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Racconto erotico

Una femmina per giocarci

Senza dubbio Barbara nell’animo era una vera troia. Pensava di avere dell’oro tra le gambe.
Il problema era, che la maggior parte degli uomini che la incontravano, sembrava pensarla allo stesso modo, ed erano capaci di abbassarsi a qualsiasi compromesso per adorare la sua figa…
E tentavano in tutti i modi di farglielo capire.
E Barbara se ne fotteva allegramente.
Sapeva benissimo di poterli trattare tutti come strofinacci, si sarebbero umiliati ben volentieri pur di poterle annusare per una volta soltanto il suo scrigno dorato.
E ora, mentre stava rincasando dal suo lavoro in un ufficio del centro, stava già pensando a una bella serata di caccia.
Come la regina di un mondo primitivo sarebbe scesa tra i sudditi e avrebbe scelto il migliore schiavo da letto.
Mancava solo di stabilire il territorio di caccia.
Si decise infine per il più esclusivo cocktail bar del centro, frequentato da quel tipo di gente che ogni ragazza bene considerava il massimo della vita.
Quel tipo di persone che raramente pensava al sesso, a meno che non gli venisse presentato come una sorta di sfida.
Allora si che ci andavano giù duri.
Posteggiò la macchina nelle vicinanze ed entrò nell’affollatissimo locale, parcheggiandosi su uno sgabello.
La caccia era iniziata.
Come ogni venerdì sera la gente cercava forti sensazioni dopo una dura settimana passata ad ordinare insignificanti scartoffie o a rimpinzare di dati annoiati computer di inaffidabile produzione sudcoreana.
Barbara accavallò le gambe, consultò l’elegante lista degli aperitivi e scelse finalmente un leggero gingerale. Poi, con un cenno sprezzante del mento, chiamò a se l’ormai familiare barman di colore e si fece portare una faraonica collezione di pretzels, salatini, popcorn e arachidi colombiane.
Non sapeva ancora cosa stesse cercando, ma era sicura che l’avrebbe riconosciuto a prima vista.
Era già arrivata al quarto drink, quando sentì una prepotente presenza dietro di lei.
Si voltò e capì perchè.
Quello non era uno come tutti gli altri, nè un leccaculo da dieci cents.
Quello era un uomo.
Un uomo vero che sa come trattare una donna.
Non era solo bello, ma aveva qualcosa in più: i suoi capelli neri, il suo corpo muscoloso ed i lineamenti del suo viso facevano presagire grandi doti di scopatore.
Barbara non aveva mai provato tali sensazioni di fronte ad un uomo.
Più lo guardava e più il suo corpo era scosso da violente emozioni, un brivido le corse lungo la schiena.
Gli sorrise, il maschio rispose con un cenno e si sedette sullo sgabello al suo fianco.
* Salve! — disse con una voce profonda che la scosse tutta.
La figa di Barbara cominciò a pulsare: non aveva mai provato niente del genere prima d’allora.
Gettò uno sguardo al suo bicchiere quasi vuoto.
Immediatamente l’uomo schioccò le dita in direzione del barman: il bicchiere di Barbara si riempì di nuovo.
Lei gli sorrise.
Niente male. Gran bello stile.
* Grazie-disse la bionda.
* Grazie a te. –
* Di cosa? —
* Di essere così bella e di darmi la possibilità di ammirarti. –
* Oh… -finse lei con ritrosia da educanda.
* Ma mi piacerebbe poter vedere di più. –
Andava subito al sodo l’amico.
Barbara sorrise soddisfatta. Era proprio quello che voleva sentirsi dire. Si leccò le labbra.
* Si può fare… –
* Magari… a casa mia. -disse lui.
La femmina non seppe resistere a quell’invito così maledettamente allettante.
Finì di sorseggiare il drink e aspettò che lui pagasse il conto.
D’accordo era carino, ma un po’ troppo presuntuoso: conosceva lei un modo sicuro per fargli abbassare la cresta.
Lo avrebbe punito a dovere.
Lo avrebbe costretto ad inginocchiarsi e a supplicarla. Era un gioco da ragazzi…
Usciti dal locale presero la macchina di Barbara e sfrecciarono veloci nelle strade semideserte della città.
Mille insegne occhieggiavano tra le pieghe di vetro e metallo dell’auto.
Giunti a destinazione Barbara era sicura di essersi guadagnata uno schiavo anche per quella notte.
Presero l’ascensore fino all’attico, lui l’invitò ad entrare ed a sedersi.
Mentre preparava qualcosa da bere, Barbara si adagiò sul divano, accarezzando con la mano i suoi lunghi riccioli biondi e portando l’altra sul fianco sinuoso.
L’uomo tornò con due drink, lei ne prese uno e, sorseggiandolo cominciò a pensare che avrebbe potuto alzare un po’ di più il bordo della gonna in modo da mostrare le sue cosce, tanto per eccitarlo un po’.
Iniziava sempre così a stuzzicare la sua preda inerme.
Cominciò a sentirsi strana… la stanza girava attorno a lei… forse aveva bevuto troppo… tutti quei bicchieri…
Portò una mano alla tempia: pulsava maledettamente.
Si sentì mancare… non capiva perchè.
Aveva bisogno di sedersi… sedersi…
Tentò di alzarsi dal divano… Vi ricadde completamente spossata.
Era in preda al panico più totale: una miriade di luci e di suoni danzava beffarda davanti ai suoi occhi.
Improvvisamente capì!
Quel bastardo… l’aveva drogata!
Un velo nero si stese sui suoi occhi.
Barbara svenne.

Quando tornò in sè, Barbara raccolse a fatica i propri pensieri.
Drogata!
Drogata da quello strano tipo che lei pensava di avere in pugno.
Decise che per quella sera ne aveva avuto abbastanza.
Tentò di alzarsi e di uscire, e solo allora si accorse di non potersi muovere.
Aveva le mani legate dietro la schiena ed una robusta fascetta serrafili stringeva le sue caviglie.
Non riusciva a capire che cosa diavolo stesse succedendo… La paura cominciò ad attanagliarle il cervello.
Si trovava in una strana stanza, su un letto molto grande e completamente vestita… ma legata mani e piedi.
Improvvisamente la porta si aprì. Eccolo quel bastardo figlio di puttana.
Indossava un elegante accappatoio di seta marrone con tanto di monogramma dorato sul taschino.
Dal lungo cigarillo si levavano verso il soffitto della stanza ampie volute di fumo. Il bocchino d’osso donava alla sua immagine una sprezzante aria di superiorità.
