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La partita a tennis con Luisa

La terza palla consecutiva finì in rete e Luisa, perdendo il punto, ebbe un gesto di stizza.
Si apprestò al servizio successivo chiedendosi come mai quella mattina giocasse tanto male.
Prima di lanciare la palla diede un’ennesima occhiata verso la piccola tribuna a destra del campo che, di solito vuota, quella mattina era occupata da un giovane che seguiva con attenzione le fasi del gioco tra lei e Teresa.
SI chiese se non fosse quello sguardo attento, quella figura elegante e composta, quei capelli brizzolati e ben pettinati, il motivo della sua deconcentrazione, ma quando la palla, colpita con violenza, passò a filo della rete e cadde nel rettangolo al punto giusto, Luisa sentì di aver superato la crisi e di stare per esprimere il meglio di sè in fatto di tennis.
Vinse il servizio e anche il punto successivo, poi passò in vantaggio e condusse la partita fino al termine.
Sorridente e sudata si portò al centro del campo e strinse, come d’abitudine, la mano che Teresa le tendeva, mentre le giungeva alle orecchie il rumore insolito di un battimano.
Si voltò verso la tribuna e, come si aspettava, il giovane era sempre là, solo, e stava applaudendo. Poi, sorridente, le si avvicinò.
– Bravissima! Ha giocato veramente bene! –
Luisa sorrise ancora e mormorò un “grazie” sollevando appena gli occhi sul bel viso sorridente inquadrato attraverso le maglie della rete di recinzione.
– Farei volentieri una partita con lei… se non è troppo stanca… –
Non si presentarono, nè scambiarono molte altre parole, limitandosi a un paio di sorrisi accattivanti prima di lanciarsi le prime palle.
Lo sconosciuto giocava bene e, Luisa se ne accorse dopo alcuni giochi, era mancino come lei. La partita si concluse con la sconfitta di Luisa per sei a tre, ma lei sorrideva quando si portò al centro del campo per la rituale stretta di mano.
– Lei è troppo bravo per me – disse, accentuando il sorriso.
– Ho soltanto avuto fortuna – rispose il giovane, che aveva anche una bella voce. – Mi scusi se non ho fatto il cavaliere, ma trovo stupido lasciarsi battere solo perchè lei è una donna. Che ne direbbe di concludere l’incontro con una bevuta a spese del vincitore? –
Di nuovo Luisa accettò e lo seguì verso il bar del circolo.
Seduti al sole, con un bicchiere in mano, chiaccherarono a lungo. Dal tennis ad altri argomenti e Luisa si chiese cosa la trattenesse a conversare con quello sconosciuto e cosa l’avesse indotta ad accettare il suo invito.
Non voleva confessarsi di essere affascinata dai begli occhi ironici, dal viso abbronzatissimo e dalle tempie striate di grigio, eppure a mano a mano che il tempo scorreva e che la conversazione si spostava sul piano confidenziale, lei si trovava sempre più a suo agio.
– Dove ha intenzione di pranzare? –
La domanda la colse impreparata e Luisa trasalì un po’, ma nascondendo la propria sorpresa dietro l’orlo del bicchiere, decise che l’invito era più che giustificato in quanto lei, a tennis, giocava senza vera nuziale e quindi lui doveva considerarla libera e forse disponibile.
Ritenne doveroso fargli conoscere il proprio stato e aggirare così l’invito.
– Sono sposata – gli rispose semplicemente, e di nuovo toccò a lei sorprendersi delle parole del giovane.
– Lo so. –
– Mi conosce? –
Il giovane scosse il capo.
– L’ho immaginato, o meglio, lo temevo. –
– Perchè? –
– Perchè lei è una donna tanto bella che sarebbe davvero insolito che non appartenesse già a qualcun altro. –
Suo malgrado Luisa fu confusa e compiaciuta del complimento e, non trovando nulla da dire, tornò a bere e a nascondere il viso dietro il bicchiere.
– Comunque, se lei riesce a considerare il mio invito come tale e cioè senza secondi fini, e vuole accettare, io ne sarei felicissimo. –
Luisa pensò per un attimo ad Aldo, suo marito, che non sarebbe rientrato prima di una ventina di giorni e ricordò il suo ostinato diniego quando gli aveva proposto di seguirlo in quel viaggio. Partecipava ad un congresso con i suoi colleghi. Poi guardò gli occhi simpatici del giovane seduto di fronte a lei e desiderò conoscerlo meglio.
