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La mia cura

Da un poco di tempo le cose con mio marito non andavano bene, sessualmente parlando. Il suo lavoro e il mio ci prendevano ormai tutta la giornata, provocandoci livelli di stress insostenibili, a scapito della nostra voglia di scopare. Eppure la voglia non ci era mai mancata…

Stavo facendo queste riflessioni un pomeriggio d’estate, sul terrazzo di casa mia. Grazie al fatto di essere all’ultimo piano di un palazzo molto alto posso girare svestita, e infatti quel giorno prendevo il sole sulla mia sdraio, vestita solo dei miei inseparabili sandali infradito, che d’estate porto sempre, pure quando scopo.
Possibile, pensavo, che non riesca più a provocare nel mio uomo quella irresistibile voglia di sbattermi sul letto e scoparmi fino a farmi urlare?
Possibile che non avesse più voglia di provare le delizie dei miei due caldi buchi, sempre pronti ad accogliere il suo cazzone turgido, che quando si faceva strada nel mio culo sembrava un palo nelle mie viscere ribollenti di piacere?

Mentre facevo questi pensieri, complice il caldo che mi aveva mandato gli ormoni in ebollizione, iniziai a carezzarmi il clitoride dapprima con una, poi con due dita, finchè non iniziai a bagnarmi.
Ma non mi bastava ancora, e l’occhio mi corse alla borsa vicino alla sdraio: si intravedeva il vibratore che mi portavo sempre dietro.
Allungai la mano nella borsa e, preso il vibratore, mi sistemai sulla sdraio, tirando su le gambe e mettendo i piedi sui braccioli; in tal modo ero con le cosce spalancate e con la mano sinistra infilai il vibratore nella fica mentre con la destra mi sgrillettavo il clitoride.
Mi sentivo oscena in quella posizione, ma nonostante ciò mi eccitasse al massimo, e nonostante mi stessi fottendo furiosamente con l’arnese, non riuscii a raggiungere l’orgasmo. Era l’ennesimo tentativo frustrato di godere, e
non ne potevo più.

Forse lo stress era un alibi che ci eravamo creati, pensai allora, e la mia resistenza a venire mi aveva fatto desiderare meno il cazzo del mio uomo, o forse, chissà, non gli interessavo più come prima…

Basta, pensai, qui bisogna fare qualcosa. Ho troppo bisogno di essere scopata a dovere, di sentirmi l’oggetto di piacere del mio uomo, e lui ha troppo bisogno di avermi lì, pronta a soddisfare tutte le sue voglie…

Presi il telefono e chiamai lo studio della mia ginecologa, sperando di trovarla libera da visite.
Era da qualche mese che non andavo al suo studio, così spesi un po’ di tempo a spiegarle la situazione.
Per fortuna è anche un’amica e sa ascoltare, per cui, dopo una mezz’ora circa di chiacchierata, nel corso della quale le espressi tutti i miei dubbi e le mie perplessità, mi disse:
“Forse una persona che ti può aiutare c’è, anche se non la conosco direttamente. ”
“Ma và? ”
“Certo: è una mia collega che ha appreso alcune tecniche, per così dire, alternative, di supporto e stimolo all’attività sessuale, ma non ti so dire nel dettaglio di cosa si tratti. Comunque varrebbe la pena di farle visita, non fosse altro che per provare a vedere se può essere utile. Ho avuto il suo biglietto da visita nel corso di un congresso”.

Così mi feci dare il numero di telefono della sua collega, promettendo alla mia amica che le avrei sicuramente fatto sapere com’era andata, e mi apprestai speranzosa a telefonare per avere un appuntamento.

Chissà quante donne avranno bisogno di lei, pensai, mentalmente rassegnandomi ad una lunga lista d’attesa. Invece la segretaria mi diede appuntamento per il lunedì pomeriggio successivo.
Considerato che eravamo ormai a venerdì, non avrei potuto desiderare di meglio.

Lunedì pomeriggio mi preparai per recarmi allo studio della ginecologa consigliatami dalla mia amica.

