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Gelosia senza freni

La stanza era al buio, solo la televisione illuminava a tratti l’uomo che parlava al telefono, il volume quasi del tutto abbassato, non faceva percepire le voci del presentatore che annunciava l’ennesima coppia di omosessuali con i loro problemi. Il fumo riempiva l’ambiente quasi fosse solido, nessuna finestra era aperta per cambiare aria, l’uomo al telefono era spazientito, sempre i soliti discorsi, le solite domande:
– Si, mamma, sto bene. Non ho mal di gola, è la mia voce normale. – e poi – si, mamma, ho conosciuto qualcuno, si, qualche amico. Uscirò qualche sera, te lo prometto. Si, un bacio anche a tutti gli altri. Buona notte, ci sentiamo settimana prossima. –
La telefonata terminò con il solito rumore di chi attacca il telefono scocciato. Andrea era andato via di casa da soli due mesi e la sua famiglia al paese non l’aveva ancora accettato. L’aveva fatto per lavoro, cazzo, mica per gioco. Un altro posto così non glielo avrebbero mai più offerto. Cattedra di lettere in un Liceo Classico; a Milano, d’accordo, a mille chilometri da casa, d’accordo, ma era pur sempre quello per cui lui aveva studiato una vita. Ora si trovava a trent’anni e doveva far pur qualcosa per vivere. Milano, poi, era una bella città, cosmopolita, pensò, non come la sua Taranto, dove tutti conoscono tutti e dove non si può uscire di casa senza che l’intero vicinato lo sappia. Un po’ troppo grande, forse, Milano, ma comunque, era solo una situazione momentanea, avrebbe chiesto il trasferimento fra qualche anno. Per ora andava bene.
Non tutto era a posto, però. Non aveva ancora legato con nessuno, era troppo timido, tanto da non rivolgere mai la prima parola per primo, e l’aria del nord non aiuta certo i timidi. Non aveva nessun amico con cui uscire la sera e ovviamente non aveva nessuna donna con cui sfogare i suoi istinti. Si accontentava di bere vodka e guardare le donnine in tv fino a notte fonda, per poi crollare sul divano e risvegliarsi la mattina seguente, per andare a scuola a spiegare Dostoevskij ad una mandria di ragazzini rincoglioniti dai cellulari e dalla televisione. Tutti rincoglioniti tranne una; Elena, lei non era per niente stupida, anzi. Era l’unica persona che lo rendeva felice ogni mattina, peccato che fosse un’alunna, di quinta e ripetente ma pur sempre un’alunna. Bella di una bellezza senza scampo, tutti erano d’accordo, la più corteggiata della scuola, la più inseguita dai ragazzotti più prestanti dell’istituto. Capelli neri come la pece, occhi verdi e sguardo che ti lasciava in pezzi. Era diventata la passione di Andrea, ed anche lei se ne era accorta. Furba come era, non si era lasciata scappare gli sguardi del suo professore di Lettere e così dopo mille indugi era riuscito a cuocerlo a puntino. Elena ne sapeva una più del diavolo, intrappolarlo nella sua rete di sguardi dolci e di calze a rete fu relativamente facile, assoggettarlo del tutto fu molto più semplice. Un giorno, infatti, presa dalla paura di essere rimandata, si avvicinò al suo insegnante e gli chiese di seguirla. Uscirono nel parco della scuola, appena arrivarono in una zona lontana dagli sguardi della gente, lei gli si fece ancora più vicina:
– Lo sa, prof, che è veramente un bellissimo ragazzo. Posso chiamarti Andrea, vero? – più che una domanda era un’affermazione.
– S… i, penso che… non ci sia niente di male. Chiamami pure Andrea. – la voce rispecchiava perfettamente il suo stato d’animo. Confuso e senza volontà. Quella ragazza gli avrebbe potuto raccontare qualsiasi cosa e lui avrebbe tranquillamente creduto a tutto.
– Beh, allora, Andrea, io ti piaccio, mi pare. – la sua voce era sempre più calda e sensuale.
– Non saprei… Elena tu sei un’allieva e io un insegnante, non dovremmo parlare di queste cose. – Andrea era sempre più in balia della ragazza che ormai era appiccicata a lui, dai suoi occhi verdi sembrava stregarlo.
– Se non possiamo parlare, potremo fare qualcosa d’altro. – e, senza aspettare una risposta si chinò verso il pene di Andrea e iniziò a slacciargli i pantaloni.
– Ma cosa fai, sei impazzita… io… non posso … – non ragionava più.
La ragazza non aveva nessuna intenzione di rispondere, prese in bocca il pene già duro di Andrea ed iniziò a succhiare con un’esperienza innegabile. Andrea rimase con gli occhi socchiusi ed il viso rivolto al cielo dietro ad un cespuglio senza curarsi delle persone che avrebbero potuto vederli. Era al settimo cielo, quella Elena lavorava proprio bene. Quando venne, la ragazza tolse il suo pene dalla bocca e lo lasciò schizzare verso il cespuglio. Andrea si riprese immediatamente, la ragazza lo guardava sorridendogli:
– Allora professore. Pensi che mi sia meritata il sette al prossimo compito in classe. –
– Ma cosa dici, non l’avrai fatto per questo? ! – Andrea era alterato.
