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Trasgressiva Patrizia

Ho sempre avuto un debole per i ragazzi giovani; avevo iniziato a frequentare con piacere Luigi, con il quale mi sarei vista anche l’indomani, ed era giunto il momento di ufficializzarlo a mio marito
per completare il mio dominio su di lui.
La sera, prima di addormentarmi, ordinai a Marco di tenersi libero per il pomeriggio successivo , comunicandogli freddamente che mi vedevo con un’altro, ma rifiutandomi di fornire ulteriori dettagli.
Alle sue confuse rimostranze risposi che ne avevo il diritto, avendo egli accettato da tempo di divenire mio schiavo, e che anzi sarebbe stata necessaria una piccola cerimonia per consacrare definitivamente i nostri ruoli.
Marco non osò chiedere altro, anche se mi accorsi che quella notte dormì un sonno paricolarmente agitato. L’indomani rincasò per le 17. 00, come gli avevo comandato; ero occupata a prepararmi, mi ero già concessa un bagno ristoratore e volevo essere particolarmente seducente per Luigi.
Dissi a Marco che avrei trascorso fuori la serata, e di denudarsi completamente attendendomi in salotto, che poi avrei avuto in serbo una sorpresa.
Indossai un elegante tailleur nero con una gonna a portafoglio e scarpe dal tacco pronunciato.
Sotto non avevo assolutamente nulla, ad eccezione di un paio di calze autoreggenti.
I seni venivano coperti dalla giacca soltanto in parte e ad ogni movimento fuoriuscivano chiaramente i capezzoli.
Chiamai Marco con il campanello del letto e quando giunse al mio cospetto mi accorsi che era sbiancato.
Non persi tempo e decisi di iniziare immediatamente la cerimonia; “Ora mettiti in ginocchio schiavo e ricordati di ubbidirmi o ti pentirai amaramente”, dissi vibrandogli due violenti ceffoni.
Marco ubbidì. Gli agganciai un collare per cani con un corto guinzaglio e lo trascinai carponi fino al centro del salone. Lo sollevai in piedi strattonandolo per il collare, fino a portare il suo viso quasi a contatto del mio e dissi scandendo lentamente le parole: “Ora verrai preparato per la cerimonia”. Quindi lo riposizionai in ginocchio tirandolo con forza verso il basso con il guinzaglio, che poi tolsi dicendogli: “Tieni le mani dietro la nuca e non muoverti assolutamente”.
Uscii dalla stanza e vi rientrai con un cesto di oggetti in precedenza predisposti. Imposi a Marco di stare carponi e gli infilai, a secco, un bastone di legno delle dimensioni e forme di un membro, al quale era attaccata una corda di circa 50 centimetri. Dovetti spingere parecchio e senza riguardi
per infiggerglielo completamente, ma l’operazione riuscì perfettamente e l’impressione finale era proprio quella di un’animale munito di coda.
Lo feci rialzare e gli agganciai due pesanti catene; con la prima lo cinsi in vita e ad essa collegai la seconda sul davanti, facendola passare tra le cosce e all’interno del solco con un doppio giro. Gli
imposi di tenere indietro l’addome trattenendo il respiro e strinsi con la massima forza, chiudendo tutto con due lucchetti e fissando i polsi dietro la schiena con due bracciali di cuoio muniti di moschettone. Non paga, gli legai il membro alla base del prepuzio con una cordicella, che feci poi passare tra le gambe, e lo tirai fino a quando non si ripiegò completamente, scomparendo tra
i testicoli.
Fissata la cordicella alla catena in prossimità delle reni, contemplai soddisfatta il risultato, girando lentamente attorno al mio schiavo, che ora appariva veramente come la sua condizione imponeva e che mi guardava terrorizzato ansimando. “In ginocchio, busto e capo ben eretti”, sibilai. Il mio sguardo si posò allora sui capezzoli, che strinsi e torsi tra le unghie quanto più potevo, godendo delle sue lacrime che iniziarono a rigargli il volto; quindi, badando di artigliarli le intere areole gli applicai due pinze per capezzoli che avevo in precedenza collegato tra loro con una catenella.
Fingendo di sincerarmi della tenuta sollevai la catenella alcune volte, lasciandola poi ricadere di colpo.
Mi allontanai di un passo, osservandolo con aria di derisione e dissi: “Dovrai sempre sopportare con dignità la tua condizione, qualunque trattamento decida di riservarti. Ora guai se ti muovi”.
Rientra dopo alcuni minuti, camminando solennemente eretta, tenendo sollevato tra le mani un copricapo che avevo preparato per l’occasione e che era formato da corna di cervo, che avevo fissato ad una corona di ferro e con il quale avrei incoronato il mio marito-schiavo.
Appoggiai l’oggetto ad un tavolino e mi avvicinai: “Oggi, io, Patrizia, Padrona assoluta del mio legittimo consorte Marco, in forza di precedente contratto, confermo ufficialmente di avere relazioni intime con altri e conseguentemente lo dichiaro cornuto ad ogni possibile effetto”.