Dopo la doccia, mi infilai un paio di mutandine senza elastico, di quelle che si allacciano e sciolgono ai fianchi (le preferisco per praticità specie per queste visite, e poi si è così goffi quando ci si sfila gli slip); mi misi un vestito bianco di lino, che si sfila subito per la visita, e un paio di infradito dorati, nuovi di zecca.

Un’ora dopo suonavo al citofono dello studio; la segretaria mi aprì il portone; quando entrai nell’anticamera dello studio, la premurosa segretaria, una bella ragazza bruna di origine asiatica, mi fece accomodare in una sala bianca, con divani bianchi, aria condizionata, qualche pianta e musica di sottofondo.
La ragazza si dispiacque che io dovessi aspettare un poco, ma del resto ero in anticipo…

Mi stupì il fatto che in sala d’attesa ci fossi solo io.
La dottoressa, mi disse la segretaria, aveva aperto da pochi mesi, e tra l’altro eravamo in estate, con molta gente in vacanza; senza contare, aggiunse maliziosamente, che molte donne hanno qualche difficoltà ad ammettere di aver bisogno di aiuti, per così dire, specialistici.
Lì per lì mi diede l’impressione di essere stata beneficiata anch’ella dell’aiuto della sua principale, ma non indagai. Aspettavo solo il mio turno.

Il mio turno non tardò ad arrivare: meno di mezz’ora dopo fui chiamata.
La dottoressa si presentò: potevo chiamarla Elisa, per nome, e mi disse di darci del tu. Si capiva che aveva intenzione di non mettere a disagio le sue pazienti.

La prima mezz’ora la passammo a parlare di me: nel corso della chiacchierata Elisa compilò la cartella personale, con tutta la mia anamnesi, eventuali ricoveri, interventi chirurgici (figurarsi: il massimo di frequentazione con l’ospedale fu una medicazione al pronto soccorso cittadino per una caduta da bicicletta a dodici anni! ) e altre notizie di rito.
Poi passò a chiedermi della qualità e della varietà dei rapporti sessuali con il mio compagno, e lì le parlai di tutto, compreso della circostanza di qualche giorno prima che mi aveva portato a telefonare alla sua collega, che a sua volta mi aveva indirizzato a lei.

“Evidentemente non si tratta solo di un calo del desiderio. Rischia di innescarsi una spirale perversa che potrebbe portare, da una parte, te a richieste sempre più estreme per raggiungere l’orgasmo, e dall’altra il tuo compagno sempre più lontano perché non riesce a soddisfarti, o perché ti vede indesiderabile”.
“E quale soluzione proponi? ”
“Fare tu il primo passo e renderti di nuovo desiderabile. Certo, per far ciò devi mettere qualcosa di nuovo nel rapporto, e io sono qui per insegnartelo. Devi far uscire fuori la parte più nascosta e inconfessabile di te, e io mi limiterò ad aiutarti a farla uscire. Non posso darti io quello che non hai”
“Sì, ma come faccio? ”
“Ora vedrai. Preparati per la visita”

La prima sorpresa la ebbi quando vidi il lettino: non era in posizione angusta e defilata dietro al paravento, ma al centro dell’altra stanza che costituiva lo studio; non era il solito freddo lettino, ma aveva un morbido schienale imbottito ed era coperto di tessuto di cotone bianco intercambiabile.
Anche i divaricatori per le gambe erano imbottiti, per non lasciare segni. La seconda sorpresa fu che la sala dove stava il lettino era completamente a specchi, per cui, essendo il lettino girevole, in qualunque posizione fosse, ci si poteva specchiare.

Quando mi fui sfilata il vestito e sciolta dai fianchi le mutandine, rimasi in piedi a guardare la stanza. Elisa mi raggiunse e mi disse di stendermi sul lettino.

