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Marco e Benedetta

La musica nella deliziosa mansarda di Joe, all’ultimo piano di una vecchia casa sui Navigli.
Ai muri, i suoi manifesti. Joe fa il grafico. Un “creativo”, come ho sentito dire.
Se è un creativo, come mai nella vita è cose distruttivo?
Lui sembrava ancora più bambinone, quel pomeriggio, con la sua gentile corpulenza, il barbone… Sollecito, come sempre, mi aveva preparato un’ottima cioccolata calda, proprio da svizzero.
– Una cioccolata calda? Con questo caldo, in pieno agosto? Almeno serve a qualcosa, un amante svizzero.
Non ho fatto in tempo a finirla, la cioccolata. Lui ha voluto fare l’amore.
Fare l’amore… il piacere, il godimento…
– Scommetto che avevi voglia, vero? Altro che cioccolata calda.
Avevo voglia di cioccolata calda.
Dopo l’amore l’accarezzo. Lui ha gli occhi chiusi. Sembra un bambino.
L’amore, come una cioccolata calda.
Che va giu. E poi basta.
– Meglio che vada. Ho lasciato la casa in disordine – Ma che cos’hai, Benedetta? Sei sempre irrequieta in questi giorni… Senti, io devo finire un lavoro…
– Se, se, finisci il lavoro…
– Mi telefoni? – Ma se, certo…
Ho sceso le scale. E l’amore mi è andato giù, come una cioccolata calda.
Odio l’estate. Odio quest’aria calda. Passo davanti alla macchina senza neanche vederla. Vorrei essere quell’acqua, vorrei poter essere sospinta dalla corrente, vorrei…
Vorrei vomitare nel Naviglio.
Senza pensare, riprendo a camminare. Ora è passata. Nel frattempo sono apparse le stelle; è come se la notte mi fosse venuta incontro, e mi dicesse “buongiorno”.
Ora non sono più nelle vicinanze della casa di Joe, anzi, sento che qualcosa di magico potrebbe accadermi.
Mi viene da ridere: qualcosa di magico! Allora “lui”, magari. Già perché non lui?
Ah ah, sono proprio sciocca: il mio sogno! Il mio sogno che confondo con la realtà, ah ah, come sei sciocca! Ora sono proprio di buonumore. Cose, da sola. Non è accaduto niente, è come se fosse accaduto tutto.
è stata allora che mi sono distratta; guardavo una di quelle discese che, al margine del canale, si abbassano per passare sotto al ponte. A cosa serve quel passaggio? Non ci avevo mai pensato, non capisco a cosa servano.
Non so, è come se il destino mi avesse distratta con quel pensiero; è bastato un secondo, che so, forse cinque secondi e proprio allora…
Ah ah, il mio sogno!
Nooo, questa è buona! Lui era le, il mio sogno. Ci siamo guardati negli occhi a lungo. E mi veniva quasi da ridere; perché guardavo il suo sguardo incredulo. Non era il solito sguardo degli uomini per strada, quasi esterrefatto, oppure terribilmente impudico, quello sguardo che mi fa arrossire, no.
Ridevo perché capivo che lui mi credeva un sogno. E non sapeva che io ero la realtà, e lui il sogno! Mi rivolgeva una frase sciocca… Ho paura di avere risposto in modo ancora più sciocco.
Poi mi è venuto un attimo di paura, quasi di essere invadente; – Sono Benedetta – ho detto… quasi per spiegarmi (ma spiegare cosa? ) – Potremmo… fare due passi.
Ero quasi imbarazzata, eppure cose contenta! – Sono Marco. Ma certo! Ecco, lui era cose disinvolto. Ma se, lo sentivo, da adesso in poi sarebbe andato tutto bene.
Solo camminando con lui mi sono accorta che era emozionato. E questo mi ha come rassicurato. Poi siamo passati accanto a un ponte.
– Marco, quelli scivoli…
– Se? – A cosa servono? – Come non lo sai? Servivano…
Ma si è perso guardandomi negli occhi.
Man mano che procedevamo ho cominciato a sentirmi crescere qualcosa dentro. Lo guardavo, e lui faceva finta di niente. Faceva finta di non accorgersi dell’emozione che accendeva in me, del desiderio che cresceva…
No, non poteva ignorarlo. Tutto di me – cose mi sembrava – parlava del mio desiderio, di un bisogno sempre più pressante…
Avevo appena fatto l’amore con Joe.
E il desiderio cominciava a nascere ora. Il desiderio vero, quello prepotente, quello che ti sconvolge a ogni passo.
Ecco, ora eravamo seduti su una panchina. I miei occhi scorrevano sul suo corpo gagliardo, sul suo viso che ora avrei voluto baciare, sul suo sguardo che mi sembrava fatale. Era lo sguardo a cui basta vedere una gonna che s’alza ad un frullo di vento perché la sua fantasia corra quasi a toccare le aggraziate forme della malcapitata…
E in quel momento la malcapitata ero io, ed ero felice di esserlo.
Ed è le che è cominciata la tortura; io stavo le, incapace di parlare, e mentre sentivo impotente la passione che montava in me, invadendo le mie vene, tutte le mie fibre, lui si divertiva a osservare le mie smanie silenziose, a vedermi languire di voglia, quando tutto il mio corpo urlava di desiderio.
