Tristano

Mio bene, pare che sono di nuovo d’umore alquanto… come dire? ispirato? ma no, diciamo piuttosto irritato alterato incitato bizzarro stranito, insomma credo che ci siamo capisciati benissimo, vero? orbene, però stavolta devo dire che il “favore” lo faccio a me stessa, quindi non è una promessa fatta, bensì un suggerimento per prestazioni future prossime remote bla bla bla.
E visto che mi trovo in quel “particolare” stato d’animo e che, come tu ben sai, sono particolarmente invaghita di certe sensazioni (che a te potrebbero anche dar fastidio, e questo non fa che incitarmi maggiormente a darci dentro come nelle zucche), mi sfogo nel senso che voglio dare io a queste fantasie/sogni/illusioni/speranze ecc di una notte di mezzo inverno (ma la temperatura è da giugno, per diana! ). fa caldo, infatti, dove sono io. è un caldo umido da incubatrice e gli umori esalati dal corpo acuiscono questa sensazione di aria stagnante e pregna di sudore.
sono sola in questo ambiente mezzo oscurato nel sottosuolo, diciamo nelle viscere della terra, al di là del giorno e della notte. i polsi congiunti tenacemente come facevi tu, ma con strisce di cuoio brunito dall’uso, e aggangiati così ad un grosso uncino di ferro battuto (grosso, per sostenere il mio peso). Le gambe tenute divaricate e le caviglie assicurate alla parete con delle maniglie pure di cuoio duro, leggermente sollevata da terra.
Entra in scena il mio boia (seviziatore, attore, quello che ti pare). non ha identità precisa. Non sei tu, comunque, però ha un poco la tua corporatura, e d’ora in poi lo chiamerò “tristano” anche se non è il suo vero nome, che del resto ignoro. Sul capo porta un fazzoletto di seta nero che gli copre perfino gli occhi, lasciandogli appena due fessure per poter vedere ciò che fa. pantaloni neri attillati alla pirata, cioè corti sui polpacci, cinturone di pelle nera con grossa fibbia luccicante, da esso pende un fioretto; e aperto sul torso nudo indossa un gilet nero.
Siamo rinchiusi in questo locale alquanto angusto (fai conto le dimensioni della tua camera, ma il soffitto è più basso). Si tratta infatti di una cripta o altro tipo di sotterraneo a sfondo religioso, privo di affreschi o intonaco. i mattoni rosso scuro appaiono lucidi di umidità sotto una volta cupa illuminata appena da due torce alle pareti laterali. giù in fondo, direttamente opposta a me, una porticina piccola ma spessa e sicura, come quelle delle vecchie prigioni. siamo soli in questo antro inesistente per il mondo esterno, però sono sicura che qualcuno ci sta osservando dall’alto. ho notato un foro in cima alla volta. è quasi come se stessimo recitando una commedia per conto terzi…
tristano passa in rassegna il mio corpo, per qualche tempo, quale il generale che perlustra e studia il terreno prima di impegnarsi nella battaglia. ecco, si accosta e mi risucchia un bacio, quasi di prepotenza. sorride malizioso strizzandomi malignamente un capezzolo. no, a lui decisamente le tette non piacciono se non sono perfette (ehm! ). infatti, con una lunga striscia di cuoio passata tre volte attorno al busto, me le stringe e soffoca e costringe fino a lasciar trapelare solo i capezzoli, gonfiati e turgidi. una striscia a mò di cintura attorno alla vita e un’altra attorno ai fianchi per assicurarvi una terza che, dopo averla fatta passare tra le natiche e sopra il pube, riallaccia al petto. (collare da cani) completa la figura con un bavaglio. o meglio, mi tappa la bocca con delle garze malamente rintuzzate dentro e tappa con una benda di pelle nera stretta a tal punto che le guance fanno degli sgonfiotti.
tace, non pronuncia mai una parola. tristano è uomo d’azione e poche parole. non cerca neppure di eccitarmi con false promesse o minacce. da un punto nascosto della tomba sfila un fioretto (una donna non si picchia neanche con un fiore, un fioretto sì… ). con questo prende a solleticarmi le varie parti del corpo rimaste esposte e mi tiene d’occhio, spia ogni mia reazione per farsi guidare nella prossima mossa. lentamente lascia scivolare la punta della lama lungo un braccio, scendendo piano piano verso l’ascella. seguo i suoi movimenti, già scossa dai pruriti e pizzicori, con crescente apprensione e aspettativa. una subitanea contrazione del volto lo ispira a ripetere una carezza, un soffocato guaito a pungere con la precisione di un chirurgo. alterna le carezze con le punture elettrizzandomi tutta da capo a piedi. passa il filo della lama lungo l’interno di una gamba, minacciando di avvicinarsi troppo a quel luogo sacro che meriterebbe ben altri trattamenti. provoca, irrita, solletica e pungica. mi manda in visibilio, non posso resistere, mi fa impazzire.