– Fatto per questo o no, ti conviene darmi sette oppure chiamo il preside e gli faccio vedere quel liquido bianco che è sul cespuglio e sui miei vestiti. – Così dicendo, prese una goccia di sperma con un dito e se la spalmò sulla gonna.
Aveva programmato tutto, Andrea ci era cascato come un idiota. Elena prese sette al compito in classe della settimana seguente, benché il suo foglio fosse quasi del tutto bianco.
Andrea era caduto nella sua trappola ed ora voleva uscirne, ma più di tutto voleva capire chi fosse realmente Elena, una ragazzina intraprendente oppure una scaltra puttana di diciotto anni? Lo avrebbe scoperto a sue spese.
Da quel giorno le cose a scuola non furono più le stesse, per quanto Andrea si sforzasse di apparire normale durante le lezioni, i suoi occhi cadevano sempre sulle gambe o sulla scollatura di Elena, la quale non si curava minimamente della lezione e si divertiva a provocare il suo professore con sguardi languidi e labbra tumide.
Andrea non riusciva a sopportare quella situazione, avrebbe voluto farla finita, ma si trovava in un vicolo cieco, aveva provato a parlare con la ragazza, ma per tutta risposta lei scendeva verso il suo cazzo e iniziava a spompinarlo, pratica a cui lui non riusciva a sottrarsi, rimanendo, così sempre più impantanato in quello sporco ricatto.
Le cose durarono per circa due mesi, durante i quali Elena migliorò di molto i suoi voti con somma contentezza dei genitori, ma Andrea era arrivato alla soglia della sopportazione. Un giorno, preso dalla disperazione per non aver dormito da tre notti ormai, pensandola, prese Elena per un braccio e la portò in un angolo dell’aula professori.
– Senti, Elena. Io questa situazione non riesco più a sopportarla! Dobbiamo fare qualcosa. – esclamò disperato.
– Cosa c’è professore? Non è più gradita la mia arte… amatoria. – e così dicendo fece per chinarsi, ma Andrea la fermò guardandola negli occhi.
– Non ti capisco, bello. – continuò lei – prima saresti morto per me, ora mi stai cacciando via. –
– Non è così, è solo che non riesco più a sopportare questa storia, nascondersi, le tue… prestazioni, veloci e senza sentimento, mi sento usato e sento di usarti. Dobbiamo farla finita. A meno che… – rispose Andrea tutto di un fiato.
– A meno che cosa? – chiese Elena realmente incuriosita.
– A meno che gettiamo le carte in tavola e ci comportiamo da persone mature. –
– Cosa intendi, vuoi scopare qui sulla scrivania, o preferisci nell’ufficio del preside? – si rivolse a lui con aria di scherno.
– Non è questo che intendevo, volevo dire a meno che non regolarizziamo il nostro rapporto. – spiegò lui abbassando gli occhi verso terra sperando di essere compreso.
– Vorresti che ci mettessimo insieme seriamente; è così, vero? – la voce di lei si fece seria.
– È proprio questo che intendevo. – Andrea aveva sempre gli occhi fissi sul pavimento.
Elena iniziò una risata isterica e continuò per un minuto almeno. Andrea fece di tutto per farla smettere. Non riusciva a capire il comportamento di quella zoccoletta, si stava infuriando.
– Ora che cazzo hai da ridere? Ti sembro così comico? –
– No… no… – lei si asciugò le lacrime che le fecero colare un po’ di trucco – non sei comico, anzi saresti anche un bel ragazzo. Ma tu non sai cosa mi stai chiedendo.
– Cosa ti starei chiedendo, una cosa normalissima. Se ti sembro disperato è perché lo sono. – rispose lui tutto di un fiato.
– Non sai neanche con chi stai parlando veramente. – fu la sua risposta.
Finì la frase che già si era incamminata verso l’aula, lasciando Andrea imbambolato a vederla sfuggirgli via.
Veramente non la conosceva, pensò. In definitiva avrebbe potuto essere anche un diavolo e lui non riusciva ad accorgersene. Era più forte di lui, quella ragazza gli faceva ribollire il sangue e lei sembrava non calcolarlo neanche, a parte qualche veloce pompino.
