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Macchè!

Macché, figurati. Mi tocca tornare in bagno. Ed è la terza volta, da quando sono arrivata in albergo. E mica è l’emozione, va là. Questa è una bella influenza intestinale con annessi e connessi, altroché. La vedo bene, la serata. Pensa se la scorrimbandola mi veniva già prima, in treno, che ridere! A dire la verità, la briochecappuccino che ho mangiato stamattina si era già affacciata un paio di volte su per la gola durante il viaggio, tipo fantasma di Banquo, ma non ci avevo fatto caso.

Certo che, cazzarola, dessero mai il Nobel per la sfiga, sarebbe la volta che vedo finalmente Stoccolma! Io dico: una si fa duecentoventi chilometri in treno, molla da soli una mamma in età avanzata e tre dico tre gatti a vari stadi di obesità, il tutto per incontrare un uomo, ultraquarantenne e con pochi capelli ma pur sempre uomo, e vedi te cosa ti capita? L’influenza intestinale, of course.

Guardo con astio la guepiere, che mi ricambia con odio digrignando i gancetti: al momento, date le rivolte che albergano nelle mie trippe, la sola prospettiva di incastonarmi in quell’armatura fumé mi procura le convulsioni. E non parliamo dell’aria gelida che circolerà nello spazio scoperto fra quello strumento di tortura e l’inizio delle calze: esisterà un blocco intestinale da guepiere? Sì, ed è pure considerato malattia professionale per le passeggiatrici, come no!

Niente, non c’è niente da fare: la brioche fantasma non ne vuole sapere di stare giù, la carogna. Zaffate marmellatose, appiccicaticce e dolciastre, mi risalgono subdolamente la gola, dense e lente, e poi riscendono rovesciandomi lo stomaco e zone limitrofe. E in questo momento lui sarà in macchina, bello tranquo, che mi immagina dedita a qualche striptease serpentino e voluttuoso, o sotto lo doccia intenta ad accarezzarmi con intenzione la pelle fragrante di bagnoschiuma, mentre l’acqua calda mi scivola addosso, insinuandosi nelle mie pieghe più segrete… Eh, no! Vomitare no, mi rifiuto, hai capito, ectoplasma di maritozzo?

Calma. Sediamoci con calma (come? Sono già le sei e mezzo? Fra due ore è qui, boia miseria! ) e pensiamo una strategia per combattere il virus… forse, se resto ferma ferma, sotto le coperte, una manina taumaturgica sulla pancia, il quarantotto che c’ho giù per di là si calma… Forse… Eh? Cosa? Che è? Sì, mamma, mi alzo, ancora cinque minuti… Cazzo, è il telefono! Lo sapevo, dimmmi che ho anche preso sonno, dimmi…

è lui, te pareva! Ecco, è già di sotto che mi aspetta per andare a cena (aargh! Cena? Chi ha detto cena che mi viene già di nuovo lo sbocco? ) e io son qui in mutande, spettinata e con gli occhiali, lo stomaco invaso a morte dalla brioscia-killer!

Andiamo con ordine: allora, rispondere con voce seduttiva, bacetto, posare il telefono e poi… via: doccia/crema/guepiere/calza autoreggente (bastarda la vita, il silicone s’è incollato

insieme)/dentifricio/lentitruccoprofumo. La nausea s’è accentuata. Il profumo vaniglia e zenzero non aiuta, temo. Scendo le scale, mentre un lungo brivido di freddo mi sega la schiena. Questa è febbre, come no

Lui se ne sta lì, tutto carino col cappotto sul braccio, che m’aspetta e sorride. Sorriso un po’ tirato, stile: “Ho fatto ‘sti trecento chilometri e pure in ritardo, arrivi? ” Lo bacio. Mi stringe il fianco, altri brividi, di origine ignota, buon sapore di menta, un accenno di lingua ma poco che c’è gente. Mi sussurra all’orecchio che ha voglia, una gran voglia di me. Ancora brividi, e un ben noto denso calore al basso ventre. Chiudo gli occhi e lo bacio di nuovo. Toh, c’ho voglia anch’io, ecco, io la lingua te la metto proprio e la gente che guarda si fotta, infilo una gamba fra le sue, la struscio, dai, andiamo in camera subito, portami a letto, sotto le coperte, al caldo!