* Che cosa sta succedendo? — chiese intimorita. -Che cosa vuoi da me? … Liberami subito! —
Egli la guardò e sorrise.
* Non credo che tu sia in condizione di chiedere niente, nè tantomeno di darmi ordini. –
La bionda capì di essere completamente nelle sue mani. Il tono si fece implorante.
* Ti prego, dimmi che cosa sta succedendo! —
* Mia cara, tu non sei altro che una puttanella da quattro soldi, una puttanella con la puzza sotto il naso che si crede in diritto di disporre degli uomini come meglio crede. Ma io so come trattare tipine come te. Come redimerle. –
La ragazza tentò di divincolarsi dai lacci che le torturavano polsi e caviglie. Tutto era inutile: i suoi sforzi non fecero altro che aumentare la stretta che le segava le carni.
* Dunque-sentenziò l’uomo-la lezione numero uno e tutte quelle che seguiranno ti faranno capire che cosa può succedere alle troiette in calore che insistono nel loro comportamento. Purtroppo per te, esiste un solo genere di cura, ma puoi star certa che io la conosco molto bene. –
* Che… che cosa vuoi farmi? — Barbara ora cominciava a essere preoccupata.
* Inizieremo con una buona sculacciata, e ti prego di considerarlo solo un antipasto in vista di più sostanziose portate… –
* Non… non osare avvicinarti… non ti ho fatto niente! —
* Ci mancherebbe pure che mi avessi fatto qualcosa! … Sei una zoccola, e questo a me basta e avanza… –
* Ti avverto… –
Ma quelle disperate minacce non sembravano avere alcun effetto su quell’uomo. Egli si sedette sul letto e, dopo averla sollevata, scivolò sotto di lei.
Il bellissimo corpo di Barbara giaceva ora prono, di traverso sul suo grembo.
La ragazza tentò di divincolarsi, ma non c’era niente da fare… assolutamente niente.
Allora capì che avrebbe dovuto sopportare quello stupido giochetto…
Ma era fermamente decisa a non dargli alcuna soddisfazione, nemmeno il più piccolo segno di sofferenza che lo avrebbe fatto godere.
Non avrebbe ceduto… mai…
Stava per essere sculacciata. Bene, avrebbe subito in silenzio.
Non c’era nulla che potesse fare per evitarlo: era completamente immobilizzata. Ma non avrebbe versato una sola lacrima, non avrebbe emesso un solo lamento. Non avrebbe ceduto a quel figlio d’un cane.
Ma chi si credeva di essere, con quelle arie da vendicatore? Probabilmente tutta la messinscena serviva solo a nascondere la sua impotenza, o chi sa che altro.
Il suo corpo intanto si trovava disteso sulle gambe di lui… il suo bel culo era proprio nella posizione giusta per essere sculacciato. Era bello, così sodo e tondeggiante che la tentazione di palparlo si fece irresistibile.
La mano si posò pesantemente e si contrasse.
Barbara sobbalzò… Era ancora più bella mentre si muoveva sinuosa sotto il vestito.
E le sue gambe…
Le sue bellissime gambe, fasciate dalle lucide calze di seta nera.
Credeva di essere cacciatrice quella sera, la ragazza. Ma si sbagliava di grosso.
Il destino aveva trasformato il cacciatore in preda, la vittima in carnefice.
L’uomo cominciò lentamente a sollevarle il vestito: ogni centimetro della pelle di lei aggiungeva godimento ai suoi occhi.
* No! … ti prego… No!! … -implorò Barbara, ma era ormai troppo tardi. Lentamente lui scoprì i glutei di lei.
Indossava mutandine nere come le calze e il reggicalze.
Vestita per uccidere.
Per scotennare il primo bischero che fosse entrato nel suo territorio di caccia. Ma quello era giorno di paga: il Vendicatore avrebbe risarcito tutti coloro che avevano sofferto gli insani desideri della sua figa famelica.
Le abbassò le mutandine sulle cosce, malgrado i suoi contorcimenti e i suoi mugolii. Ora le natiche della sgualdrina erano pronte.
La festa iniziava…
Le mise prepotentemente una mano nel solco delle natiche e con gesti ritmici e volgari cominciò a trastullare il tenero buchino.
* Cerca di rilassarti, sta andando tutto bene, tesoro! —
* Ti prego… lasciami andare… –
Sorrise. Alzò la mano e lasciò cadere una pesante pacca sulle tenere chiappe.
WHACK!
Il corpo di lei sussultò: trattenne a stento un grido di dolore.
Non voleva dargli la soddisfazione di vederla piangere; non un lamento sarebbe uscito dalla sua bocca. Avrebbe potuto picchiarla a sangue per tutta la notte, ma non sarebbe riuscito a strapparle un gemito.
Sarebbe morta piuttosto che chiedere pietà, di implorare anche una sola volta misericordia per il suo fragile corpo.
WHACK!
SLAP!
WHACK!
SLLLAAAAPPPP!!!
L’ultimo cazzo!
L’ultimo le aveva fatto veramente male. Sapeva che non avrebbe potuto resistere ancora per molto.
Quel bastardo la stava facendo impazzire di dolore. Il bruciore proveniente dal suo culo martoriato saliva dritto fino al cervello.
Stava impazzendo.
La punizione era efficace, tanto che avrebbe preferito morire, piuttosto che continuare ad essere umiliata in quel modo. Ma era completamente impotente. E lui non le avrebbe concesso alcuna tregua. Sarebbe andato fino in fondo.
WHACK!
SLAP!
SMACK!
WHAACK!!
* OOHHHH! … -mugolò la ragazza.
Non ce l’aveva proprio fatta a controllarsi. Un gemito le era sfuggito, anche se a denti stretti, anche se aveva fatto di tutto per evitarlo.
Non riusciva più a controllarsi.
Il culo le bruciava incredibilmente, non aveva mai provato una cosa del genere.
* Ti prego… -si sentì implorare suo malgrado.
La biondina capì di non essere così forte e invincibile come pensava.
L’uomo intanto continuava a sculacciarla con tutta la propria forza, sicuro di dominarla.
La picchiò fintanto che non la vide piangere. La poteva sentire mentre si lamentava sommessamente. Era in suo completo potere, la bionda stava versando calde lacrime che le solcavano il viso. Aveva il culo in fiamme e interamente ricoperto di piaghe.
* Ti piace, troietta, dillo che ti piace… –
* No… -rispose Barbara in un mare di lacrime.
WHACK!
SMACK!
WHAACCKK!
