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Mars Piramid

Prisca guardava il sorgere della terra dalle finestre panoramiche del suo ufficio, all’ultimo piano del settore Clavius ricavato in uno dei più moderni insediamenti seleniti. Erano le sette e mezza passate, ora standard della confederazione, di un mercoledì della fine del terzo mese dell’anno. Era un po’ stanca per la giornata, passata ad accompagnare per gli uffici della sede la delegazione terrestre della multinazionale Brick Inc. delle costruzioni edili extra mondo, ditta presso cui lavorava, con sede selenita a Moon City; erano le stesse vedute che aveva ammirato mezz’ora prima dall’anticamera dell’ufficio del Dottor John Coleman, suo capo diretto e direttore della filiale selenita della Brick Inc. Appena entrata la signorina Phelps aveva sollevato il ricevitore,
“C’è la dottoressa Prisca Gady, signor Coleman… ”
Quindi aveva riagganciato il ricevitore, e dopo averle rivolto un amichevole cenno d’assenso l’aveva informata, “Il Gran Capo è libero… può entrare”
Prisca aveva ringraziato la signorina Phelps passando nello studio del direttore; varcava quella porta la porta sempre con quello stupore di chi non avrebbe mai scommesso neanche un credito speculando sulla sua carriera lavorativa. Terrestre d’origine si era laureata in lingue sette anni prima; aveva soggiornato nel continente asiatico studiando i vari dialetti che la lingua inglese aveva prodotto unendosi allo spagnolo, cinese e in parte anche al giapponese. Aveva fatto molti lavori per mantenersi, tra cui anche la ragazza squillo nei bordelli bene della Tokyo che conta, segretaria e interprete in varie ditte ed organizzazioni. Dopo qualche anno passato in giro per la confederazione terrestre una ditta di materiali da costruzione operante su Vesta la segnalò alla sua filiale Selenita di Moon City per un impegno di segretaria ed interprete. Lì fu assunta dalla Brick Inc. , ditta in forte espansione che stava rafforzando le sue strutture nel satellite terrestre per i sempre più intensivi approdi marziani che avevano richiesto maestranze e tecnologia per impiantare insediamenti umani nel pianeta rosso.
John Coleman era un gentiluomo vecchio stampo, che non sapeva resistere al fascino di Prisca, aveva una faccia che sembrava scolpita nella roccia; s’alzò, come era sempre sua abitudine, salutandola molto cortesemente, “Accomodati Prisca… ”
Lavorava con Coleman da quasi quattro anni, prima come semplice commerciale, mansione per la quale era molto portata, poi passati due anni fu investita dell’incarico formale di responsabile delle forniture; a soli trentatré anni aveva un ufficio più grande sulla cui porta campeggiava una targa con la scritta “Forniture – Ufficio del Responsabile” e, sotto, “dott. Prisca Gady”… Entrambi si stimavano. “Grazie”, rispose Prisca sedendosi accavallando le gambe lunghissime.
“Hai sempre un aspetto magnifico. La Brick Inc. non ti deprime? Pensi di farcela a resistere ancora per un altro viaggetto? “, le domandò Coleman tra il serio ed il faceto.
“Oh, s¡”, rispose Prisca che per contro la sua vita privata non era propriamente in ordine; era uscita, da qualche mese, da un lungo fidanzamento con un ragazzo per il quale non era ancora pronta al matrimonio: la distrazione del viaggio le avrebbe sicuramente fatto bene.
“Con le nuove ondate migratorie, il fallimento del piano agricolo Terrestre e la cosiddetta voglia di ‘vuotò, il periodo è dei più interessanti per l’edilizia extra mondo”, stava dicendo Coleman
“Continui a non credere in uno stallo delle migrazioni? ”
“Beh, continuo a credere che la voglia di spazio sia abbastanza energica da poterci camminare sopra”
Coleman sorrise e aggiunse, “Hai fatto un lavoro eccellente, Prisca. I tuoi contatti sono ottimi e hai saputo capire fino in fondo le esigenze di una grande azienda. Ti sei fatta un nome, ormai, e, secondo me, dovresti occuparti soltanto degli aspetti politici. L’altro giorno, parlavo con un importatore: mi ha detto che i Marziani non hanno mai imparato a superare le difficoltà della minore forza gravità come abbiamo fatto noi qui a Moon City. Secondo lui, tendono ad abituarsi alla leggera differenza che c’è con la gravità terrestre, ed è questo che li frena nello sviluppo di materiali idonei”
“è vero”
“Tendono a considerare la lieve differenza come una sorta di calamità, da sopportare passivamente, e non da fronteggiare. Così, tutto procede a ritmo rallentato, e chiamano noi per l’impianto dei sistemi di gravità artificiale”
Coleman annuì, “Tu andrai laggiù domani. Te la senti di svolgere un’indagine sulle fattorie e le industrie della Valle del Mariner? Dovresti appurare come funzionano e ricavarne uno studio per delle forniture che ci hanno richiesto per almeno trenta miliardi di crediti”
“Sai bene che non sarà facile lavorare con i colleghi della filiale marziana, sono troppo nazionalisti e innamorati delle loro serre sotterranee”
“Ma loro ti hanno richiesta! ”
“Bravo, proprio questo li preoccuperà: avranno paura che mi riesca troppo facile far entrare nel loro progetto la Brick Inc. Selenita. Insisteranno per mettermi alle costole un loro ingegnere e poi tireranno le cose per le lunghe sicché, nella migliore delle ipotesi, mi daranno poco spago. In ogni modo, proverò a presentarmi come un agnello sacrificale… ”
