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Autobiografico

Forse questo racconto non è eccitante, forse non è neanche ben scritto. Ma è vero ed erotico come solo la realtà può essere. Se qualcuno si riconosce nelle persone da me narrate, allora si abbandoni allo sciabordio dei ricordi e si adagi nel molle sonno della memoria.
Di me a me stesso.

Il locale era immerso nell’ombra delle tenui luci rosse. Qualcuno russava, altri dormivano profondamente. Un rumore sordo e la porta di metallo si aprì lasciando entrare la luce del corridoio. I passi si avvicinarono alla branda lentamente, gli occhi dovevano abituarsi a quel buio per cercare. Il ragazzo procedeva tastoni tra le brande e gli armadietti. Arrivò al posto S16/15 e scrollò chi dormiva profondamente.
– Capo. Capo, si svegli. – fece sottovoce.
Nessuna risposta, come ogni volta svegliarlo era un’impresa.
– Capo. Forza, si svegli. Fra poco chiameranno il posto di manovra. Il Comandante la vuole in plancia. – insistette il ragazzo.
– Mmm. Arrivo. – biascicò Andrea ancora avvolto nella coperta.
Il sottocapo uscì di corsa dal locale sottufficiali e tornò al suo posto mentre Andrea cercava di riprendersi piano piano.
Andrea si alzò dalla branda con un salto. Aprì l’armadietto e indossò la divisa. Con la precisione di un orologio svizzero sentì gli altoparlanti tuonare:
– Peeng peeng peeng. Prepararsi per il posto di manovra generale. Prepararsi per il posto di manovra generale. – la voce che invase il locale era quella di Federico.
Neanche il tempo di un caffè, pensò. Intanto, il resto dei ragazzi era saltato giù dalle brande e si stava affollando in bagno.
Erano le sette del mattino e la guardia smontante non aveva dormito quasi nulla. Le facce stanche ed assonnate si scambiarono i soliti saluti. Qualcuno era già eccitato dal fatto di arrivare finalmente in porto dopo dieci giorni di esercitazione nel mar Mediterraneo.
Andrea era pronto e a grandi passi percorse i pochi metri che dal locale di prora conducevano in plancia.
Aprì la porta e fu investito dalla luce del primo sole al largo di Cagliari.
– Ciao Andrea – lo salutò Federico.
– Ciao, dove siamo? – chiese all’amico prendendo il suo posto al tavolo di rotta.
– Ho messo l’ultimo punto nave due minuti fa. Adesso procediamo con la navigazione a vista. – lo informò mettendosi il berretto.
– Ok. I ragazzi sono già al loro posto? –
– Sì. Nicola e Umberto sono sulle alette. Ho fatto il collegamento. Canale dodici. –
– Roger. –
Il Comandante fece il suo ingresso in plancia e l’ufficiale di guardia diede l’attenti.
– Buon giorno, ragazzi. – salutò con la sua voce profonda e severa.
Gli risposero in coro prendendo i posti assegnati. L’ordine era stabilito ed ognuno sapeva cosa fare. Il Comandante assunse il comando della manovra e controllò le consegne.
– Sperelli, dove siamo? – chiese ad Andrea avvicinandosi al tavolo di rotta.
– A dieci miglia dalle ostruzioni. – rispose subito mettendosi le cuffie.
– Va bene. Navigazione di precisione fino al traverso della barriera, dopodiché faccio io. – comunicò.
Era un ottimo Comandante. Bravo nelle manovre e nelle esercitazioni e molto severo nei rapporti con i suoi subordinati, ma Andrea poteva contare su una buona dose di fiducia accordatagli dopo diversi mesi di navigazione.
– Roger, Comandante. – poi controllò il collegamento con le alette di plancia. – Dritta e sinistra da plancia. Prova rete.
– Forte e chiaro e al freddo. – gli rispose Nicola.
– Forte e chiaro e sottovento – fece Umberto chiuso nel suo giubbotto di navigazione.
Federico scrutava l’orizzonte al fianco del Comandante. Come ogni volta avrebbero ormeggiato la fregata senza intoppi, il più velocemente possibile. Sapevano che tutto l’equipaggio aveva voglia di uscire dopo tanta acqua salata.
– Sperelli, poi un giorno mi dovrà spiegare perché durante la manovra di ormeggio voi segnalatori siete così veloci, mentre al disormeggio impiegate mezz’ora a preparare la navigazione. – Il tono era rilassato. Il grande uomo aveva voglia di scherzare.
– È il mal di terra, Comandante. – rispose Andrea sorridendo.