Mi accingevo quindi a sdraiarmi sul lettino, quando Elisa mi osservò.
“Puoi togliere i sandali, se vuoi”, disse
“No, preferisco tenerli” risposi.
“Anche il mio compagno mi preferisce così quando mi fa sua…”.
Elisa, incuriosita, chiese: “Avete un rituale, per caso? ”
“Non proprio, però ho una collezione di infradito che, a seconda di quali mi metto, costituiscono una sorta di segnale in codice”.
“Questa è nuova. E quale sarebbe? ”

“Beh, ad esempio, io quando torno a casa dal lavoro, se non aspetto visite giro spesso per casa completamente nuda, anche d’inverno, perché mi piace, e perché così sono immediatamente disponibile per il mio uomo quando torna dal lavoro. Così, se per esempio, giro per casa con i sandali di cuoio da schiava, a cui in genere accoppio una sorta di perizoma da alzare per scoprire quello che ho sotto, il mio uomo sa che voglio essere posseduta in maniera autoritaria e mi rende sua schiava; similmente, se giro con degli infradito rossi, voglio essere sottoposta a pratiche di sesso insolito: così, ad esempio, quando lui sta guardando la televisione, io mi metto carponi su un tavolino di fronte a lui, offrendogli i miei due buchi: a sua scelta può decidere di stimolarmi il clitoride, e qualche volta mi infila nell’ano un vibratore, oppure posso rimanere tutta la serata così. L’unica cosa è che non devo mai voltarmi, ma solo attendere il modo come lui vuole utilizzarmi. Poi, ad esempio.. ”

“Sì, scusa l’interruzione, ma ti sei spiegata perfettamente. Insomma, il tuo godimento sta nell’essere il suo oggetto di piacere? ”
“E lui il mio, perché mi gratifica di un magnifico fallo che, non faccio per vantarmi, ma mi dà ore di godimento continuo…”
“Ho capito. Ora fatti visitare”

Mi sedetti sul lettino e appoggiai le gambe sui divaricatori. Elisa li allontanò tra di loro e io potei guardarmi allo specchio.
Ero completamente spalancata, pronta a farmi visitare. Curiosamente quella vulnerabilità non mi dispiaceva.

Elisa, con mosse abili, dopo essersi infilata i guanti, mi lubrificò la vulva e mi inserì lo speculum per esaminarmi.
La visità durò un quarto d’ora buono, e con due dita mi esaminò pure il retto per verificare la presenza di lesioni. Complessivamente stavo bene, e lei mi disse:
“Per la seconda parte della visita devo prepararti un po’ per renderti appetibile”.
“Va bene”, dissi io,
“ma come? ”
“Ora vedrai”.
E così facendo chiamò la sua efficiente segretaria, la quale si presentò vestita con un corpetto di plastica trasparente senza nulla sotto, e un paio di scarpe, sempre trasparenti, con il tacco alto.
Ora si spiega la sua allusione di prima, pensai…

La collaboratrice estrasse da sotto il bordo del lettino una specie di catino che si posizionò sotto le mie parti intime.
Poi, preso un pennello, iniziò a insaponarmi i peli del pube. Elisa nel frattempo preparava un clistere
“Per pulirmi bene tutta”, disse.

Il clistere mi fu inserito nello sfintere prima che l’assistente si desse da fare con il rasoio. Mentre la mia fica veniva rasata sentivo il liquido riscaldarmi le mie viscere.
Era una situazione piacevole e rilassante: sentivo tutto il contenuto del mio intestino scendere verso l’uscita liberatrice del mio buco del culo, che aspettava solo di essere liberato dalla canna del clistere.

E così fu. Quando fui completamente rasata, l’assistente allungò da sotto il letto un rubinetto flessibile da cui uscì acqua tiepida.
Mi estrasse la cannula dall’ano e mi sciacquò la fica mentre liberavo il mio intestino. Fui accuratamente sciacquata e asciugata.

