partecipato la notte precedente, le danze intorno al fuoco nuda come le sue colleghe streghe. Sentiva perfettamente il contatto dei piedi sull’erba umida di rugiada e il calore del fuoco sulla pelle. Nelle sue orecchie risuonavano le invocazioni, a lungo ripetute, a favore del maligno e fremeva al ricordo di quello che era seguito al rito: la grande orgia con le sue compagne, un incoerente insieme di corpi femminili intrecciati tra di loro, risentiva le mani, le lingue, gli oggetti che, a vicenda, si spingevano nel ventre. Ora era lì, alla completa merce di quei tipi che tentavano di strapparle una confessione ed un conseguente pentimento, e la torturavano invano non sapendo che lei amava quel tipo di dolore, che lei godeva della sofferenza. Più il boia spingeva dentro di lei il ferro, lo strumento di tortura, più lei godeva.
Un urlo interruppe il suo sogno ad occhi aperti riportandola alla realtà, le ci volle un attimo per capire che era lei ad urlare di piacere, quindi si lasciò andare completamente all’orgasmo. Mentre sognava Giorgio non aveva smesso un istante di penetrarla con il portasigari e di stimolarle il clitoride con l’altra mano. Eleonora era giunta all’apice del piacere senza rendersene conto, si lasciò cadere rimanendo appesa per i polsi mente l’orgasmo scemava.
Pesava che tutto fosse finito lì, che ora lui l’avrebbe slegata e portata nel letto a riposare, invece sentì qualcosa tra le gambe e abbassando lo sguardo vide i piedi di suo marito che avanzavano sotto di lei. Non capiva le sue intenzioni e si domandava cosa volesse ancora, solo quando vide la peluria dei testicoli affacciarsi sotto il pube intuì le sue intenzioni. La conferma arrivò nell’attimo che sentì chiaramente il membro, durissimo e caldo dall’eccitazione, di Giorgio iniziare a farsi strada in lei. Quella nuova presenza anatomicamente perfetta, più importante del portasigari e decisamente più calda, le generò dei nuovi brividi di piacere. Nella posizione in cui le corde la costringevano non poteva scendere sino a contatto con il bacino di suo marito, quindi la penetrazione era limita e governata dalle spinte di lui. Eleonora si predispose come poteva per accoglierlo al meglio delle sue possibilità e restò praticamente ferma in attesa. Giorgio si era bloccato per un lungo istante, rapito dall’inconsueto spettacolo dei glutei di sua moglie: le braccia trattenute dalla corda in alto plasmavano la schiena e la vita portandole ad assumere una forma tendente alla perfezione, i glutei sollevati a pochi centimetri dal suo bacino, ma con i muscoli rilassati non tesi per mantenere sollevato il corpo di Eleonora, si modellavano in quel modo unico che lui non aveva mai potuto osservare per più di qualche brevissimo istante. Le piaceva il corpo di sua moglie e per tutto il tempo passato a stuzzicarla con quelle leggere torture l’aveva studiato e ammirato nei suoi dettagli, eccitandosi ogni volta che lo sfiorava e pregustandosi il finale che già dall’inizio aveva in mente. Sapeva che lei avrebbe tentato di tutto per riuscire a farlo affondare nel suo ventre sino ai testicoli, per quello l’aveva legata in modo che ciò le fosse impossibile.
Un repentino movimento d’anche di Eleonora lo risvegliò dal suo torpore, lei stava chiedendo di più e lui era lì per quello. Spinse in alto il bacino penetrandola a fondo, poi ridiscese lentamente accompagnato dai gemiti di lei. Continuò in quel modo sino a quando i movimenti accondiscendenti di sua moglie divennero scoordinati, segno evidente del crescente piacere di lei, nuovamente pronta a godere di un orgasmo esplosivo. A questo punto Giorgio rimase fermo, mantenendo il pene per metà dentro e lasciò a lei il compito di cercare il reciproco piacere. In quella posizione le mosse di Eleonora risultavano micidiali. Lei era insoddisfatta, lo voleva tutto dentro ma non riusciva a scendere di più. Si sforzava, stringeva le natiche, allargava al massimo le gambe, contraeva il bacino e muoveva le anche per invogliarlo a spingere. Tutti questi movimenti la facevano al contempo godere; pur mancando la sensazione di essere piena il desiderio si sentirlo in fondo la eccitava e faceva montare il suo piacere. Non le ci volle molto per raggiungere nuovamente l’orgasmo. Al suo urlo liberatorio, Giorgio riprese a spingere in alto il membro, sapeva quanto le piacesse sentirlo tutto mentre veniva. Eleonora, finalmente lo sentì sino in fondo. Quella soddisfazione cercata per buona parte del rapporto incremento il suo piacere, non si preoccupò di seguire le sue spinte ma si mosse guidata dalle lunge e lente ondate del suo orgasmo. Ad un certo punto sentì Giorgio irrigidirsi e scendere giù, capì che era il suo momento, allora rallentò il ritmo per cercare di allungargli il piacere. Quando lo percepì pulsare si mosse ancora più lenta, contraendo ancora di più i muscoli pubici, generando all’interno della vagina un leggero risucchio che fece finalmente urlare anche lui.
Quando lui uscì da lei con grande circospezione, Eleonora si abbandonò di peso sulla corda, era distrutta e non riusciva più a reggere quella posizione. Giorgio la slegò accompagnando le sue braccia sin giù, poiché lei non aveva più la forza di trattenere la loro caduta; le liberò anche i polsi e notò che la sottile striscia di cuoio interposta tra la corda e la pelle aveva evitato il formarsi degli amatomi. Eleonora rimase in ginocchio, troppo stanca per alzarsi, allora lui la prese di peso per depositarla sul piccolo divano, quindi, dopo essersi sistemato al suo fianco, la coprì con una coperta.
Rimasero abbracciati sino a tarda ora, semi addormentati e languidi. Quando Eleonora aprì gli occhi vide quelli di suo marito che la fissavano con un aria dolcissima. Quasi non riusciva a credere che lui fosse stato in grado di giocare in quel modo con lei, lo credeva un po’ bigotto, legato agli aspetti più classici del sesso e privo di certe fantasie. Era, invece, bastato stuzzicarlo, dargli il via, dimostragli di gradire certe attenzioni per vederlo trasformarsi in un perfetto amante. Quello che l’aveva stupita di più era stato il profondo rispetto che sentiva in lui nei suoi confronti anche mentre la torturava e usava come meglio credeva il suo corpo, lui aveva sempre e comunque cercato il suo piacere prima del proprio. Eleonora era in uno stato euforico dovuto al grande piacere provato e alla scoperta di un complice erotico in suo marito, si sentiva ilare e aveva voglia di ridere. Non riuscì a trattenersi e mentre lui la stava fissando stupito eruppe in una sonora risata.