– Secondo me, invece, è per quello che fate in porto. – ribatté rispondendo al sorriso sotto al suo cappello dal grande cordone dorato.
Il Comandante conosceva bene il suo equipaggio, aveva perfettamente ragione.
– E poi stiamo arrivando a Cagliari. Non è qui che l’anno scorso la nave ha dovuto aspettarvi per un’ora? –
– Sì Comandante. Ma questa volta non accetteremo passaggi dalle sconosciute. – Andrea era uno dei pochi che poteva permettersi di scherzare con il Comandante.
– Speriamo. –
Andrea si fece serio. Le ostruzioni erano vicine e non poteva permettersi di distrarsi.
– Dritta. Rilevamento rosso ostruzioni. – parlò nel microfono.
– Zero sei due. –
– Sinistra. Rilevamento molo icnusa. –
– Tre zero sei. –
– Rotta consigliata zero due zero. – urlò.
Il Comandante guardò la costa con il binocolo e impartì i primi ordini di manovra.
– Accosta a dritta e fai via zero due zero. Macchine avanti adagio. –
Il personale eseguì facendo rallentare la nave che avanzava quasi solamente per l’abbrivio.
La manovra fu semplice e veloce, avevano ormeggiato molte volte in quel porto e la passerella toccò il molo dopo circa un’ora.
La plancia si svuotò lentamente, l’equipaggio riprendeva i soliti compiti prima della franchigia. I segnalatori rimasero soli a sistemare il locale per le visite a bordo.
Andrea era seduto sulla poltrona del Comandante per scrivere il rapporto di navigazione e gli altri stavano pulendo i cassoni delle bandiere.
Guardava Cagliari attraverso i vetri che da diversi giorni gli avevano proiettato solo immagini di mare e tempeste. Quella città lo aveva stregato qualche mese prima e da allora ogni volta che ritornava gli sembrava di riabbracciare un vecchio amico o una calda amante. Sentì dei passi dietro di lui. Era Federico.
– Andrea, abbiamo finito sopra con le bandiere. Cosa rimane da fare? – chiese accaldato. Il sole batteva e l’aria si stava riscaldando.
– Dì ad Umberto di pulire i paglioli, il sale li sta corrodendo. Poi andiamo a prepararci. – disse senza staccare lo sguardo dai primi palazzi che si affacciavano verso di lui.
– Ok. – fece l’amico sporgendosi sull’aletta di dritta. – Umberto, dai una lavata ai paglioli. –
Impartiti gli ultimi ordini, si sedette vicino ad Andrea e lo guardò perplesso.
– Cos’hai Andrea? Ti vedo preoccupato. – disse togliendosi il berretto ed asciugandosi la fronte con il palmo della mano.
– Niente. È questa città. Mi sembra di conoscerla da una vita. È come se mi avesse adottato. – rispose chiudendo il giornale di chiesuola senza aver scritto nulla.
– Oh, se è solo per questo non ti preoccupare. Di solito questo posto ci è favorevole, non credi? –
– Sì, forse fin troppo. A proposito, hai sentito Marta e le altre? – chiese ricordandosi delle amiche che avevano lasciato due mesi prima, durante la loro ultima sosta.
– Sì, le ho chiamate ieri sera, durante l’esercitazione sotto costa. Hanno detto che ci verranno a prendere nel pomeriggio. Dobbiamo solo chiamarle quando siamo pronti. – disse contento.
– Va bene. Allora muoviamoci. – fece Andrea alzandosi di scatto dalla poltrona.
Federico lo osservò mentre ritirava le ultime carte nei cassetti del tavolo tattico.
– Che intenzioni hai con Marta? – chiese ad Andrea che si stupì per quella domanda così strana.
– Come che intenzioni ho? Le solite. Perché la vuoi per te? – domandò ironico.
– No Andrea, ma ieri ho parlato con Roberta. Ha detto che Marta ha trovato un ragazzo e così lei non ci sarà questi giorni. Solo le due sorelle ci faranno compagnia. – confidò temendo che l’amico la prendesse male.
– Roberta e Francesca andranno benissimo. Non ti preoccupare, lo vedi tu meglio di me quando sono innamorato. E con Marta non mi sembra di esserlo mai stato. – gli disse prendendolo per un braccio.
– No, infatti, ma dopo quello che c’è stato tra di voi… Sai, credevo che volessi stare da solo con lei… – spiegò.
– Da solo? Non crederai mica che ti lasci le due sorelle tutte per te. Te le dovrai sudare come al solito. – non era assolutamente coinvolto da nessuna delle tre, ma per Marta aveva provato qualcosa che si poteva avvicinare all’amore. Ma oramai era passato tanto tempo e lei aveva un’altro.
