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La passeggiata tanto per

Fin li tutto era andato bene. Una passeggiata splendida iniziata alle otto del mattino quando il sole era appena sorto e l’aria profumava di terra bagnata e di muschio.
Avevo camminato per ore quasi senza rendermene conto poi, all’improvviso, uscito dal bosco di pini, avevo visto sotto di me l’intera vallata e, piccolo punto all’orizzonte, il paesino da cui ero partito.
Guardando l’orologio mi accorsi che erano le undici: avevo camminato per tre ore senza neppure sentire il peso dello zaino sulle spalle, assorto nei miei pensieri e dimentico persino della sete e della fame.
Con sorpresa mi accorsi che la borraccia era vuota a metà, quindi avevo persino bevuto ma in modo talmente distratto da non rendermene conto. Davanti a me ora c’era un grande prato e poi il rifugio. La montagna saliva ancora ma sapevo che da lì in poi il sentiero si sarebbe fatto più pericoloso, entrava in un vallone scosceso che già con mia moglie avevamo provato a percorre ma arrivati a poche centinaia di metri lei aveva preferito tornare indietro, spaventata dal baratro che in alcuni punti accompagnava il piccolo sentiero.
Ma questa volta ero da solo, mia moglie non aveva neppure voluto venire in montagna, preferendo soffrire il caldo di questa fine di luglio in città piuttosto che sopportare la mia nevrosi.
“Vai, vai da solo”, mi aveva detto qualche sera prima, “può darsi che stando in compagnia di te stesso tu ti renda conto che forse stai esagerando, che il lavoro non è tutto, che attorno a te ci sono esseri viventi e non servitori delle tue abitudini”.
Non avevo voluto litigare anche se mi sarebbe piaciuto, sentivo l’ira che montava dentro di me. E neppure questa passeggiata mi aveva aiutato a sbollirla, anzi , mi sembrava molto più insopportabile del solito questa sua incapacità di capire che se io ce l’avessi fatta, se avessi sfondato sarebbe stato tutto più facile e che ancora pochi mesi, un anno al massimo, e avremmo potuto anche concederci un figlio.
“Tutto al tuo comando, vero? Persino chi deve ancora venire al mondo deve aspettare che tu sia pronto. Non ti sembra di esagerare? “.
No, non mi sembrava di esagerare e non mi sembrava neppure in quel momento. Anzi, adesso mi venivano in mente tutte le risposte che non avevo dato a mia moglie le sere che tornando a casa lei mi assaliva. D’altra parte avevo ragione io, non lei anche se mi mancava da matti il suo corpo che da tempo mi rifiutava al punto che da qualche settimana preferiva dormire persino nella camera pronta per il bambino che dovrà arrivare.
Ma solo quando lo deciderò io, perché di vite povere mi è bastata la mia.
Ecco, litigando mentalmente con mia moglie avevo superato il rifugio e continuavo a salire. Me ne resi conto solo quando la strada divenne molto stretta e il sole scomparve ingoiato dalla vallata sempre più infossata.
Ma non avevo paura, tutto si può vincere, pensavo, anche la montagna, e proseguii.
La natura, quasi a darmi ragione, mi aveva infine fatto trovare un altopiano con dei minuscoli laghetti. Decisi, visto che oramai erano le due, che forse potevo mangiare e riposarmi. Tirai fuori dalla zaino l’occorrente, mi sistemai vicino ad un sasso, attento a non lasciare immondizie e… mi addormentai. Sì, mi addormentai cullato dal sole e dal silenzio.
Poco dopo mi parve di sentire delle voci, aprii leggermente un occhio e vidi intorno a me dei ragazzi che correvano. Mi parve incredibile che si fossero spinti fin lassù ma pensai a gente del posto e mi riassopii. Mi svegliai definitivamente per il freddo e mi accorsi che era quasi buio.
Ora, se c’è qualcosa che non sopporto è trovarmi col buio in un posto che non conosco, perdo tranquillità e sicurezza, quasi mi metterei a chiamare aiuto. Per cui raccolsi velocemente le mie cose e mi avviai verso il rifugio. Incredibile a dirsi avevo dormito per ore ed ormai erano le otto di sera, così pensai che la cosa migliore sarebbe stata arrivare al rifugio, due ore di strada e, chiedere ospitalità per la notte.
Mi avviai cautamente per il sentiero ma dopo poche centinaia di metri mi imbattei in due ragazzi che tornavano verso l’altopiano. Lì il sentiero era molto stretto e al buio non si riusciva a vederne i contorni così mi fermai spalle alla montagna per farli passare. Invece di proseguire i ragazzi si fermarono a qualche metro da me.
“C’era qualcuno con lei sull’altopiano? ” mi chiese uno di loro.
“No – risposi- ero solo”.
“Vedi – disse al compagno – te l’avevo detto. Sicuramente è davanti a noi, e probabilmente sarà già rientrata”.
Tornarono quindi a scendere e in breve, abituati probabilmente alla strada, scomparvero alla vista.
Strizzando gli occhi per meglio abituarmi al buio che diventava sempre più fitto, mi disposi di nuovo alla discesa quando sentii in modo impercettibile ma chiaro un rumore di passi provenire dalle mie spalle.

