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Lucia

La convivenza di Lucia con la sua amica Lavinia cessò d’improvviso, ma non per loro volontà. Più semplicemente, la padrona di casa s’era stancata del continuo via vai e della confusione notturna, e le aveva sfrattate anzitempo. Abitava al piano di sotto, una signora sui quarantacinque, con i capelli già bianchi, avvelenata con il mondo e se stessa. Tre figli e un marito fuggito con un’altra quando una mattina s’era accorto che la donna che aveva sposato non era più la stessa.
Lucia usciva da un periodo burrascoso e anche un buco le sarebbe bastato. Invece fu più fortunata, un appartamento luminoso con terrazzo. Decise d’istinto che avrebbe dipinto di verde le pareti della camera da letto. Un verde cupo, che richiudesse la sua pena, ma morbido come velluto.
La camera verde faceva uno strano effetto sugli uomini, perché li rendeva più disponibili alle tenerezze che non all’amore sessuale, e Lucia ci passava la gran parte del tempo. Aveva guadagnato il suo tempo, lo aveva davvero posseduto. La rivoluzione s’era conclusa, e lei avevo vinto. Per premio ci fu una splendida situazione di “non luogo a comunicare”. Ora, il nuovo mondo le era estraneo e non riusciva a comprenderlo. Era fatto di parole e immagini nuove. Così, quasi senza un motivo, iniziò la sua passione per la fotografia. Fermava su pellicola qualsiasi immagine suscitasse in lei un’emozione, un turbamento.
Catturava, immobilizzava, ogni soggetto-oggetto, già immobile di per se stesso. La macchina fluttuava nelle sue mani come materia plasmabile, il resto era solo un vago contorno.
Per diverso tempo non ci furono uomini nella sua vita, troppo fresca era ancora la ferita per quell’amore mai compreso fino in fondo. Poi, d’improvviso, apparve lui. Era giovane, molto giovane: dieci anni meno di lei. Il corpo ben fatto, i capelli corvini a incorniciare un profilo mediterraneo.
Si chiamava Tiziano. Uscì con lui qualche volta. Una passeggiata, un cinema, una pizza. La intrigava il suo corpo, e quando lo invitò a posare, lui non disse di no.
Ma forse voleva dimostrare qualcosa a se stesso.
Arrivò nel primo pomeriggio. Bevvero qualcosa per spezzare il disagio, ma Lucia non aveva alcun dubbio su come sarebbe andata a finire. Da troppo tempo non sentiva la ruvidezza della pelle maschile sotto le labbra, una bocca d’uomo sui seni, sul corpo. E quell’odore di muschio che inebria le nari. Riempì due bicchieri, molto pieni. Vuotò il suo in un colpo, mentre vedeva chiaramente le riflessioni di lui e le domande che si stava ponendo, ma non si mostrava impacciato. Il cielo era di piombo, i tuoni squassavano l’aria, in breve, iniziò a piovere a dirotto. Lucia versò ancora del whisky, poi restarono seduti nella penombra rischiarata dai lampi.
– Guarda, la natura si sta sfogando – disse lei, avvolta nella nuvola di fumo di una sigaretta.
– Ne ha bisogno – rispose, laconico.
Le piaceva quel suo atteggiarsi a duro.
– Iniziamo, allora? – mormorò dopo un po’.
Voleva vedere Tiziano così come le era apparso in una fuggevole visione: nudo e con il sesso eretto.
– Quando vuoi!
Guardò il suo nobile viso, mentre il suo corpo desiderava l’uomo che era già nel ragazzo. L’afferrò un desiderio di soddisfazione così forte, che avrebbe voluto massaggiarsi i seni per placarlo. Dei piccoli aghi le punzecchiavano le cosce, la pelle bruciava. Voleva essere toccata, abbracciata, ma prima voleva le foto. Bevve un altro sorso.
Tiziano si spogliò con disinvoltura apparente, mentre lei fissava ammirata la selva di peli ricci e neri tra le gambe.
