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Vendetta su Marta

Studiavo allora a Parigi ma andavo spesso a Aix-en-Provence a raggiungere Carol che vi seguiva i corsi dell’Università americana.

C’era ad Aix-en-Provence non so quale mistero che, emergendo da uno dei suoi tanti vicoletti, ti faceva sentire in comunione immediata con la città. Da quelle vecchie pietre si sprigionava un potere tale che avevo l’impressione idiota ma profonda che la sventura non potesse esistere. Forse questo miracolo veniva dal cielo, dalla luce? Da quella luce che ha affascinato tanti pittori ed ha contribuito al loro genio. Quel periodo dell’anno, poi, era così vicino alla sua leggenda, che la città sembrava immersa in un ambiente trasfigurato dalla realtà onnipresente della primavera e tutto sembrava come addolcito.

Quell’immagine centrata sulla felicità non la respinsi quando Carol venne verso di me, sorridendo, portando a braccia aperte la sua parte di felicità, e con quello sguardo grigio la sua gioia di rivedermi.

Un bacio. Rapido ma essenziale nella sua spontaneità. Il viso di Carol sfilava in primo piano e lo scenario dove si svolgeva sembrava evanescente al mio sguardo, tanto ero preoccupato a contemplare il suo sorriso che voleva nascondere un non so che d’inquieto e che vedevo piuttosto come una smorfia irritante.

I suoi occhi semichiusi conoscevano la gamma completa dei grigi ed erano capaci dei bagliori dell’odio. Odio di cui non potevo mai spiegare le ragioni, nè determinare le motivazioni e che esibiva nei momenti più insoliti ed imprevedibili; per esempio quando io l’amavo di più e lei generosamente mi aveva fatto conoscere le cime più alte del piacere sessuale. Vedevo l’ovale del suo viso, alla prima smorfia. I suoi capelli d’ambra che lei innalzava al di sopra della fronte con audaci gesti della mano e che lasciava venir giù in cascata sugli occhi.

Quel bel viso mi inquietava nello stesso modo in cui mi inquietava l’esuberanza che spesso nell’amore come nell’antagonismo manifestava.

All’origine di tale intemperanza, di tale esuberanza, c’era il dubbio, vero e proprio tarlo che le rodeva i sentimenti. Un dubbio da cui Carol era posseduta letteralmente e che faceva dei suoi sentimenti tanti punti interrogativi sparsi nella sua personalità.

Quando capitava che questo punto interrogativo si riassorbiva, o sembrava riassorbirsi, lei si abbandonava, per quanto ne era capace, al sentimento che al momento dominava. Era l’eccesso!

* Sono tanto felice quando vieni a trovarmi! —

* Pensa che faccio solo settecento chilometri per venire qui da Parigi! Ah, se l’amore si potesse misurare con un metro, pensa, il mio sarebbe l’amore più lungo del mondo! —

Bugiardo, avevo un’amica che abitava a Boston ed il suo fidanzato stava in Russia.

Più tardi, nella stanzetta che affittava sulla rue Des Anglais, mi raggiunse nuda e palpitante a letto. Eravamo entrambi carichi ed impazienti di desiderio. Era passato quasi un mese dal nostro ultimo incontro.

* No, aspetta! — fece lei fermando la mia impazienza.

Conoscevo bene il mio piccolo difetto: il primo orgasmo che non riuscivo a contenere e che la trovava ancora impegnata a creare il suo.

* Questa volta non m’imbrogli! Prima ti faccio fare il coniglio e poi passiamo alle cose serie. –

Con “fare il coniglio” lei intendeva dire scaricarmi dal mio eccesso di foga, placare un po’ i miei sensi.

Scivolò nuda su di me e si fermò con i seni a penzoloni sul mio ventre. Carol era ben fornita ed i globi lattei delle sue mammelle erano vistosi e pesanti: una massa soffice e appetitosa di carne che mi eccitava a dovere e mi spingeva a carezzarla a lungo, a piene mani.

* Che vuoi fare, sozzona? — feci io incuriosito.