Il sorriso spuntò sulle sue labbra senza sforzo.
– Accetto – disse. – Però a condizione che lei rispetti i patti e che cioè il pranzo non si trasformi in una serie di attentati alla serietà delle mie intenzioni di “sposa”.
– Promesso – disse il giovane ridendo.
Lei gli restituì il sorriso. Poi, finiti i beveraggi, scesero insieme verso gli spogliatoi e le docce.
Alla porta con la scritta “Donne” si separarono e lui proseguì fino alla successiva, riservata agli uomini, dopo essersi scambiato un ultimo sorriso e l’arrivederci al bar.
Sola, nel grande locale piastrellato, Luisa si spogliò in fretta e, preso dalla capace borsa, il grosso asciugamani, si diresse verso i box doccia. La propria immagine, rimandatale dallo specchio alla parete, fermò i suoi passi.
“Sono bella” pensò, “E il mio corpo è giovane e fresco, senza un filo di grasso superfluo. ”
Si immerse così profondamente nella contemplazione un po’ narcisistica di sè stessa che si accorse appena della figura silenziosa che si intrufolava nello stanzone.
Si voltò, in preda al panico, e tirò in alto le braccia per coprirsi con l’asciugamani, ma già due braccia robuste la afferravano ed un corpo magro e muscoloso aderiva al suo.
Aveva voglia di gridare, di svincolarsi, di fuggire, ma quando i suoi occhi incontrarono lo sguardo del giovane con il quale aveva giocato a tennis, la sua resistenza si afflosciò e Luisa ebbe improvvisamente desiderio di cedere, di permettergli di farle tutto ciò che voleva, purchè la mantenesse in quella sorta di languore morbido che la pervadeva da quando avevano terminato la loro partita.
– Aveva promesso… – protestò debolmente, mentre le sue labbra morbide cercavano le sue.
– Manterrò la promessa. L’invito a pranzo è senza secondi fini, però adesso non siamo a pranzo. –
Gli occhi sorridevano e le mani si facevano sempre più audaci, riuscendo, senza che Luisa potesse spiegarselo, a mantenerla ferma e ad accarezzarla nello stesso tempo.
– Ma… che fa? Potrebbe venire qualcuno! … – protestò ancora, ma il giovane parve non sentirla e trovate le sue labbra, le chiuse la bocca con un bacio.
Lei resistette, con le labbra saldamente chiuse, ma quando le mani cominciarono una carezza lenta e precisa in mezzo alle sue gambe, aprì la bocca e ricevette la carezza della lingua indemoniata del giovane.
Fu un bacio lungo, estenuante, durante il quale ogni parte del suo corpo fu esplorata, carezzata, toccata e, quando finì e il giovane la staccò un poco da se, Luisa già bruciava dalla voglia di continuare, di andare più oltre, di raggiungere quell’orgasmo del quale già sentiva le avvisaglie.
Solo in quel momento Luisa si accorse che il giovane era anche lui del tutto nudo e non potè trattenere una domanda.
– Ha attraversato il corridoio a quel modo? –
– Certo. Sapevo che l’avrei trovata nuda e mi è parso giusto mettermi alla pari. –
– Lei deve essere pazzo! – disse Luisa ridendo.
– Di te, sono pazzo! – esclamò il giovane e tornò a stringerla.
L’asciugamani cadde e la pelle calda di Luisa fu a contatto con quella altrettanto infuocata dell’uomo. Sentì la forza virile del membro che stava crescendo contro di lei e da quel momento ebbe un solo desiderio: stendersi, averlo sopra e lasciarsi possedere fino a godere di quel meraviglioso, inatteso incontro.
Gli cinse il collo con le braccia, lo trasse ancor di più contro di sé e porse il seno pieno ed eretto alle labbra che lo cercavano, poi spalancò le gambe alla mano che voleva inserirsi, e si lasciò esplorare, stringere, accarezzare la vulva.
Ad un tratto la mano si ritrasse dalle sue cosce e Luisa si sentì spingere fino a toccare con le spalle la pareta fredda e piastrellata del muro.
Ebbe un brivido, ma non si scostò e, mentre le labbra le percorrevano la gola e la nuca, sentì che lui stava chiedendole più spazio in mezzo alle gambe per consentire un passaggio ben diverso.