La sede della Vestal Interplanetary Resources si trovava in Mare Frigoris Street, all’ultimo piano di una di quelle costruzioni talmente vecchie e cariche di storia che molti turisti in visita a Moon City si fermavano per fotografarle in venerazione di quei vetusti monumenti che comunque lasciavano del tutto indifferenti gli abitanti del quartiere ed in special modo Helene Von Ober, collaboratrice particolare del proprietario della Vestal Interplanetary Resources, Olleghar Trukner Faruk. Quel pomeriggio, scesa dalla famosissima metropolitana trapezoidale a supporto laser, s’avviò di buon passo, guardando diritta davanti a sé, verso il portone di vetro e silicati lunari dell’ingresso che era antico solo nell’aspetto. Era di acciaio e berillio pieno e per aprirlo occorreva l’identificazione contemporanea delle impronte digitali della mano e di quelle della retina oculare. Espletate le dovute formalità, Von Ober si diresse verso l’ascensore che l’avrebbe condotta ad uno dei piani più esclusivi della palazzina dove nessuno poteva senza dovuto avviso, salvo lei per espresso ordine di Olleghar Trukner Faruk, energico proprietario che preferiva essere appellato con il solo cognome: Faruk. La sede era un grande studio in perfetto stile arabo imperiale, con annesso bagno ed una camera da letto segreta, a cui si accedeva facendo ruotare il grande schermo panoramico sempre accesso sulla grande Frigoris Plaza. Dopo aver acceso il computer, invisibile e celato nella scrivania, unico oggetto utile della stanza oltre al visafono, Helene Von Ober schiarì l’ampia finestra lasciando filtrare all’interno le luci della cupola, poi andò a cambiarsi. Si tolse il leggero soprabito e le scarpe dal tacco basso, sostituendole con un paio di sandali molto slanciati, tolse le mutandine ma indossò una mini gonna alta un palmo abbinata ad una camicetta dalle maniche a sbuffo e dalla particolare stoffa traslucida. Terminò nel bagno e sciogliendo i capelli pettinandoli all’indietro per dare risalto al viso magro, dai grandi occhi castani incastonati sotto la fronte alta, e divisi da un naso diritto che puntava diritto sulle labbra ben disegnate e accentuate dalle guance magre e dagli zigomi sporgenti.
Erano le sedici e mezzo standard della confederazione Terrestre, preparò il Seltè e dopo dieci minuti ritornò nella stanza di Faruk Olleghar Trukner portando un vassoio con la calda bevanda color verde accompagnata con delle Pietre Lunari i tipici biscotti seleniti; Faruk Olleghar Trukner come sempre era seduto dietro la scrivania allietato da una musica leggera e soave, elegante nel solito completo, quel giorno grigio chiaro. La prima cosa che risaltava nell’uomo era la pelle olivastra, quel tanto da farlo sembrare sempre abbronzato e gli occhi neri, ereditati dal padre, si immergevano risaltando sul volto dai lineamenti regolari quasi quanto i denti bianchissimi, questi invece ereditati dalla madre, selenita da tre generazioni. Faruk Olleghar Trukner era uno degli uomini più ricchi della Luna, sicuramente tra i primi dieci e se anche non era un selenita di sangue puro poiché il padre era stato un Terrestre prima che un nobile ed influente rappresentante della aristocrazia mediorientale. Era senza ombra di dubbio un uomo poliedrico e conosciuto dalle infinite attività, ed una tra queste la Vestal Interplanetary Resources, società formata da poche persone che operavano sparpagliate in tutto il sistema solare e che si muovevano secondo le informazioni che venivano intercettate dallo stesso Faruk Olleghar Trukner e dai suoi esperti.
“Buon pomeriggio, Faruk”, salutò la donna posando il vassoio sul tavolo di fronte alla finestra.
“Buon pomeriggio, cara”, le rispose alzandosi ed aggiustandosi la giacca, piccato dal suo unico difetto che era quello di non essere molto alto. Sedette in poltrona davanti al tavolino proprio in faccia alla finestra panoramica cromo polarizzante ed attese che gli venisse versato il Seltè. Helene aveva un seno pieno, grande e sodo e riusciva a portare benissimo un tipo di reggiseno che poche donne potevano indossare, e chinandosi per porgergli la tazzina di preziosi silicati mercuriani fece in modo che potesse guardarle le coppe grigie di materiale traslucido che le coprivano e sorreggevano interamente il seno salvo che al centro, dove lasciavano scoperto il capezzolo rosa; l’uomo ristette fissandola per un breve istante, quindi Helene Von Ober si risollevò lentamente facendo in modo che la mini gonna a portafoglio si aprisse davanti all’uomo mostrandoli la lunga gamba che terminava, e si congiungeva all’altra, sull’inguine scevro di qualsiasi peluria. Faruk Olleghar Trukner sorrise, assaggiò il Seltè ed annuì.
“Ottimo, come al solito perfetta, mia cara. “, le disse, assaggiando uno dei biscotti fatti espressamente per lui ogni mattina da una pasticceria molto esclusiva che preparava ancora a mano i suoi prodotti.
“Allora l’aria di Marte ti ha giovato, mia cara? “, chiese Faruk Olleghar Trukner facendole scivolare una mano sotto la gonna alla altezza del ginocchio e cominciando a risalire piano accarezzandola lievemente. Helene socchiuse gli occhi, sospirando appena, quando l’uomo le carezzò la parte interna delle cosce, in alto, senza però toccarle la vulva.
“Ho quello che ci aspettavamo, e si stanno muovendo. “, bisbigliò la donna
“La notizia di certo è importante, ma prima di iniziare la giornata vorrei sgombrare la mente da qualsiasi distrazione, tu mi capisci vero? “, annuì Faruk Olleghar Trukner infilandole una mano nella camicetta coordinandosi perfettamente con la mano protesa fra le cosce di uno dei suoi migliori analisti. Le sue dita raggiunsero subito il capezzolo morbido e lo strinsero, Faruk Olleghar Trukner sorrise e le aprì la camicetta, avvicinando il viso e prendendo in bocca la rosea punta adesso dura e protesa leccandola a lungo. Helene aveva il fiato già corto e gli occhi brillanti, e quando l’uomo le toccò la vulva, ansimò e aprendo le cosce. Era calda e bagnata, e subito Faruk Olleghar Trukner le sondò con un dito l’ingresso della vagina.