Elisa mi disse:
“Guardati, ora”.
Mi guardai allo specchio: ero completamente aperta e al centro delle cosce, dove prima spiccava un bel boschetto di peli castani, c’era il rosa della mia carne e il rosso della mia fica.
Cominciavo a sentirmi eccitata.
“Bella”, dissi.
“Se fossi uomo mi scoperei fino a vuotarmi i coglioni…”
“Per quello c’è tempo. Adesso che sei pronta possiamo iniziare”.

La segretaria mi venne al fianco e iniziò a massaggiarmi le tette e i capezzoli con ritmo lento e circolare, mentre la sua bocca si avvicinava alla mia. Quando fummo vicine, tirai fuori la lingua e iniziammo un lungo slinguamento reciproco.
Contemporaneamente, Elisa tirò fuori un barattolo di vaselina e iniziò a lubrificarmi il buco del mio culo. Iniziavo a provare una sensazione di passività molto eccitante, ed ero mentalmente predisposta a sottopormi a tutte le fasi del trattamento, anche se ancora non avevo idea di come si sarebbe svolto.

Una volta lubrificato, Elisa prese un cilindro dal cassetto delle apparecchiature. Era un cilindro arrotondato in punta per facilitarne l’inserimento, e all’interno aveva una vite che ne permetteva, a differenza dello speculum, l’allargamento in tutte le direzioni.
Me lo fece scivolare nello sfintere, mentre dalla fica iniziava a colare l’umore, e iniziò a girare la vite per allargarlo.
“Fermati”, le dissi,
“comincia a farmi male”.
“Va bene”, rispose.
“Ora è lì, me lo chiederai tu di allargarlo”.

Poi disse:
“Adesso ci mettiamo in libertà”, e nel far ciò si sfilò il camice sotto al quale era completamente nuda.
“Kim, per favore…” disse alla segretaria (così seppi anche come si chiamava), e anche lei fu svestita.

Eravamo tutte e tre nude, e Elisa e Kim erano disposte ai miei lati.
Mentre Elisa iniziava un ditalino sulla mia fica, Kim riprese quindi lo slinguamento, che mi aveva inturgidito i capezzoli e gonfiato il clitoride. Kim doveva aver intuito i miei pensieri, perché scivolò verso la mia fica.
Mentre Elisa continuava a sgrillettarmi il clitoride, Kim iniziò a mettere due dita nella fica e a fare dolcemente dentro e fuori.
Poi le dita divennero tre, e quando Kim arrivò a tutta la mano, Elisa reclinò lo schienale del lettino e si mise in ginocchio con le gambe aperte sulla mia faccia, mi prese per le caviglie e mi sollevò le gambe, sempre tenendole aperte, sì da permettere a Kim di fottermi comodamente con la mano. Iniziava a montarmi lentamente l’orgasmo, lo capivo dalle contrazioni che dal basso ventre si dipartivano in tutto il corpo.
Avevo voglia di provare qualcosa di più, perché sentivo sciogliere i miei freni inibitori.
Essere in quella posizione così umiliante e sottomissiva, mentre quelle due disponevano del mio corpo, mi facevano sentire estremamente porca.
E, per quel giorno, non mi sarei certo fermata lì.
Così dissi a Kim:
“Allarga! “, riferito all’arnese che mi torturava il culo.
Con la mano libera diede qualche giro alla vite e sentii le pareti del mio viscere anale aprirsi. Kim dovette vedere una smorfia di dolore sul mio volto, perché si fermò, ma le dissi:
“No, un altro giro: aprimi come una troia…”, e così fece.

Sdraiata sul lettino, completamente aperta, fottuta in fica con la mano che ormai era arrivata al polso e sottoposta a quell’agonia anale, mentre la fica di Elisa sbrodolava sulla mia faccia il suo umore, tanto era eccitata anch’ella nel guardare quella scena di piacere puro, godevo nell’essere completamente dominata e usata per i giochi di quelle due porche.
Scommetto che lo studio era una scusa per sottomettere ignare pazienti nei loro giochi. Bene, per quanto mi riguarda, lo spadroneggiamento su di me poteva continuare, perché più venivo sottomessa e più godevo.