* Ti ho chiesto se ti piace… –
* … ss… ssi… si, mi piace. -Era scossa dai singhiozzi e voleva a tutti i costi accontentarlo, sperando che interrompesse quel tremendo supplizio.
* Ripetilo troia, ripetilo ancora una volta! —
* Mi piace… Mi piaace… -quella risposta la riempiva di orrore, ma era quella che lui voleva sentire.
O era quello che lei voleva dire. Non ci si raccapezzava più, non ci capiva più niente: si rese conto ad un tratto di essere eccitata come mai le era accaduto prima. La figa era umida di umori, come se il più grosso cazzo del mondo la stesse stantuffando da un’ora.
Ma non era così.
Alle sue spalle aveva uno sconosciuto che la stava selvaggiamente picchiando.
L’uomo capì che la ragazza era arrivata al giusto punto di cottura. La sollevò e la guardò fisso negli occhi, colmi di lacrime.
* Spero che tu abbia apprezzato la lezione. –
* Si… -mugolò la ragazza.
* Bene, questo significa che siamo pronti per passare alla seconda parte della lezione. –
Barbara spalancò incredula gli occhi. Ma quale seconda parte del cazzo?
Ormai ne era certa: era in balia di un pazzo e davvero non riusciva ad immaginare che cosa gli stesse passando per il cervello.
* Sto per liberarti le mani… Ma ricordati che i tuoi piedi sono ancora saldamente legati. Se tenterai in qualche modo di fuggire o di ostacolarmi, sarò costretto a punirti severamente. Molto più di quanto tu possa immaginare. –
* Sarò buona… -rispose remissiva la ragazza.
Ed era sincera: non aveva affatto voglia di subire le conseguenze della sua ira.
L’uomo le slegò i polsi e le permise di alzarsi.
* Toglitelo! — le ordinò, indicando il vestito. Lei lo guardò attonita.
* Presto, troia, ti ho detto di togliertelo… E vedi di fare in fretta! —
La voleva nuda.
Lei arrossì violentemente e il suo primo impulso fu di mandarlo a fare in culo.
Non osò. Sapeva bene che poteva punirla crudelmente.
Lentamente, in precario equilibrio per le caviglie ancora legate, si sfilò il vestito dalla testa e lo mise nelle mani dell’uomo.
Questi lo prese e lo gettò via. Sorrise compiaciuto: aveva di fronte a sè una ragazza bellissima in reggiseno e reggicalze neri, lunghe calze di seta pure nere e con le mutandine arrotolate sulle coscie.
* Sei davvero bella! —
Le si avvicinò, le legò nuovamente le mani dietro la schiena, la prese in braccio e la portò nella stanza attigua. Barbara non poteva sapere quale fosse il suo destino, si rese conto di non sapere neppure il nome di quell’uomo. Non sapeva chi fosse quell’individuo che la stava trascinando nel più profondo baratro di dolore e lussuria. Sentiva di non avere vie di scampo.
Improvvisamente capì.
Una segreta!
Stava per torturarla con i raffinati attrezzi contenuti nella fornitissima saletta di tortura dove l’aveva portata.
L’uomo la posò a terra, si fece più vicino e le cinse i fianchi.
Poteva sentire il suo odore. Quell’odore forte e pieno di lussuria che quasi la faceva svenire.
Con un movimento deciso le strappò il nero reggiseno e le sue grosse tette ballonzolarono, finalmente libere.
Barbara guardò il proprio petto. Nessun ragazzo si era spinto tanto oltre con lei.
Vide i suoi capezzoli duri e sapeva quanto questo avrebbe eccitato quella bestia che le stava addosso.
Infatti sentì immediatamente le mani di lui sul proprio seno. Cominciò a palpare ed a strizzare le mammelle come se volesse spremerne tutta la linfa vitale. La biondina non riuscì a trattenere un grido di piacere.
Le sue ruvide mani, l’abilità delle sue dita, le procuravano un godimento lussurioso. Le piaceva guardarlo mentre lui si divertiva a leccarle gli appuntiti capezzoli.
Cominciò con il destro; la sua lingua si muoveva rapida e veloce. Lei godeva come una vacca in calore. Le cominciava a piacere immensamente essere del tutto inerme, legata ed immobilizzata mentre l’uomo agiva a suo piacimento, sentiva il suo membro duro premuto contro il bacino.
L’uomo smise il suo lavoro di lingua, l’afferrò tra le braccia sollevandola e la depose sopra un tavolo stretto e non molto lungo. Si frugò nelle tasche della vestaglia e ne estrasse due attrezzi metallici.
Barbara sussultò di terrore.
* No, ti prego… -implorò.
Lui sorrise. Teneva in mano due pinze argentate ed era pronto ad applicargliele ai rosei capezzoli.
Con diabolica abilità ne strinse una al destro. Cominciò quindi ad avvitare il bullone che ne regolava l’ampiezza. La ragazza sculettò, tentando di divincolarsi. Mentre il maschio continuava a stringere, Barbara sentì che il dolore sfumava nel piacere.
* OOHHHHH… -gemette.
Non capiva. Godeva come mai le era accaduto nella sua vita.
Intanto lui diede inizio alla stessa operazione con l’altro capezzolo. Barbara pensò di impazzire per il piacere.
Le tette erano in fiamme e lui non smetteva di stringere. Era schiava della lussuria. Non aveva vie di scampo.
Era sua.
Nel corpo e nella mente.
Si dimenava come un’assatanata. Sapeva che ciò lo eccitava moltissimo, ma non riusciva a trattenere la sua libidine. Aveva la figa umida e ribollente di umori.
* Si puttana, godi. Voglio vederti godere… -ruggì lui.
* Basta, ti prego. Mi fai male… -Barbara piagnucolava ora, in preda a spasmodiche contrazioni.
Sentirla pregare lo eccitava come non mai. Più la vittima gemeva, più proseguiva impassibile nella sua instancabile opera. Voleva farla impazzire. Impazzire di lussuria.
Barbara lo guardò terrorizzata, mentre lui stringeva ulteriormente la morsa che le torturava i capezzoli.
* No, per favore… non resisto più… -i lamenti non facevano altro che eccitarlo al massimo grado.
Lo costringevano a stringere, sempre di più, fino a estirparle i capezzoli dal bel seno sodo.
La ragazza sbavava e sudava come un toro nell’arena. Quel dolore la faceva impazzire, ansimò, voleva morire. Morire piuttosto che soffrire ancora.
Doveva smetterla.
Doveva finirla di massacrarle i seni in quel modo.