Gli aveva già spiegato cosa aveva intenzione di fare, ma ora vedeva i suoi occhi chiedersi se l’interessamento fosse soltanto professionale. Non sciolse i dubbi, perché le piaceva quell’incertezza.
Insieme, dipinsero di bianco il corpo di lui. Mentre Lucia spalmava la tinta, aveva voglia di esplorare con la lingua il solco tra i due sodi globi di massa carnosa e virginale che costituivano il bel culo armonioso, ma si trattenne. Di tanto in tanto, sbirciava il suo cazzo, che si andava inturgidendo sotto l’effetto dei massaggi. Aveva la gola inaridita, e avvertì un leggero umidore tra le gambe. Tuttavia cercò di concentrarsi sul lavoro da fare.
– Ehi, non voglio fare foto porno – disse, con un sorriso, indicando con un dito la sua mascolinità ormai gonfia.
– Sì, scusami. Non sono di legno.
Sorrise di nuovo, poi cominciarono. Sul corpo dipinto di bianco, Lucia proiettava delle diapositive realizzate in precedenza a quello scopo. L’effetto era a dir poco sorprendente. Su Tiziano si materializzavano paesaggi e figure di ogni tipo. Lei fotografava. Si eccitava. Clik. Il motore della macchina fotografica ronzava.
– Gira lentamente su te stesso – sussurrò con voce roca.
Clik. Ancora il sottile ronzio. Incandescenti fondali. Clik. Il suo desiderio montava nel buio della stanza, illuminata appena dai bagliori del corpo di lui. Clik. Un groppo le faceva su e giù per la gola. Clik. Tra le gambe era un lago. Clik. Il suo ventre pulsava. Clik. Il rullino finì. Clik. Ma una sottile perversione le fece continuare la commedia. Clik. Non voleva interrompere quegli attimi magici. Clik. Il miele colava, bagnandole le cosce. Clik. I capezzoli erano turgidi e tesi.
Pazza di desiderio buttò la macchina sul divano e s’inginocchiò di fronte a lui, che non si mosse. Afferrò con le labbra il suo tenero cazzo, e cominciò a succhiare.
La tintura – per fortuna non tossica – si scioglieva nella sua bocca con un dolce sapore, mentre l’asta si ergeva con prepotenza. Avvertiva il suo afrore selvaggio. Sì, pensò, così deve entrare in me! Molto profondamente! Adorava quel fallo come fosse stato un dio primitivo. Tiziano posò le mani sulla sua testa.
– No! Non mi toccare. Resta così, non ti muovere. Godi.
Una corteccia d’albero dalle mille tonalità si proiettava sul suo corpo, e lei ne succhiava la linfa. Una lasciva saracinesca, e lei ne puliva la ruggine. Un muro lussurioso, lei lo dipingeva.
Un cielo nuvoloso, e si bagnava alla pioggia. Poi si ristorò ai raggi di un sole infuocato, e beveva le pure acque di un torrente montano. Sapientemente restaurava affreschi in rovina. Il preparato sul suo corpo si scioglieva al loro piacere.
La pelle di Tiziano brillava, mentre gocce di sudore scivolavano sul ventre, tra le gambe, sulle cosce forti e muscolose. Fremeva d’impazienza. E lei gioiva della lussuria che egli sprigionava.
Le sue labbra accarezzavano il sesso in modo tale che non riusciva a reprimere le grida, e tanto penetrante era l’estasi che improvvisamente dal suo fallo si propagò a tutto il corpo di lei, lasciandovi il fuoco. Piccole lingue saettavano nel buio e la facevano ardere. Sentiva ormai la promessa dell’immenso piacere maschile, mentre con dita leggere palpava la pelle dello scroto. Egli rabbrividiva. Era caldo di desiderio. Tra le sue labbra pulsava il cuore dell’uomo. Così duro, così uniforme, così terribilmente mascolino. La bocca afferrava e lasciava il turgidissimo membro con movimenti sempre più rapidi e frequenti, mentre un rauco ansimare riempiva la stanza. I muscoli del ventre protesi, irrigiditi, Tiziano attendeva. Lucia avrebbe potuto piangere tanta era la tenerezza che provava. La sua lingua premeva contro la compattezza del cazzo, fino a sentire il profondo pulsare delle vene. Oh, mio caro, mio meraviglioso caro uomo!