Carol passò una prima volta con i seni sul mio membro teso e lo sfiorò facendolo fremere di voluttà. Continuò a passare, facendo affondare ogni volta di più, il sesso nel solco profondo e caldo dei seni generosi. Il piacere era intenso, nuovo, decisamente forte. Pian piano la verga sparì interamente nella massa voluminosa delle mammelle. Bisognava avere gli attributi di Carol per permettersi questo lusso. Capii di essere un privilegiato solo quando sentii salire impetuosamente in me l’ondata dell’orgasmo. Mi arcuai e feci sparire del tutto l’asta palpitante in mezzo ai seni di Carol.

* Oddio, vengo… … godo… è pazzesco! —

Carol strinse le sue rotondità morbide intorno alla verga che si mise a eiaculare con forza e perseveranza. Era un’impressione così nuova, così sconvolgente e eccitante, che avevo messo pochi attimi per godere. Era ciò che Carol voleva: smorzare un po’ il mio impeto. Ci era riuscita perfettamente.

Stramazzai supino contro di lei e navigai a lungo nelle acque della beatitudine. Fu la voce di Carol e la sua carezza a riportarmi a galla.

* Ehi! Svegliati… ci sono pure io qui! — era andata a darsi una ripulita.

* Caspita… mi hai distrutto! —

* Spero di no… ho bisogno delle tue forze vive! —

Parlando aveva ripreso a masturbarmi, con la mano questa volta, molto più prosaicamente, e ritornai presto in ottime condizioni.

Carol si trasformò allora in un caldo e formoso serpente che aggredì il mio corpo, avvinghiandosi, stringendosi e scivolando, aggrappandosi, torcendosi e strisciando. Presto non seppi più cosa afferrare, premere, carezzare e baciare. Una festa di gesti e di movimenti sensuali ed erotici.

Quando fui caricato al parossismo, Carol, che fremeva come di febbre, si inginocchiò e mi offrì il suo didietro polposo e carnoso.

* Ora… così… tutto… un colpo… presto! —

Preso da una voglia poco comune di possederla e contagiato dal clima fortemente erotico fatto nascere dalla mia amante, mi inginocchiai a mia volta fra le sue gambe e mi presentai, gonfio come un frutto pronto a scoppiare, nella morsa soffice delle sue natiche, appuntandomi al buchetto grinzoso.

* Ma che fai? … No… no lì… più giù… dài… un colpo solo… presto! —

Ubbidiente e premuroso feci scivolare la punta dell’asta da un’orifizio all’altro e, appena raggiunto l’antro bollente della sua femminilità, dilatato dalla voglia, affondai con un colpo solo, secondo il desiderio di Carol, precipitando fino nel più profondo.

Lei ebbe un grido rauco di dolore e di godimento e fece un balzo in avanti.

Sapevo quanto piacesse a Carol la brutalità, la violenza nel rapporto sessuale e la colpii ripetutamente con durezza, martoriando i suoi lombi e scanalando ferocemente la sua carne intima.

Ad ogni colpo Carol piegava le reni e sottolineava la penetrazione con rantoli sordi e lamenti prolungati.

Venne una prima volta mentre la colpivo con precisione e affondavo fino ai limiti della sua vagina bollente. Graffiando le lenzuola, urlando di gioia feroce e tremando come una foglia al vento, godette sotto di me. Era infatti scivolata in avanti al momento più acuto dell’orgasmo e senza mollarla l’avevo inchiodata al letto, prona, pesando con tutto il mio corpo su di lei.

Senza smettere di godere, Carol mi accolse anche in quella posizione e mi accettò. Io ero sicuro di urtarla, di ferirla spingendo in quella posizione, ma a lei non dispiaceva affatto il dolore e strinse i denti per accogliermi tutto. Ripresi a martellarla con più forza ancora, preso da quel clima di violenza che Carol aveva voluto e suggerito. Pesavo sulle sue natiche e spingevo forsennatamente in avanti.