Barbara era pronta a compiacere quel porco in qualsiasi desiderio. Ogni richiesta perversa, ogni sua insana voglia l’avrebbe umilmente accettata.
Purtroppo non era in condizione di chiedere nulla. Doveva solo fare tutto ciò che le veniva imposto.
Nessuna democrazia, nessuna libertà di scelta.
Un sorriso compiaciuto illuminò i duri tratti di quel volto maschio.
* Si… può andare, ti preferisco così! —
* Basta, basta, mi fa male… Ti prego… toglili… –
* Hai ancora molto da soffrire prima che io abbia finito con te. –
* Cazzo, non resisto più… Sono a pezzi! —
Le mise una mano sulla guancia.
* Rilassati, bambina. Non preoccuparti. Non sta andando poi così male… –
Barbara ascoltò le sue amorevoli parole, speranzosa. Voleva credergli. Doveva credergli.
Ma come poteva?
Era legata ed umiliata, stesa su un tavolo, i polsi legati costretti sotto il peso del corpo le facevano male, un senso di vergogna si impadronì di lei. Abbassò lo sguardo e vide come quel figlio di puttana aveva ridotto le sue tette. Erano livide e gonfie. I capezzoli massacrati da quelle maledette pinze non le concedevano un attimo di tregua.
Cazzo, che cosa sarebbe stato di lei…
Senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi, l’uomo si portò a una estremità del tavolo, le slegò le caviglie, le tolse definitivamente le mutandine che erano ancora arrotolate alle sue ginocchia. Con le mani le divaricò un poco le gambe, le mise una mano sulla fessura e con un dito la rese umida e bagnata. Barbara cominciò a godere.
Il dito andava avanti e indietro, passando dal clitoride alle grandi labbra, senza sosta.
Quindi, con un movimento deciso, le infilò l’indice fino in fondo alla vagina, facendola ululare di piacere.
Nessuno era mai arrivato a tanto.
La puttanella ripensava a quanto aveva fatto penare i suoi passati boyfriends prima di concedere loro una misera leccatina.
Quell’uomo invece le stava squassando le tenere pareti della figa con quel dito instancabile.
Le piaceva, stentava a crederci. Ma le piaceva da impazzire.
Dalla vagina cominciò a colare un denso umore che scivolò lentamente lungo le cosce, finendo sul ripiano del tavolo.
* Ti piace? — chiese lui.
* OOOHHH… –
* Bastarda, faresti meglio a rispondere… O sarò costretto a frustarti fino a farti chiedere pietà… –
* Si… si, si, si… -rispose senza un attimo di esitazione.
* Avanti, zoccola, ripetilo. Voglio sentirlo ancora. –
Lei annuì col capo. Era fantastico. Non riusciva a capacitarsi di quanto tutto ciò fosse piacevole.
L’uomo la guardò fissa negli occhi.
* Questa è la tua ultima possibilità! … Sai cosa voglio sentirti dire. –
* Mi piace… Il tuo dito è fantastico… –
* Brava bambina, vedo che stai cominciando a capire le lezioni. –
Ad ogni parola l’uomo spingeva sempre più a fondo il dito dentro di lei. Avanti e indietro, freneticamente. La figa era in fiamme. Le tette le dolevano per la stretta incessante delle pinze.
Ma Barbara godeva.
Un flusso di piacere avvolgeva la sua femminilità e la costringeva a gemere e mugolare.
L’uomo si accorse che il clitoride della donna era duro e completamente visibile oltre le grandi labbra. Tolse il dito e lei urlò disperata. Lo voleva ancora. Voleva che il dito continuasse a sgrillettarla come aveva fatto fino ad ora.
Ma il suo carnefice aveva altro in mente.
Tirò fuori dalla tasca della sua vestaglia un’altra pinza e la avvicinò minacciosamente alla figa arrossata della sua vittima.
* NOOO! … -urlò disperata. — Non così, non quello… ti pregoo… –
L’uomo non rispose, non sembrava minimamente scosso dalle sue suppliche.
Piazzò meticolosamente la pinza sul clitoride. Cominciò a stringere.
Lentamente.
Inesorabilmente.
Calde lacrime solcarono il viso sfatto della ragazza, lasciandole tracce di rimmel lungo le guance.
Non poteva farle questo.
Improvvisamente la sensazione del freddo metallo dentro la sua fessura si tramutò in incontenibile piacere. Rabbrividì: il clitoride stretto nella morsa pulsava, eppure questo non le procurava solo dolore!
Stava godendo, come mai prima d’ora.
* è stupendo… godo… godoo! … -urlò.
Per un attimo pensò di svenire. La stanza girava vorticosamente intorno a lei. tentò di liberarsi, ma i legacci che la stringevano la immobilizzavano completamente.
La dorata agonia sembrava non aver mai fine. Pensò che ciò che stava provando era qualcosa di unico, di irripetibile.
Quando riaprì gli occhi, vide che quel maiale impugnava un pene finto dalle dimensioni notevoli. Tentò di urlare, ma il suo dominatore la zittì. Era isterica: non riusciva in alcun modo a dominare i propri istinti.
Sentì solo che quell’attrezzo micidiale la stava impalando.
L’uomo infatti teneva con una mano la vagina spalancata, mentre con l’altra le forzava all’interno il fallo in lattice.
Barbara gemette. Niente di così grosso aveva mai profanato la sua parte più intima.
Provò a contrarre le pareti della vagina, tentando istintivamente di espellere l’intruso, ma questo non faceva che aumentare il dolore e il piacere allo stesso tempo.
L’uomo si accorse che malgrado tutto la sua prigioniera stava per venire nuovamente.
Rapidamente estrasse il membro finto dalla vagina, si slacciò la vestaglia e liberò il proprio cazzo.
Con un colpo deciso si immerse nella figa, facendolo scivolare sotto la pinza che le torturava ancora il clitoride.
Cominciò a stantuffarla con un lento movimento ritmico, grugnendo come un selvaggio.
Barbara era quasi senza fiato. Quel cazzone sembrava arrivarle fino in gola, impedendole di respirare. Non era ancora riuscita a vederglielo, ma doveva essere terribilmente grosso.
Ciò nonostante non potè far a meno di seguire con le anche il movimento ritmico di quel pene che la stava montando come una cavalla selvaggia.
Il dolore era forte. Il piacere intenso. Forse stava per perdere i sensi.
Quel bastardo stava usando il suo membro come un bazooka, e le stava sparando bordate mortali di sperma nei più reconditi meandri della sua caverna.
Attimo dopo attimo la vagina sembrava sciogliersi in mille rivoli vischiosi di umore e sperma che inondavano la folta pelliccia del suo monte di venere.