Tiziano respirò profondamente, il suo petto si gonfiò nell’attesa del piacere imminente. L’attesa spasimante trapassò in lei. I seni bruciavano, mentre la lingua scivolava fremente. Quando stava per avvenire, mosse le mani intorno al suo corpo. Sentii la piccola apertura del culo, la piccola rosa dischiusa. Provò a forzare. Egli s’impennò, come sotto lo stimolo di una frustata, entrando a fondo nella sua bocca. Si tese nell’orgasmo.
E infine la forza vitale zampillò calda nella sua gola. Ingoiò il seme, mentre egli svuotava completamente i suoi polmoni dal fiato. Lucia sollevò di scatto il capo, la bocca gocciolante di sperma, e gli sussurrò con voce rotta dall’emozione:
– Sei meraviglioso!
Per tutto il tempo non avevano più sentito l’imperversare del temporale. Ma, d’improvviso udirono nuovamente i tuoni che spezzavano il cielo, mentre saette di luce penetravano dalla tapparella abbassata. Lucia si rialzò.
– è stato fantastico – biascicò lui, la voce ancora roca dal piacere.
Lucia lo prese per mano. – Vieni! Andiamo a farci una doccia.
Non avrebbe mai immaginato che si sarebbe innamorata di Tiziano. Invece fecero coppia fissa per oltre un anno. Lucia portava in giro il suo giovane come fosse un trofeo. Nelle serate con i suoi amici, il ragazzo non apriva bocca, non interveniva nelle discussioni. Non sapeva cosa dire.
Guardava tra i libri, sceglieva un disco. Questo evidente squilibrio, nell’intimità doveva pur essere compensato.
Ma non si può cambiare la natura e neanche l’età. In definitiva, il suo essere donna voleva un uomo a cui sottomettersi.
– Voglio che mi frusti. – Così, con semplicità, gli disse una volta.
– Ma che dici? sei pazza?
Pensava d’aver trovato la soluzione. Qualcosa in lei anelava alla violenza e voleva sottomettersi a lui, a Tiziano. S’avvicinò, lo baciò, mentre già scioglieva la cinghia dei pantaloni e gliela metteva in mano.
– Battimi – ordinò.
– Sei una pazza!
Il viso era alterato da una smorfia, ma Lucia gli leggeva negli occhi uno scintillio perverso.
Sollevò sui fianchi la stretta minigonna e si chinò sul pavimento.
Lo fissò di sbieco.
– Battimi – ripeté, muovendo il culo come una puttana di strada.
Riuscì finalmente a farsi odiare. Tiziano alzò il braccio. Uno schiocco, poi la lingua di fuoco le lambì le natiche. Il dolore fu come una pugnalata e penetrò profondamente, molto profondamente nella sua carne. Un immane calore che invase la pelle: dalla natiche alla schiena, al collo, dal collo al seno, dal seno al sesso. Un tremito la percorse, mentre notava il rigonfiamento che deformata il davanti dei pantaloni di lui.
– Spogliati – disse Tiziano a un tratto.
Lucia non oppose resistenza. Un’umiltà servile si era insediata in lei. Aspettava con impazienza l’umiliazione, il dolore lacerante della frusta. Solo questo anelava. Strappò in fretta la camicetta, con un desiderio fremente di liberazione. Ora, voleva soltanto che si negasse in lei il potere che aveva su di lui.
Un potere dettato dall’età che non si poteva cambiare.
