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Que reste t-il de nos amours

La mattina, appena sveglio, Giancarlo andò in bagno. Aveva la bocca impastata del sapore acre e pungente dei residui dell’alcol che la sera precedente aveva ingerito alla festa d’addio del celibato. Bastarono alcuni risciacqui col collutorio per togliere dalla bocca gli sgradevoli sapori. Entrò nel box della doccia e lasciò che l’acqua avvolgesse il corpo.
La cerimonia di nozze avrebbe avuto luogo nel tardo pomeriggio; mancavano parecchie ore prima della celebrazione in chiesa, che avrebbe segnato la perdita della libertà.

Aveva trascorso la serata al ristorante, in compagnia con gli amici. Al ritorno, si era fermato nell’appartamento della donna con cui da anni teneva una relazione amorosa. Con lei aveva trascorso il resto della notte festeggiando l’addio al celibato.
L’acqua della doccia aveva il pregio di togliergli di dosso la spossatezza che di solito lo coglieva al risveglio. Ancora una volta, come ormai gli succedeva negli ultimi giorni il suo pensiero andò a Letizia, che fra poche ore sarebbe diventata sua sposa.
Erano trascorsi parecchi anni da quando, ancora studenti, si erano conosciuti. Avevano frequentato lo stesso corso di laurea in medicina. Lui, era figlio di una coppia di operai che per mantenerlo agli studi si erano sottoposti ad ogni genere di sacrifici e privazioni. Letizia, invece, proveniva da una delle famiglie più facoltose ed aristocratiche della città.
La diversa estrazione sociale e non solo quella, avevano creato fra loro una barriera insormontabile. Pur incontrandosi spesso, per ragioni di studio, non avevano mai avuto occasione di frequentarsi.
A quei tempi, Letizia, era di una bellezza straordinaria, fuori del comune.
I capelli, di colore castano chiaro, le arrivavano sulle spalle, ma si era abituata a raccoglierli a coda di cavallo, cosa che metteva in risalto i lineamenti del viso, dolci ed aggraziati.
Le gote, leggermente incavate, facevano da parentesi alle labbra carnose e al naso all’insù. All’apparenza magra e asciutta, aveva invece una abbondanza di forme che sapeva mettere in giusto risalto quando gli capitava d’indossare abiti aderenti.
Molti ragazzi, durante quegli anni di università, l’avevano corteggiata, ma nessuno poteva vantare una storia con lei.
Acquisita la laurea in medicina, Letizia aveva proseguito gli studi specializzandosi in Medicina Interna. Lui, invece, si era trasferito a Modena.
Lì, si era specializzato in Medicina del lavoro.

Alcuni anni dopo le loro strade si erano incrociate di nuovo. Accadde una sera d’inverno. Giancarlo era giunto al cinema Astra in leggero anticipo.
Il film che da lì a poco avrebbero proiettato era “Baci Rubati”: un film del sessantotto girato da Truffaut. Giancarlo Se ne stava nel foyer a fumare una sigaretta in attesa dell’inizio della proiezione, soffermandosi a guardare le locandine con i manifesti, quando una mano si appoggiò sulla sua spalla.
Si girò e con sorpresa incrociò lo sguardo di Letizia.
– Ciao! Che piacere rivederti a distanza di tanto tempo – Disse la donna aprendosi in un sorriso.
– Beh! La sorpresa è tutta mia, di certo non immaginavo d’incontrarti alla proiezione di un film di Truffaut-
– Beh! Allora sincerità per sincerità anch’io sono sorpresa di ritrovarti qui. Ho sempre pensato che impegnassi il tuo tempo libero dedicandoti alla politica. Invece ti ritrovo qui, solo, in una gelida serata d’inverno a vedere un film girato nel sessantotto. Ah! Già, forse è per questo che sei qui –
– Ti sbagli, non è cultura sessantottina. Sono qui perché adoro Truffaut, in particolare la serie di film che hanno come protagonista Antoine Doinel.
Forse dipenderà dal fatto che come molti della mia generazione, riconosco in quel personaggio molti dei miei pregi e soprattutto dei miei difetti.