Le lezioni finirono in anticipo quel giorno, e così Andrea si diresse verso la sua macchina, ma quando stava per aprire la portiera, vide una scena che lo fece bloccare e rimanere fisso a guardare. Era Elena che saliva su di una grossa vettura ed alla guida non c’era nessuna delle persone che abitualmente venivano a prenderla. Non riusciva a vedere bene, ma capì che l’uomo alla guida aveva circa cinquant’anni, con i capelli grigi, lunghi e spettinati. L’auto sembrava non vedesse una spugna da sei mesi e tutta quella scena lo disgustò non poco. Elena salì in fretta su quella vettura e ad Andra parve di vederla baciare l’uomo con i capelli grigi. Partirono sgommando e dopo pochi secondi Andrea li perse di vista. Pensieroso tornò a casa, non era capace di capire quale stato d’animo lo prendesse quella sera, la gelosia verso quel uomo, la preoccupazione che Elena possa essere caduta in mano a gente sbagliata. Forse tutte e due le cose. Si addormentò dopo essersi scolato quasi mezza bottiglia di vodka, l’ultima rimasta. Ma un’immagine tormentò i suoi sogni: Elena che si faceva baciare da quell’uomo di mezz’età.
Si svegliò la mattina con un forte mal di testa, si alzò e quasi senza accorgersene, ancora nel dormiveglia degli ubriachi, si ritrovò a scuola per l’inizio delle lezioni. Era curioso di vedere Elena, avrebbe voluto parlarle ancora, forse solamente per averla vicino, ma decise di essere forte, se non avrebbero potuto avere una storia normale, era meglio non avere nessun tipo di storia. Anche se i suoi pompini gli sarebbero mancati, lo sapeva.
Le lezioni continuavano, ed Andrea riusciva a comportarsi come se Elena non esistesse, e anche lei si comportava nella stessa maniera, ma una cosa lo colpì: lo sguardo della ragazza era assente e privo di ogni pensiero, come in catalessi. Era anche vestita molto male e senza il suo solito buon gusto. Era strana, troppo strana. Per il cervello di Andrea fu facile associare quelle condizioni con l’uomo del giorno prima. Quel bastardo le aveva fatto sicuramente del male. Ne era certo.
Alla fine delle lezioni Andrea si limitò a guardarla allontanarsi assorta nei suoi pensieri, senza dirgli niente, senza neanche guardarlo. Andrea si sentiva morire di malinconia, vedere quella piccola ragazza indifesa che amava così tanto, in quelle condizioni gli fecero salire la rabbia direttamente al cervello. Doveva difenderla, era suo dovere, dopotutto sarebbe stato come recuperare gli errori fatti con lei, anche lui l’aveva usata, ed ora doveva rimediare.
Ma i giorni si susseguirono sempre uguali, Elena arrivava a scuola e si sedeva al suo posto, sempre con quello sguardo ebete negli occhi, sempre con l’espressione di chi si trova altrove, ma Andrea riusciva a vedere in fondo a quegli occhi una paura nera, disarmante, contagiosa. Pareva che solo lui lo capisse, quella ragazza aveva bisogno di aiuto, gli altri non se ne accorgevano, anzi le sue compagne le parlavano come sempre, solamente che Elena limitava le sue risposte a dei monosillabi a labbra strette, quasi incomprensibili, ed alla fine delle lezioni rimaneva sempre sola a raccogliere i suoi libri e usciva lentamente. Alcune volte Andrea si sorprese a piangere pensandola, a casa da solo quasi sempre ubriaco, scrivendo lettere che mai avrebbe potuto spedirle, senza sapere cosa fare; cazzo, quella situazione lo stava ammazzando lentamente, vedeva appassire Elena, e lui con lei, non si radeva da una settimana, non si lavava da cinque giorni, la gente cominciava a evitarlo come se fosse un barbone.
Fino al giorno in cui un episodio lo sconvolse. Proprio durante la sua lezione, mentre un alunno ripeteva la lezione imparata a memoria senza averci capito niente, si sentì un tonfo. Si girarono tutti verso Elena che si trovava riversa sul pavimento, sembrava morta. Andrea riuscì chissà come a trovare il coraggio di alzarla da terra e di distenderla meglio, ordinando ad un ragazzo di chiamare un’ambulanza: temeva il peggio. Dopo alcuni secondi Elena si riprese, e riaprendo gli occhi sussurrò:
– Aiuto. –
Ad Andrea parve di non capire, la fece sedere sulla sua sedia e gli porse un bicchiere d’acqua. Lei si guardava intorno stralunata, sembrava che si fosse appena svegliata dopo mesi di sonno. Andrea fece uscire tutti dall’aula e rimase solo con lei.
– Che cazzo combini, adesso. – gli sussurrò con una dolcezza quasi infantile.
– Non ti preoccupare, ora sto bene – e fece per rialzarsi, ma crollò subito a sedere.
– Non credo proprio. Elena. Tu hai bisogno di aiuto. Sono qui per questo. – sembrava suo padre, e le sue intenzioni erano sincere.
– Non ho bisogno di nessun aiuto, ho solo bisogno di dormire un po’. Accompagnami a casa. –
Chiese con la disperazione negli occhi.
– Va bene, ti accompagno subito. – la prese sotto braccio, la aiutò ad alzarsi e insieme si diressero verso la macchina di Andrea.
Se non fosse stato innamorato di lei, avrebbe chiamato la polizia; c’era qualcosa che non lo convinceva in quella storia, qualcosa di losco che andava portato alla luce, per il bene di Elena, e anche per il suo.