Quando esplosi a mia volta, rimasi come fulminato dal piacere e venni lungamente, dimenandomi istericamente su di lei fino alla fine della tempesta.

Sentendomi scaricare in lei, Carol godette una seconda volta, praticamente di seguito al primo orgasmo, e ci inabissammo insieme nel ciclone che ci portava via, lontano dalla terra. Simili ad astronauti liberati nell’aria. Ubriacati dallo spazio profondo.

Tornai a Parigi sulle ginocchia. Carol mi aveva spompato facendomi compiere e compiendo l’intero suo repertorio erotico. Per tre giorni ci eravamo rotolati sul letto cibandoci solo di amore e riposando solo nei pochi momenti in cui il mio pene non era in erezione. E per una buona settimana non guardai nemmeno una ragazza nelle strade affollate di bellezze della capitale francese.

Carol, assieme ad una amica, era andata in vacanza in Italia ed aspettavo una sua lettera.

Nella mia mansarda parigina pensavo spesso a lei, alle sue euforiche, esuberanti, smisurate manifestazioni sessuali.

La cassetta delle lettere. Carol. Aveva finalmente scritto. Aprii la lettera con impazienza.

Prima impressione. La scrittura di Carol sembrava molto meno regolare del solito. Le parole scorsero sotto i miei occhi.

Seconda impressione. Pur continuando a leggere, alcune parole penetrarono nel mio cervello con l’intensità di un ferro rovente, ma era una reazione puramente istintiva. Non realizzavo ancora la loro portata. Poi le parole cessarono di correre sotto i miei occhi. Frammenti di frasi si urtavano confusamente nella mia testa. Il cuore mi batteva molto forte, a ritmo irregolare, avevo le mani bagnate e il mio stomaco aveva delle contrazioni spasmodiche; sentivo vivere i nervi sotto la pelle.

Terza impressione. Leggendo la lettera si era svolto un film, di cui ero appena conscio, sopra le parole scritte. Ricordi, lo spazio di qualche attimo, erano sorti dal vivo delle loro ferite ed immagini si erano sovrapposte ai ricordi; immagini che la mia mente sconvolta creava in seguito alla lettura delle parole.

La bella e affascinante Carol incontrata una sera d’estate. Un lungo bacio dopo la serata a ballare in quel locale in riva al mare. Un bacio per sugellare un amore che nasceva. Il suo corpo che si offriva impudico e sincero e che io prendevo con frenesia, con rabbia, con crudeltà, come voleva lei.

Le sue lacrime al momento dell’orgasmo, perchè diceva che in quell’istante culminante vedeva i colori più vivi, dal giallo al rosso, ed era come un’esplosione psichedelica nel suo cervello.

Ora quell’italiano, a Firenze, che a sua volta le faceva vedere quei colori dei quali ero convinto essere l’unico e caparbio artefice.

L’amore che strappava ogni volta che si dava ad un altro. Lo strappava ad uno per regalarlo, l’attimo di un nuovo inganno, ad un altro. L’italiano di Firenze. Altri ancora, prima di me, dopo di me, assieme a me!

Io che perdonavo perchè non sapevo fare altro, non ne avevo la forza, la volontà, il coraggio. Pur di averla nuovamente al mio fianco, falsamente innamorata, vittima e preda insieme alla sua ambiguità, dei suoi dubbi e della bestia malvagia che le tormentava l’anima e le rodeva il sesso; la spingeva a comportarsi da puttana, da professionista degli inganni e da maestra dell’ubiquità. Pur di averla ancora docile sotto di me, aperta alla mia virilità, al mio desiderio struggente, cieco. Pur di godere ancora in lei e di rubarle lembi di amore.

Io che soffrivo come un dannato ed ero lo stesso felice quando tornava, femmina subdola e convincente, carica di desiderio malsano ed irresistibile. L’amavo anche quando era indifferente, cinica e scontrosa. Nemica. Pur di averla. Di possederla. Carol.

Le immagini si fermarono. Il film si era esaurito.