Antoine è come tutti noi. Un uomo alla ricerca di un’identità, in un mondo che invece è popolato solo di apparenze.
– Anch’io apprezzo i film di Truffaut- replicò Letizia
– Magari in maniera diversa dalla tua. Infatti, sono più legata alle storie d’amore “La signora della porta accanto” o di “Adele H” siono i film che preferisco –

Durante la proiezione scambiarono un’infinità di commenti, come mai in passato gli era successo di parlare. Entrambi non erano giovanissimi, avevano circa quarant’anni. Alle spalle un intenso vissuto.
Quella sera, per una serie di fortuite circostanze, fra loro s’instaurò una particolare intimità. Una simpatia che, nell’arco di poche settimana, sfociò in un profondo affetto.
Uscirono dal cinema canticchiando, insieme, le note di “Que reste t-il de nos amours ? “. Una vecchia canzone di Charles Trenet, le cui musiche, Truffaut, aveva inserito come motivo conduttore del film.
Il giorno dopo, Giancarlo, girò nei negozi di dischi della città, con la speranza di rintracciare una copia del disco su cui stava incisa quella canzone, ma inutilmente. L’insistenza con cui si era cacciato in quella ricerca fu premiata dalla tenacia di un negoziante, suo amico, che dopo averne fatto richiesta direttamente alla Paté, la casa musicale che produceva i dischi di quel cantante, era riuscito a fargli arrivare una copia del disco. Fu il primo di una lunga serie di regali che le fece, forse il più importante.
Letizia, nel corso degli anni, era profondamente cambiata, non era più la ragazza borghese e vanitosa che Giancarlo aveva conosciuto da studente.
La vita in ospedale e il contatto con i problemi della povera gente l’avevano profondamente cambiata, ora aveva una cultura progressista.
I colleghi di lavoro non mancarono di malignare sulla loro unione.
Meravigliandosi che Letizia, dopo anni vissuti nell’anonimato, all’apparenza priva di un qualsiasi affetto, si mostrasse pubblicamente con un fidanzato.
In tanti avevano malignato sulla sua identità sessuale, insinuando che fosse lesbica. Risultava, infatti, inspiegabile che una donna bella come lei vivesse senza un uomo accanto.

L’acqua della doccia scorreva tiepida sul suo corpo, disperdendosi in mille rivoli. A Giancarlo tornò in mente la prima volta in cui aveva fatto l’amore con Letizia. Accadde alcune settimane dopo quel fortuito incontro.
Avevano presero a frequentarsi assiduamente, specie nei fine settimana.
Scoprendo poco per volta le tante affinità che avevano in comune.
La congenialità dei loro caratteri era sfociata in una profonda attrazione.
Una sera, con la scusa d’invitarla nel proprio appartamento ad ascoltare il disco di Charles Trenet, che lo stesso pomeriggio aveva ritirato dal negozio di dischi, avevano fatto l’amore; per la prima volta.
Prima d’incontrare Letizia la sua vita sentimentale era stata burrascosa.
Costellata di tanti amori e di altrettanti fallimenti. Aveva convissuto con parecchie donne, senza mai riuscire ad instaurare con nessuna di loro un rapporto duraturo. Forse per colpa del suo carattere schivo, che molte donne scambiavano per presunzione. Nella vita privata, come in quella professionale si era sempre dimostrato molto altruista e della solidarietà aveva fatto uno dei suoi principi di vita.
La scelta di specializzarsi in Medicina del lavoro, sotto l’aspetto economico era meno gratificante, rispetto a quella dei colleghi che al contrario avevano intrapreso la strada del facile guadagno. Queste caratteristiche lo rendevano un tipo speciale e Letizia lo aveva capito.
Seduti sul divano avevano ascoltato più volte “Que reste t-il de nos amours? ”
Lui aveva indossato gli abiti di Antoine Doinel e, come il protagonista di “Baci rubati” avvicinò timidamente le labbra a quelle di Letizia, che stava seduta al suo fianco. L’incontro delle bocche fu dolce, delicato.