L’uomo intensificò il ritmo.
Barbara svenne.

Quando Barbara riaprì gli occhi le ci volle un po’ per riconoscere la stanza.
Era sempre nella segreta.
Le tette le bruciavano ancora, le pinze erano ancora al loro posto. Una vampata di dolore le attanagliava la figa, ed il clitoride era gonfio e arrossato. Ma per fortuna la pinza era stata tolta.
Però ricordava anche l’estremo piacere che i supplizi ricevuti le avevano procurato.
Sentiva ora una forte pressione allo stomaco. Era forse sdraiata in un letto?
Provò ad alzarsi, ma si rese conto immediatamente che ogni movimento le era impedito. Era ancora in trappola.
Giaceva bocconi su un cavalletto di legno, con le mani legate ad una delle due V rovesciate che lo sostenevano. Le gambe erano immobilizzate da lacci alle caviglie all’altra V, in modo che il culo sporgesse in aria. La figa premeva contro una specie di sellino da bicicletta che le dava un incredibile fastidio.
Cazzo, pensò Barbara, questo tizio deve passare la maggior parte del suo tempo libero a lavorare su questi attrezzi. Non riusciva però a dissimulare la paura per il nuovo supplizio che prima o poi sarebbe piombato su di lei come una mannaia.
L’attesa si fece snervante.
L’uomo rientrò dopo un bel po’, indossando ancora la sua vestaglia di seta.
Barbara si rese conto solo allora che non l’aveva ancora visto sotto.
Non aveva ancora visto il suo cazzo. Un cazzo che fino a pochi minuti prima l’aveva chiavata come un martello pneumatico.
Era affascinata da quel mistero.
Moriva dalla voglia di guardarlo, di scoprire come fosse fatto.
Rise tra se di questi suoi pensieri.
Era immobilizzata e totalmente incapace di decidere del suo destino.
Questa esperienza la rendeva folle di rabbia e di frustrazione. Se solo fosse riuscita a cancellare dalla mente il dolore e la paura.
Sperò di essere liberata. Aveva già in mente come ringraziarlo. Era pronta a sciorinare tutta la propria esperienza sessuale per renderlo felice e per farlo godere il più possibile.
Doveva darle una possibilità. Era quasi pronta a essere la sua schiava per quella notte.
Si rese però immediatamente conto che le sue erano solo vane illusioni.
Quel bastardo si stava divertendo come un pazzo a scaricare su di lei la sua libidine feroce.
* Vedo che stai meglio-disse infatti con tono ironico e crudele.
* Si, ma… ti prego… —
* Zitta! Non è che sia stato poi così male… –
* Ti prego, ti scongiuro, lasciami andare… –
* Non credo… non credo proprio di poterlo fare. –
* Ti supplico… –
* Non perdere tempo a sprecare fiato… risparmiatelo per dopo! —
L’uomo rise sonoramente. Barbara tremò.
Improvvisamente l’uomo lasciò cadere sul suo culetto una pesante manata che la fece sussultare e sculettare nel vano tentativo di alleviare il dolore.
Il carnefice si era intanto avvicinato a un mobile appoggiato a una delle pareti. Ne estrasse una lunga striscia di cuoio.
La frusta!
* No, ti prego… per favore no, no, no… la frusta no… risparmiami… tutto… tutto quello che vuoi, ma non frustarmi… ti scongiuro… –
* Si… può andare. -disse lui valutando la consistenza dell’attrezzo.
Si avvicinò a Barbara, stralunata, e mentre questa continuava a fissarlo terrorizzata, le sollevò la testa, tirandola per i lungji capelli biondi.
* Ora devi baciare la frusta e chiedermi per favore di frustarti. –
Barbara scosse violentemente la testa, isterica.
L’uomo le mise la striscia di cuoio di fronte la bocca. La ragazza serrò forte le labbra in una muta resistenza.
L’uomo sogghignò e la colpì forte sulla bocca col manico della frusta. Barbara si mise a piangere. Un’altro colpo più forte la colpì spaccandole le labbra che presero a sanguinare.
Il tiranno mise nuovamente la frusta davanti alla sua bocca.
Barbara sapeva cosa doveva fare. Piangendo, si lecco le labbra insanguinate e poi posò un bacio sulla frusta.
* Bene… molto bene… -disse lui lasciandole la testa.
* Ora-continuò-dimmi cosa vuoi che io ti faccia… è meglio che tu rifletta bene prima di rispondere. –
* Per… per favore… -piagnucolò la ragazza.
* Allora? —
* Voglio che tu… che tu… mi frusti… Oh Dio no! … –
* Dove? —
* OOHHH… DIO… sul culo… ti prego… –
Capì di essere perduta. Quell’uomo poteva veramente farle tutto ciò che gli passava per la testa.
Lo vide avvicinarsi e oltrepassarla lentamente, affiancarsi al suo corpo da dietro. Cominciò a strofinarle il vellutato pezzo di pelle lungo la schiena e poi giù, fino alle chiappe rinserrate per la paura, solleticandola nel solco.
Era quasi ora.
Metodici e precisi, i colpi iniziarono a fendere l’aria risuonando secchi sul povero culo di Barbara.
WHACK!
SLACCKKK!
SCHACK!
* AAAAHHH!! … –
Urlò disperata. Era terribile Un dolore lancinante le trafisse il cervello. Non aveva mai provato niente di simile.
Non avrebbe resistito a lungo. Strinse i pugni nervosamente, sapendo che altre bordate le avrebbero segnato dolorosamente le natiche.
WHWACK!
SCHACK!
WHACK!
* AAAAHHHH!! … –
Non sopportava più il dolore. Non ce la faceva veramente più. Il dolore riempiva la sua mente e i suoi sensi erano profondamente alterati da quella collisione di sensazioni. Barbara non si sentiva più una donna, ma un animale da macellare e seviziare selvaggiamente.
Lui continuava a frustarla senza pietà.
La donna gemeva e gridava ogni volta che sentiva la frusta fendere l’aria e abbattersi violenta sulle chiappe ballonzolanti. Odiava quei colpi secchi che la facevano impazzire di dolore.
Le sue natiche erano orribilmente arrossate e coperte di lividi. Non avrebbero resistito ancora a lungo, la pelle ormai completamente arrossata era prossima a spaccarsi.
Per sua fortuna l’uomo cominciò a frustarla violentemente sulle cosce. Doveva fare molta attenzione a non irrigidire i muscoli, se non voleva aumentare a dismisura la sofferenza.