Tremando come una bestia malata mi appoggiai al parafango di un’auto parcheggiata vicino. Il dolore, la rabbia presero allora forma in me, nacquero dalle mie viscere sconvolte e salirono in un’ondata soffocante fino alla gola. Ora il significato di quelle parole scritte su quella maledetta lettera traditrice assumevano una proporzione terribile. Il dolore mi avvolgeva in un velo soffocante.

Il tempo di capire che non avevo più il diritto di dire “ti amo Carol”.

Il tempo di capire che un altro aveva preso il posto mio.

Il tempo di capire che il corpo di Carol gemeva, fremeva, si arcuava e godeva sotto altre carezze, che la sua bocca mordeva altre labbra, che il suo ventre palpitava e sussultava sotto altri colpi e beveva il seme espulso da un altro sesso.

Il tempo di capire che il mio orgoglio moriva assieme al mio amore.

Il tempo di capire che dovevo imparare ad odiare.

Il tempo di capire.

Salii nella mia mansarda e mi ci rinchiusi con tutte le parti di me fatte a pezzi e che bisognava rimettere insieme. Simile ad un gregge preso dal panico, il mio essere si era frantumato e disperso ad ogni parola della lettera. Mi buttai sul letto e lasciai che i ricordi ed i pensieri mi assalissero e mi torturassero. Mi torturassero mentre Carol scopava come una troia con uno sconosciuto appena incontrato a Firenze. O forse già un altro!

Durante una settimana girai per le strade di Parigi con l’odio nel cuore e nella mente. Sentivo un violento bisogno di fare del male a qualcuno, di vendicarmi insomma del male fattomi.

Era una ben magra soddisfazione, ne ero cosciente, ma il dolore incalzava e non avevo molti scrupoli.

Il male lo feci. Ad una poveretta che non c’entrava per niente.

L’unica attenuante è che non ero solo a compierlo. Fu una mascalzonata di gruppo. Una cosa vergognosa e vigliacca, ma il dolore chiama il dolore. è una legge crudele della natura.

A Parigi frequentavo qualche volta un gruppo di giovani che avevano abbandonato gli studi universitari e con i soldi di papà passavano il loro tempo nell’ozio, compiendo malefatte al limite della vera e proprio delinquenza organizzata. In altri tempi non mi piacevano, ma mi incuriosivano. Ora mi erano salutari e la loro cattiveria, il loro cinismo e le loro sregolatezze mi erano utili. Eccitavano i miei bassi istinti ed il mio bisogno di fare del male, di vendicarmi.

Con tre di loro sedevo in un caffè di Saint-Germain. Paul, Luc e Maurice. Occhiali neri, jeans e giubbotto di cuoio: la loro uniforme.

* Conosci quella professoressa di letteratura moderna… si, quella tizia carina ma vergine fino alle orecchie? … come si chiama? … Marta! … Marta Ghilbert! — fece Maurice, il capoccia.

* Certo! — risposi io.

* Sta sempre all’università, vero? —

* Si… la vedo ogni tanto. –

* Noi abbiamo un conto da regolare con lei… se ti interessa… non le piacevamo quando frequentavamo il suo corso! — disse Luc.

E mi raccontarono di Marta, della sua proverbiale verginità, della sua rigidezza nell’insegnare, della sua fedeltà incrollabile al fidanzato morto anni fa in Algeria. Mi dissero la loro idea, cioè, di quanto sarebbe stato eccitante fare dimenticare, con le buone o con le cattive, quel fidanzato alla bella e non più giovanissima Marta.

Trovai il progetto crudele, ma lo approvai, molto eccitato all’idea di prendere Marta.

Era tardi quella sera quando lei uscì dal portone secondario della Sorbona, l’Università principale di Parigi.

L’auto, abilmente guidata da Luc, le si accostò mentre camminava sul marciapiede. In un attimo fu rapita, come nei migliori film di gangster, imbavagliata con la mano di Maurice e tenuta stretta da Paul sul sedile posteriore.

Io stavo davanti, accanto a Luc che rideva come un matto.