Rimasero distanti l’uno dall’altro senza sfiorarsi, lasciando alla permeabilità delle labbra d’assaporare il frutto maturo dei loro desideri. Continuarono a baciarsi per molto tempo come due ragazzini, ben consci che quello che stava accadendo, non sarebbe stato che l’inizio di un rapporto importante.
Per questo non avevano intenzione di bruciare in pochi istanti ciò che in cuor loro aspettavano da una vita.
Giancarlo s’inginocchiò sul tappeto e attirò Letizia a se.
– Io ti amo – le disse guardandola negli occhi, lasciando che dietro le parole che aveva pronunciato vi fosse un lungo periodo di silenzio.
– Anch’io – rispose lei, senza abbassare lo sguardo.
Non furono necessarie altre parole. Si erano detti tutto.
Iniziarono a spogliarsi togliendo di dosso gli indumenti. Si ritrovarono nudi, inginocchiati l’uno di fronte all’altro.
Seppure non giovanissima, Letizia era una donna molto bella ed affascinante.
In tutti quegli anni, aveva prestato particolare attenzione alla cura del corpo.
Sulle gambe, come sui glutei non vi era traccia di smagliature. La pelle non era raggrinzita, al contrario era liscia e morbida come quella di una ragazzina.
Anche quella sera, come suo solito, portava i capelli raccolti dietro il capo a coda di cavallo; le davano un aspetto giovanile e spigliato.
Giancarlo pose le mani sui seni. Lei lo imitò affondando le unghie sulle sporgenze carnose dei suoi capezzoli.
Continuarono a sfiorarsi, avidi di desiderio, consci che quegli interminabili istanti sarebbero sfociati nella completa fusione dei loro corpi.
Ansimavano entrambi. Letizia, stimolata dalle carezze pareva odorare ancor più di buono.
Stavano inginocchiati sul tappeto, l’uno di fronte all’altro, scrutandosi.
Il cazzo di Giancarlo era diritto, pungente e la cappella si strofinava sull’addome di lei.
Infilò la punta della lingua nella bocca di lei accompagnando la penetrazione con il movimento delle mani che afferrarono le natiche della donna attirandola
a se. Giunti al massimo dell’eccitazione iniziarono a masturbare il sesso dell’altro, lentamente, senza fretta. Non seppero resistere per molto a quel ritmo, perché dopo pochi istanti, Giancarlo, la fece scivolare sul tappeto e la penetrò, così come aveva desiderato farlo dal primo istante in cui Letizia aveva messo piede nell’appartamento.
L’uccello, che nella lunga attesa aveva iniziato a dolergli, scorreva nella stretta cavità della vagina a fatica, tanto erano insistenti gli spasmi di piacere che ne contraevano le pareti. Con violenza, Letizia, affondò le unghie nel petto di lui.
L’orgasmo li sorprese mentre entrambi avrebbero voluto continuare i loro giochi amorosi. Venne prima lui, poi eccitata dalle contrazioni dell’uomo lo seguì a ruota, lasciando che gli sborrasse nella vagina.

La loro storia d’amore era iniziata quella sera. Ora, a distanza di circa due anni da quell’incontro, avrebbero coronato il loro sogno d’amore sull’altare.
Una decisione che avevano preso di comune accordo. Dopo che lei, vincendo una certa ritrosia, aveva ceduto alle sue insistenze.
Giancarlo uscì dalla doccia. Dopo avere indossato boxer e canottiera, si trasferì in cucina. Prese dal frigorifero la caraffa di caffè d’orzo. Ne versò a sufficienza dentro ad una tazza che inserì dentro il forno microonde per scaldarla. Per quanto durante il loro periodo di fidanzamento gli fosse capitato di ospitare Letizia per lunghi periodi di tempo, sapeva molto bene, per esperienza, che la convivenza sotto lo stesso tetto è il punto più debole del rapporto di coppia.