Era ormai prossima allo svenimento. Le stava massacrando le bianche cosce.
Passò quindi a occuparsi dei polpacci. Il dolore aveva raggiunto l’apice.
Non avrebbe potuto andare oltre. Quello era il limite estremo della sua sopportazione.
Doveva finire, finire qui.
Ma Barbara si sbagliava. Continuò a frustarla ancora mentre lei si mordeva le labbra fino a farle sanguinare. tentava di trattenere i gemiti per non concedere al proprio torturatore la soddisfazione di sentirla urlare.
Ma non ce la fece.
Il dolore era immenso, indescrivibile.
* Bastaa… non ce la faccio piuuuu!! … -l’urlo le era scappato alla fine dalla gola.
Barbara temeva che quel pazzo volesse arrivare fino in fondo.
Massacrarla fino alla morte.
Stava ormai per accasciarsi priva di conoscenza quando lui si interruppe.
Un senso di pace la invase.
La testa oscillava nell’aria, boccheggiava in cerca di aria pura da respirare.
Voleva dimenticare, anche solo per un attimo, il dolore atroce che le saliva dalle gambe e dalle natiche straziate.
Sentì le sue mani accarezzarle lentamente i polpacci martoriati, poi le cosce, quindi puntare verso il suo sesso.
La ragazza tentò di voltarsi per vedere cosa stava succedendo alle sue spalle, ma i saldi legami glielo impedirono.
Sentì le mani palparle il pube. Le dita scorrere tra i peli, accompagnare il limite delle grandi labbra. Poi, con un movimento deciso le ficcò due dita dritte dentro la figa.
La stantuffò avanti e indietro, grugnendo infoiato.
Barbara gemeva sotto quel movimento degradante: non aveva mai provato due dita assieme e scoprì che la cosa era dolorosa, oltre che vagamente piacevole.
Cominciò ad eccitarsi, si muoveva avanti e indietro, ondeggiando sul sellino, con quelle due dita che la scavavano in profondità.
L’uomo smise di muovere la mano.
Barbara non resisteva: le mancava pochissimo per godere e liberarsi così di tutta la tensione accumulata nel corso della tortura.
Capì quanto fosse crudele quel tipo.
Stava impazzendo nella vana attesa che lui ricominciasse. Le sarebbero bastati pochi secondi e sarebbe venuta sulla sua mano.
Ma quel bastardo non concedeva niente.
Accortosi dell’eccitazione della ragazza, aveva sadicamente smesso di pompare.
lei fu presa dal panico; doveva cercare di venire a tutti i costi.
* Ti scongiuro… continua… continua… –
Il silenzio fu l’unica risposta.
Nè un rumore, nè un respiro alle sue spalle.
Avrebbe anche potuto credere che se ne fosse andato se non fosse stato per quelle due dita che stavano infilate nella sua vagina.
Cominciò ad ondeggiare affinchè le dita le procurassero il piacere bastante a farla venire. Proprio quello che l’uomo voleva.
Rimase impassibile quando il fiotto caldo gli scorse sulla mano.
Ritrasse le dita lentamente e le portò alla bocca. Si leccò i polpastrelli come un bambino dopo il gelato.
Barbara era sconvolta dal precedente orgasmo, le pinze ai capezzoli non le concedevano tregua, ed era in ansia nell’attesa di nuove e più terribili torture.
* Sto per sbattertelo dentro… -le disse l’uomo ad un tratto.
* Vva bene… grazie… -rispose lei sollevata.
Non poteva credere di aver ringraziato un uomo, solo perchè stava per chiavarla.
* … Nel culo… –
Quelle parole rimbombarono nelle sue orecchie.
No…
Non li…
Prima che potesse anche solo abbozzare a una protesta lo vide aprire un barattolo di vaselina.
* Sarà meglio che te lo unga un po’ prima… –
L’uomo cacciò un dito nella sostanza vischiosa e cominciò a spalmarla sulla rosetta grinzosa
* No… ti prego… ti prego… ti prego… ti prego… non l’ho mai fatto… per favore… -Barbara era terrorizzata.
Ma ormai era troppo tardi.
Si contorse sopra il cavalletto tentando disperatamente di sfuggire ai suoi artigli, quando sentì le dita divaricarle le natiche e la viscosità dell’unguento inumidirle l’ano.
Senza neppure risponderle, l’uomo le appoggiò un dito contro lo sfintere e spinse.
Facendolo ruotare in senso orario cercava di ficcarlo a forza nel buchetto vergine.
Barbara cacciò un urlo dove la paura, il disgusto e il dolore si mescolavano in parti uguali: sembrava quasi che quel dito le volesse strappare le viscere per poi farla a pezzi.
Il dolore sordo aumentò d’intensità quando il dito riuscì a guadagnare qualche prezioso centimetro e ad intrufolarsi timidamente nel buchetto.
* No! No! Ti prego! … per favore non mettermelo lì! Mi fai male! Mi fai maleeee… –
Disperatamente la ragazza cercò di scrollarsi dai suoi legacci per sfuggire alla vergognosa aggressione. I suoi sforzi si infransero contro i nodi serrati proprio mentre il dito, incurante dei sobbalzi, riusciva ad insinuarsi nel canale rettale.
Barbara respirava rumorosamente: oh, se continuava a spingere le avrebbe spaccato qualcosa, ne era sicura!
* Allora, cosa mi dici, troietta? Ti piace farti riempire il culo? —
* Auuuhhhhhhh! —
Travolta dalla collera e dalla nausea, Barbara chiuse gli occhi: doveva essere impazzito! Le stava facendo il culo!
… E per giunta con il dito!
L’odio aveva scavalcato vette inarrivabili: avrebbe dato dieci anni della propria vita pur di avere la possibilità di saltargli addosso e cavargli gli occhi come una gatta selvatica.
I muscoli dello sfintere protestavano: Barbara credeva di aver toccato il fondo e scopriva invece che c’erano sempre, e comunque, nuovi abissi in cui una donna poteva precipitare.
Ancora una volta cercò di scrollarsi dai legami che la bloccavano al cavalletto e ancora una volta ciondolò, sconfitta.
Il bastardo alle sue spalle continuava a rimestare e a ruotare energicamente il dito nello sfintere e Barbara sentì un bruciore intenso salirle dal buchetto indifeso.
* AAAHHHHHH!! … –
Senza preavviso, con un gesto crudele, l’uomo glielo aveva introdotto fino al palmo.