Le strade filarono dal finestrino e gli occhi di Marta, impauriti, andavano da quelli che l’avevano rapita al finestrino.

Presto giungemmo nella periferia e ci fermammo nei pressi della villa di Maurice. I suoi erano partiti per il fine settimana sulla Loira e la casa era tutta per noi.

Quando ci trovammo all’interno, i ragazzi liberarono Marta.

* Cosa… cosa volete da me? … io… io vi conosco… vi ho visti alla Sorbona… siete stati miei studenti… vi denuncerò! —

* Ah si? — scoppiò a ridere Maurice. -Provaci… scommetto che non ci denuncerai… della tua reputazione che ne fai? Eh? —

Marta abbassò lo sguardo, di colpo veramente intimorita. Maurice aveva forse usato l’unico argomento valido che poteva neutralizzare le sue velleità di ribellione.

* Allora, bella Marta, hai perso tutte le tue arie? … Non ti ricordi più come ci trattavi in aula? … Quella baldanza! — disse Luc.

* è vero che sei vergine? — fece, morboso e sadico Paul.

Lei arrossì. Le sue mani tremavano.

* Possibile che non hai mai scopato alla tua età? … con il corpo che hai? — fece ancora Maurice avvicinandosi a lei.

Io guardavo senza intervenire, ero nello stesso tempo nauseato dal nostro comportamento e terribilmente eccitato.

Quando le mani di Maurice sfiorarono i seni di Marta lei indietreggiò con un grido.

* Sentite… vi prego… non mi fate del male… se non mi fate del male io… io farò tutto quello che volete… –

I miei amici ebbero un sorriso sadico ed i loro occhi si caricarono di desiderio malsano.

* Tutto? — chiese Maurice.

Marta annuì più volte, la sua paura era tale, il suo sgomento tanto grande, da abbandonare ogni resistenza. Voleva solo che non le si facesse del male.

* Si… nei limiti del lecito… ma non mi fate del male… vi prego! — disse ancora.

* Va bene! — acconsentì Maurice. -Ora spogliati… e non ti faremo del male… –

Dopo un attimo di esitazione, Marta cominciò con una lentezza esasperante a togliersi gli indumenti.

Era alta, scura di carnagione e di capelli, con dei grandi occhi marroni e delle gambe bellissime. I suoi trentatrè anni li portava lussuosamente. Spogliandosi mise subito in evidenza la perfezione del suo corpo e la bellezza delle sue forme.

Sfilati golf e gonna, era rimasta in calze, mutandine e reggiseno. Lo spettacolo era terribilmente conturbante. Marta era in balia della bramosia di quattro ragazzi, quattro suoi ex studenti decisi a violentarla, a farle pagare la sua autorità di professoressa troppo austera e severa. Ne era perfettamente cosciente e, nonostante la sua evidente paura ed il suo imbarazzo, aveva deciso di concedersi senza lottare, pittosto che peggiorare una situazione già difficile. Ammisi che era una tattica intelligente e pensai che la paura di Marta per la violenza e la brutalità in genere era stata più forte dei suoi scrupoli moralistici e del suo pudore offeso.

In mezzo alla stanza poco illuminata, offriva il suo corpo nudo al debole raggio di una lampada a parete che le carezzava la pelle con timidezza e delicatezza.

* Che aspetti, professoressa? … Mettiti nuda, sei molto dotata e… molto bella… -fece la voce rotta dall’emozione di Maurice.

Mentre le dita impacciate dalla paura di Marta si spingevano dietro le sue spalle e scioglievano il reggiseno, notai quanto il desiderio dei miei tre compagni li paralizzava e li ammutoliva. Forse erano stati sorpresi quanto me dalla straordinaria bellezza di Marta, dalla sua imprevedibile docilità e dalla sua conturbante nudità.

I seni della donna ebbero un lungo fremito quando furono liberati dalla stoffa che li ingabbiava. Erano sorprendentemente sodi e pieni, simili a quelli d’una ventenne.

