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Una lezione con la mia schiava

Aurora suonò il campanello, era il giorno del suo ventitreesimo compleanno.
Da bravo padrone le avrei fatto la festa che meritava.
“Chi è” chiesi al citofono, cercando di impostare la voce in modo quanto più fermo e deciso mi riuscisse, sapevo bene che era lei ma volevo che incominciasse da subito a sentirsi in difficoltà, indesiderata.
Ogni volta che veniva da sola a casa mia doveva essere in soggezione.
La sentivo salire per le scale, nonostante lei cercasse di non fare rumore con i tacchi che le avevo imposto di indossare, ma non era facile.
Tra l’altro, fasciata in una minigonna strettissima si muoveva quasi con fatica.
Ovviamente lasciai socchiusa la porta del mio appartamento ma non le andai incontro.
La attesi seduto sul divano, leggendo il giornale con aria distratta. Entrò
“Ciao” disse con un filo di voce.
Abbassai il giornale e platealmente la squadrai da capo a piedi, senza ricambiare al suo saluto.
“Ti sei preparata? ” chiesi aggrottando le sopracciglia.
“Credo di sì” rispose sospirando.
Allora mi alzai e le girai intorno, sempre osservandola, scrutandola severamente.
Lei teneva lo sguardo basso.
La sentivo agitata e questo mi eccitava da matti.
Le ordinai di togliersi l’impermeabile nero, uno dei tanti regali che le avevo fatto, nel corso di quel gioco sottile di alternanza fra dolcezza e cattiveria, disinteresse totale e magnanimità con il quale la soggiogavo e la tenevo legata a me.
Rimase così vestita con un top bianco che le fasciava il seno evidenziando i capezzoli turgidi sotto la stoffa, una microgonna nera che non era sufficiente a nascondere l’inizio delle autoreggenti che portava sotto.
“Mettiti a 90 gradi” le dissi spingendola in avanti.
Immediatamente si abbassò sorreggendosi al divano e mostrando il suo bel culo: come da miei ordini non indossava le mutandine, era stata brava. Allora la palpeggiai e con un dito mi insinuai fra le sue natiche.
Feci un po’ dentro e fuori da quel bel pertugio con il medio e poi con l’indice, poi le ordinai di voltarsi e inginocchiarsi al mio cospetto.
In quella posizione le infilai in bocca le dita che l’avevano
esplorata e lei cominciò a succhiarle mentre io mi liberavo dei pantaloni poi il cazzo prese posto nella sua bocca al posto delle dita. I pompini li aveva imparati proprio bene.
Se non mi fossi autocontrollato sarei venuto immediatamente, ma non era ancora il momento.
“Seguimi, in cucina” lei fece per alzarsi ed io, che non aspettavo altro le mollai un ceffone in pieno viso.
“Non ti ho detto di alzarti, ho detto di seguirmi in cucina, cagna”.
Aurora, con gli occhi lucidi, capì di aver sbagliato, si inginocchiò e camminando a quattro gambe mi seguì in cucina, dove la accolsi dandole un calcio nel culo perché nel tragitto aveva cercato di guardare in fondo al corridoio, verso la stanza che sapeva essere quella delle torture.
La prima regola che le avevo insegnato era infatti quella che sono io che decido tutto e lei non deve permettersi di cercare di intuire niente.
Ogni cosa, la schiava, la impara al momento che ha deciso il padrone.
Per questo in casa mia lei doveva sempre guardare il pavimento.
La spogliai di tutto escluso il top bianco, poi la feci sdraiare sul tavolo della cucina e le ammanettai mani e piedi alle gambe del tavolo lasciandola a pancia in su, figa aperta, in posizione decisamente “pericolosa” per lei.
Era assolutamente indifesa e mostrava la parte più debole e lei ne era pienamente consapevole.
Mi guardò con terrore quando armeggiai dentro al frigo.
Altre volte la bendavo per non farle vedere cosa preparavo per lei; quante volte le avevo riempito la bocca e tutto il corpo con oggetti, cibi e cose di ogni tipo, preferendo ovviamente cose molli, un po’ dense per darle sensazioni spiacevoli.
Serrava le labbra con forza.
Sapeva benissimo che non le avrei fatto del male, non permanente quanto meno, ma il gioco consisteva proprio in questo.
Ma torniamo a quella sera.
Presi il secchiello del ghiaccio dove avevo preparato tutti i cubetti, poi comincia ad infilarglieli sotto il top ad uno ad uno.
Quando i seni furono completamente coperti mi divertii a spingere il ghiaccio contro la sua pelle.
Capì perché l’avevo obbligata ad indossare il top bianco.
Bagnandosi questo era diventato trasparente e i capezzoli così surgelati raggiunsero una dimensione fantastica.
“Hai freddo? ” domandai con dolcezza.
Mi guardò e rispose pensierosa di sì.
Faceva bene ad essere perplessa per quella mia domanda apparentemente così premurosa.
Con un sorriso beffardo infatti risposi che l’avrei scaldata e presi una candela da un cassetto, la accesi sopra alla sua pancia senza far colare assolutamente niente su di lei, solo per vedere la sua reazione, stringere gli occhi e i denti in attesa di un bruciore che non sentì.
Poi presi la candela e gliela infilai nella figa, muovendola un po’ per stimolare il clitoride.
Quando il suo nettare cominciò a scendere dalla fessura sistemai la candela lì dentro e col dito raccolsi i suoi liquidi e di nuovo le infilai le dita in bocca per farle sentire il suo sapore.