“Toccami, Faruk toccami”, lo incitò. Lui spinse il dito e lei si chinò, allargando ancora di più le cosce e premendo contro la sua mano fino a quando il dito non fu interamente avvolto dalle calde mucose; gemette più forte. Aveva l’impressione che l’uomo avesse messo dentro tutta la mano e quando la ritirò provò uno spiacevole senso di vuoto.
“Dimmi come lo vuoi fare”, gli sussurrò aprendo la gonna e mostrandogli la vulva, la cui rosea e lunga fessura sembrava un canyon di silicati rosa sotto il pube completamente depilato. Non disse nulla, ma aprì un cassetto e le porse un fallo in lattice, perfetta imitazione di un pene lungo venticinque centimetri, non molto largo e dal glande affusolato; sembrava nuovo ed Helene era la prima volta che lo vedeva. Guarda “, le disse ruotando in senso antiorario il glande rispetto ai testicoli appena accennati. ”
Helene strabuzzò gli occhi nel vedere l’oggetto aprirsi longitudinalmente presentando una piccola tastiera di comandi che s’illuminò al tocco leggero di Faruk Olleghar Trukner “, da oggi sei fornita di un nuovo strumento di lavoro, che all’occorrenza si può trasformare un oggetto di piacere”
“Una trasmittente ad iperonde? ”
“Si, un modello molto avanzato che come vedi può stare in un dildo di morbido caucciù. ”
“E molto costoso suppongo”
Faruk Olleghar Trukner seduto davanti alla finestra accese una lunga pipa ricavata da una particolare pietra spugnosa di cui ne era ricca la superficie lunare, “Le informazioni non hanno prezzo”
Helene Von Ober guardò il monitor commentando, “Hanno prenotato un biglietto per una persona. Domattina, da Plato Point. ”
“Bene, hanno trovato qualcosa. Di chi si tratta? Di un ingegnere? “, sorrise girandosi nella poltrona.
“No. Dottoressa Prisca Gady, ufficio Forniture. è il responsabile amministrativo”, gli rispose. Faruk Olleghar Trukner posò la tazza sul tavolo e le venne accanto, poggiandosi contro le sue natiche mentre guardava il monitor, “Interessante. Sai cosa penso? Che si tratti di una manovra diversiva. ”
“Possibile”
“Tocca a te”, le disse posandole una mano sulla spalla “Puoi intercettarla quando vuoi, con la solita copertura. E usa il Moon Raider fino a Mars Piramid”
“Helene annuì. Era già stata molte volte in missione, per una donna era più facile, specie per una consulente single e non più tanto giovane”, Vado a prepararmi
2 Viaggio
Prisca, stava di nuovo guardando il panorama attraverso le pareti, opache all’esterno ma trasparenti dall’interno. Nella luce fievole del suo ufficio ammirava lo sfolgorio delle stelle che la guardavano immobili. Sorrise amaramente a quel pensiero: quelle stelle imperiture l’annullavano completamente. Eppure non cercava scusanti per la sua débâcle sentimentale perché si sentiva responsabile in prima persona per quella rottura e del resto non aveva il diritto di colpevolizzare il suo ex fidanzato. Ripensò ai primi anni dell’università quando il sesso per lei era stato indissolubilmente legato all’amore verso un solo compagno -una persona per la quale doveva provare una forte attrazione fisica ed intellettuale- finché non conobbe il piacere fine a sé stesso. Subito ne rimase sconvolta, non riusciva a comprendere i motivi del suo comportamento, come e perché aveva potuto provare piacere tra le braccia di persone diverse da quella che riteneva essere l’uomo della sua vita, e aveva addirittura giaciuto tra le braccia di una donna. Nessun uomo avrebbe potuto guardare Prisca senza invaghirsene; gli occhi soltanto non erano allegramente compiaciuti. Nella dolcezza dello sguardo, dolcezza strana per il responsabile alle Forniture della Brick Inc, traspariva una sfumatura di tristezza. Scrollò le spalle. Alla sua prima crisi sessuale, ormai sepolta negli anni, s’era aggiunta quella ben più grave della rinuncia al matrimonio e in quei primi mesi da single aveva cercato di raccogliere i cocci della sua vita privata. Ebbe qualche relazione instabile la cui durata non superò i venti giorni frequentando i bordelli rinomati della capitale selenita con più slancio, forse perché ancora non aveva voglia di legami.
Quando fu pronta a rincasare, rivide gli ultimi impegni e le priorità con la segretaria, quindi salutò di nuovo Coleman che al di fuori della vita aziendale l’aveva più volte tempestata di domande perché non concepiva come lei sprecasse i suoi anni migliori in un settore così poco femminile. Era ai vertici della Brick Inc da quasi quarant’anni, e una volta ebbe a dirle che aveva uno sguardo così avvolgente che potendo sfruttare la sua esperienza fatta nei locali di Tokyo aveva tutte le possibilità di far carriera nell’industria dei divertimenti erotici. L’uomo era ormai alle soglie della pensione, ma le aveva confessato, con l’affetto che avrebbe avuto per una figlia, che, se avesse avuto trent’anni di meno, le avrebbe tolto la voglia di lavorare in quella ditta di carpentieri… nessuno l’aveva mai lusingata così. Il mattino standard successivo, s’imbarcò sulla Copernico delle linee Space Selene che alle dieci circa partiva alla volta di Mars Piramid. Non c’era niente di paragonabile allo spazio porto di una città popolosa e importante come Moon City; grossi pachidermi fermi ai rispettivi tubi di collegamento, scure forme d’acciaio che in un silenzio assoluto arrivavano e partivano dolcemente come se avessero perso improvvisamente il proprio peso. C’era sempre una marea di curiosi che accalcava la terrazza belvedere dello spazio porto, protetta da una imponente vetrata che s’apriva sulla vista stupenda della pista esterna; le ombre nette prodotte dalla mancanza d’aria mostravano come tutta la forza propulsiva dei motori diamagnetici delle navi agivano sull’annullamento del peso, tanto che tonnellate di acciaio si sollevavano come piume nel silenzio del vuoto assoluto.