– Sì, battimi – bisbigliò ancora.
Tiziano alzò di nuovo il braccio. Lei lo guardava in volto: i suoi occhi bruciavano. Poi, la cinghia avvampò di nuovo sui lombi, come un ferro incandescente. Con un gemito cadde sul pavimento e si contorse sotto la seconda frustata. Il colpo giunse così rabbioso che le compresse i polmoni e ne fece uscire l’aria. La dilaniava un brutale tormento. Ma ecco che calò un altro colpo, che la fece barcollare e ricadere su un fianco. E un altro… un altro ancora… e ancora. In un mare fiammeggiante di convulso martirio, l’ardore diventava sempre più luminoso. Bruciava, quando emise un grido così alto che riuscì a percepire anche se era invasa dall’estasi tagliente. Scossa da un fremito incontrollabile, si toccò tra le gambe. Era incredibilmente umida e appiccicaticcia.
Mentre Tiziano gettava la cinghia in un angolo, continuò a carezzarsi velocemente, gemendo. Fino a venire. Poi si voltò verso di lui: era seduto sul divano e piangeva.
– è meglio che non ci vediamo più! – le disse dopo un po’, con una espressione assente negli occhi.
Pensava che scherzasse, e invece ben presto si accorse che faceva sul serio. Tiziano non si fece più vedere.
Fu come precipitare da un’alta rupe e sfracellarsi al suolo.
Di lei non rimasero che minuti frammenti, inezie di personalità impossibili da raccordare tra loro. Tutte inutili furono le parole; inutili le telefonate, i “non succederà più”.
Niente, non voleva più vederla.
Tiziano viveva da sua sorella ormai da tre mesi, quando un pomeriggio si presentò da lui con un’idea ben chiara nella testa. Sapeva che lui non le avrebbe parlato, ma una settimana prima l’aveva visto sulla sua moto; sul sedile posteriore, una massa di biondi capelli che scivolavano fuori da un casco.
Quando Tiziano aprì la porta, lì sul pianerottolo, con una lametta, Lucia si diede tre colpi secchi al polso sinistro.
Il sangue zampillò da ogni parte, inzuppando lui, se stessa, il pavimento… E mentre immobile aspettava l’oblio, un suo gesto di conforto, la sorella accorse, inorridita. Cacciò un urlo e rientrò nell’appartamento, Un attimo dopo riapparve, le gettò un asciugamano, suonò affannosamente al vicino, afferrò Tiziano per la spalla e richiuse la porta. Lucia restò lì, svuotata da ogni angoscia e dolore, con il vicino che non sapeva che fare.
– Mi porti in ospedale – gli disse infine Lucia.
Fu lei ad indicare la strada a quel signore attempato, preoccupato più che non le sporcasse i sedili che per altro.
Ma non sarebbe morta. Non in quel modo, disse il dottore.
– Se vuoi veramente farla finita, devi tagliare le vene in senso longitudinale, e non trasversalmente come hai fatto. Ma se poi vuoi fare davvero in fretta, taglia la giugulare, e stai tranquilla che qui non ci arrivi di sicuro – consigliò.
Non stette a perdere tempo con frasi del tipo: perché l’hai fatto? tutto si risolve! Ma sul referto scrisse “incidente”, così da non dover fare il rapporto alla polizia. E la cosa finì lì.
Lucia non rivide più Tiziano, neanche per caso. Si rinchiudeva nella camera verde, il suo rifugio contro il mondo, si diceva, e passava le giornate a rimettere insieme i cocci della sua distrutta personalità.
Vi è mai capitato di essere soli? Non intendo il comune star soli, che può essere del tutto normale. Intendo la ‘solitudinè. Ebbene, lei era sola. Vagava in uno stato di apparente inesistenza. E fu la camera verde e il comò fine ottocento della nonna, che vedeva fin da quando era bambina, che la salvò dalla pazzia.