mugolo come posso, vorrei si fermasse lì, che insistesse in quella zona. ma non posso impedirgli di fare quello che vuole, e forse non voglio, mi piace che sia lui il padrone della situazione. mi piace non poter prevedere le sue mosse. mi piace questa freddezza calcolata nei suoi movimenti, quei subitanei scarti nei passaggi da un angolo del mio corpo a quello quasi diametralmente opposto. in un inaspettato impulso di desiderio, abbandona la spada per avvicinarsi a me, per farmi sentire la sua pelle contro le striscioline gonfie della mia, per farmi sentire al contatto della coscia la durezza del suo membro attraverso la ruvida stoffa. mi chiedo cosa farà dopo. mi chiedo dove vuole arrivare. di nuovo, di rabbia, di prepotenza, con la violenza cieca del desiderio, si avventa sul mio collo, sulle guance, scatta un morso proprio sotto la mandibola e mi fa perdere per un attimo i sensi dal dolore. mi riprende alla vita una sensazione intensa di calore alla gola, un sapore dolciastro in bocca, l’impressione man mano più disgustosa che le garze raffazzonate s’impregnino di una pastetta vischiosa e appiccicosa. che mi succede? tiro su di naso, lacrime improvvise colano dagli occhi. a malapena riesco ad intravvedere la sua figura, ora alquanto distaccata. sembra più grande, minaccioso, o forse sarà per quell’enorme strumento che regge in mano? [qui se vuoi ti puoi fermare, perchè come avrai già intuito, qui si entra in un’atmosfera in cui potresti sentirti a disagio. però sarei contenta se proseguissi] libra la frusta per aria. ora sì che ho paura. la vibra ampia nell’aria, solo per qualche secondo, non scende mai, chiudo gli occhi e mi volto. non arriva mai… una staffilata sulle gambe mi scuote e mi fa sobbalzare. ho appena il tempo di rendermi conto che non sapeva nè caldo nè freddo, una scossa elettrica per tutto il corpo. un altro! e non poter neppure gridare… un terzo! e se volessi fermarmi qua? e se non volessi più proseguire? ancora! fermati, dannazione, e mò come glielo faccio sapere? fermati… ancora! e poi un sesto, e un settimo… calore divampante per tutto il corpo, corpo… mi scordo persino in che posizione sono, dove sono i miei arti… dodici! o tredici… no no, bisogna andare fino in fondo, inutile resistere, sarà l’ultima volta, ma… quindici! quella voce roca pare entrarmi nei timpani bum bum tarabum… strano, mi si invertono le sensazioni, buone? cattive? ancora… mi abbandono alle scosse del corpo, lo lascio fare, quasi le cerco, quasi mi muovo per accoglierle, mi muovo a caso, a scatti senza intenzione, un calore cupo giù sotto, un violento senso di abbandono mi percuote tutta e mi sospinge brutalmente verso l’alto. incredibile, sto perdendo il controllo, non so più niente, sono non sono tutto è uguale, trasportata via… amore, dolce pensare a te, dolce la tua immagine, te lo dedico questo piacere per quanto sporco o violento possa essere, come vorrei averti vicino… mi accorgo appena adesso che ha smesso di colpire. sento un vago bruciore nelle gambe, indefinibile nella totale spossatezza del corpo. incurante del seguito, dell’altra presenza fisica, dell’aria pesante e spessa. incurante quasi inconsapevole della mia posizione, tenerezza e languore gran voglia di accoccolarmi nel tepore delle tue braccia. già tristano mi ha sciolto i polsi, ha liberato il corpo da ogni costrizione e le labbra dal bavaglio ormai inutile. crollo quasi nelle sue braccia sfinita. terminato il suo compito, meno rudi e brutali i suoi modi, vengo condotta fuori dalla cripta in un salottino arioso e gradevole per ricevere le più utili cure di una infermiera. oh ma non ce n’è bisogno… FINE

About Hard stories

Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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