Prisca, da quando era giunta alla stazione dei treni a supporto diamagnetico, s’era buttata nella calca trascinandosi, questa volta a forza di braccia la pesante valigia da viaggio per l’immensa sala viaggiatori dirigendosi verso i cancelli d’imbarco. Sbuffò guardando l’orologio perché era in ritardo e le distanze le sembravano chilometriche, malgrado l’area passeggeri dello spazio porto fosse solo il cinque per cento della superficie totale. Il resto del cratere, dove era ospitata l’intera area portuale, era occupato dalla pista di lancio, e decine di chilometri quadrati erano riservati agli hangar, gli uffici e le zone di servizio.
La fila al cancello d’imbarco si mosse lentamente, e Prisca occupando una delle ultime posizioni guardò sbuffando quella marea d’umanità, che dallo spazioporto si imbarcava per tutte le destinazioni del sistema solare, sembrava indifferente alle difficoltà tecniche che richiedeva l’astrostazione per il suo funzionamento. Forse qualcuno poteva pensare ai milioni di tonnellate d’acciaio che si poggiavano dolcemente sulle larghe superfici ricoperte da basalti, liquefatti, e che una di quelle imponenti navi potesse perdere il contatto con il raggio guida sfracellandosi in piena area viaggiatori. Prisca scartò quell’idea con una alzata di spalle perché in quel caso solo una leggera nuvola di vapori organici e di polvere di fosfati avrebbe indicato che migliaia di persone avevano cessato di vivere. Tuttavia lei confidava nei mille dispositivi di sicurezza in funzione – e solo un nevrotico avrebbe potuto considerare una cosa del genere per più di un istante. Aveva mille altri problemi per la testa… –
La folla si muoveva, ondeggiava, si allineava ordinatamente. Ognuno aveva una meta precisa, e in questa massa di facce anonime, Prisca si sentiva come in trance. Tra le migliaia di persone che la urtavano o la sfioravano forse c’era qualcuno che stava osservando, qualcuno che in un attimo avrebbe potuto svegliarla in quel frenetico correre al cancello d’imbarco.
Poi una voce la fece sussultare, “Sentite, signora. Ho bisogno del vostro biglietto per favore”, disse l’hostess irritata, quindi il Biglietto fu obliterato e il bagaglio ritirato e affrancato con un talloncino elettronico che garantiva l’esatto percorso sino alla stiva della nave. Finalmente Prisca varcò l’area riservata alle partenze.
La zona visibile dal ponte turistico mostrava il settore lunare nord, con il Polo Nord al vertice del disco lunare, dove spiccavano i crateri di varie dimensione, alcune formazioni montuose con una rima e alcuni bacini di lava illuminati dalla radente luce del sole. Prisca sorseggiò la bevanda al gusto di caffè contenta d’aver decollato in quelle condizioni di luce perché si potevano osservare molto bene i bordi dei crateri e tutti i dettagli in rilievo, anche se una parte a sinistra rimaneva oscurata. Quasi si sporse alla balaustra per scorgere il cratere Plato che andava a congiungersi con la catena montuosa delle Alpi, zona sotto la quale, si stendeva la capitale della Luna: Moon City. Le cupole erano pressoché invisibili dato che la gran parte della città era sotterranea se si escludevano però, i settori ricavati nella catena delle Alpi. La Brick Inc. e i quartieri abitativi più esclusivi erano stati ricavati a ridosso delle pendici della Vallata Alpina, una fenditura che tagliava trasversalmente la catena delle Alpi; raccordando crepacci, con arcate e volte a tenuta stagna, gli ingegneri avevano creato un microcosmo fatto di colline, case in superficie protette da cupole mastodontiche.
Prisca salì le scale che portavano al salottino bar della nave interplanetaria, era rilassata a tratti euforica, anche se la nuova vita da single non le piaceva gran che, a volte la trovava molto più divertente della vecchia. Si accomodò al bar, accavallando le gambe, v’era poca gente, ma la mossa attirò subito alcune occhiate interessate. Quella mattina, prima di partire da casa, aveva per prima cosa messo i maledetti occhiali in valigia optando per le lenti a contatto che aveva comperato aspettando d’avere un attimo di tempo per intraprendere delle cure chirurgiche che le avrebbero eliminato la miopia. Poi guardandosi allo specchio s’era sciolta i capelli gonfiandoli con le dita per distruggere quella sua pettinatura da manager aziendale. E per la seconda volta quella mattina annuì soddisfatta, andava molto meglio; il barman si avvicinò, ma lei non ordinò perché preferì voltarsi a guardare lo spettacolo offerto dal grande schermo posto dietro il bancone dei liquori. La Copernico stava virando; aveva iniziato a circumnavigare a nord ovest la Luna, e la zona inquadrata dagli schermi delle nave iniziava a comprende alcune delle altre formazioni lunari più conosciute, tra le quali: Mare Frigoris, Mare Serenitatis e il Mare Imbrium.