Forse per irridermi, accenna ad accendersi un sigaretta. Allora reagisco quasi sfogando istericamente la mia voglia repressa, e gli faccio notare che non fumo.
Ma un attimo dopo l’ho guardato negli occhi, e tutta la rabbia mi è passata. Era stupendo.
A questo punto mi ha detto quella che sarebbe stata l’ultima delle sue frasi da bulletto, qualcosa del tipo “Sei un sogno, dolcezza”.
Ho fatto appena in tempo a sussurrare, con la voce strozzata dal desiderio “Non sono un sogno” che già avevo incollato la mia bocca alla sua.
Era come cominciare l’esplorazione di un mondo meraviglioso.
Le sue labbra mi parevano petali di rosa e le sue mani, come leggere farfalle, tracciavano sul mio corpo una mappa dell’amore.
Le sentivo che si immergevano nella scollatura, che cominciavano ad accarezzare i capezzoli delicatamente, con infinita maestria fino a farli irrigidire. Poi l’ho sentito baciarli, stringerli delicatamente tra i denti mentre le mani scendevano piano piano……
Il mio viso era rivolto alle stelle, vinto da un piacere che non sentivo da anni, forse da sempre. Ma i miei occhi, chiusi, assaporavano momento per momento l’estasi del paradiso a cui avevo agognato per tanti, infiniti minuti.
Non so cosa ho fatto in quei momenti; tutto il mio corpo, teso dal desiderio, agiva ormai come una macchina a controllo numerico che sapeva a memoria cosa fare… cioè, no, non nel senso meccanico volevo dire.
Poi, le dita di Marco proprio nel punto più sensibile del mio corpo, che già da tempo si irrigidiva, irrorava tutte le mie parti intime in modo incontenibile, che non aspettava altro che la liberazione di una carezza.
Ma, ahimè, anziché soddisfare tutta la sua eccitazione, i sensibili polpastrelli di Marco hanno cominciato a esasperarlo vieppiù, come per farmi soffrire sempre di più, prolungando quei momenti per minuti che mi sembravano eterni.
Avrei voluto urlare di voglia, mentre tutto il mio corpo ondeggiava allo stimolo di quelle sapienti carezze.
Mi sembrava di impazzire mentre mi baciava dappertutto, e non potevo trattenere la mia mano, la quale oramai stringeva il suo ingombrante organo, che ero ormai pronta ad inglobare.
Ma, ancora una volta, lui sembrava divertirsi a rimandare il mio piacere. La più raffinata delle torture, alla quale ero certo incapace di reagire, legata come mi sentivo ormai a Marco come in un rapporto tra schiava e padrone.
Credo di averlo attratto in me, ad occhi chiusi, in una sorta di dolce, irresistibile violenza. Ora sentivo tutta la sua eccitazione dentro di me, che mi offrivo ai suoi baci, alle sue carezze, senza alcun ritegno.
Di nuovo, non saprei dire esattamente che cosa sia successo, ma ho sentito come un grido profondo, quasi cavernoso, che usciva ad ogni respiro dai miei polmoni.
Che pericolo abbiamo corso allora: i miei gridi, cose… in pubblico…
“Poche ore fa ho finito di fare l’amore con Joe” mi sono detta “ma ora mi si aprono le porte del paradiso”.
Mi rendevo conto che la mia vagina stava risucchiando con veemenza il suo pene, e poco dopo…
“Cazzo, è gir venuto! ” ho pensato. Ma immediatamente la sensazione del suo godimento, proprio quando ero all’orlo dell’orgasmo, ha fatto esplodere tutte le mie viscere, tutta la mia anima.
Non so fino a dove mi hanno sentito, in quei momenti.
E poi. Se, proprio POI…
Lui è stato tutto mio, mentre ridevamo, mentre ci accarezzavamo, mentre aggiungevamo bacio a bacio, tenerezza a tenerezza.
“No quiero decir, por hombre las cosas que ella me dijio. ” (G. Lorca)
Ancora non mi è chiaro come si sia prodotto l’incidente… o il preteso incidente.
Fatto sta che al momento di rivestirci mi sono accorta che Marco aveva fatto un po’ di confusione.
-Ma, amore, guarda che ti sei infilato le mie mutandine, non le tue! – Ha ha! Che equivoco eh eh eh! Beh, fa niente, vuol dire che tu tieni le mie e io tengo il tuo tanga! – Marco, sciocco, su, restituiscimi lo slip – Neanche per sogno, facciamo il cambio eh eh!
– Facciamo cambio un corno, molla l’osso! – Ah, bene, allora siamo d’accordo, tu ti metti le mie e io le tue. Vai, che ti accompagno alla macchina.
Insomma, non c’è stato niente da fare.
Siamo passati di nuovo accanto a un ponte.
– Lo sai? Quegli scivoli servivano per fare passare i cavalli che trainavano le chiatte.
Ma certo, come avevo fatto a non pensarci? Ricordo ancora un ultimo bacio, ricordo ancora il suo corpo che aderiva al mia, riaccendendo le mie voglie.
E poi il ritorno, da sola. Ed è solo allora che è cominciata la sensazione di vivere come in un sogno. Non mi sembrava vero che il volante, il semaforo, le chiavi di casa… potessero essere oggetti concreti. Era come se venissi da un altro mondo. FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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