Elena gli indicò la strada e dopo dieci minuti arrivarono davanti ad una villa con giardino che rispecchiava esattamente la situazione economica dei genitori di Elena, benestanti conosciuti in tutto il quartiere, devoti alla parrocchia e sante persone. Probabilmente, però, qualche peccato l’avevano commesso, soprattutto con la figlia.
Elena non volle che Andrea l’accompagnasse fino a dentro casa, per paura che sua madre iniziasse a fare domande, le avrebbe semplicemente detto che avevano avuto due ore di sciopero dei professori e che si sentiva stanca. Andrea acconsentì e la lasciò entrare da sola.
Ora sapeva dove abitava, avrebbe potuto passare a prenderla alla mattina, così tanto per stare tranquillo, o forse perché si scopriva ogni minuto più innamorato di lei.
Quella sera andò a letto presto, preso dallo stress che le emozioni di quella giornata gli avevano provocato, ma si svegliò a mezzanotte in preda agli incubi. Sognò di due uomini anziani che stupravano Elena mentre lei si dimenava e chiamava il suo nome in aiuto, poi il sogno si spostò nella scuola dove il preside ordinava a Elena di farle un pompino per migliorare i suoi voti, tutte queste visioni fecero destare Andrea con una terribile paura ed una strana eccitazione.
Decise che forse era stato un segno del destino, avrebbe dovuto andare a controllare Elena, vedere se stesse dormendo, oppure no. Si alzò in fretta e si vestì in un minuto. Scese di corsa le scale e prese la macchina. Guidava come un pazzo nelle strade semi deserte che lo dividevano da Elena, sperando che si trattasse solamente di una sua pazzia e non veramente di un presagio.
Arrivò vicino alla villa e parcheggiò a cinquanta metri dal cancello d’ingresso, così da non essere scambiato per un ladro, spense la macchina ed aspettò. Si accese una sigaretta non riuscendo a staccare la sua mente dagli incubi che lo avevano svegliato, si vedeva nel mezzo delle orge in cui Elena veniva stuprata da questi uomini, che rassomigliavano incredibilmente a quello con i capelli lunghi e grigi che era venuto a prenderla qualche tempo prima. Si sentiva impotente, non riusciva ad aiutarla, ma nella realtà ora lui era lì, pronto a difenderla. Dopo alcuni minuti e sei sigarette iniziò a sentirsi un cretino.
– Ma chi me lo ha fatto fare, sono proprio idiota. Invece di dormire, vengo qui, come un investigatore privato, a difendere una ragazza, che probabilmente non vuole essere neanche difesa. – mentre si tormentava il cervello con queste elucubrazioni, decise di tornarsene a casa a dormire, finalmente.
Ma proprio un istante prima che potesse mettere in moto si bloccò vedendo un’altra auto che percorreva il vialetto verso di lui. La riconobbe subito, era l’auto del porco con i capelli grigi, si avvicinò lentamente all’abitazione e si fermò dall’altra parte della strada. Rimanendo fermo Andrea notò che l’uomo all’interno prese il cellulare e compose un numero attendendo una risposta.
Fece solamente un cenno col capo e rimise il cellulare nella tasca. In quel momento l’attenzione di Andrea fu attirata da una luce che si accese nella villa, era l’ultima finestra a destra del piano terra, probabilmente il bagno, pensò scorgendo le piastrelle sul muro della stanza. In un secondo vide Elena aprire quella finestra, spegnere la luce e la sua ombra saltare in giardino correndo.
Andrea rimase di stucco, non si aspettava certamente di vederla sgattaiolare fuori a quell’ora di nascosto dai suoi. Era in preda al panico, non sapeva cosa fare. Chiamarla, no anzi andarle incontro. No, no. Cosa allora? Ma certo. Seguirla. L’avrebbe pedinata.
Elena intanto stava correndo verso la macchina del canuto, che le aprì la portiera e partì con lei a bordo. Andrea accese la sua auto e partì subito per non perderli di vista.
Doveva stare attento, seguirli ma non essere troppo fesso da farlo capire al canuto. Non sapeva ancora con chi aveva a che fare. Mentre non staccava gli occhi dalla macchina davanti a lui, le congetture si affollavano nella sua mente. – Probabilmente quell’uomo è uno spacciatore ed Elena è una sua cliente, così si spiega lo stato in cui si trova negli ultimi giorni. – ma appena una possibilità sembrava farsi strada: – No, impossibile. Che bisogno ci sarebbe di portarsela via a quest’ora con il pericolo che qualcuno li veda. Più comodo spacciare al parco della scuola. No, no.
– Allora probabilmente è il suo amante – ma ancora – no, no lo escludo, anche per questo non ci sarebbe bisogno di fare tutto questo casino. Lei potrebbe raccontare di uscire con un suo compagno e poi vedersi tranquillamente con questo fottuto porco senza rischiare niente . No neanche questa.