Prisca non si accorse nemmeno dell’uomo che le si era seduto al suo fianco sino a che questi non le parlò, “Posso offrirle qualche cosa da bere? ”
Prisca si riscosse, voltandosi. Non rispose subito, prima lo scrutò apertamente, proprio come aveva fatto su se stessa quella mattina quando aveva iniziato a vestirsi, quando, con un brivido di piacere, aveva lasciato per ultimo il tanga bianco. Nuda e consapevole d’essere eccitata al solo pensiero d’essere felicemente incapricciata del suo corpo aveva scelto un abitino giallo, molto corto ed aderente, comperato un anno prima e da allora mai indossato. Per un attimo mentre s’era guardata allo specchio, e vistasi così conciata, temé di non essere più considerata quella donna seriamente dedita al lavoro e alle cose che contavano, ma sé né fregò altamente. Aveva fissato solo per un attimo con terrore quella splendida ragazza dai lunghi capelli neri, dallo sguardo provocante, dai seni pieni e sodi che premevano contro la stoffa gialla del vestito; si trovava eccitante! Aveva scelto un abitino sufficientemente leggero da portare a Mars Piramid dove c’era l’abitudine di indossare il minimo indispensabile, quel tanto da preservare l’igiene e per il rispetto della privacy individuale – Forse Coleman ha ragione… prendo le cose troppo sul serio… – bofonchiò prima che una sonora risata liberatrice rompesse l’incantesimo, e, di fronte allo specchio del bagno, aveva completato l’opera. Con il rossetto aveva pennellato la morbida curva delle labbra di un rosso acceso, e quindi soddisfatta s’era ammirata allo specchio per un’ultima volta dopo aver passato un filo di rimmel sulle ciglia.
Le luci alogene, e l’aria condizionata leggermente ionizzata coloravano la vista e stuzzicavano il naso di quanti s’erano tranquillamente accomodati dopo il decollo sparpagliandosi per i ponti della nave; Prisca come tutti aveva desiderato sfruttare quelle ore di volo per godersi un assoluto riposo. Erano partiti alle otto e trenta standard della mattina, ora della confederazione, e sarebbero arrivati dopo sedici ore e cinquanta a Mars Piramid in pieno intervallo di riposo. Prisca da buona terrestre di nascita aveva impiegato un po’ per abituarsi all’avvicendarsi meccanico del giorno e della notte degli insediamenti spaziali. A partire della cosmopolita Moon City sino alle piccole basi dei minatori nella cintura degli asteroidi non si possedeva il concetto di giorno terrestre, non esisteva cioè la minima traccia della nuda luce diurna a scandire il tempo. Di conseguenza non c’erano neanche il giorno e la notte come le avrebbe intese un abitante della Terra, ma solo le dodici ore diurne e le altrettanto speculari dodici ore di riposo.
Prisca decise che poteva scambiare due chiacchiere con l’uomo che le aveva offerto da bere prima di addormentarsi nella comoda poltrona nel ponte riservato alla business class, di cui lei aveva il biglietto; lentamente si voltò verso la voce che l’aveva interpellata: era un bell’uomo, vestito sportivo ma elegante, alla maniera selenita; alto ed atletico non doveva avere più di quarant’anni, un volto non bellissimo ma enigmatico e pieno di fascino. Prisca decise che poteva essere un modo simpatico per rimettersi scherzosamente in gioco.
“Dipende da che cosa vuole in cambio… “, rispose in tono basso, chinandosi verso l’uomo in modo che, volendo, potesse sbirciare nella scollatura del vestito. Restò un poco sorpresa quando lui non ne approfittò, ma rimase a fissarla in volto sorridendo.
“Mi accontenterei di poterle porre un paio di domande… ”
“Prisca annuì. ”
“Cosa prende allora? “, domandò l’uomo. Di solito Prisca non beveva di mattina, ma senza esitazione ordinò, “Un’acqua di Java con uno spruzzo di seltz”
“Sarebbe più indicato la sera, ma se lo vuole veramente”, commentò l’uomo. Prisca continuò nella sua recita rispondendo maliziosa, “La sera di solito non bevo… mi offusca la mente quando faccio altre cose… ”
L’uomo rise, “Non ci siamo ancora presentati… io mi chiamo Faruk e voi? ”
“Fino a questa mattina dottoressa Prisca Gady… oggi per il viaggio non so… forse solo Prisca”, disse fingendosi distratta.
“Prisca dunque voi siete una di quelle manager in divisa scura, con i capelli raccolti sulla nuca… come mai questa trasformazione… state andando in vacanza? “, disse sorprendendola non poco.
“Non vi fate mai gli affari vostri… “, rispose seccata pentendosene quasi subito.
“Risposta degna d’una persona abituata al comando, incline ad esercitare il controllo su gli altri… viene ancora a galla… la dottoressa Prisca Gady”, rispose l’uomo che in ogni caso non aveva dato segno d’essersi arrabbiato, anzi gli piaceva molto quel gioco scorretto; sapeva di lei abbastanza da scriverci un libro ed Helene Von Ober era stata molto prodiga di dettagli. Prisca ovviamente accusò leggermente il colpo prendendo nervosamente il bicchiere; sorseggiò il liquore ad alta gradazione alcolica che le scese in gola bruciando come lava fusa. Avvampò maledicendosi per quelle sue reazioni scomposte – stava facendo la figura dell’idiota -, pensò guardando l’uomo che diceva chiamarsi Faruk, e nella sua agitazione associò quel volto estraneo a quello più vicino e paterno di Coleman che sembrava dirle -saper scegliere quando giocare di rimessa, e quando in attacco, è un arte! – Smise di pensare al suo capo e tornò a guardare l’uomo davanti a sé che senza dire nulla le stava sorridendo in faccia; in altre occasioni gli avrebbe risposto per le rime sfoderando tutta la sua aggressività femminile, ma questa volta non lo fece -Sul lavoro si deve usare la testa, i coglioni lasciamoli per quando torniamo a casa! – soleva urlare Coleman a tutti i suoi quadri dirigenti, e quindi anche a Prisca che traslando pari, pari gli attributi sessuali intuiva la necessità d’essere umanamente se stessa nel confronto con gli altri- In fondo con quel Faruk aveva accettato la sfida del gioco, e cazzo non era più una bambina facilmente impressionabile… -, pensò mentre l’uomo aveva ripreso a parlarle prendendo l’iniziativa “Ha promesso di rispondere alle mie domande… mi parli di questa Prisca viaggiatrice… Chi è e cosa fa… “, chiese onestamente senza troppa malizia Faruk.