Per quanto avesse le gambe molli e trovasse scomoda la posizione, Luisa non ebbe la forza di opporsi e, quando sentì la presenza turgida sfiorarle le pieghe più intime del sesso, trattenne il respiro e si immobilizzò, in attesa.
Ma ciò che lei attendeva ormai con ansia mal repressa non avvenne. Il fallo teso si fermò in mezzo alle sue gambe e giocò col suo sesso già umido, continuando ad eccitarlo, ma senza osare quella penetrazione che l’avrebbe soddisfatta.
Appesa al collo dell’uomo, Luisa lo sentiva accostarsi e staccarsi, e ogni volta che si avvicinava, sperava che si sarebbe spostato di quel poco sufficiente perchè entrasse nel suo pube. Invece, ogni volta, lui tornava indietro, aggiungendo una nuova goccia di eccitazione al mare di desiderio che la pervadeva.
A un certo punto lei non ce la fece più, e portatasi una mano in mezzo alle cosce, afferrò il membro per puntarselo decisamente al centro del proprio sesso.
– Perchè hai fretta? – le sussurrò il giovane in un orecchio. Luisa lo desiderava talmente che si accorse di aver perduto anche il minimo senso del pudore.
– Perchè ti voglio e non posso più aspettare. –
– E non hai un posto dove invitarmi per farlo più comodamente? –
– Credevo che anche tu avessi fretta. –
– Si. Ma non così tanta da doverlo fare male, in piedi e col pericolo che sopraggiunga qualcuno a interromperci. –
Luisa annuì e, a malincuore, lasciò la presa e sollevò la mano ad accarezzargli il volto.
– Andiamo a casa mia – gli disse. – Mio marito rientrerà fra una ventina di giorni. –
Ebbe l’impressione che il giovane stesse per dirle “Lo so”, invece si sentì rivolgere l’invito a vestirsi.
– Stavo per fare la doccia… –
– Lascia perdere. Ti laverai dopo, a casa. –
– Perchè? –
– Perchè sarebbe spiacevole che assieme al sudore ti lavassi via dalla pelle anche il desiderio. –
Luisa lo baciò, ridendo.
– Sciocco, ci vuole ben altra acqua per spegnermi. –

– è un bel posticino – disse il giovane, ammirando la bassa costruzione in mattoni e il prato all’inglese ben curato che vi girava tutto attorno. – Tuo marito deve guadagnare bene. –
– è un medico. Lavora in un ospedale molto importante ed è molto bravo… – rispose Luisa gettando le gambe fuori dall’auto.
– Tu che fai? Di mestiere intendo – chiese poi mentre lo precedeva, camminando nel vialetto.
– Sono un semplice impiegato: lavoro al porto e mi occupo di pilotare le navi che entrano ed escono. –
– Strano – disse Luisa pescando dalla borsa un mazzo di chiavi con le quali fece scattare la serratura della porta d’ingresso: l’appartamento era grazioso e accogliente.
Mentre si guardava attorno, il giovane si ricordò della sua osservazione.
– Perchè strano? Cosa c’è di strano nel mio lavoro? – chiese.
– Niente. Non so… è che tu mi sembri più adatto per un altro genere di lavoro, che so… potresti essere un artista, un cantante, uno scrittore. Hai l’aria sfaccendata al punto giusto. –
Il giovane rise.
– D’accordo. Se mi capiterà un’occasione mi ricorderò che tu hai detto che ho le doti per sembrare un fannullone. –
Luisa intanto aveva finito di spogliarsi.
– Cavolo, sei la più bella donna che abbia mai visto! – esclamò il giovane.
Lei non si mosse, e si lasciò percorrere dallo sguardo prima e dalle mani leggere poi.
Quando lo sentì su di se, si stupì che fosse già nudo e si chiese come avesse fatto a liberarsi degli abiti senza che lei se ne accorgesse.
Pensò che era un magnifico giovane, che ci sapeva fare davvero e che avrebbe goduto molto se non lo avesse ostacolato.
Lui si rese conto della resa definitiva della donna e da quel momento si dedicò con tutto l’impegno alle zone più sensibili del suo corpo per farla godere presto e bene.