Depositai lentamente con la massima solennità la corona sul capo di Marco, profferendo le seguenti frasi: “Prometti che mi adorerai ogni giorno della tua vita, rimanendomi sempre fedele e schiavo qualunque cosa decida di fare, o di importi? “.
“Lo prometto mia Padrona”, rispose Marco con un filo di voce.
“Prometti che non avrai mai alcuna lamentela, esplicita o implicita, per le mie relazioni e sopporterai con dignità le corna passate e future, che sarà mio piacere infliggerti? “.
“Lo prometto mia Padrona”, ripetè con un groppo alla gola.
Presi allora un frustino, che appoggiai sul capo di Marco e conclusi:
“Questa corona ti verrà imposta ogni qual volta deciderò di comunicarti di averti cornificato. Ringraziami per questo onore”.
“Grazie mia Padrona”, dovette ripetere lo schiavo ormai completamente sottomesso.
Uscii quindi dalla camera. Rientrai dopo diversi minuti, che dovettero sembrargli interminabili, assumendo un’aria del tutto naturale ed allegra. Tenevo con me una bottiglia di champagne e un calice, poggiai il tutto su un tavolino e dissi: “Dobbiamo festeggiare con un brindisi”.
Stappai e riempii una delle due flute sollevandogliela sopra il capo e brindai: “Alla mia libertà”, bevendo d’un fiato. Quindi aggiunsi: “Ora tocca a te brindare”; aprii il lembo della gonna, accostai il bicchiere al grembo, allargando le gambe leggermente ripiegate e con un fiotto
ambrato lo riempii. Poi ordinai con un tono che non ammetteva discussioni: “Brinda alle tue corna”.
“Alle mie corna”, rispose rassegnato, e immediatamente dopo portai il bicchiere alla bocca dello schiavo dove lo vuotò senza indugi. Feci gli ultimi preparativi per uscire, avevo deciso di fare una
sorpresa anche a Luigi, certamente, per lui ben più piacevole, per cui rimasi così agghindata limitandomi ad indossare un soprabito. Rientrai con in mano una mascherina di cuoio, senza fori per gli occhi, ed una catena, con due lucchetti alle estremità. Applicai la prima sul viso dello schiavo e chiusi la seconda al suo collo. Così lo trascinai tremante in bagno, in ginocchio, fino alla tazza del
water, alla cui base fissai l’altro capo della catena. Avrei dovuto stare fuori parecchio, così gli liberai il membro.
Era giunto il momento di salutarci e dissi: “Ti lascio tutto il tempo per meditare, nel posto che più ti si addice, mentre vado a divertirmi un po’”.
Quindi uscii di casa. L’aria pungente di ottobre, mi accarezzava, salendo sotto la gonna, ma non soffrivo freddo.
La cerimonia, aveva avuto l’effetto di surriscaldarmi i sensi, che avevo ora la necessità di placare.
Mentre correvo all’appuntamento, meditavo sul fatto che possedere completamente mio marito, ed avere un’amante, completava, per così dire, la mia doppia natura di Padrona e femmina; anzi, il soddisfare completamente la prima entro le mura domestiche, mi rendeva abbisognevole di relazioni intime intense e decise, per le quali anche Luigi era in qualche modo uno strumento.
Quando aprii il soprabito Luigi finalmente si accorse di quanto fossi accessibile, e mi frugò e rivoltò con foga appassionata. Mi abbandonai a lui senza nulla rifiutargli, anzi sollecitandolo a non avere riguardi ed egli infatti non si fece molti scrupoli, prendendomi con foga, graffiandomi la schiena, le cosce, mordendomi in particolare i seni, sì da lasciarmi vistosi segni.
Impalata al suo membro, non potevo fare a meno di pensare a mio marito, in quali condizioni si stesse trovando in quel momento, e alla sua incondizionata e quasi commovente devozione, ed il pensiero
moltiplicava la mia eccitazione. Quando finalmente Luigi si scaricò in me, venni, esausta. Rifiutai di pulirmi, preferendo che il suo sperma in parte mi colasse tra le gambe e in parte mi rimanesse addosso.
Rincasai a notte inoltrata, spettinata, con le calze rotte, completamente impiastricciata e con l’odore e il seme di maschio sulla pelle. Sciolsi finalmente mio marito, che alla mia vista, pianse calde lacrime.
Non mi lasciai certamente commuovere, e lo obbligai a ripulirmi completamente il sesso e la parte interna delle cosce, con la lingua. Poi mi feci baciare tutto il corpo, ed in special modo dove erano evidenti i segni dell’altrui passaggio.
Il mio desiderio non si era placato, ed il membro di Marco svettava turgido.
Con una cordicella, gli strinsi i testicoli e la base dell’asta, che aumentò di turgidore; mi misi carponi sul letto, e mi feci ripetutamente penetrare fino all’alba, guidandolo nel ritmo con l’altro capo della
corda.
Alla fine, sadicamente, gli negai l’orgasmo. FINE

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