Prisca bevve un altro sorso ed iniziò a raccontare: cominciò dai natali Terrestri, proseguì con gli studi linguistici, accennando ai vari impieghi compreso il soggiorno a Tokyo… e terminò con la Brick Inc. Non sapeva nemmeno lei, perché gli raccontasse tutto ciò, sulle prime aveva addirittura pensato d’inventarsi una storia fantastica, una di quelle storielle che passano su i canali Tv ad iper onda. Si astenne solo riguardo al suo naufragio sentimentale perché riteneva che raccontare al primo venuto i suoi segreti più reconditi fosse la forma più becera di esibizionismo.
“Una vita tutt’altro che noiosa… “, concluse Prisca con una punta di ironia, bevendo l’ultimo sorso di liquore.
“Complimenti… “, commentò sinceramente Faruk che non aveva perso alcunché del racconto della donna imprimendosi nella memoria ogni sfumatura, ogni nuovo dettaglio emerso dal racconto di Prisca.
“Ma come avete capito che sono una manager in viaggio d’affari… ? ”
“L’ho capito perché vi ho vista parlare con una delle hostess con molto cipiglio, ed ho intuito dai vostri modi che siete abituata a gestire delle persone… il bel vestitino che indossate non vi ha trasformato abbastanza… “, finse con malcelato orgoglio Olleghar Trukner Faruk, quindi pagò il conto, “Quello è un posto speciale… ” accennò indicando con lo sguardo la cupola panoramica, “Vuole venire la, e sedervi accanto a me? Ci sono dei posticini tranquilli e… mi piacerebbe continuare a parlare con voi”
Prisca annuì, scese dallo sgabello con una piccola esitazione, l’acqua di Java a digiuno incominciava a farle effetto, lui senza dir niente le prese il braccio e lei gliene fu grata. Raggiunsero il ponte della cupola panoramica e si sedettero l’uno a fianco dell’altra.
“Allora, mi avete raccontato la storia di Prisca manager… volete dirmi qualche cosa del futuro della Prisca viaggiatrice? “, le domandò Faruk che aveva imparato ormai da anni a dissimulare perfettamente l’atteggiamento d’un normale uomo d’affari giocando d’astuzia su tutte quelle piccole gaffe, modi poco raffinati e vestiti affatto alla moda che convincevano l’interlocutore che malgrado la somiglianza non era l’uomo di successo che era. Prisca lo guardò per un attimo senza capire. L’acqua di Java aveva fatto più effetto di quanto avesse creduto possibile e le ci volle qualche secondo prima di ricordarsi che quello era uno degli argomenti che aveva quasi sorvolato poco prima. Le sfuggì un sorriso nervoso.
“La vita della manager non è proprio come nei film sapete… e può essere molto noiosa, ed io debbo recuperare il tempo perduto… “, rispose con uno slancio di sincerità eccessivo, Coleman l’avrebbe sbattuta in un archivio anonimo se avesse saputo che bastava un goccio d’alcol per farla straparlare. Se fosse stata sobria sicuramente si sarebbe accorta del sorriso soddisfatto di Faruk, ma non se ne accorse. Prisca però non era sbronza al punto da non riconoscere subito le cime principali delle Alpi: il Monte Bianco e Promontorio Agassiz. Vide anche i crateri Plato e Cassini situati poco sotto le Alpi e a sinistra del Caucasus che era riempito quasi sino al bordo e sovrapposto ad esso un altro cratere più piccolo in dimensione e ovviamente più recente – non era completamente andata- pensò sospirando; non sapendo se esserne contenta o meno.
* è anche simpatica… – pensò Faruk, e la dottoressa Prisca Gady le era apparsa una donna veramente decisa e fornita d’un genuino istinto al comando; pensò ad Helene Von Ober e l’accostamento non era dei più peregrini: entrambe avevano forza da vendere.
“Mars Piramid è la città ideale per soggiornarci… Io la conosco bene sapete? Cosa pensate di fare quando ci arriveremo? ”
“Veramente avrò un monte di cose da fare e ci sarà qualcuno che avrà già pensato a tutto… ho dovuto prendere il primo volo disponibile per essere lì al più presto… Penso che troverò subito un collega all’astroporto con il quale farò la prima riunione in espresso via… ”
Prisca sembrava aver recuperato l’iniziale sbandata per l’alcool ingurgitato; non era astemia, però come tutti a stomaco vuoto tendeva risentire dell’effetto stordente della bevanda.
“E quando avrete finito di lavorare… oltre l’orario di lavoro che cosa farete? ”
Prisca ci pensò un po’, poi rispose “Non lo so. Anzi per la verità pensò che avrò poco tempo per lo svago… forse mi butterò in qualche sex piano bar… ne conosce qualcuno interessante aperto di recente? “, Ed assunse un’aria studiatamente provocante -hai iniziato il gioco… ed ora giochiamo- pensò guardando Faruk sogghignare.
L’uomo scosse la testa proponendole “Conosco molti locali dove si può fare del buon sesso, di solito ci porto anche la mia segretaria… splendida donna che stavolta è rimasta su Moon… se vuole l’accompagno io”, non mentì quando pensò ad Helene Von Ober e a tutti i giochi erotici che l’aveva vista partecipe.
Questa volta fu Prisca a sorridere, “Ma vi ho appena detto che non avrò tempo per organizzare nulla al di fuori del lavoro… di così preordinato”, rispose, conscia d’avergli detto un cosa inesatta
“Se è per questo neanche la mia segretaria ha molto tempo libero… ma è molto carina e il passatempo serale fa parte del suo lavoro… “, replicò pronto Faruk risultando volutamente volgare.
Prisca era affascinata e disgustata allo stesso tempo da quell’uomo che le girava intorno ormai da un paio d’ore; aveva la sensibilità d’un elefante ed era quasi sicura che quel Faruk non sarebbe mai entrato al Harbor Lights, il locale di Tokyo dove lei aveva lavorato da studentessa: mancava di raffinatezza, almeno così pensava.