– Ma che hai ora. – domandò lui.
– Niente, niente … ti amo! – disse Eleonora ridendo.

L’espressione interrogativa di lui la costrinse a dare delle spiegazioni, lo informò allora dei suoi ultimi pensieri e della scoperta che aveva generato la sua felicità.

– Per questo sei così felice? E ti stupisci che io abbia preso così bene le tue proposte? Mi ritenevi un po’ bigotto?
Strano … era quello che io pensavo di te, sai quelle fantasie … le tue intendo … non mi sono così estranee come pensi tu, anzi più di una volta ho provato l’irresistibile impulso di legarti .. solo che non sapevo come avresti reagito … ti credevo un po’ bigotta! – disse lui terminando la frase con un sorriso.
– Bigotta io? Ma ….. forse avremmo dovuto parlarci prima! -disse lei.
– Vero! Nell’ultimo periodo siamo stati un po’ troppo taciturni, davamo tutto per scontato!
Ma ora che abbiamo rotto il ghiaccio … penso che ti parlerò delle altre mie fantasie!
– Davvero? E ne hai tante? – chiese lei con un aria tra l’innocente e il sornione.
– Si .. ad esempio … mi piacerebbe farti indossare ………..

Continuarono a parlare a lungo, sino a vedere i primi raggi del sole illuminare le vette intorno a loro. Un discorso tra il divertito e il malizioso, accompagnato da carezze sempre più particolari e intime man mano che la stanchezza passava.
Sotto la doccia Eleonora pensava a tutto quello che aveva sentito e a quello che aveva scoperto su suo marito, si diede della stupida più volte solo per aver pensato in passato che lui non era in grado di soddisfare a pieno tutte le sue perverse voglie. Quelle rare volte che, negli anni di matrimonio, aveva pensato di trovare in altri la soddisfazione che cercava aveva resistito alla tentazione più per convinzione nel matrimonio che per altro, si era ormai quasi rassegnata a non avere tutto nel campo sessuale. Ora, però, aveva scoperto che bastava chiederlo … doveva recuperare il tempo perso.
Si! Sarebbe stata una lunga e piacevole vacanza: loro due soli tra i monti e tante fantasie da scoprire insieme. FINE

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