In fin dei conti poteva definirsi un uomo fortunato: Letizia solo all’apparenza era strana, chiunque conoscendola meglio ne avrebbe apprezzato le virtù. Una dote la contraddistingueva da tutte le altre donne che aveva posseduto: non lo aveva mai annoiato e infastidito raccontandogli dei suoi ex. Quasi che prima di lui non fosse esistito nessun altro uomo.
La loro relazione, fin dall’inizio, si era basata su una profonda stima reciproca. La loro intesa sessuale era perfetta. Erano riusciti ad instaurare un legame solido, privi come erano entrambi d’inibizioni. In verità una cosa faceva eccezione: Letizia non aveva mai lasciato che lui la penetrasse da dietro. Questo non lo aveva disturbato più di tanto, anche se in varie occasioni le aveva ripetuto quella richiesta. Lei, in maniera garbata, gli aveva elargito altrettanti rifiuti. In compenso sapeva fare molto bene una cosa che molte donne spesso si rifiutano di fare: leccargli meticolosamente il buco del culo!
Dopo la cena di nozze avevano programmato di trascorrere la notte nella villa dei genitori di Letizia, nell’attesa, il giorno dopo, di trasferirsi in automobile a Pont-Aven, cittadina della Bretagna dove solitamente amavanotrascorrere le vacanze.
Giancarlo, dopo il mal di testa che lo aveva colpito al risveglio, si era completamente ripreso ed ora se ne stava tranquillamente seduto sul divano a guardare la tivù. Il trillo del telefono lo riportò alla realtà.
– Pronto! –
– Ciao! Come stai? Hai trascorso una buona nottata? –
– Ma dai Letizia, non essere sciocca. Sai benissimo come vanno a finire queste cene fra amici. Si beve.. e nient’altro. Fino a quando qualcuno cade in terra ubriaco e allora tutti si accorgano che si è superato il limite. A proposito, tu stai bene? –
– Sì! Sto aspettando che arrivino le mie amiche, mi aiuteranno a vestirmi.
Intanto però ho qui vicino a me mio fratello. è giunto stamani in aereo da Boston… a proposito ti manda i suoi saluti –
– Ricambiali! A cena dopo la cerimonia avremo tutto il tempo per parlare –
– Ciao! Allora ci vediamo in chiesa. Mi raccomando se c’è qualche problema telefonami subito –
– Sì! Ciao! –
Ripose la cornetta e tornò a guardare la tivù. In verità, lui, non aveva tribolato eccessivamente nell’organizzare il matrimonio. Se n’era occupata in gran parte Letizia che a sua volta aveva demandato ad un’agenzia l’intera organizzazione. Lui, contrariamente a Letizia avrebbe avuto che pochi invitati presenti alla cerimonia, dal momento che i suoi genitori erano deceduti e non aveva altri parenti. Gli restava una sorella: Cinzia, di qualche anno poco più giovane di lui, che in quell’occasione gli avrebbe fatto da testimone. La madre e il padre di Letizia, invece, erano ancora vivi e godevano ottima salute. Il fratello, medico pure lui, era tornato dagli Stati Uniti, dopo alcuni anni d’assenza dall’Italia e avrebbe fatto da testimone alla sorella.
La cerimonia iniziò con alcuni minuti di ritardo rispetto l’ora prevista.
Letizia, che per tutta la giornata era stata spigliata e brillante, al momento di uscire di casa si era commossa lasciandosi andare ad una crisi di pianto. Fu necessario riordinarle il trucco del viso, così giunse in chiesa con qualche minuto di ritardo.
La cerimonia di nozze ebbe luogo nella chiesetta di Barbiano, situata sulle prime colline della città. Letizia si presentò sul portone della chiesa accompagnata dal padre. Indossava un magnifico abito bianco, con uno strascico di alcuni metri tenuto sollevato da due damigelle.
Alla celebrazione liturgica, condotta nella più rigorosa semplicità, faceva da contrasto la raffinatezza e l’eleganza degli invitati, poco più di un centinaio.
Dopo che i loro rispettivi fratelli presero posto accanto a loro, per svolgere la funzione di testimoni, iniziò la cerimonia.