Ormai il dolore al culo era passato, quindi era giunto il momento di farsi aprire ancora, e lo chiesi. A Kim non parve vero di potermi accontentare, e allargò di un paio di centimetri buoni, poi disse, guardando il regolo dell’arnese:
“Wow, quasi undici centimetri! ”
“Un altro centimetro ed è il nostro record”, disse Elisa
“E tu arriva a tredici”, dissi io.
“Non sono mica una sciacquetta frigida come le altre tue pazienti. Io sono una VERA troia e voglio essere trattata come si deve”.
Dovetti aver colpito nell’orgoglio Kim, perché allargò al massimo l’arnese e disse:
“Mi dispiace, corsa finita…”.
“Per ora va bene”, risposi,
“poi vediamo”.
Ormai ero al culmine dell’orgasmo, e il culo doveva essere mostruosamente dilatato.
Mi tenevo a fatica dall’urlare, quando, forse capendo quel che pensavo, Elisa mi disse:
“Se vuoi urlare, fallo. L’ambiente è insonorizzato, ma io risparmierei il fiato per dopo…”
“Per dopo? ” pensai…

Mentre pensavo a cosa volesse dire, Elisa scese dal lettino e andò ad aprire una delle porte mascherate da uno specchio.
Fece un cenno a qualcuno fuori dalla porta ed entrarono, così, nella stanza, due uomini (uomini? Superuomini.
Per la voglia di cazzo che nel frattempo mi era venuta forse potevano bastare…), uno bianco e l’altro nero.

“Sono gigolò professionisti e lavorano sempre in coppia. Non parlano la nostra lingua, ma si fanno capire, quando vogliono…” disse Kim.
“Li hai provati”, affermai io, sicura di non sbagliare. Lei fece un altro di quei sorrisi maliziosi, mentre sfilava la sua mano dalla mia fica slabbrata.
“Adesso girati”, mi disse Elisa,
“così giochiamo meglio”.
Obbedii. Offrii a tutti lo spettacolo del mio culo aperto dal divaricatore, e, mentre i due stalloni mi sfoderavano le mazze davanti, sì che io democraticamente potessi leccarmele un tanto per uno alternativamente, vidi nello specchio Elisa che richiudeva il divaricatore e me lo sfilava. Per quant’era dilatato potevo sentire l’aria sulle mucose del mio retto, ma Elisa, guardando il lavoro che era stato fatto al mio culo, disse a Kim:
“Quante volte ti ho detto che devi imparare a fare i lavori come si deve? “;
“Ma signora, le ho quasi sfondato il culo per come l’ho aperta”.
“E invece no. Vuole essere trattata da troia? E allora guarda come si fa”.
Così facendo infilò le due mani unite nel culo, incontrando poca resistenza, e poi le girò per afferrare i bordi del buco. Piano piano lo allargò fino a superare la larghezza raggiunta dal divaricatore.
Lanciai un urletto, a metà tra il dolore e il piacere.
“Mi fermo? “.
“Chi ti ha detto di fermarti, stronza? “, risposi io.
Allargò un altro poco, e Kim si affacciò sulla voragine del mio culo.
“Mai visto niente di simile” disse, sorpresa.
“E questo è niente. Provvedi alla fica”.
Kim prontamente eseguì. Il divaricatore, che era servito egregiamente alla mia agonia anale, mi sparì nella fica, e lì Kim, forte del fatto che aveva già sperimentato la mia troiaggine vaginale con la mano, andò a botta sicura, aprendomi di almeno 10 cm.