Le baciò la pelle delicata del collo, delle spalle e scese con la lingua lungo l’incavo delle braccia, limitando la carezza delle mani a un solo fermo contatto sulle mammelle piene e sode. Poi, spostando le mani, portò la lingua sui capezzoli, li titillò e leccò, alternativamente, fino a sentirli turgidi ed eretti. Allora li abbandonò e con la lingua morbida si aprì una strada attraverso il bacino di lei fino a raggiungere l’inguine coperto di folti peli castani, sui quali già giocavano le sue dita.
Aspirando a piene nari il suo odore di femmina vogliosa, il giovane spinse la lingua in mezzo al cespuglio e raggiunse la ferita umida del sesso.
La sentì reagire, contrarsi e cercare di sfuggire, e dovette afferrarle le cosce per mantenerla ferma.
Il lamento soffocato che uscì dalle labbra della donna gli confermò quanto lei apprezzasse quella carezza intima e lui rinnovò i movimenti della lingua, ne cambiò l’intensità e la direzione e coinvolse nella carezza tutta la superficie esterna del sesso contornato dai peli.
Luisa si sentiva colare. Aveva provato a resistere, a sottrarsi a quella carezza che le piaceva immensamente, ed invece non era riuscita a sfuggire alla forza invadente del giovane e ora si trovava in sua completa balia, già prossima a un primo orgasmo.
Sentì l’ondata sopraggiungere in sincronismo con i movimenti della lingua che si agitava dentro di lei e non riuscì a trattenere il prorompente grido di gioia che le nacque in gola.
Cominciò ad agitarsi, a muovere le anche, a sobbalzare, ritraendosi ed offrendo di più, e godette sulla bocca spalancata che continuava implacabile la propria carezza.
Il giovane si sollevò sulle braccia e si stese completamente sopra di lei, facendole sentire in mezzo alle cosce aperte la presenza inequivocabile della sua eccitazione. Luisa si sentì penetrare teneramente e si spalancò al massimo per favorirlo poi, mentre la sua carne faceva spazio al membro che avanzava, lei prese a muovere i fianchi per trarne il maggior piacere.
Un attimo dopo il pene era tutto in lei ed entrambi si fermarono paghi e felici di quel loro contatto profondo, perfetto, poi il giovane si scatenò e i colpi si succedettero rapidi, forti, incessanti e Luisa godette di nuovo e poi ancora e ancora.
Ad un tratto si sentì sollevare le gambe. Si ritrovò le ginocchia premute contro il viso e nella seminconscienza dell’orgasmo che stava vivendo, sentì un po’ di dolore allo stomaco, per la posizione innaturale che aveva dovuto assumere, ma quando avvertì la profondità delle sue viscere che lui riusciva a raggiungere, scavando quasi in lei un percorso fino allora inesplorato, accettò il sacrificio di buon grado e si sforzò a sua volta per piegarsi di più, per esporsi maggiormente.
L’organo teso del giovane cavalcò a lungo dentro di lei e Luisa fu felice di tanta resistenza che le permetteva di godere a lungo come mai le era capitato.
Sentì un colpo più forte degli altri e subito dopo fu libera e vuota. Forse è finita, pensò, e fece per sollevare le ginocchia, ma sentì le mani tornare a premerla per mantenerla in quella posizione e il membro durissimo spingere di nuovo contro il suo corpo.
Si rilassò e attese, ma un dolore acutissimo e improvviso le strappò un urlo.
Cercò di abbassare le gambe, di sgusciare da parte, di muovere le braccia per spostarsi, ma fu tutto inutile. Il pene turgido le si era poggiato con decisione in mezzo alle natiche, e aveva indovinato la via con tale precisione che alla prima spinta era penetrato a fondo nel suo ano, causandole l’atroce dolore che aveva risvegliato le sue purtroppo tardive reazioni.
E ora, mentre si dibatteva in modo scomposto per impedire quel doloroso possesso, il grosso fallo che tanto l’aveva fatta godere le strappava vere e proprie grida di dolore.
Lo sentì penetrare ancora e temette che non sarebbe finita più e che il dolore l’avrebbe sopraffatta. Invece, con sollievo, avvertì che era arrivato in fondo e che si immobilizzava dentro le sue viscere.
Cercò di rilassarsi, di ospitarlo meglio. Alcune sue amiche permettevano ai loro mariti di amarle in quel modo, specie durante il periodo mestruale e le avevano detto che godevano e che era quasi altrettanto bello che farsi scopare. Luisa cominciò a sperare che sarebbe andata così e che anche lei avrebbe finito col trovare bello il coito anale, che fino ad allora aveva aborrito e temuto. Forse l’unica cosa intelligente da fare era smettere di dibattersi e favorirlo: se non altro avrebbe reso l’atto meno doloroso.