Andava a letto presto, la sera, anche se poi passava molto tempo prima che riuscisse a dormire. Niente televisione, leggeva.
Lasciò che il telefono le fosse disattivato, tanto non voleva che qualcuno la cercasse. Ma aveva sempre freddo. Era ‘solà! E beveva. Beveva senza voglia, solo per riscaldarsi e poi addormentarsi stanca. Non si toccava neanche più per darsi il piacere da sola, il suo corpo la ripugnava. Era brutta: si odiava!
Sei mesi.
Finalmente, la notte di capodanno, tra i lampi dei fuochi d’artificio, tra gli spari, le voci chiassose, l’allegria delle feste, sola nella camera verde, suo grembo materno, decise di compiere quell’operazione che sapeva le avrebbe permesso di tornare a vivere ancora.
Preparò ogni cosa con diligenza e poi si stese sul letto, pronta a quella che sapeva sarebbe stata una lunga notte di dolore. Un parto autogestito della sua nuova vita.
Ma impiegò molto tempo prima di trovare il coraggio e d’impulso premere il pulsante dell’avvio per lasciare che l’immagine della diapositiva esplodesse sul telo. Grande, incommensurabilmente grande, apparve il volto di Tiziano, mentre una fitta lacerante trafiggeva il suo cuore. Fissò l’immagine lungamente, cercando nel suo volto le tracce di quel che sarebbe successo nel futuro. Qualcosa lesse, negli occhi neri, brillanti, sibillini e testardi.
Altre immagini poi si susseguirono, ne aveva più di mille. In autunno, in primavera, al mare, in montagna, a passeggio in un borgo, in studio per una posa, disteso languidamente sul letto di un albergo, con quegli orribili jeans rossi che chissà dove aveva trovato. Tiziano sulla moto, Tiziano appoggiato a un rudere. Lucia aveva il petto gonfio d’affanno, il dolore montava, ma non riusciva a trovare la via per fluire da lei.
Tiziano nudo, in cento e una posa. Passò lentamente tutte le immagini, nulla doveva sfuggire al suo sguardo, nulla doveva restare depositato nei recessi profondi della coscienza, per poi tornare a imbiancare le sue notti. Lei, cannibale, mangiava la sua carne, per possederla, per liberarsi di lui.
L’immagine della cinghia le trapanava il cervello. Perché si era fatta battere? Cosa cercava? Cosa aveva ottenuto? Avanti, ancora avanti! In viaggio. Il mondo era stato loro. Maledetto! Maledetto! Maledetto! Il lungo tormento sembrava non aver mai fine. Mentre le immagini proseguivano, chinò infine il capo, investita dalla massa dei ricordi. E finalmente successe. Si sciolsero i nodi che legavano il suo petto e lacrime senza freni sgorgarono a riempire il vuoto del cuore. Pianse, si commiserò, accovacciandosi stretta stretta su se stessa. S’abbandonò con sollievo alla sua pena infinita.
Le fotografie scorrevano di fronte ai suoi occhi appannati, lustravano il sale sulle labbra, mentre piangeva e piangeva.
Un pallido riverbero di luce penetrava dalla finestra quando si spense l’ultima foto. Il nuovo anno era cominciato. Lucia penetrò, sfinita, nelle tenebre del sonno, come in un baratro.
Si svegliò che era già pomeriggio. Mentre sistemava le foto ordinatamente nei loro contenitori, avvertì soltanto un tremito leggero sulle dita. Poi guardò il mondo di fuori. Due piccioni si beccavano sul davanzale della finestra, una nuvola leggera, quasi candida, attraversava il cielo, il rumore di un’auto sulla strada che le sembrò dolce melodia. FINE

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Storie sexy raccontate da persone vere, esperienze vere con personaggi veri, solo con il nome cambiato per motivi di privacy. Ma le storie che mi hanno raccontato sono queste. Ce ne sono altre, e le pubblicherò qui, nella mia sezione deicata ai miei racconti erotici.

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