“Vostra moglie non è gelosa… “, domandò sardonica avendo scorto che l’uomo portava la fede al dito di squisita provenienza vestale; su Vesta, dove lei aveva lavorato qualche mese, vigevano tradizioni molto rigide in fatto fedeltà sessuale all’interno della coppia.
Faruk sorrise compiaciuto per quel piccolo particolare del suo travestimento, ma nella commedia scosse la testa sconsolato, “Tutte uguali voi donne… vi ostinate a non credere che tra un uomo ed una bella donna non possa esistere della sana amicizia sessuale o un corretto rapporto di lavoro… ”
Prisca sorrise nuovamente perché aveva trovato quello che universalmente era chiamato un mandrillo; assunse un’aria complice, “A me lo potete confessare, non conosco ne conoscerò mai vostra moglie, quindi… Ditemi cosa ne pensa la sua signora dell’amicizia sessuale? ”
Ma l’uomo non si sbilanciò, “Non le posso rispondere, primo perché sono un gentiluomo e non parlo di cose private… Secondo perché le ho appena proposto di accompagnarla qualche sera. Non vorrei influenzare la sua scelta… ”
“Le paio una che si accompagna ad un uomo sposato con intenti diversi dal divertimento sessuale o per altre occupazioni meno che innocenti? Sono una signora… Piuttosto ditemi, quale pensate che sia il giusto numero di partecipanti per una di queste uscite… due o più di due? “, rispose Prisca conscia d’essere stata decisamente chiara. Ebbe un brivido che la scosse da capo a piedi: l’immagine di sé sempre troppo schietta e saccente. Si augurò che l’uomo non se la fosse presa più di tanto. Faruk l’osservava con attenzione, sempre pronto a cogliere i piccoli segnali che involontariamente Prisca gli mandava tanto che decise di potersi spingere oltre, “Non le interessa prima sapere in che cosa consisterebbe la mia serata tipo? ”
Prisca scosse negativamente la testa.
“Va bene”, rispose lui assumendo un’espressione da sconfitto
“Non nutro gelosia per le amicizie sessuali di mia moglie, anche se preferisco che siano femminili… a lei piacciono le donne? ”
Prisca non aveva ancora l’impressione che fosse tutta la verità, era ancora turbata dalla superficialità che l’uomo ostentava con orgoglio. Decise di limitarsi nuovamente ad annuire.
“Se potessi sceglierei senz’altro mia moglie come segretaria, ma evidentemente non posso abbandonare i miei dipendenti che hanno anni d’esperienza per una stupida gelosia… e poi siamo molto affiatati. La segretaria si limita a dormire con me, mi accompagna alle cene di lavoro… la presenza di una donna bella e simpatica rende l’ambiente più rilassato… l’ideale per gli affari… “, precisò ulteriormente. Prisca s’immaginò l’elegantissima segretaria seduta con Faruk ed un cliente al tavolo di una riunione di lavoro mentre molto seriamente discutevano di bilanci, fondi e quant’altro avessero da dirsi. A questo punto la sua fantasia s’impennò immaginandosi la segretaria attorniata dai due uomini che sotto al tavolo le accarezzavano le cosce. Allora le vennero in mente un paio di segretarie della Brick Inc. alle quali avrebbe fatto volentieri una carezza tra le gambe, lusinghe che non avrebbe mai fatto apertamente ad un uomo, e dal quale avrebbe piuttosto preferito subire quelle medesime attenzioni. Non poteva tacere ancora una volta, cercò quindi di controllare le proprie emozioni, “Avete mai presentato la segretaria a vostra moglie? “, disse ma la sua voce risultò forzata ed innaturalmente alta di tono.
Questa volta fu Faruk ad annuire.
Prisca a disagio si mosse sulla poltroncina, e si accorse di essersi bagnata, dopo l’iniziale sorpresa decise che la sensazione le piaceva. Anche lei voleva essere sposata e dividere quelle gioie coniugali -fare la conoscenza con amici e amiche del proprio uomo… – sognò, e anziché spaventata e tremante si sentì forte e spavalda.
“Quando può vostra moglie vi accompagna a questi pranzi di lavoro? ”
Lui annuì fissandola intensamente, “Lei fa molto di più… ma come vi ho detto fuori da Vesta è difficile che possa seguirmi… ”
“Nient’altro? “, l’incalzò Prisca.
Faruk continuò la sua commedia scuotendo la testa, “Incontrarsi il fine settimana… ma io non credo possa essere considerato un incontro di lavoro… ”
Prisca a sua volta sorrise complice, poi allungò la mano chiamando un inserviente, “è aperta la sala a Zero G? ”
“Si signora… “, rispose l’uomo nella consueta divisa color cachi che contraddistingueva i colori della compagnia di navigazione.
Faruk fu sul punto di auto invitarsi ma la voce suadente di una hostess l’invitava a sua volta a presentarsi all’ufficio oggetti smarriti. -Questa si chiama fortuna… – pensò Prisca felice d’essersi tolta di torno quell’uomo al quale comunque non si poteva concedere per evidenti motivi logistici; la Copernico non era una nave a lunga percorrenza e quindi le sale di ristoro per soli adulti erano chiuse. Diversamente sulle rotte verso Titano, Mercurio o la nuova colonia extra sistema solare di Alpha Centauri, i giardini dell’eros rimanevano aperti sino a dodici ore prima dell’arrivo. – è un bell’uomo, e quel tantino volgare da farsi accalappiare volentieri… – bofonchiò tra sé avviandosi verso il suo stipetto guardaroba dove aveva lasciato gli effetti personali protetti dalla serratura ad impronta retinica. – Il sesso chiama sesso. L’amore con l’amore si ottiene e si paga- sentenziò sempre nel silenzio del suo intimo appoggiando il mento all’apposita mensola davanti alla quale un piccolo sensore riconobbe la sua impronta retinica che fece scattare la serratura. Lasciò nel cassetto il foulard, la collana e l’orologio quindi chiuse tutto dirigendosi verso gli spogliatoi della sala a zero g; affittò un gonnellino da vuoto e si chiuse subito nella sua cabina. Si spogliò subito aggiustandosi con precisione i lacci del tanga sulle ossa pelviche, quindi infilò il gonnellino. Rimase con la mano sulla maniglia pronta per uscire incantata, bloccata nei suoi pensieri -Amore! Cerco l’amore che sia solo un frammento di passione… una scheggia, una stella cadente non importa- Prisca s’immaginava l’affetto, l’amicizia, il calore, la passione come tante meteore, piccole scie più o meno luminose che attraversavano il suo corpo imprimendole un soffio di vita momentanea.