Elisa disse:
“Ti senti un oggetto di piacere, ora? “;
“Sento che potrei fare le cose più porche senza sentirmi in colpa, anzi andandone fiera”.
“E ora? ” disse allargandomi il culo ulteriormente.
“AAAh! ” urlai.
“Male? “.
“Nooo. Godo come una baldracca. Mi avete trasformato in oggetto di lussuria” ormai gridavo e non mi tenevo più.
“Che cazzo fate voi due, stronzi? Voglio sentire la sborra nel culo”.
Elisa fece cenno ai due che, ormai, stavano sul punto di venire. Indirizzarono i loro cazzi verso i miei due buchi.
“Fatemi quello che volete ma fatelo. Ho bisogno di essere sottomessa alle vostre più sporche voglie”.
E così fecero: sentii la loro sborra centrarmi nel culo e nella fica, e scendermi giù per le gambe.
Quindi Elisa lasciò andare il culo che si richiuse con un colpo secco, e sfilò il divaricatore dalla fica.
“Sei stata bravissima, adesso ti cedo a loro perché mi hanno detto che sei meglio della loro bambola gonfiabile”, mi disse Elisa.
“Bambola gonfiabile? ”
“Certo, cosa credi? Tu sei uguale, solo che sei più divertente perché urli, ti agiti e fai le pompe da vera professionista”.
è vero, e del resto volevo essere solo un oggetto, per quel giorno. Sarei stata la loro bambola, da farsi sbattere e riempire a dovere.
Dopo aver detto così, Elisa, con un doppio vibratore, iniziò a penetrare culo e fica di Kim che nel frattempo aveva preso il posto mio sul lettino.
Certo, pensai, era una bella troietta pure lei. Chissà se un giorno, invitandola a casa mia… ma mi disinteressai subito a quelle due.
Stando in piedi, allargai bene le gambe, e scendendo sulle mie ginocchia, sì da rimanere sempre aperta, mi ripresi in bocca i due cazzi degli stalloni.
Leccavo e succhiavo ora l’uno ora l’altro, mentre a terra si stava formando una chiazza formata dal mio sudore, lo sbrodolamento della mia fica, che ormai non aveva più i peli a trattenere, e la sborra dei due stalloni che mi era stata spruzzata abbondantemente nella fica e nel buco del culo, e che ora stava scendendo giù dalle fessure dilatate. Elisa mi aveva offerto di sciacquarmi, ma io non volevo.
Volevo essere sporca di sborra, far sì che quei due maschi non avessero scrupoli a squartarmi a colpi di nerchia, e a aprirmi con i loro cazzi nodosi, cazzi di proporzioni mai viste e da cui ero pronta a farmi dominare.

E i due non tardarono a rendermi la loro schiava di sesso: mi fecero tirare su, e con un gesto brusco il nero mi piegò in avanti.
Prima che avessi il tempo di pensare qualsiasi cosa, avevo un cazzo in bocca e uno in fregna, che sguazzava felice negli umori di cui era impregnata.
Tenendomi per i fianchi, il nero mi sbatteva ritmicamente.
Si capiva che, se io godessi o meno, gliene fregava nulla.
Aveva trovato un buco da riempire di sborra, e tanto gli bastava.
Però volevo sentire anche come mi sbatteva il bianco, per cui feci cenno ai due di scambiarsi di posto.
Bocca o fica a loro non interessava, per loro ero solo un oggetto con tre buchi, e quindi fu il turno del bianco di scardinarmi le labbra della fica, mentre
assaggiavo la mazza nera umida del mio brodo vaginale. Il gioco parve divertirli.
Mi sbatterono a turno, dandosi il cambio, finchè non ritennero opportuno il momento di riempirmi contemporaneamente.

Allora mi venne un idea, e feci cenno ai due maschi di seguirmi nello studio attiguo, perché avevo bisogno del telefono.
Era un momento troppo bello per godermelo da sola….

Presi il telefono, e mentre dalla saletta del piacere venivano i gemiti delle due troione che stavano fottendosi con la mano a vicenda, composi il numero di cellulare del mio uomo.

