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Fisiognomica di una psicologa in erba

Se mi si chiedesse cosa mi piace di più in Elisabetta, dovrei subito pensare alla sua bocca.
Non che le altre parti del suo corpo da puledrina ormai svezzata e iniziata alla monta, non siano ugualmente belle. Il suo viso, incorniciato da una folta chioma riccia e corvina, somiglia a quello delle ninfette vogliose che riscaldano il letto di nerboruti eroi mitologici. Il suo profilo, del resto, è tipicamente mediterraneo, greco certamente, ma molto somigliante anche a quello di una odalisca araba che attizza fantasie cupide da mille e una notte. Il suo non enorme seno è fatto apposta per essere risucchiato in bocca, elastico e sodo al contempo. Sotto di esso, poi, si profila, alla vista di un attento esploratore della sua nudità, la fica, incorniciata da una pelosa siepe diligentemente potata, perennemente umida, instancabilmente vorace di cazzo.
Lasciarsi cavalcare da Elisabetta, impalati dentro di lei, è come partecipare ad un rodeo: mentre lei si dimena con ritmi sempre più incalzanti, mugolando sommessamente, il cazzo viene catturato sino all’estremità dei coglioni, infornato dentro una fessura bollente e bagnata, costretto ad ingrossarsi equinamente sino allo spasimo finale.
Ma ciò che si impone alla vista e al desiderio è il culo, che si staglia tornito, sinuoso, immenso non appena Elisabetta inarca la lunga schiena terminante in un solco profondo che divide i due bianchissimi glutei fatti apposta per essere palpati con voluttuosa violenza dalle mani del domatore che vuole ridurre quella pantera siciliana a fare le fusa: sfondarle lo sfintere, serrato e riottoso alla penetrazione, è come ficcare un chiodo d’acciaio in un muro di burro, mentre Elisabetta, addossata alla parete come se volesse buttarla giù, si adatta subito al ritmo della chiavata ammortizzando i colpi spietati che la scuotono tutta e la trasfigurano in volto, mentre la stretta del suo buco viene violata come quando un tappo eccessivo è infilato a forza nel collo di un’ampolla cristallina.
La bocca, comunque, rimane la parte di Elisabetta che più mi piace. Perché nella sua bocca Elisabetta nasconde e coltiva le sue migliori virtù: oserei dire quelle che la fanno essere proprio lei, la mia Elisabetta. Con la bocca Elisabetta canta: la sua voce riesce a interpretare magistralmente ogni canzone, conquistando l’ammirazione di chi sta ad ascoltarla. Ma se il suo canto fa innamorare, la sua voce semplicemente parlata, magari sensualmente sussurrata al telefono, intriga: incuriosisce safficamente le ragazze, infoia bestialmente i maschi. Con la bocca e con la voce Elisabetta ha scelto di progettare il proprio futuro. Non nel senso che farà la cantante in qualche band provinciale o l’anonima telefonista hard (lavoro che svolgerebbe di certo efficacemente: quando legge per me racconti erotici il tono della voce le si riscalda prima, si fa roco poi, balbettante e sospirante infine, mentre tutto il suo corpo mostra il coinvolgimento eccitato nella storia letta: la lingua fa capolino agli angoli della bocca, gli occhi si socchiudono, le cosce tremano, le mani fremono nervosamente alla ricerca di qualcosa di duro e palpitante da smanettare, gli umori colano odorosi dalla peluria pubica… ). No: Elisabetta farà di meglio! Poiché alla voce Elisabetta accompagna la sensibilità e l’intelligenza di chi sa ascoltare, prima e più ancora che parlare. Come poteva non mettersi a studiare psicologia questa ragazza ventiduenne che fa sbocciare dalla propria bocca la bellezza di una voce evocata dalle profondità del cuore?
Ma è proprio mettendola alla prova in questa sua attitudine logoterapeutica che ho scoperto un’altra sua straordinaria virtù “bocchinara”: la futura strizzacervelli si è rivelata una formidabile succhiacazzi. Ero andato a trovarla, una sera non molto lontana nel tempo, per raccontarle uno dei miei sogni più ricorrenti, con l’intenzione di farmelo interpretare da lei. Nel sogno mi vedo come un enorme ape che, dopo aver ronzato tra le piante di un variopinto giardino, si lascia calamitare da un bellissimo fiore entro cui scarica col duro pungiglione un abbondante fiotto di linfa melliflua, per la maggior parte ingurgitata golosamente dalla strana ed ammaliante corolla di petali. Nello sguardo di Elisabetta balena una maliziosa intuizione freudiana. E subito mi spiega, non certo a parole ma pur sempre con la bocca, il significato del sogno: mi fa spogliare integralmente con l’intento di farmi assumere naturisticamente coscienza della mia animalità e mi invita a sedere comodamente sul bordo del suo letto, sfilandosi via a sua volta la magliettina e liberando dal reggiseno le turgide tettine.
In mezzo a queste imprigiona con una mossa spagnola il mio cazzo, scappellandolo su e giù e lambendolo con la punta della lingua. Poi comincia a leccarlo con dedizione e gusto, come si fa con un gelato sbrodolante. La lingua corre veloce lungo l’intera asta, senza trascurare un solo millimetro della sua sempre più montante lunghezza.
Accovacciata tra le mie gambe, perde il controllo di sé: caccia in gola il mio cazzo, che intanto è cresciuto a dismisura, fino quasi a lasciarsi soffocare da quel bavaglio nodoso di carne dura che io le stantuffo dentro, scopandomi la sua bocca senza più ritegno.
Sento che sto per sborrare: lei, da buona psicologa, lo intuisce e si sfila sapientemente dalle labbra il mio cazzo, tendendolo in caldo con le sue manine ormai insufficienti ad impugnarlo interamente tanto esso s’è ingrandito. Se lo sfrega sulle guance ed io, allentando un po’ la tensione, glielo spalmo in viso, lucidandole la pelle con gli umori seminali. Lei è completamente infoiata: vuole bere la mia sborra calda, senza però privarsi del perverso piacere di vedersi schizzata ovunque. Riprende a succhiarmelo,
affondando il muscolo rigidamente eretto dentro la gola; con la testa si dimena selvaggiamente, mentre un fremito d’eccitazione bestiale la percorre tutta. Alza lo sguardo languido per incontrare i miei occhi che l’ammirano estasiati: sembra implorarmi e, al tempo stesso, ordinarmi di sborrare.
Io mi arrendo e vengo, inondandole prima la bocca e poi schizzandole addosso ogni mia residua goccia di sperma. La crema biancastra le increspa le labbra, come se avesse appena morso frettolosamente un dolce farcito di panna. Con devozione comincia a ripulirmi, leccando la sborra piovuta sui miei addominali rilassati: inginocchiata riprende a slinguarmi il pene per riconsegnarmelo di nuovo turgido e pronto all’uso. Capisco finalmente che in quel pompino famelico è consistita la spiegazione del mio sogno: il mio cazzo sborrante come il pungiglione sovradimensionato che scarica il suo bianco nettare dentro un ingordo bocciolo di bocca di leone.
Ora non mi resta che immaginare come interpreterà lo strano nottambulismo che, nel cuore della notte, mi porta davanti ad un barattolo di nutella, in cui immergo il mio membro con l’illusione di preparare per lei, ancora rannicchiata tra le lenzuola, una gustosa prima colazione. FINE

About A luci rosse

Mi piace scrivere racconti erotici perché esprimo i miei desideri, le storie vissute e quelle che vorrei vivere. Condivido le mie esperienze erotiche e le mie fantasie... a luci rosse!

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