Feci un passo indietro e osservai la scena: la mia schiva, completamente ammanettata al tavolo con un chilo di ghiaccio stretto nel top e una candela accesa nella topina che si consumava lentamente ma inesorabilmente; continuavo ad eccitarmi.
All’improvviso, con un colpo di coltello le tagliai il top.
Fu un attimo e lei cacciò un grido di vero terrore.
Non si aspettava quel gesto, la lama le passò vicino e le volle un istante per capire che non avevo assolutamente cercato di ucciderla ma semplicemente l’avevo privata dell’ultimo indumento che la copriva, liberando gli ultimi cubetti di ghiaccio che scivolarono sul suo corpo.
La accarezzai per tranquilizzarla e con voce bassa e tenera dissi:
“Piccina, ti sei spaventata.
Non devi, lo sai che il tuo padrone ti vuole bene, non ti farei mai delle brutte cose” e cominciai a baciarla sulla bocca,
Quando anche lei aprì la bocca tirando fuori la lingua le sputai in gola con disprezzo e mi diressi a leccarle il collo, per poi spostarmi sui capezzoli quasi anestetizzati che mordicchiai lungamente.
Intanto allungai la mano impugnando la candela e ripresi a muovergliela dentro, operazione che si fece difficoltosa per me in quanto la fiamma cominciava ad essere vicina.
La estrassi e feci colare la cera subito sopra l’inguine di Aurora che del resto era preparata, aveva capito che con la cera le avrei risvegliato la sensibilità anche dei capezzoli ghiacciati.
Infatti le colai la cera sopra le due aureole dei piccoli seni: lei cercò di non far trasparire smorfie di dolore cosa che dapprima le fu probabilmente facile, ma la tenacia che io misi in questa tortura fece si che riacquistata la sensibilità la mia diletta cominciò a mugolare poi ad agitarsi.
Fu allora che smisi e la slegai.
Baciandola con passione le sussurrai:
“Andiamo in aula”.
Tenendola per mano la condussi nella stanza delle torture che Aurora ben conosceva e che aveva cercato prima di vedere dal corridoio per capire cosa le sarebbe accaduto oggi in quella cameretta che lei amava forse più di quanto non piacesse a me.
Questo infatti era un altro degli aspetti più belli del nostro rapporto: la sua totale sottomissione a me era devozionale.
Ad Aurora piaceva essere mia schiava per lo meno quanto a me piaceva dominarla, essere il suo master.
Mi aveva confessato, in altre situazioni, che mi amava a tal punto che se non l’avessi maltrattata avrebbe temuto che non mi interessasse più.
Quando entrò rimase un attimo stupita.
Avevo modificato l’arredamento della camera dall’ultima volta che c’era stata e oggi quella stanza appariva proprio come un aula scolastica con la cattedra, un banchetto e la lavagna.
Feci accomodare la mia alunna nel banco e presi posto in cattedra.
“Adesso interroghiamo” esordii con tono professorale
“tu alla cattedra”.
Aurora prese posto di fianco alla mia scrivania, proprio come si faceva a scuola durante le interrogazioni.
“Tu sei qui per farti sottomettere, giusto? ”
“Sissignore” mi rispose
“Sei una troia”
“Sissignore la sua troia”
“Bene, troia, vediamo se sei intelligente: cosa abbiamo fatto in cucina? ”
“Lei che è il mio padrone mi ha legata al tavolo poi mi ha sottoposta ad alcune prove di sottomissione”
“Quali, sia più precisa” dissi allungandole uno schiaffo che le colpì un gluteo
“Beh ecco mi ha tormentato il seno e la vagina”
“E la bocca? Non l’ho forse baciata”
“Sissignore mi ha baciata e mi ha sputato dentro”
“Allora dillo troia” e le mollai un altro ceffone che arrivandole sopra il precedente arrossò metà sedere.
“Ebbene che cosa pensa della nostra lezione di oggi? ” incalzai.
Aurora abbassò gli occhi e con un filo di voce disse:
“Secondo quello che lei mi ha insegnato, ad ogni lezione lei si occupa pezzo per pezzo di ciascuno dei miei organi di piacere… ”
“Continua”
“A questo punto… ” cercò di riprendere a parlare ma io la interruppi nuovamente con aria molto saccente e infastidita:
“Avanti, avanti troietta da quattro soldi non farmi perdere tempo” mi piaceva da matti interromperla, costringerla a perdere il filo del discorso perché questo mette sempre in imbarazzo.
Non dimentichiamo che lei era lì completamente nuda con i seni e il sedere già arrossati dalle torture precedenti ed era, per esperienza, consapevole del suo destino.
“Ha già usato la mia bocca, il seno e la figa” e con un filo di voce, sguardo a terra finì:
“devo farmi inculare signore”
“Non ho sentito” dissi canzonatorio
“parli più forte”
“Mi deve inculare signore”
Con un sorriso beffardo, come se lo stessi facendo solo perché me lo aveva chiesto lei e non già perché in fondo io non avevo ancora goduto le girai intorno e spingendola contro la cattedra la misi a 90 gradi, mi bagnai un poco la cappella e in un solo colpo la inculai cominciando a stantuffarla velocemente ed infine inondandole il culo col mio sperma.
“Non dimenticherò mai questa festa” ansimò lei felice alla fine della lezione. FINE

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