A quell’ora stava tornando sicuramente a casa, ed era bloccato nel traffico di ritorno. Infatti mi rispose dall’autovettura.
“Pronto? ”
“Amore, sono io…”
“Che voce strana che hai, ti senti poco bene? ”
“No, sto benissimo. Sto provando il piacere di essere schiavizzata da due cazzi magnifici, sottomessa ai loro voleri”
“Cazz.. Ma cosa dici? Se sei diventata un ghiacciolo…” disse
“Lo vedrai. Intanto sono stata fottuta con la mano dalla dottoressa, mi hanno allargato il culo e la fica con un divaricatore e con le mani e nemmeno tu mi hai fatto sentire così troia”.
“Ma non dici sul serio…”
“Pensala come ti pare, ora mi sto apprestando a prendere due nerchie contemporaneamente, in culo e in fica. “.
“Ma cosa…”.

Feci cenno di essere pronta, e il nero mi prese, da dietro, sollevandomi per le gambe appena in prossimità delle ginocchia, sì da aprirmi.
“Adesso sono sollevata da terra con le gambe aperte. Un negro sta per sbattermi e un bianco mi sta mangiando con gli occhi perché sa che tra poco sarò sua. Non capiscono quello che dico, ma non me ne frega. Parlano i loro cazzi. Sono tutta nuda e porto gli infradito nuovi che abbiamo comprato sabato. Volevo usarli per te, ma ora sono tutti per loro…”.
“Troia! ” mi disse.
“Sì, troia e oggi pure rotta in culo. Adesso mi sta facendo scendere sul suo cazzo dritto e la mia fica depilata che sembra quella di una bambina è spalancata di fronte al bian.. AAAH! L’ha messo tutto dentro. Sono piena di cazzo. Sono felice, mi hanno preso in mezzo e mi stantuffano nei buchi a ritmo alternato…”
“Puttana”, mi disse,
“te la farò pagare”.
“Fammela pagare come sai… mi lascio un po’ di voglia, così potrò godere di quando stasera sarò completamente sottomessa ai tuoi voleri”.
“Puoi giurarci, zoccolona baldracca”.
Quelle parolacce che capivo solo io, e non i miei due dominatori, mi eccitavano ancora di più:
“Sì, zoccolona e baldracca, e pure troia, rottinculo e quanto di peggio ti possa
immaginare. Questi due cazzi mi stanno facendo venire la febbre per il godimento. Sono tutta un bollore. Mi spupazzano a piacimento e mi fanno sentire una vera donna-oggetto. Aspetta… AAAAH, mi stanno riempiendo di sborra… sono piena e sporca, se mi vedessi adesso…”
“Non importa. Stasera avrai il resto”. E attaccò.

Era un peccato veder gocciolare quei due bei cazzi, per cui mi chinai e li ripulii per bene con la lingua. A un certo punto gli urli che venivano dall’altra stanza, dopo un picco, sicuramente coincidente con l’orgasmo che si erano reciprocamente date la dottoressa e l’assistente, cessarono.
Sentii Elisa che mi chiamava:
“Com’è andata? “.
“Benissimo, direi. Non mi sono sentita così usata da tempo. “.
“Ora ti senti pronta? “.
“Beh”, dissi io, che ormai ci avevo preso gusto,
“non vorrai mica farmi andare via senza un bel finale tutti insieme…”
“Certo che no, se ti fa piacere”.
Allora feci cenno a Kim di lasciarmi il lettino, e, alzato lo schienale, rimisi le gambe sui bracci divaricatori.
“Adesso fatemi schiava dei vostri più perversi pensieri, tanto io sto qui a subire”.

Non se lo fecero dire due volte: mentre Elisa mi rimise le mani nel culo per riaprirmelo, e Kim tornò alla carica col divaricatore nella fica, i due stalloni si masturbarono addosso a me (ma quanta sborra nelle palle avevano questi due? ) e mi annaffiarono un paio di volte ciascuna. Elisa, nel frattempo, aveva preso un divaricatore permanente, di quelli che si usano in sala parto, e lo aveva usato per tenermi aperto il culo.
Ormai il loro dominio era totale, e urlai:
“Sono la vostra schiava! Spadroneggiate su di me, usatemi come il vostro cesso!!! ”