Si scambiarono gli anelli e con loro la promessa di fedeltà e di rispetto per il resto della vita.
La cena ebbe luogo all’aperto, sul prato della villa dei genitori di Letizia. L’agenzia, cui avevano demandato l’organizzazione, aveva badato a disporre i tavoli per la cena sotto dei gazebo illuminati da un’infinità di candele e dal chiarore delle stelle.
La serata trascorse piacevolmente. A mezzanotte non restava che il taglio della torta, dopodiché gli invitati sarebbero andati via. Gli ultimi saluti, gli auguri ed infine sarebbero rimasti soli.
Alle due in punto gli ultimi ospiti lasciarono la villa. Rimasero soltanto alcuni parenti che, quella notte, si sarebbero fermati a dormire nella villa.
Si salutarono con una serie interminabile di baci, abbracci e raccomandazioni. L’indomani mattina, infatti, Giancarlo e Letizia si sarebbero alzati molto presto e non avrebbero avuto il tempo di salutarli.
Una volta in camera da letto i giovani sposi s’infilarono esausti sotto le lenzuola.
– Buonanotte! – Gli aveva sussurrato, Letizia, all’orecchio dopo averlo baciato sulla guancia e spento la luce.
– La nostra luna di miele inizia domani. Questa notte riposiamoci. –
Si addormentarono subito dopo, abbracciati l’uno all’altro.
Verso le tre di notte, il vento fece sbattere contro il muro una delle imposte della camera da letto. Giancarlo si svegliò e girandosi verso l’altra metà del letto, illuminata dal chiarore lunare, notò che stranamente non era occupata da Letizia. Mise i piedi in terra, infilò le ciabatte e andò a fissare l’imposta che ancora sbatteva. Terminata l’operazione andò verso il bagno. Schiacciò l’interruttore che stava fuori della porta ed entrò. Era vuoto, Letizia non stava lì. Preoccupato per la sua assenza uscì dalla camera. Con indosso i soli pantaloni del pigiama e le ciabatte, scese lungo le scale per raggiungere il piano terra della villa. Esplorò la sala da pranzo e, in breve successione, i salotti, l’ampio salone delle feste e la cucina. I suoi occhi si erano abituati alla semioscurità, così iniziò a muoversi con maggior disinvoltura. Arrivò fino al portone d’ingresso che dava sul giardino. Una volta all’aperto, sussurrò il nome della sua donna senza ricevere alcuna risposta.
Tornò all’interno della villa e risalì la scalinata che portava alle stanze da letto. Non andò in direzione della sua camera, girò a destra verso le stanze degli ospiti.
Arrivò fino al termine del corridoio, movendosi con circospezione a causa della semioscurità, senza notare nulla di strano. Poi, quasi impercettibile, sentì un rumore molto simile ad un lamento provenire da una delle stanze. Si avvicinò e appoggiò l’orecchio sull’uscio. La lieve pressione del capo contro il legno della porta, solo socchiusa, la spinse leggermente in avanti aprendo un varco di pochi centimetri, sufficiente per vedere all’interno.
Si fermò per un attimo e, incuriosito dal persistere di quel lamento, infilò lo sguardo dentro la stanza. La luce di un’abat-jour illuminava soffusamente la stanza da letto. Un uomo stava disteso sul letto; nudo. La donna accovacciata al suo fianco, teneva stretto fra le mani l’uccello e lo faceva scorrere dentro la bocca. Sorpreso da quella scena ritirò il capo, senza rendersi conto di chi fossero i corpi dei due amanti. Un dubbio lo colse. Infilò nuovamente lo sguardo nel varco della porta e, con sorpresa, vide che quella donna era Letizia. L’uomo: il fratello Marco.
I due stavano nudi sul letto. Lei, contrariamente alle sue abitudini aveva i capelli completamente sciolti che appoggiavano sull’addome dell’uomo. Lui, se ne stava supino disteso sul letto con le mani intrecciate dietro il capo e gli occhi completamente chiusi. Si vedeva che stava godendo. Di tanto in tanto ruotava il capo o lo piegava in avanti per mordersi le labbra.