* è solo un attimo- soffiò sganciandosi il gonnellino sino a liberarsi del tanga -un aquilone che è rimasto imprigionato sulla punta di una stella. Un desiderio d’amore non realizzato… – le sue dita si inoltrarono nella vagina regalandole momenti di rara intensità. Poteva udire il frusciare delle sue dita nervose che si insinuavano nelle mutandine, le scostavano, le abbassavano. La morbida vagina bagnata di desiderio si lasciò schiudere, i turgidi capezzoli reclamarono carezze e gli indici vogliosi strinsero e titillarono il clitoride -è un abbraccio di due amanti clandestini, è la lacrima solitaria di un abbandono, è la coscienza dei pensieri, è il ritorno alla vita dopo un sonno profondo, è il sogno dell’inconscio. Uno specchio si è rotto-. Mentre declamava i suoi pensieri continuava a toccarsi il sesso: gli occhi socchiusi, le dita che scivolavano dolcemente sulle labbra della vagina, il respiro pesante e il cuore che le batteva in gola. Sognava di fare sesso con più uomini contemporaneamente, di toccarne uno, succhiarne un altro -i frammenti sono le azioni della nostra vita, sono le cose che vorremmo fossero accadute, sono i riflessi dei nostri sogni, della mente e del corpo che non sono stati. Che bello sarebbe avere un harem di uomini e far l’amore singolarmente o fare del sesso sfrenato con tutti contemporaneamente… – si contorse per gli spasimi sempre più ravvicinati. Parole senza senso, le sue? La realtà, abbracciava, sosteneva, esaltava la vita -La nostra o quella che crediamo che sia? – L’orgasmo non tardò, rimase appoggiata alla porta metallica per qualche minuto, poi si ricompose e si preparò ad uscire.
Senza voltarsi indietro si infilò nell’anticamera della sala a zero g dove le fu permesso di indossare delle morbide pantofole al posto delle normali scarpe di rigida gommaflex. In assenza di peso il corpo umano non avrebbe più poggiato i piedi a terra nella consueta postura eretta, ma avrebbe fluttuato leggero senza avere la pur minima cognizione tangibile di cosa fosse realmente il sotto e il sopra. Una hostess raccomandò prudenza una volta entrati nella sala sferica, e ad ognuno spiegava come percorrere il trampolino dal quale tuffarsi nel vuoto. Prisca sapeva bene che il termine tuffarsi non era neanche lontanamente paragonabile al tuffo fatto in una piscina d’acqua o addirittura nel mare. S’aggrappò saldamente ai corrimani del trampolino metallico e l’operatore diede contatto. Per un momento si sentì sospesa nell’aria, mentre la gravità scendeva a zero man mano che il trampolino estensibile si allungava verso il centro della sfera. Appena il braccio mobile giunse a fine corsa bloccandosi, Prisca con il cuore in gola si spinse fuori dalla piccola cesta del trampolino con una leggera flessione delle gambe. Il body leggero e il gonnellino plissettato sembravano non gravarle più sulla pelle tanto che aveva la sensazione di non indossare nulla; diede uno sguardo al ponte dove era allacciato il trampolino -la- si disse -c’è il pavimento… qui il nuovo, il niente … la sensazione del volo-
Era sempre euforica tutte le volte che si faceva un tuffo a Zero G, e malgrado fosse abituata alla gravità artificiale non mancava mai di stupirsi per quell’effetto tutto speciale che le gonfiava le labbra della vagina. -sesso, orge… amore, uomo… – si disse improvvisamente. I momenti appena passati nello spogliatoio ritornarono con tutta la veemenza con cui s’erano scatenati. Guardò gli altri bagnanti sparsi per la piscina sferica che sembravano quasi stati lanciati nell’universo oscuro, proprio come pensieri reconditi del proprio inconscio -che non vogliamo comprendere- mormorò dandosi una spinta puntando i piedi su di una piccola boa.
Chiuse gli occhi distendendo il corpo, e subito le si parò davanti quella marea di frammenti di vita che le sembrarono mutare in schegge di stelle formando una scia di meteore che navigavano placidamente verso un destino ignoto e incomprensibile. Tutto sembrava indipendente dalla sua mente, dalla sua volontà, ma accade. Come l’attrazione fra due poli magnetici si fuse senza voce in quel mare spaventoso che poteva paradossalmente offrirle riparo. Così come l’attrazione fra due corpi che si riconoscono al buio, che si comprendono senza voce, scoccò la scintilla, una nuova percezione fioca e tenue di vita… d’amore. Vide gli amori che furono, ruotare nello spazio, dispersi ciascuno verso la propria orbita, attirati da un altro possibile incontro, mentre lei sicura iniziò a scorrere la sua scia di ricordi, di dolore e di separazione superando ogni stadio per guadagnare del terreno intonso. -Ci sono milioni di uomini nella prateria stellare… – sorrise mentre nei suoi occhi s’accese la speranza d’una nuova luce d’amore. FINE

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I racconti erotici sono la mia passione. A volte, di sera, quando fuoi non sento rumori provenire dalla strada, guardo qualche persona passare e immagino la loro storia. La possibile situazione erotica che potranno vivere...

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