Mentre questi pensieri andavano e venivano nella mente di Andrea, la macchina che stava seguendo svoltò in una stretta strada sterrata. Andrea si fermò. Sapeva dove portava quella strada. Finiva in un bosco, dove lui più di una volta era andato a correre. Non poteva seguirli, cazzo, il canuto lo avrebbe visto subito, nessuno passa di lì a quell’ora e i suoi fari lo avrebbero tradito. Ma quella strada non aveva altri svincoli, portava direttamente al casolare nel mezzo del bosco, Andrea poteva aspettare qualche minuto e poi entrare nel viottolo, non sarebbero certo scappati da lì.
Così fece, stimò che una macchina con quel buio ci impiegasse circa dieci minuti a raggiungere il casolare e, trascorsi cinque minuti svoltò nella via sterrata. Non poteva neanche spegnere i fari visto che sarebbe sicuramente andato fuori strada, ma non se ne preoccupò visto che l’altra macchina non si vedeva neanche, probabilmente erano già entrati nel bosco più fitto.
Andrea iniziava ad avere paura, il buio, gli incubi che aveva appena fatto, tutti fattori che accrescevano in lui la sensazione che si stava immischiando in qualcosa di grosso e losco. Ma comunque davanti a lui sentiva la presenza di Elena e lui doveva andare a riprendersela.
Dopo alcuni minuti notò dei fari che segnalavano l’ingresso di un’altra auto nel vialetto dietro di lui.
– Che cazzo, si sono dati l’appuntamento stasera? ! – pronunciò queste parole a se stesso non sapendo quanto fosse vicino alla verità.
Cercò, allora di aumentare la velocità, così da non essere visto dalla macchina che sopraggiungeva.
Riuscì a togliersela dallo specchietto, rischiando, però di fracassare la macchina contro una decina d’alberi, ma dopo pochi minuti si ritrovò davanti a uno spettacolo spettrale. Il casolare nel mezzo del bosco, che Andrea aveva sempre visto disabitato ed abbandonato ora era pieno di luci e si sentiva una strana musica provenire dal portone aperto. Il piccolo piazzale era pieno di macchine, circa una ventina, e quella costruzione, che poteva ricordare una stalla oppure un mulino senza pale ora sembrava un covo di ladri o mafiosi.
Andrea decise di continuare dritto verso il piazzale e parcheggiare l’auto. Dopo aver posteggiato, scese velocemente e si accovacciò contro un muro sotto ad una finestra da dove proveniva un gran vociare. Sembrava che dentro si stesse svolgendo una festa, e non era certo carnevale. Rimase immobile cercando di capire quello che stavano dicendo all’interno, ma proprio in quel momento, scorse tra le auto, quella del canuto, era la conferma che lì dentro stava succedendo o stava per succedere qualcosa di strano.
Andrea si nascose meglio dalla macchina che stava entrando nel piccolo parcheggio, e subito dopo vide uscire da quell’auto un uomo sulla sessantina con i capelli unti raccolti in un cappello da baseball con sottobraccio una ragazza di diciotto anni scarsi che si reggeva in piedi a malapena, da quanto sembrava ubriaca.
Andrea si pietrificò, iniziava a capire di cosa si trattava. Rimase bloccato per la paura un minuto, nel quale non riuscì a muovere nessun muscolo. Dopo quel periodo di panico, decise che sarebbe stato meglio per il momento rimanere nascosto e cercare di ascoltare le voci all’interno del capanno.
Si doveva dare una mossa, camminando vicino al muro sarebbe giunto al portone d’ingresso senza che nessuno potesse vederlo. Movendosi come un gatto gli balenò l’idea di chiamare la polizia con il suo cellulare, ma avvicinandosi all’entrata vide parcheggiata proprio una volante, e siccome il chiasso all’interno non sembrava smettere, evidentemente anche gli agenti si stavano divertendo. Andrea si sentiva solo e contro tutti, non sapeva cosa avrebbero potuto fargli se lo avessero pescato a curiosare. Ma l’amore che provava per Elena era più forte della paura, almeno fino a quel momento. Giunse infine all’ingresso, proprio mentre una jeep stava parcheggiando nella piazzola e, vedendo scendere cinque uomini, capì che quella era l’occasione buona per entrare senza dare nell’occhio. Prima di accodarsi a quegli uomini sbirciò per l’ultima volta dentro al capannone, dalla sua nuova posizione poteva scorgere circa trenta persone all’interno, ma sicuramente erano più numerosi, considerando gli schiamazzi che facevano. Senza pensarci due volte, fece passare l’ultimo dei cinque uomini e gli si mise dietro, vedendolo entrare, avrebbero pensato che stava con loro, almeno lo sperava.
Fortunatamente nessuno fece caso a chi stava entrando, e così, Andrea, poté vedere per la prima volta tutto l’interno del locale. Era sudicio e puzzolente, ai bordi erano sparse delle sedie vecchie e unte, un grosso tavolo vicino all’ingresso fungeva da bar e dietro di questo, un ragazzo poco più vecchio di lui versava da bere a chiunque gli passasse davanti. Al centro si trovava un altro grosso tavolo di legno, questo però ricoperto di velluto rosso, quasi fosse un altare e tutti gli ospiti si guardavano bene dall’avvicinarglisi troppo. C’era come una forza invisibile che isolava quel tavolo dal resto del locale.