Aspirava intensamente l’aria, ansimando ed emettendo sommesse frasi indirizzate alla sorella.
Giancarlo, sorpreso dalla scena, non riusciva a capacitarsi di ciò che stava accadendo sotto i suoi occhi. Restò lì, attonito, a guardare, privo della benché minima reazione.
Dal modo con cui i due conducevano il rapporto intuì che quell’evento non era casuale, ma frutto di una lunga ed intensa conoscenza che sicuramente si protraeva da lungo tempo.
Letizia, continuava imperterrita nella sua azione, con circospezione, senza affanno, quasi a voler prolungare all’infinito quegli attimi di piacere.
Inginocchiata al suo fianco gli lambiva con la lingua la cappella, resa lucente dalla saliva. Poi, tenendo l’uccello fra le dita, lo guidò in gola, sempre più in profondità.
Accompagnava i movimenti della mano con quelli del capo in perfetta armonia e padronanza della situazione.
Giancarlo, in quegli attimi, pensò che ogni gesto e ogni cosa che Letizia stava facendo col fratello li aveva già vissuti insieme con lei, uguali e identici. Questa volta però un altro uomo giaceva accanto alla sua donna.
Letizia esercitava una tal passione in quei movimenti amorosi che Giancarlo nell’osservarla si ritrovò eccitato, non gli importava di Marco, osservava solamente i gesti della sua donna.
Il corpo di Letizia, perfettamente abbronzato, scintillava di luce riflessa dai granuli di sudore e contrastava con la pelle dell’uomo di colore biancastro. La sua bocca scorreva senza tregua sull’asta. Letizia aveva iniziato ad esercitare una lieve pressione con le labbra sull’uccello in modo da produrre maggior godimento al suo partner. Se solo pochi minuti prima la sua azione era improntata alla seduzione e all’accrescimento del desiderio ora era diventata affannata. Aumentò la velocità della sua azione fino a quando lui la scostò e la mise carponi sul letto.
L’uccello dell’uomo pareva duro come il legno di una quercia. Marco, fece scivolare alcune dita sulla bocca e vi depositò un’abbondante quantità di saliva, dopodiché avvicinò la mano allo sfintere di Letizia e vi collocò l’unguento. Si aiutò con un dito che con forza inserì all’interno dell’orifizio facendolo ruotare in modo d’allargare la parete e distribuirne meglio l’unguento. Lei, al momento della penetrazione gemette, poi lasciò che lui le dilatasse il buchetto.
Marco prese fra le dita l’uccello, abbassò gli occhi e lasciò che dalla bocca fuoriuscisse un filo di saliva che andò a depositarsi sulla superficie della cappella. Con una mano afferrò un fianco di Letizia, mentre con l’altra strinse l’uccello che puntò verso lo sfintere. La manovra fu facilitata dalla disponibilità della donna, che spingendo aria verso l’esterno facilitò l’imbocco, che nonostante quella manovra non mancò di farla sobbalzare dal dolore.
Una volta dentro, Marco afferrò con la mano anche l’altro fianco. Iniziò a pomparla selvaggiamente senza alcun ritegno. Letizia si dimenava ed oscillava sul letto scrollando il bacino. I capelli sciolti e madidi di sudore le davano un aspetto selvaggio.
– Sì! … Sì! … Fammi godere… –
Disse queste parole ansimando. Marco nel frattempo, continuava ad affondare l’uccello nella cavità a ritmo serrato, quasi a voler terminare la sua opera. Ad un certo punto tirò fuori completamente la cappella dallo sfintere e la penetrò nuovamente, ripetendo la manovra infinite volte fino a quando lei urlò:
– Basta! … Ti prego… Basta! … Mi fai morire –
Giancarlo rimase stupito da quelle frasi. Finalmente aveva capito perché Letizia si era sempre rifiutata di farsi inculare da lui. Probabilmente era l’unico modo che aveva per rimanere fedele al sentimento d’amore che la legava a Marco.