Poi le mani della professoressa tolsero le calze e le fecero scivolare lungo le gambe, fino ai piedi.

Ormai solo le minuscole mutandine di nylon proteggevano la sua completa nudità. Il pube generoso le macchiava di nero.

Con le braccia a penzoloni, immobile in mezzo alla stanza, Marta sembrava aspettare con rassegnazione di pagare il prezzo della sua libertà.

* Beh, non mi aspettavo che le cose si svolgessero così e… e che lei fosse così bella! — disse Luc, ingoiando a vuoto.

Maurice si fece allora avanti, ostentando un falso sorriso spavaldo e sicuro di se che non ingannò nessuno. Portò le mani alla vita della donna che chiuse gli occhi e trattenne il respiro.

* Non… non mi fare del male… ti prego! —

Maurice le abbassò bruscamente le mutandine fino a metà coscia, strappandole un gemito soffocato.

La completa nudità della donna ci inchiodò spietatamente alle nostre responsabilità: quello che volevamo ci veniva offerto all’istante, senza ritegno, sorprendentemente, scuotendoci profondamente.

Maurice finì di toglierle l’indumento che cingeva ancora le cosce di Marta e lo buttò con disprezzo in fondo alla stanza: fu pronto in un attimo. Senza perdere tempo a spogliarsi, aprì i suoi calzoni ed esibì una lunga verga impaziente. La spinse contro il bassoventre di Marta, la manovrò, l’agitò e finalmente la fece sparire a metà nella carne di lei.

Marta trattenne un grido di dolore nella sua gola girando la testa da un lato e chiudendo gli occhi, ma non oppose nessuna resistenza alla penetrazione del ragazzo che premeva con forza, mantenendola salda a lui.

C’era un tappeto per terra, c’era anche un divano contro una parete della stanza e non capivo perchè Maurice si esibiva in una posizione così poco confortevole. Evidentemente a lui piaceva così.

Aggrappato alle natiche di Marta, Maurice picchiava sodo, dal basso verso l’alto. Era concentrato a rincorrere il proprio orgasmo con una tale determinazione da non tenere minimamente conto dell’atteggiamento della sua partner forzata.

La rincorsa durò poco; Maurice spinse più forte, tirò con forza il bacino di Marta contro il suo e se ne venne dentro di lei con grugniti da maiale. Marta lasciò andare la testa indietro, chiuse gli occhi e sopportò la duratura eiaculazione del ragazzo. In un lampo vidi Carol nella medesima posizione che subiva l’orgasmo d’un suo amante. Ma a differenza di Marta, Carol non era passiva e come morta; ondeggiava come un pesce nelle braccia dell’amante e urlava il suo piacere.

Al desiderio che serpeggiava nel mio ventre si unì la rabbia, la frustrazione, la voglia di vendicarmi.

Lo spettacolo che offriva Marta, preda docile che si dava in olocausto a Maurice, mi frustava i sensi e mi incitava terribilmente.

Quando Maurice si staccò finalmente dalla professoressa, io feci un passo avanti per prendere il posto suo, ma Luc fu più veloce e prese Marta per un braccio, la fece inginocchiare e poi stendere sul tappeto.

Maurice riprendeva lentamente i suoi sensi.

* Balle! Balle! … Questa è vergine come quella troia di mia sorella! — scoppiò a ridere.

Luc armeggiava già in mezzo alle gambe della donna e la sua fretta gli giocava dei brutti scherzi. Bestemmiando e sudando trovò finalmente quello che cercava e si tuffò precipitosamente facendo gemere a lungo Marta che strinse le gambe in un tentativo puerile di protezione.

Io sentivo tutto ciò che in me era stato ferito, umiliato e tradito che si ribellava e si mescolava ai miei bassi istinti, alle mie angosce sessuali, al mio torvo desiderio. Ne nasceva un miscuglio patetico e morboso che solo la violenza e la brutalità potevano placare.

Odiai Luc per aver preso il posto che volevo disperatamente occupare al seguito di Maurice. Quel posto in cui avrei potuto sfogare i miei istinti incattiviti.