Andrea decise che per non dare nell’occhio avrebbe dovuto muoversi facendo finta di dirigersi verso qualcuno, così da evitare che lo vedessero impalato a guardarsi intorno come un bambino.
Aveva anche bisogno di bere, tanto per scaricare la tensione, ogni piccolo errore gli sarebbe costato caro. Spostandosi verso il bar, notò che c’erano solo uomini lì dentro, strano, pensò. Ed Elena dove era finita? Notò però una tenda nera che occupava l’angolo più lontano da lui, forse le donne erano tutte lì dietro. Non ci fu neanche bisogno di ordinare da bere, il ragazzo da dietro il tavolo gli porse un bicchiere con del whisky che lui trangugiò in un istante, mentre stava appoggiando il bicchiere, vide un uomo avvicinarsi, era incredibilmente grasso, una palla rotolante si dirigeva verso di lui.
– Ok, sono fritto, ora mi smascherano e mi ammazzano, forse proprio su quel altare. Morire come un sacrificio umano. Che morte di merda. – ma non fece in tempo a pensarlo che il grassone lo guardò con i suoi occhi piccoli e gli porse la mano.
– Piacere, sono Norberto, è la prima volta che vieni? – la sua voce era stridula e fastidiosa.
– Si, cioè no. È la prima volta che vengo qui, ma dalle mie parti di queste “serate” ne ho fatte parecchie. – non riusciva a credere alla sua voce, era rimasto freddo e aveva lasciato quelle “serate” volutamente sul vago.
– Ah, bene. Mi fa piacere che ci siano club come il nostro anche in altre città. Ma dove esattamente? Posso chiedertelo, vero? –
– A Taranto – cazzo, poteva almeno dire il nome di un’altra città, ma ormai la frittata era fatta.
Il ciccione si guardò intorno, e poi ancora guardandolo negli occhi gli chiese:
– Non mi ricordo il tuo nome, scusa.
– Andrea, mi chiamo Andrea. – cazzo, si era tradito un’altra volta, non ci poteva credere, come poteva essere così idiota.
La situazione si poteva, comunque, girare a suo vantaggio, pensò. Devo spremere questo grassone e cercare di capirci qualcosa. Si rese conto di non aver ancora visto il canuto e questo lo preoccupò ancora di più.
– Da che ora sei qui, Norberto? – decise di prenderlo alla larga, non poteva essere troppo diretto senza che si insospettisse.
– Oh, da circa un’ora. Queste serate mi rendono impaziente. Non me le perderei per nessuna cosa al mondo.
– Eh già. A chi lo dici. – Andrea faceva di tutto per rimanere sul vago.
– E poi, mi hanno detto che questa sera le ragazze sono veramente speciali. – Andrea capì che una di quelle ragazze era sicuramente Elena.
Proprio in quel momento le luci si abbassarono quasi a fare buio e rimase accesa solo una potente lampadina che illuminava il tavolo col velluto rosso. Dopo pochi istanti di attesa uscì dalla tenda che si trovava in fondo al capannone il canuto. Si portò al centro della scena, pimpante e allegro, Andrea intuì che era sicuramente il capo. Raggiunto il centro il canuto iniziò a parlare, finalmente:
– Signori, amici. Bentornati nella nostra casa. Sapete che ogni giorno faccio di tutto per farvi felici. E questa sera lo sarete. Ne sono convinto. – il suo tono era tipico delle persone che sanno di avere di fronte una massa di bifolchi e idioti.
– Le due ragazze che abbiamo qui oggi con noi, sono due splendidi esemplari di donna. Giovani e belle non avrebbero mai pensato di fare quello che stanno per fare. Ma, come sempre, ci abbiamo pensato noi a fargli cambiare idea.
– Bastardo – scappò ad Andrea, sottovoce.
Il canuto lasciò la scena e, da due altoparlanti sgangherati disposti in fondo alla sala iniziò ad uscire della musica d’atmosfera, forse jazz. Andrea era sempre più curioso. Niente e nessuno avrebbe potuto distoglierlo dall’attenzione verso il centro della sala.
La musica si fece più forte, e il canuto uscì nuovamente dalla tenda dirigendosi verso il tavolo accompagnando due ragazze. Una era Elena. Ad Andrea quasi venne un colpo. Era vestita solamente con una minigonna di pelle nera, stivali fino al ginocchio e reggiseno anch’esso nero e teneva un frustino in mano. L’altra ragazza, bella come Elena era vestita solamente di una vestaglia bianca trasparente, sotto la quale non portava niente. Andrea era furioso, che cazzo ci faceva Elena in quella situazione. Ma poi osservando meglio, vide che entrambe le ragazze erano sorrette dal canuto ed avevano gli occhi quasi chiusi del tutto. L’espressione era assente, sembravano due tossiche in preda agli effetti dell’eroina.