Macché. Ha fame, dice. Fuori fa un freddo boia, e tira vento. Ma a Milano non c’era la nebbia, una volta? Cos’è quest’aria da alta montagna, che mi si infila fra le cosce e mi surgela la patata? In compenso la nausea è andata via, pare. In macchina guida e mi sbircia di traverso, poi il cappotto mi si apre e lui passa la mano sul ginocchio, e poi più su, ammucchia la gonna e scopre il bordo della calza, comincia a giocarci, le dita contro la pelle, e poi sopra il pizzo, e poi di nuovo sotto, lungo l’interno coscia fino all’elastico dello slip; al semaforo mi bacia, labbra aperte e lingua dappertutto. Decisamente, sì, ho una voglia da morire, gli prendo la mano e me la tengo contro, dov’è più caldo, e già un po’ bagnato, ma lui deve cambiare la marcia, e si scosta. La testa mi scoppia, e ho caldo alla faccia.

Il ristorante è una specie di bolgia dantesca: gente che chiama, camerieri che urlano e spostano tavoli e sedie, facendo orrendi rumori.

C’è cibo dappertutto. Non solo sui tavoli, davanti alla gente, ma dipinto sui quadri attaccati ai muri, disegnato sulle tovaglie, sui grembiuli dei camerieri; festoni di simil-aglio e finti pomodorini decorano i mobili e, orrore, la cucina, un antro grondante di odori e sudori, è assolutamente, spietatamente a vista. Guardo infelice il cameriere, un folletto calabro-tunisino con lo scazzo incorporato, esalando una spero innocua margherita . Il mio lui mi osserva perplesso e ordina, allegro, roba che immagino unta e pesante, ma quando mi vede diventare lentamente verde, un po’ si impensierisce. Mormoro due scuse e schizzo in bagno, inalando in corsa profumi assortiti ed effluvi di gorgonzola cipolla e cacao, che, lo sento, per la nausea fanno tutt’altro che bene. Faccio due piani di scale, schivando camerieri sempre scazzati e pieni di piatti sporchi. Lo specchio mi rimanda uno spaventapasseri bianco gesso e spiritato, ma la voce delle budella è più forte di quella dell’estetica, e passo alle maioliche.

Di nuovo i due piani di scale, e approdo al tavolo: lui pare decisamente preoccupato, e chiaramente desideroso di socializzare con una morona panterata appollaiata due tavoli più in là; lei sorride un sorriso lucido di pappardelle. Arrivano i nostri piatti, e io cerco diplomaticamente di distogliere lo sguardo dal suo: sento che non potrò sopportare indenne la vista di tutto quel sugo. Lui mi accarezza distrattamente il gomito, poi risale, sguardo da letto, lungo il braccio. Appoggia un ginocchio al mio, spinge delicatamente, si struscia contro l’interno coscia. Brividi, ma tento di ricambiare: insinuo una mano fra le nostre ginocchia, giocherello con le unghie, però, mioddìo, nel suo piatto c’è un tale spargimento di sugo!

Aridue piani di scale, e riecco le maioliche, nel loro algido, indifferente biancheggiare. La nausea avanza, cavalcando una scia di brioche risorta dai precordi. Voilà, ora sono assolutamente, definitivamente vuota di ogni contenuto. Mi lavo malinconicamente i denti. Con tutto il tempo che ho passato qua sotto, come minimo con la panterata è passato a vie di fatto: scossa da brividi di febbre, li vedo, avvinti su un letto di fettuccine grondanti pomodoro. Lei ansima, sfarfallando prezzemolo tutt’intorno, mentre lui le lecca voluttuosamente uno sbaffo di mozzarella sul mento…

A questo punto, lui è a metà fra il preoccupato e lo scazzato; ce ne andiamo quasi di corsa, la mia pizza intonsa sul tavolo. In macchina quasi non mi guarda. Ahia. Come se non bastasse, arrivando in albergo sento, assolutamente sento che non potrò vivere un minuto di più se non bevo una camomilla. Lo enuncio timidamente, mentre lui annuisce finto-premuroso. Ma lo vedo, lo vedo che all’angolo della bocca gli si raggruma un ringhio di disprezzo! Beh, sì, certo, seduta qua al bar dell’albergo, con su il cappotto, e davanti il mio set camomilla/limone sembro tutta la réclame dell’INPS, altro che la gran porca che lui si aspettava. Però.. però. Miracolosamente, più l’aurea bevanda scende nelle mie budella più mi sento meglio. Dopo dieci minuti, mi pare addirittura di potermi incamminare in camera senza conati. Di qui a scopare, vassapere.