Avrei potuto far finta di niente ma poi pensai che forse si trattava della persona che i ragazzi stavano cercando. Provai a chiamare a gran voce per richiamarli ma l’unica risposta che venne fu quella di una giovane donna spaventata:
“Mi aspetti, la prego! ”
MI fermai ma poi pensai che l’avrei aiutata ulteriormente se mi fossi avvicinata a lei ma fu un errore: in quel punto il sentiero faceva una piccola curva e si stringeva ulteriormente , così urtai inavvertitamente con lo zaino, persi l’equilibrio, agitai le mani per afferrarmi a qualcosa di stabile ma percepii solo la stoffa di un vestito e trascinai con me, in una rovinosa caduta, la persona che stava raggiungendomi.
Non so dire per quanto precipitammo, pensai solo a stringere forte la ragazza per evitare di perderla di vista sperando prima o poi di fermarci in qualche punto.
Probabilmente rotolammo ma senza incontrare spuntoni di roccia perché, quando finalmente ci fermammo, ero indolenzito, dolorante, ma in grado di muovere mani e piedi.
La ragazza tremava e piangeva, provai a scuoterla e a parlarle finché non mi rispose.
Solo allora, sentendo dei buoni punti di appoggio sotto gli scarponi, mi mossi delicatamente per sfilarmi lo zaino, ne tolsi la borraccia e i maglioni che sempre mi portavo dietro.
Le diedi da bere, la coprii e finalmente smise di piangere.
“Dove siamo? ” mi domandò.
“Non lo so – le dissi – ma ci conviene aspettare qui che venga l’alba”.
“Qui? Non è possibile, mi aspettano al rifugio, dobbiamo andare via subito! ”
“Non dirlo neppure per scherzo, non si vede nulla ed ogni movimento è pericoloso. In più chi era con te ti stava cercando e non trovandoti tornerà. Ma ormai è troppo buio. Domani mattina tutto andrà a posto. Sei ferita? ”
“No, credo di no. E tu? ”
“Neppure io, quindi è andata meglio di come poteva andare. Aspetta, ti appoggio lo zaino per terra così puoi riposare un po’”.
“Grazie, volentieri. Però stai qui vicino a me, ti prego”.
Fu così che in una notte buia, in un luogo sconosciuto, forse a rischio di scivolare ulteriormente verso il basso, mi trovai sdraiato accanto ad una donna di cui non conoscevo il nome e che adesso mi stringeva la mano come se fossi l’ultima cosa che gli rimaneva.
Mi trovai pensare alla strana sensazione che dava il sentirsi in un ruolo del genere, mi sentii importante e, strano a dirsi, sereno.
Così sereno che mi girai verso la ragazza cercando di immaginarne, senza molto successo, il volto.
La notte mi consentiva di sceglierle il colore dei capelli che preferivo. La pensai mora, con gli occhi chiari ed un ovale perfetto.
La cinsi con una braccio, lei si strinse di più a me e si addormentò.
Ora, non so cosa penserete di me dopo che l’avrò confessato, ma l’essere in quella situazione, con una ragazza al fianco finì per eccitarmi e con la mano con cui l’avevo cinta cominciai a percorrere il suo corpo. Le accarezzai i seni, il ventre, le gambe, mi infilai sotto la gonna, incredibilmente lunga per una che passeggiava in montagna, arrivai al pube e mi fermai a giocare con le dita cercando di intuire la forma del suo sesso sotto le calze e gli slip.
Per un attimo pensai che mi sarebbe piaciuto liberarmi dei pantaloni, spogliarla e fare l’amore con lei, in fondo mi doveva pur qualcosa per averla salvata, no?
Ecco, a questo pensiero rimasi come fulminato. L’erezione svanì in un attimo, ritrassi la mano e ringraziai Dio che lei non si fosse accorta di nulla e continuasse a dormire fiduciosa della mia presenza.
D’un tratto capii quello che mia moglie aveva tentato di dirmi in questi ultimi mesi e la cosa mi umiliò. Chiesi mentalmente scusa a mia moglie e alla ragazza che avevo al fianco, chiusi gli occhi e mi addormentai.
Provate a dormire, vestiti, sdraiati sulla terra: al mattino saprete come mi sentii io appena sveglio. Le ossa rotta, la schiena a pezzi e gli occhi feriti dalla luce improvvisa.
In più sentivo delle voci venire dall’alto e provai ad alzarmi di scatto per chiedere aiuto e se due mani non mi avessero trattenuto sarei ripiombato a terra.
Una suora mi guardava sorridendo e ci misi un intero minuto a capire che avevo passato la notte con una religiosa, che appena sveglia si era svincolata dal mio abbraccio ed era andata a cercare il copricapo.
“Vieni- mi disse- sono venuti a prenderci” ed io la seguii come un bambino obbediente.
I soccorritori vollero per forza portarmi in ospedale dove mi tennero per due giorni in osservazione e al momento di uscire vidi entrare mia moglie in camera piangendo disperata per aver saputo solo poche ore prima quanto mi era successo. La abbracciai stretta, la baciai a lungo e le disse una sola cosa:
“Andiamo a casa, ho voglia di far l’amore con te”.
Della suora non seppi più nulla ma, e mi sorprese il mio dolore a quel pensiero, non avrei mai scoperto di che colore aveva i capelli. FINE

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