Erano state drogate. Sicuramente erano state drogate. Elena e l’altra ragazza si trovavano alla completa mercé del canuto e dalla sua cricca di depravati. L’emozione di vedere Elena in quella situazione, comunque, eccitò Andrea, e anche gli altri, a giudicare da come si toccavano il pacco da sopra i pantaloni.
Le due ragazze furono accompagnate al tavolo su cui salirono ubbidendo all’ordine del canuto. Quella con la vestaglia rimase a quattro zampe, mentre Elena la frustava, dapprima guidata nei movimenti dal canuto, dopo, da sola prendendoci anche gusto. Il suo sguardo era all’orizzonte, ancora, ma si capiva che non era del tutto assente. L’altra ragazza gridava per il dolore ad ogni sferzata, ma sembrava una voce estranea al suo corpo, infatti, la sua schiena non faceva una mossa sotto alle frustate, era solo la sua voce a lamentarsi. Dopo alcuni minuti di frustate, il canuto, nel silenzio della sala ordinò:
– Ora, Greta – così si chiamava l’altra ragazza. – spogliati e lecca gli stivali di Elena, la tua padrona.
Greta, senza neanche rispondere, si slacciò la vestaglia, lasciandola cadere dal tavolo e abbassò la testa verso i piedi di Elena, che rimase immobile. Iniziò a leccare prima la punta dello stivale, poi sparse la sua saliva sul tacco e risalì verso il ginocchio, mentre Elena si toccava il seno.
Oramai alcuni degli spettatori si erano calati i calzoni ed avevano iniziato a masturbarsi davanti a tutti. Anche Andrea era eccitato allo spasimo ma non poteva certamente masturbarsi, era venuto in quel luogo, rischiando la pelle per salvare Elena, non per vederla sottomettere un’altra ragazza.
Il canuto era soddisfatto dello spettacolo e guardava compiaciuto i suoi spettatori, dopo qualche minuto, notando che forse lo spettacolo stava iniziando a stancare i presenti, decise di cambiare.
– Greta, avvicinati a me, leccami il cazzo. E tu, Elena, frustale il culo. – sembrava un ammaestratore del circo.
Senza dire una parola Greta si spostò dai piedi della sua compagna fino al cazzo del suo padrone, mentre Elena aveva già cominciato a percuoterla con il frustino. Il culo della povera ragazza era paonazzo ma lei non sembrava neanche accorgersene. Era in balia del volere di quel porco coi capelli bianchi.
Elena intanto aveva ripreso a masturbarsi i capezzoli tra una vergata e l’altra. Non accontentandosi di fare solamente da spettatrice volle partecipare. Senza aspettare l’ordine si chinò anche lei verso il membro dell’uomo che le stava davanti così iniziarono a spompinarlo in due, mentre una prendeva in bocca il cazzo, l’altra leccava i testicoli, incrociando talvolta le lingue in un bacio appassionato. Ma di appassionato non c’era niente, solamente il canuto sembrava godere veramente di quello spettacolo, infatti le due ragazze sembravano troppo assenti per goderselo e gli spettatori più audaci si facevano sempre più vicini alle due ragazze, con l’intento di partecipare al gioco.
Andrea rimaneva in disparte combattuto dall’eccitazione da un lato, e il pensiero di salvare Elena dall’altro. Il tempo sembrava essersi fermato, il pompino durava da più di dieci minuti e alcuni uomini si erano fatti veramente vicini alle ragazze. Tutto sembrava sul punto di scoppiare quando il canuto venne finalmente sul viso di Greta riempiendole anche gli occhi del suo sperma, lasciando Elena a bocca asciutta, che subito prese a leccare il viso della sua compagna così da accaparrarsi qualche goccia di quel liquido.
Soddisfatto il canuto disse alla folla davanti a lui:
– Ora sono tutte vostre. – e così dicendo si diresse verso la tenda.
Appena il canuto finì il suo invito, tutti gli uomini presenti si avventarono sulle due povere ragazze, che ancora non si rendevano conto di quello che stava accadendo.
Dopo pochi secondi Andrea avvicinatosi alla ressa, vide una scena che non avrebbe mai voluto vedere, dieci uomini stavano cercando di possedere Elena che si muoveva lentamente da un cazzo all’altro, prendendo in bocca tutto quello che vedeva, un uomo l’aveva girata di schiena e le stava stantuffando lo sfintere, un altro le aveva preso i capelli e li tirava gridandole: – Puttana – . Vide tra gli altri anche Norberto, il grassone, che aspettava il suo turno per un pompino, mentre alcuni guidavano le mani di Elena in una sega. Andrea non riusciva a capire da dove venissero tutte quelle mani e tutti quei cazzi, vedeva solamente Elena che tentava di soddisfare tutti. Era preso dall’eccitazione e dalla gelosia nel vedere il suo amore al centro di quell’orgia. Greta, intanto non se la cavava meglio. La figura della sottomessa che aveva fatto in precedenza, aveva spinto parecchi uomini verso di lei, e ora si ritrovava un groviglio di braccia, cazzi e gambe che la percuotevano, e la maltrattavano, Andrea vide anche del sangue uscirle dalla bocca e dal naso dopo alcuni pugni, ma la sua attenzione era rivolta ad Elena. La doveva portare via, assolutamente.