E le speranze di Luisa si concretarono, solo che il godimento tardò così a lungo che alla fine lei non seppe se ne era valsa la pena. Per tutto il tempo che il giovane la sodomizzò il bruciore nel suo retto e il dolore per lo stiramento dell’ano furono così forti che lei cominciò a godere solo quando sentì i getti caldi dell’uomo inondarle gli intestini e seppure il godimento fu intenso, lei rimase un po’ insoddisfatta e con un bruciore fastidioso nel punto dove era stata penetrata.
Dopo, mentre fumavano una sigaretta, il giovane la guardava con occhi strani. Lei accennò un sorriso timido e fu sorpresa di non vedere in lui alcuna reazione.
– C’è qualcosa che non va? – si azzardò a chiedere.
– Nulla – rispose il giovane, ma per lei fu subito evidente che mentiva.
– Davvero va tutto bene? – chiese ancora lei.
– Tutto okay, davvero. –
Scese dal letto e cominciò a passeggiare per la stanza.
Luisa stette a guardarlo: quel giovane le piaceva in modo indecente. Lo aveva conosciuto da poco più di due ore e già gli si era data in modo così incondizionato da farle temere il peggio.
Non poteva permettersi di innamorarsi, Luisa, e invece quel giovane alto, dai muscoli lunghi e dai capelli argentei sulle tempie, suscitava in lei sensazioni che ai tempi del liceo lei non avrebbe esitato a definire come le avvisaglie di una “ubriacatura”.
Cercò di scuotersi, quando lo vide avvicinarsi alla finestra. Immaginò che stesse sudando come lei e che volesse una boccata d’aria fresca, ma quando lo vide azionare il comando che sollevava la tapparella, si alzò di scatto e gli corse accanto.
– Che fai? – gridò quasi. – Ci può essere gente, là fuori! –
Lui ora sorrideva. Sembrava felice come un bambino.
Alzò del tutto la tapparella, per esporre sè stesso e la donna che aveva accanto agli sguardi di chi si trovasse a passare.
La prima persona che vide, fu un vecchio che stava guardando nella loro direzione dalla propria poltrona di vimini nel giardino di fronte, pochi metri lontano.
– Ehi, nonno! – esclamò il giovane, trattenendo per un braccio Luisa che cercava di sottrarsi dalla visuale. – Lo sapevi che la moglie del dottore è una puttana? – Attese un attimo per rendersi bene conto che il vecchio stesse ad ascoltare e vedesse la scena, poi lasciò andare il braccio di Luisa e seguitò, sempre rivolto allo stupefatto spettatore.
– Fammi il piacere di raccontarlo a suo marito, quando torna… capisci bene che io non posso restare qui ad aspettarlo. –
Voltò le spalle alla finestra, senza attendere risposta e si rivestì con calma. Luisa era uscita dalla stanza: forse era in cucina, oppure in bagno. Magari stava piangendo o imprecando contro di lui.
Terminò di vestirsi e, accendendosi una sigaretta, si diresse alla porta.
La trovò in anticamera, seduta su una poltrona, ancora nuda.
Non piangeva, nè stava pronunciando invettive a denti stretti contro di lui. Si limitava a guardarlo con tristezza.
– Perchè hai fatto quella cosa orribile? – chiese con un filo di voce, mentre lui stava per aprire la porta.
Il giovane si fermò e si voltò a guardarla.
– A quale cosa orribile ti riferisci? –
– Al vecchio e a quello che gli hai detto, dopo aver spalancato la finestra… –
– Era una cosa premeditata. L’ho fatto apposta. –
– L’ho capito. Ma perchè? –
– Chiedilo a tuo marito, se proprio lo vuoi sapere, forse lui te lo dirà, forse no. Dipende da quanto sarà arrabbiato. –
– Non ci vedremo più, vero? – la voce di Luisa era ormai un sussurro.
– No. –
L’ultima parola la pronunciò dopo aver aperto la porta e Luisa non ebbe neppure il tempo di replicare. Quando fece per aprire la bocca si ritrovò da sola nella vasta anticamera vuota.
Non conosceva neppure il suo nome. FINE

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