Barbara urlò e strinse il buchetto per espellere l’intruso. La forza dell’urto la costrinse a piegarsi in una posizione dolorosa sul cavalletto. Divertito da quella posizione che esaltava, ancor di più, la pienezza delle curve, l’uomo la immobilizzò passandole una mano sotto a bloccarle la pancia e continuando a sospingere il dito nel suo culo.
* Basta! Basta! – gridava, mentre le lacrime le sgorgavano incontrollate dagli occhi.
Quel fottuto bastardo le aveva cacciato tutto l’indice dentro il buco del culo e le stava facendo un male cane. Inorridì al pensiero che tra poco avrebbe cercato di infilarle dentro quel suo enorme pene: il dolore sarebbe stato sicuramente insopportabile.
Si sentiva degradata e umiliata: era lì, legata mani e piedi al cavalletto, il culo tenuto su da quel cazzo di sellino, la figa spalancata, la parte inferiore del corpo coperta di piaghe.
Per di più gemeva come un’ossessa per il male che le procurava quel dito conficcato nel didietro.
Se qualche giorno prima qualcuno le avesse predetto quel genere di avventura, gli avrebbe riso in faccia.
Era sicura, prima di quella sera, di dominare il mondo con qualche scopatina concessa qua e la a pochi eletti e considerava un privilegio supremo concedere l’onore di leccarle la figa… e adesso…
D’un tratto l’uomo estrasse il dito. Barbara lo sentì dolorosamente sgusciare fuori. Involontariamente contrasse i muscoli dello sfintere come se al posto di uno stronzo volesse cagare fuori il dito.
* Cazzo… mi hai fatto male… bastardo! … -mugolò disperata.
L’uomo si dispose dietro di lei.
* E ora veniamo al bello, troietta! Finora stavo solo scherzando… beh, mi sono stancato di sentirti starnazzare come una gallina… Vediamo se un cazzo vero ti fa cambiare idea!
* No! … Noooooooo! … Per pietà non farlo… –
La ragazza si agitò invano sulle corde, scalciava come un mulo per quanto glielo permettevano i legacci, cercando invano di tenere lontano il suo perfido torturatore.
* No… ti prego, mi ammazzerai con quell’affare! Fammi tutto quello che vuoi, mettimelo dove vuoi, ma non mettermelo nel culo, ti prego! … ti scongiuro! … non farmi male… –
Più lo implorava e più il suo carnefice si intestardiva: doveva incularla a sangue. Già la ragazza sentiva il suo fiato pesante scaldarle il collo.
Con una mano le teneva aperte le natiche, mentre guidava il membro a spazzolare il solco anale della ragazza che iniziò a tremare.
Quell’atto esecrabile l’avrebbe uccisa, ne era certa.
* Nooo!!! … –
Barbara sentì il ventre del bruto premere contro le sue chiappe, capì che il terribile momento era arrivato.
* Noooooo! … –
Stancamente, l’uomo le appioppò un altro paio di scapaccioni sulle natiche, poi, sempre tenendole le chiappe divaricate con una mano, tornò a prendersi in mano il pene eccitato all’inverosimile e lo appuntò contro l’ano serrato della bionda.
La ragazza strinse i denti mentre la cappella si apriva la strada nello sfintere contratto.
Sentiva che i muscoli del suo buchetto non sarebbero riusciti a resistere per molto a quell’assalto violento.
Si morsicò a sangue il labbro inferiore, mentre il dolore all’ano si faceva insopportabile.
L’introduzione era dolorosissima, cercava di resistere con tutte le sue forze. L’istinto era quello di spingere per espellere qull’intruso che la stava facendo impazzire di dolore, ma sapeva che qualunque contrazione del suo sfintere le sarebbe stata fatale e si concentrava, quindi mugolando, nel tenere serrato il buchetto.
Istintivamente piegò le dita dei piedi e aprì e chiuse le mani nervosamente cercando così di scaricare la tensione.
* Stringi pure il buco quanto vuoi, zoccola! Stai pur sicura che te lo sfondo questo culone da sballo. Da qui non esci senza il culo rotto. Mi hai capito! – l’uomo schiumava, spingendo con cattiveria.
Il dolore si fece ancora più atroce.
* Aaaaahhhhhhhhhh!!! –
* Prenditelo tutto, troia, prenditelo nel culo! Sarà un’inculata storica! –
* Noo! … NOOOOOO!!! –
Barbara ora si agitava selvaggiamente, urlando a pieni polmoni. Il glande era riuscito a penetrarle dentro quasi del tutto, la dilatazione del suo ano violato la faceva soffrire atrocemente. L’uomo sembrava un demone vomitato dalle viscere del più cupo inferno e niente e nessuno avrebbe potuto fermarlo ormai. Le sue dita affondarono nelle natiche di Barbara e le spinte si fecero più violente per cercare di introdurre il cazzo fino in fondo.
* AAAAAAHHHHHH! … AAAAAAHHHHHH!! … BASTA! … BASTAAA!! – implorava gridando la ragazza, ormai fuori di sè dal dolore e dalla paura.
Per un attimo il carnefice si fermò, prese fiato un paio di volte, poi ritornò a spingere più forte di prima: il cazzo avanzava lentamente nel buchetto serrato e Barbara ebbe l’impressione di essere violata con una mazza da baseball.
Aprì la bocca e urlò a squarciagola. Quasi rimpiangeva il dito: quella violenza contronatura minacciava di lacerare i muscoli dello sfintere. S’impennò, si arcuò e un nuovo urlo disperato le sfuggì dalle labbra: no, no no, pensava, non voglio soffrire come un animale, non voglio più sopportare questa violenza!
L’uomo continuò a introdurre il cazzo, che avanzava a scatti malgrado la vaselina, incurante del dolore che infliggeva alla bionda che rischiava di schiattargli sotto. Le sue mani si tuffarono sui seni strizzandoli impietosamente, e, intanto, avanzava, avanzava.
Barbara sculettava come impazzita cercando di sottrarsi alla sua furia, singhiozzava e gemeva come una bestia ferita. Come un’oscena talpa, il cazzo del bruto scavava una profonda galleria nel suo retto e, mentre lacrime calde scendevano a rigare le sue guance, si rassegnò all’umiliante profanazione e arcuò il culo cercando di facilitargli la penetrazione.
Con un ultimo colpo devastante infine la inculò fino in fondo, andando a far combaciare il suo inguine con le natiche tremanti della donna.
Barbara si immobilizzò impalata, la sua bocca si spalancò e un grido, un solo grido inumano, profondo e stridente insieme, le scaturì dalla gola, mentre l’uomo godeva delle contrazioni del suo pene infisso nell’intimità anale della donna.