Per fortuna anche Luc si sbrigò e, dopo aver martellato ciecamente il ventre della donna inchiodata al tappeto, si liberò in lei con foga, mentre le mordeva istericamente la punta dei seni, facendola gridare di dolore. Quest’ultima fase dell’orgasmo di Luc mi scosse ed accrebbe la violenza del mio desiderio. Luc si accasciò sul tappeto al fianco della donna umiliata.

* Porco… mi ha distrutto questa… questa… la fine del mondo! — disse respirando affannato.

Marta si sollevò con fatica, dolorante.

Io volevo prevenire l’azione di Paul, mi precipitai e le fui vicino prima dell’ultimo mio compagno che non l’aveva ancora posseduta. Marta alzò verso di me occhi imploranti.

* Prima voglio andare un attimo in bagno… ti prego… –

* Niente da fare, ci andrai dopo! — risposi io carico di odio, incapace di dominare la cattiveria, lo spirito vendicativo e il sadismo che regnavano in me.

Slacciai i miei pantaloni e afferrai Marta per i capelli. Il mio invito era perentorio, e lei esitò un attimo, chiedendo pietà con lo sguardo. Io fui inflessibile e mi avvicinai senza indulgenza.

* No… questo, no… ti prego! —

Ma fui nella sua bocca con rabbia e la incitai al bacio con forza. Quando le sue labbra risposero finalmente alla mia intrusione, ebbi un crampo di piacere bestiale nei lombi e feci muovere il mio bacino. Era un’impressione fuori del comune, una rabbia che si manifestava ferocemente e senza pietà per la preda che torturavo.

Non era da me un tale comportamento, ma dovevo rendere conto al mio orgoglio tanto maltrattato e i miei scrupoli si trovavano indifesi di fronte ad un bisogno di sfogo così determinante.

La scopavo letteralmente in bocca, usandola come l’ultima delle puttane e dandole dei colpi violenti con i fianchi che le facevano entrare il mio membro eccitato fino in gola. La sentivo gemere e tossire sotto le mie mani che le stringevano la faccia, ma le mie orecchie erano come sorde, ascoltavano solo la voce della mia vendetta e i miei ansiti di furore.

Lentamente il mio piacere si gonfiava, cresceva, montava in me, mi invadeva tutto, mi sommergeva. Accelerai i movimenti del mio bacino e finalmente esplosi come un torrente devastatore, inondandola.

La sentii singultare e strozzarsi, mentre tentava di inghiottire tutto quanto le avevo versato in gola, per non soffocare. Quando rilasciai la morsa delle mie mani, Marta cadde a terra, bocconi, con le lacrime agli occhi e sussultando, scossa dai conati di nausea che la investivano.

Mi allontanai da lei, completamente trasformato dall’intenso orgasmo che avevo vissuto e dalla violenta emozione. Ma lentamente il rimorso saliva in me. Il rimorso legato allo schifo, al disgusto per me stesso.

Era la volta di Paul.

Si avventò sulla donna a terra come una belva e tentò di penetrarla così com’era, prona. Marta questa volta urlò di dolore, e per la prima volta si dibattè impedendo a Paul di proseguire la sua azione.

* Datemi una mano… datemi una mano! … –

Maurice e Luc si avvicinarono e immobilizzarono la professoressa che gridava e si dimenava. Non ne voleva sapere di sottomettersi a quel rapporto contronatura. Paul le si avventò ancora addosso e cominciò a spingere per penetrarla nel sedere. Ma lei non collaborava, teneva le natiche serrate allo spasimo e cercava di graffiare chi la tratteneva. Paul si scatenò a colpi di pistone terribili, riuscì a penetrarla. Marta urlò ancora e diede uno scrollone incredibile che rischiò ai ragazzi di far perdere la presa. Mi sentii rabbrividire.

* Piano, Paul… così rischi di rovinarla-disse qualcuno.