Attese qualche attimo, preso dalla disperazione vedendola in preda a quegli energumeni, dopo poco, però prese il coraggio necessario e si avvicinò a quel groviglio umano. Ma proprio quando si stava avvicinando vide entrare di nuovo il canuto.
– Basta signori, per ora è sufficiente. – la sua voce risuonò sopra ai lamenti e alle grida di quella feccia umana.
Come se quella frase fosse un ordine perentorio, tutti gli uomini si allontanarono dalle ragazze, lasciandole sole su quel tavolo imbrattato di sperma e sangue.
Il canuto le prese per mano e le portò dietro al tendone, Andrea osservava la scena e capì che forse il suo momento stava per arrivare.
Dopo pochi minuti, infatti, il canuto uscì dalla tenda e si diresse verso il bar, scambiando quattro chiacchiere con due uomini ben vestiti. Andrea prese la palla al balzo e, di nascosto si avvicinò al tendone. Quando fu sicuro che nessuno lo stesse osservando, scostò un lembo ed entrò.
La scena che gli si presentò davanti agli occhi avrebbe sconvolto chiunque. Le due ragazze giacevano stese su due materassi sudici, i loro corpi erano ancora sporchi di sperma e Greta perdeva abbondantemente sangue dalla bocca. Senza che Elena lo riconoscesse lui le prese la mano, lei aprì gli occhi e quando stava per domandarsi chi fosse, lui la sollevò di peso, la prese in braccio e si diresse con il corpo ancora nudo verso l’uscita. Non avrebbe certo potuto attraversare il capanno con la ragazza in braccio, doveva studiare qualcosa. Notò una finestra a circa un metro d’altezza, una da cui lui aveva sbirciato prima di entrare, l’aprì e sollevò Elena perché scavalcasse, lei non era ancora cosciente di quello che stava accadendo, e i suoi movimenti erano scoordinati, ma in pochi secondi e dopo mille imprecazioni riuscì a saltare all’esterno. Era il turno di Andrea, prese una sedia per sollevarsi e uscì agile come un gatto. Quando furono entrambi fuori, Andrea riprese in braccio Elena, che nel frattempo era caduta sul selciato, e corse verso la sua auto.
Ma proprio quando mancavano pochi metri alla portiera, sentì una voce provenire dalle sue spalle:
– Ehi bastardo! Dove credi di andare? –
Si girò di scatto e vide il canuto con un mano una pistola che lo teneva sotto tiro, erano usciti anche una decina di altri uomini che stavano dietro alle spalle del canuto e lo guardavano con aria minacciosa.
Andrea si gelò dalla paura, teneva Elena in braccio e non sapeva più cosa fare. Gli avrebbero certamente sparato se avesse tentato di fuggire, ma anche stare lì, e consegnare Elena nuovamente a quei maiali non era sua intenzione. Appoggiò il corpo ormai svenuto di Elena a terra ed alzò le mani in segno di resa.
– Cosa credevi di fare? Hai intenzione di toglierci il nostro giocattolino? Volevi salvarla o averla tutta per te? – la voce di quell’uomo era ancora più sinistra del suo aspetto.
– Volevo portarla via di qui! Maledetti porci schifosi! – l’ira di Andrea si fece sentire.
Il canuto senza scomporsi esplose un colpo nella direzione di Andrea. Sentì improvvisamente una fitta lancinante al ginocchio destro e cadde a terra, proprio vicino al viso di Elena.
Il canuto si avvicinò lentamente, sempre guardandolo negli occhi. Andrea si sentì spacciato. E pensare che aveva agito per gelosia. Una gelosia pericolosa, pensò.
– Non crederai mica di cavartela così. Non possiamo permettere che tu vada a spifferare tutto alla polizia. Mi dispiace, ma devo impedirtelo, il nostro gioco deve continuare.
Andrea alzò gli occhi al cielo e prese la mano di Elena nella sua, sembrava che stesse pregando, quando il canuto esplose il secondo colpo dalla sua rivoltella, centrandolo esattamente in mezzo agli occhi.
Il corpo venne spogliato e buttato dietro ad un cespuglio sul ciglio di una strada secondaria che portava in centro. Elena venne riportata dentro, drogata nuovamente e costretta a continuare il suo spettacolo con Greta.
Alla famiglia di Andrea, la polizia disse dispiaciuta che il loro figlio, secondo i loro informatori si era invischiato nel giro della prostituzione maschile, e qualche balordo lo aveva assassinato. La madre non resse all’idea, e dopo trentacinque giorni da quella notizia, la trovarono impiccata nel garage della loro casa.
La gelosia può essere pericolosa, soprattutto quando è senza freni. FINE

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