Non le diede neanche il tempo di abituarsi a quella presenza innaturale dentro il suo corpo e cominciò a stantuffarla nelle viscere con la forza di un toro scatenato.
* … Uuunnnnnnnnnhhhhh!!! … AAAAAHHHHHH! … ti prego fermati, non ce la faccioo! … Non ce la faccio piuù! —
La ragazza supplicava mentre la cappella guadagnava nuovo terreno nel suo retto in fiamme.
* Zitta! … Stà zitta e prendi la medicina stronzetta! — ansimava lo stallone alle sue spalle.
Barbara, intanto continuava a urlare agitando il capo da una parte all’altra. L’addome muscoloso dell’uomo premeva sulle sue natiche ad ogni spinta, segno che il cazzo l’aveva ormai inculata fino in fondo.
La ragazza si rifiutava di crederci, eppure quel porco bastardo, maledetto, ce l’aveva fatta, era riuscito a sodomizzarla nonostante i suoi sforzi disperati per resistergli.
Il suo aguzzino allentò la pressione con cui la penetrava e un’ondata di crampi straziò le braccia e le gambe di Barbara.
Il bruto affondò i denti nel collo della vittima.
* Ne vuoi ancora vero? Ti piace prenderlo nel culo? Lo senti come ti sfonda il buchetto? … Mmmmm, mi sa che non potrai sederti sugli sgabelli dei bar per qualche giorno! … –
Barbara non si abbassò a rispondergli eppure le sembrò che il mondo le crollasse addosso… Deglutì involontariamente, e cominciò a respirare affannosamente.
Il folle, intanto, non le concedeva tregua mentre il cazzo le trivellava furiosamente le viscere, la ragazza non aveva nemmeno più la forza di gridare, si limitava ad emettere un gemito continuo che cambiava tonalità con gli affondi violenti che le straziavano le budella.
Naturalmente quel cazzo nel culo non era l’unica fonte di preoccupazione della ragazza: le mani e i piedi avevano assunto una preoccupante tinta bluastra a causa della scarsa circolazione sanguigna, i seni la facevano soffrire per le pinze ancora attaccate e i capezzoli a quest’ora dovevano essere diventati violacei, la schiena, le natiche, i fianchi e le cosce erano segnati da lividi e graffi sanguinosi che le bruciavano e le ricordavano continuamente il martirio che stava subendo.
Ora l’uomo aveva preso un ritmo regolare, alternando colpi al rallentatore, che le facevano sentire appieno la grossezza del pene che si infilava nel budello, a rapide botte nervose, che mozzavano il fiato alla preda ormai soggiogata.
Barbara aveva perso la cognizione del tempo. Era come se qualcuno le avesse piazzato nel culo una sbarra di piombo fuso e si fosse scordato di toglierla. Il bruciore, il dolore, i crampi, erano ormai tutto un crogiolo di sensazioni mischiate, che le sconvolgevano gli intestini. Sentì il sangue colare in un rivolo dall’ano spaccato e iniziare a scivolarle sulle cosce, provocandole un prurito pazzesco.
… Disgraziato! le stava spaccando il culo. Quel maledetto folle debosciato le aveva rotto il didietro e lei da quel momento non sarebbe stata più la stessa…
L’uomo continuava a perforarle lo sfintere e la ragazza pensò che presto il buchetto avrebbe preso fuoco tanta era la frizione esercitata.
A un tratto il suo violentatore si fermò come folgorato e Barbara sentì il suo respiro affannoso sul proprio collo. Stava per sborrare: fra un attimo avrebbe sentito il suo sperma invaderle l’intestino.
Urlò isterica e le sue grida si mescolarono ai grugniti dello stallone.
I fiotti di seme bruciarono i tessuti infiammati del suo retto come fossero acido. Convulsioni isteriche squassarono il corpo della ragazza, imprigionato nelle funi.
* E brava la mia troietta! Ti piace la sborra? La senti scivolare nel culo? —
* No! No! … Schifo! …. Schifo! … Mi fai schifo! —
Si sentiva a un passo dalla follia: l’ano le pulsava come una ferita aperta e la febbre si era impossessata delle sue membra, mentre sentiva ancora getti costanti che continuavano a inondarle l’intestino.
Si sentì sconvolgere le viscere ed ebbe lo stimolo di defecare. Scoppiò a piangere, maledicendo in silenzio il bastardo, distrutta dalla vergogna e dallo schifo di se stessa.
L’uomo si staccò dal culo della schiava e la osservò soddisfatto. Il pene, ancora rigido, era macchiato di sangue e di feci miste a tracce biancastre. L’ano rimase oscenamente allargato, pulsante, mentre sangue e sperma fuoriuscivano lentamente andando a imbrattare le cosce.
. Niente male, zoccola, non pensavo proprio che incularti fosse cosi… sublime! —
Barbara si sentiva priva di forze: l’inculata selvaggia l’aveva stremata, aveva dolori in tutto il corpo, sentiva l’ano ancora aperto, palpitante e con la strana terribile sensazione che non si sarebbe chiuso mai più.
Completamente spossata, svenne.
Quando riaprì gli occhi si ritrovò sdraiata sul grande letto dove era stata sculacciata.
Era libera. Le mani e i piedi le dolevano ancora per essere stati tanto a lungo stretti dai legacci, ma adesso era libera.
Si guardò intorno e lo vide, in piedi da un lato del letto. Le sorrideva.
* Bene, ora vestiti e vai a casa. Per questa sera può bastare. –
Lei tentò di dire qualcosa, ma fu tutto inutile.
L’uomo la zittì con un cenno del capo.
* Prima di andartene vai in cucina-aggiunse lui-e scrivi sull’agenda il tuo numero… Ti chiamerò quando ne avrò voglia… –
Barbara accennò ad una proposta, ma non servì a niente.
Lentamente, dolorosamente, si preparò per uscire.
* Aspetta… -la richiamò.
Barbara si girò ripresa dalla paura. Che cosa le avrebbe chiesto ancora?
L’uomo si avvicinò e senza parlare cominciò a sfiorarle delicatamente il viso. Faceva scorrere le dita sulle sue guance ancora umide delle sue lacrime e dei suoi umori.
Quindi la lasciò andare.
Lungo la strada che la riportava a casa continuava a guardarsi attorno intimorita dal fatto che qualcuno potesse notare i segni della violenza che portava sul volto.
Prima di quella sera si sentiva la regina del mondo, pronta a dominare qualunque maschio le si fosse parato davanti.
Prima di quella sera…
Ma poi aveva incontrato lui… FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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