* Reggetela… reggetela… ci debbo riuscire… Oddio quanto è stretta… Oddio! —

Sentii la nausea salirmi in gola, una grande pietà per Marta mi prese allo stomaco e strinsi i pugni, per resistere alla tentazione di buttarmi su quel porco di Paul e massacrarlo di botte.

Le urla di Marta si fecero insopportabili, sembravano esasperare Paul e ad incitarlo ancora alla brutalità, alla violenza. I suoi colpi erano tremendi, ogni volta riuscivano a penetrare un po’ di più nello sfintere martoriato della donna crocifissa sul tappeto. Una vera frenesia sadica spingeva Paul a tanta crudeltà: voleva a tutti i costi sodomizzare Marta e ci stava vicino ormai, nonostante l’agonia della sua vittima.

Un ultimo violentissimo affondo, infatti, lo portò a introdursi completamente nel retto della povera Marta, che emise un urlo che nulla aveva di umano e cominciò a saltare sul tappeto come se fosse sdraiata sui carboni ardenti. Sembrava come colta da un attacco di epilessia, scalciava e si mordeva la lingua in un parossismo di dolore che avrebbe commosso chiunque, ma non quei tre sadici aguzzini che invece la osservavano sogghignando e godendo della sua atroce sofferenza.

Paul intanto, una volta conquistatosi lo spazio, cominciò a martellarla con violenza nel budello grugnendo di soddisfazione per quella guaina strettissima che quasi gli spellava il membro. Le urla di Marta ormai riempivano la stanza senza soluzione di continuità, non la smetteva di gridare e aveva il volto tutto rigato dalle lacrime che le sgorgavano dagli occhi dilatati per l’orrore di ciò che stava subendo.

Quando con un ruggito di belva colpita a morte, Paul cadde fulminato dall’orgasmo esasperato sul corpo febbrile di lei, io chiusi gli occhi e strinsi ancora i pugni maledendo Carol per avermi guidato in questa situazione odiosa, vergognosa, indegna di me. Assieme a quei delinquenti di Maurice, Luc e Paul.

Di colpo incontrai lo sguardo di Marta che stava sopportando la fine della tortura , sentendo gli ultimi getti che si scaricavano dentro di lei. Quegli occhi mi fissavano con tutta l’incomprensione di cui erano capaci.

E mi chiesi allora quale era la responsabilità di quella donna nel mio dramma. C’era nel suo sguardo ferito lo stesso stupore, lo stesso dolore che erano stati miei quando avevo letto la lettera di Carol. Capii che ciò che vi era di più morboso, amareggiato, bestiale e violento in me era scaturito fuori approfittando della breccia che la violenza aveva aperto nei miei complessi e scavato nella mia sensibilità. Capii che non ci si conosce mai del tutto fino a quando una circostanza particolare non ci spinge agli estremi e ci mostra quali siamo.

Lasciando lì, sgomenti, i miei compagni di quella spedizione punitiva, uscii correndo da quella casa maledetta e corsi come un disperato verso il centro di Parigi. Sfinito, avvilito, nauseato, crollai dopo poco ed un automobilista mi raccolse in uno stato pietoso e mi riaccompagnò a casa.

Il volto divertito, cinico, perverso di Carol mi appariva confondendo i lineamenti puri, dolorosi di Marta che mi implorava con lo sguardo.

Non potrò dimenticare mai quell’aggressione a Marta.

Passai dei mesi studiando come un indemoniato, facendo di tutto per dimenticare quell’episodio.

Ho rivisto Marta.

Ci siamo incontrati dopo qualche tempo alla Sorbona. Abbiamo scambiato uno strano sguardo, il mio impaurito, intimidito e forse anche con un’ombra di desiderio, ed il suo severo, carico di odio ma anche di vergogna, di umiliazione… si, Maurice e gli altri avevano pensato giusto, Marta non ci avrebbe mai denunciati, avrebbe dovuto raccontare troppe cose alla polizia, troppi dettagli che il suo perbenismo, il suo stato sociale, la sua professione, il suo ambiente non le permettevano di dire. FINE

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