E infatti, iniziarono i due maschi, ai miei due lati, terminata la sborra, a pisciarmi addosso. Il piacere che mi dava era indescrivibile, stavo scendendo negli abissi della zoccolaggine ed ero disposta a vantarmene, anche.
Mi girarono intorno, sempre pisciandomi addosso, e non mancando di irrorare abbondantemente i miei due buchi, aperti come due cloache.
Nel frattempo. Kim e Elisa erano salite a cavalcioni sopra di me, e mentre la prima mi pisciava in faccia, la seconda, calibrando il getto, stava facendo cadere il proprio liquido dorato sopra la fica.
Quello che cadeva, senza l’effetto frenante dei peli, scivolava nel culo. I due maschi finirono l’opera pisciandomi sulle gambe, sui piedi e sui miei infradito. Alla fine ero completamente fradicia…

Kim e Elisa, quando ebbero svuotato le loro vesciche, scesero dal lettino e si disposero ai due spigoli della spalliera.
I due maschi mi presero le gambe e le sollevarono, sì da scoprire meglio la vista del mio culo.
“Guardati ora, che ne pensi? ” disse Elisa.

Una felicità estrema mi pervadeva: di fronte a me vedevo quattro cacciatori intorno alla loro preda, una preda ridotta in schiavitù, presa nella posa più umiliante per una donna, con le gambe completamente aperte ad offrire il proprio culo e la propria fica, slargati, deformati e violati oscenamente per il loro piacere, e la preda ero io, lì, sporca di sborra e di piscio, che avevo fatto da paziente, da bambola e alla fine da cesso, con il dorato dei miei infradito che risplendeva nella luce tardo-pomeridiana.
“Credo di essere diventata una schiava perfetta”, dissi.
“Non ci sei diventata, c’eri già”, mi disse, mentre i due maschi si congedavano e Kim mi sfilava i divaricatori.
“Te l’ho detto, io ho solo fatto uscire la tua parte nascosta, se non fossi stata predisposta non avresti combinato tutto quello che hai fatto.
A proposito, è tutto registrato da una videocamera nascosta.
Ora vatti a fare una doccia, che dopo ci vediamo nello studio di là. Kim si rivestì da segretaria e andò a ricevere altri pazienti, mentre Elisa, reinfilatosi il camice, andò al suo tavolo.
Dopo essermi fatta la doccia, vidi che Kim aveva lasciato sul lettino il divaricatore anale a vite.
Chiuso era più piccolo di un vibratore, e me lo feci scivolare nella borsetta.

Poi andai da Elisa, che mi consegnò la videocassetta e mi tese la mano. Adesso la foga era sbollita, ed eravamo più calme.
La salutai e lei mi disse:
“Dopo quello che c’è stato un bacio me lo puoi dare, no? ”
“Beh”… Neanche il tempo di parlare e le nostre lingue si toccarono per mezzo minuto buono, dopodichè disse al mio orecchio:
“Guarda che il divaricatore non era lì per caso. è un gentile omaggio della ditta, e nessuna resiste alla tentazione di farlo sparire in borsetta… Pagamento e fattura da Kim, prego”
“Che bastarda”, pensai, uscendo
“però credo di amarla…” conclusi.

Mi preparavo a una notte di fuoco, però mi ricordai della promessa fatta venerdì. Allora telefonai alla mia amica ginecologa e, mentre rispondeva, lo sguardo mi andò al divaricatore in borsetta.
Lasciando perdere quel che volevo raccontarle, le dissi
“Stasera sei libera? “.
“Sì, chiudo prima, perché? ”
“Allora sei a cena a casa nostra. Ti devo raccontare della dottoressa che mi hai consigliato. ”
“Ma se è per questo possiamo vederci al mio stu…”
“Niente ma, è deciso. Stasera sei mia ospite”.
Sospirò. “E va bene, a stasera. Alle otto come al solito? ”
“Vada per le otto. Ti aspetto”.

E ti aspetto sì, pensai.

Cento metri più a destra c’era un negozio di calzature. Chiesi alla commessa un paio di infradito… FINE

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