Lo so, lo vedo, lo vedo anche alla luce di `sta peonia di abat-jour che sei perplesso. Ti chiedi cos’ho, ti dici che non è tanto carino bussarmela mentre sono così chiaramente inferma, e ti rispondi altrettanto chiaramente

“si, ma allora, c’ho proprio sfiga, cazzo! ” Nel dubbio, mi abbracci. Sei caldo, deliziosamente caldo; sento i brividi scivolarmi via di dosso come la giacca che mi stai sfilando. La gonna e il collant li tolgo io, grazie. E mi infilo sotto le coperte, pure, stile pudibonda del secolo scorso, mentre ti spogli conservando un’interlocutoria mutanda e poi mi raggiungi. Abbraccio, la tua testa (però, mi sei proprio quasi calvo, neh? ) nell’incavo della mia spalla, struscio fra i capelli (miei), bacio lieve sulla gola. Abbraccio, più stretto, con un accenno di mano che sconfina dalla schiena al culo. Fin qui, tutto bene. Niente nausea, vostro onore, niente più brividi, anzi, un calore morbidamente sudaticcio che fa tanto “amici per la pelle”; si può procedere, direi. Abbasso la testa e ti bacio in bocca, che tanto i denti li ho lavati almeno tre volte: mi par di sentire distintamente il tuo sospiro di sollievo mentale all’idea che alla fin fine, qualcosa potrebbe anche capitare. Stringi ancora, baciandomi sfacciatamente, la lingua ad invadermi la bocca, mi ti strusci addosso, una mano a coppa sulla mia tetta destra, la tua preferita. Mi slacci il reggiseno con l’altra mano, ti appropri di un capezzolo, te lo rotoli delicatamente fra le dita. Ho caldo, caldissimo. Mi esplori con la lingua la pelle sudata, orecchiosinistro, gola, e decisamente, insistentemente, assolutamente tette, benedetto te. Con la scusa della debolezza me ne resto inerte, a farmi baciare/leccare/succhiare/mordere, e ad ascoltare la voglia montarmi dentro, almeno fino a quando sento sorgere qualcosa di duro contro la mia coscia, segno che anche tu meriti qualche attenzione, stelassa.

Il dubbio a questo punto è se riuscirò ad infilarmi indenne qualche cosa in bocca, sia pure senza doverla deglutire–temporeggio

“Vuoi? –”

“Voglio scoparti, amore–se te la senti. ” Vedi, alle volte, a chiedere? Per tutta risposta mugolo, con tono che mi auguro più da zoccola che da moribonda, e ti tiro sopra di me, che con entusiasmo liberi me e te dagli ultimi residuati di mutanda. Ti guardo con intenzione, da sotto in su , ti abbraccio languida la vita, ti inginocchi fra le mie gambe, e–non entra, cribbio. Ma come? A MEEE, non entra? Che mi basta un accenno della tua voce al telefono per lasciare il segno sulla sedia tipo fondo bagnato del bicchiere? Sarà un effetto collaterale dell’influenza, sarà. Per fortuna mica ti scomponi, macché: sorriso, e mi scivoli con la bocca fra le cosce, mormorando

“adesso rimediamo”. Il tocco della tua lingua sulla passera è così inaspettato, intenso ed eccitante che quasi godo subito, ma mi controllo. Più meno, perché mi sento esalare, a mezzo fra il ringhio e la preghiera

“sssì però adesso dammi il cazzo, amore–. ” Di sicuro non ti fai pregare, mi apri le cosce con le mani e resti a guardarti il cazzo scomparirmi dentro, prendendoti il tuo tempo. Oh, sì, mi applichi il suo strumento, dottore, sento che mi fa così bene! Poco ci manca che te lo dica davvero; mimetizzo le parole sospirando, mentre mi riempi ad ondate, ampio e lento, come sai che mi piace, mentre mi scopi e mi baci, come sai che mi piace, mi piace, mi piace così tanto che adesso, sì, godo, ti godo dicendotelo in bocca, pregandoti, supplicandoti di venire, adesso, in fondo alla mia figa, per favore. Mi resti dentro, e mi ti appoggi addosso, fiato corto, il cuore che mi sbatte contro il petto.

Scivoli a fianco a me, gli occhi chiusi. Mi sento bene, ora, e pensandoci, e guardandoti bene, sento che mi è venuta anche una gran fame. FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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