La cappella dell’uomo si era gonfiata a dismisura ed aveva un colore rosso violaceo. Dall’orifizio della donna uscì un minuscolo rivolo di sangue, testimonianza dell’accanimento con cui si era ostinato su di lei.
– Sì! … Sì! … Fammi male. Puniscimi. Non merito che d’essere castigata.
Fallo un’altra volta, come quando eravamo ragazzi. Si! Dai fallo! … fallo! … Ancora! –
Marco, pur rallentando il ritmo, riprese a penetrarla.
– Si! … fallo! … Ti supplico ancora. Puniscimi! Non merito che questo puniscimi!!
Puniscimi! Punisci la tua sorellina cattiva –
A quelle parole Marco, fradicio di sudore, tirò fuori l’uccello dal sedere della donna e, dopo un attimo d’esitazione, lo infilò più in basso nella figa.
– Sì! è quello il suo posto. è lì che lo voglio. Fammi godere.. Ti prego, ancora una volta! Perché questa sarà l’ultima volta, poi non lo faremo più, mai più –
Marco le afferrò le mammelle e continuò a muoversi dentro di lei, appassionatamente come un tenero amante.
Giancarlo, intanto, aveva assistito all’evolversi della scena sbirciando dalla porta semichiusa. Annichilito, umiliato, incapace di una qualsiasi reazione, continuava ad osservare i due amanti inebetito seppure eccitato da quella strana esperienza. Fu Letizia a scuotere la sua astenia.
– Vengo! … Vengo! … – Gridò Letizia
– Vengo! … Giancarlo! .. Vengo! … Giancarlooo! –
Aveva pronunciato il suo nome: Giancarlo, com’era solita fare quando lui la chiavava. Subito dopo quell’affermazione Marco venne sborrandole sulla schiena accovacciandosi su di lei.
Si sdraiarono sul letto l’uno accanto all’altro avvolti da un tenero abbraccio.
– Allora è deciso- disse Marco – Non lo faremo più. Questa è stata l’ultima volta in cui abbiamo fatto all’amore. Faremo in modo che rimanga un dolce ricordo. Vuoi così bene al tuo Giancarlo? –
– Sì! Tanto. Non credo che al mondo esista un altro uomo buono e generoso come lui –
Giancarlo indietreggiò lentamente dalla sua postazione e a passi felpati si avviò verso la sua camera. Ripose le ciabatte di fianco al letto, sfilò la vestaglia e s’infilò sotto le lenzuola.
Le ultime frasi che Marco e Letizia si erano scambiati e la decisione di lei, d’interrompere per sempre il loro rapporto, lo aveva convinto a recedere da una qualsiasi ritorsione. La scena alla quale aveva assistito per quanto di una certa gravità, non gli era parsa così strana e un motivo c’era, perché anche lui e sua sorella Cinzia subivano la stessa attrazione.
La stessa che poco prima aveva unito Marco e Letizia.
La sera precedente, infatti, dopo la cena d’addio al celibato, si era comportato allo stesso modo. Anche lui per l’ultima volta, aveva fatto all’amore con Cinzia, con la quale fin da ragazzo intratteneva un rapporto incestuoso.
Si era coricato da una decina di minuti quando sentì la porta della camera aprirsi con cautela. Subito dopo Letizia si stese sul letto e riprese posto accanto a lui.
La sveglia squillò alle sette precise. Non impiegarono molto tempo per lavarsi, vestirsi e degustare una breve colazione. Alle otto precise lasciarono la villa a bordo della loro Volvo V70 in direzione del casello di Parma dell’autostrada del Sole. A mezzogiorno erano a Chambéry in Francia.
Avevano riso e scherzato per tutto il tragitto. Come loro abitudine, una volta in territorio francese, sintonizzarono l’autoradio sulle frequenze di “Radio Nostalgie”, un’emittente nazionale che trasmette musica degli anni sessanta.
Stavano immettendosi sull’A43 in direzione di Lione quando dagli altoparlanti uscirono le note della loro canzone. “Que reste t-il de nos amours ? ” Probabilmente lo avrebbero scoperto solo al loro ritorno. FINE

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