Lasciarono Umberto terminare le pulizie e scesero nel locale a lavarsi.
Il chiasso provocato dall’euforia dell’imminente uscita riempiva le stanze dove i ragazzi si preparavano. Federico ed Andrea dormivano nella stessa stanza insieme ad un’altra decina di giovani marescialli della nuova scuola.
– Allora Sperelli, quando ci lasceranno uscire? – chiese Massimo, un tecnico della direzione tiro.
– Penso tra una mezz’oretta. Devono controllare l’ormeggio e fare l’allacciamento della linea telefonica, prima. – rispose togliendosi la cravatta e la camicia.
L’odore di maschio e di gasolio era duro da lavar via, ma forse era il gusto più giusto per quella vita. Vivere in una casa galleggiante ha il sapore forte del viaggio.
– Vado di sopra a chiamare Roberta. – annunciò Federico.
– Va bene. Dille che saremo pronti per le due, penso. –
Il ragazzo uscì di corsa con il cellulare in mano, mentre Andrea si buttava sotto la doccia per rilassarsi e riprendere un atteggiamento terrestre.
Insaponandosi il viso con la crema da barba sentì anche lui l’eccitazione di aver finalmente toccato la terra ferma. Dopo alcuni minuti era vestito e profumato per il pranzo. Attese che anche Filippo fosse pronto e si sedettero al loro tavolo nella mensa sottufficiali.
Il ragazzo servì il pranzo poco dopo mezzogiorno; diversi furono i discorsi che riempirono la mensa. Ognuno dei sottufficiali aveva delle conoscenze in quella città, e tutti avrebbero avuto da fare per quei tre giorni di sosta.
Andrea e Federico avevano qualche minuto prima di uscire. Anzi, erano in netto anticipo, e stare ancora in mezzo a tutto quel ferro non li faceva respirare.
– Andiamo sul ponte di volo a fumarci una sigaretta. – propose Federico.
Salirono le strette scalette che da poppetta portavano al ponte e si sedettero vicino alle draglie. L’arietta sottile scapigliava la chioma troppo folta di Federico che stentava oramai a nasconderli agli occhi del Comandante.
Andrea porse una sigaretta all’amico e si rilassarono sotto ai raggi timidi del sole.
– Pensi che una delle due sia interessata a te o a me? – domandò d’un tratto Andrea.
– Chi? Roberta e Francesca? Può essere. Dopotutto non ci costa niente uscire con loro. Anzi, avere due ragazze del posto che ci scorrazzano per i locali è il mio sogno. No? – sputò il fumo verso l’alto.
– Penso di conoscere questa città fin troppo. Conoscere altri locali potrebbe essere… devastante. – e rise all’amico.
– Ok, ma se non ricordo male non sono brutte. –
– Cosa vuoi ricordarti? L’ultima sosta l’hai passata costantemente ubriaco. – bofonchiò Andrea.
– Senti chi parla. –
Buttarono le cicche delle sigarette a mare, lo stesso mare che li aveva circondati per quei giorni tra rollate e beccheggi.
– Usciamo, non ce la faccio più a stare rinchiuso in questa scatola di latta. – fece Andrea stirandosi.
– Sì, andiamo al bar che c’è fuori dal porto a farci una birra. – disse Federico sbadigliando.
Scesero nel locale a prendere i giubbotti ed in due minuti misero il primo piede sulla terra ferma. Federico barcollò per un istante.
– Non riuscirò mai ad abituarmi. – sbuffò tra sé.
Andrea sorrise, aveva qualche mese di esperienza più di lui, ma le avventure più importanti le avevano vissute insieme. Erano entrati in marina nello stesso periodo e sembrava che fossero nati insieme.
Si sedettero ad un tavolino sotto i portici che conducevano all’ingresso del porto. Il cameriere, un uomo anziano con una barba folta, arrivò in un attimo.
– Due becks, per favore. –
L’uomo si allontanò e portò subito le bottiglie al tavolo.
– A Cagliari – brindò Andrea.
Federico avvicinò il collo della sua bottiglia a quella di Andrea. Bevvero il primo sorso di birra dopo dieci giorni.
– Ma cosa è successo l’altra volta con Marta? – chiese ad Andrea che scrutava i passanti.
– Niente di particolare. Era domenica, l’ultimo giorno di sosta, e come ogni volta siamo andati a farci l’ultima bevuta al bar in centro. Come si chiama… Frost, forse. –
– Sì, mi ricordo. Ci sono stato anch’io, ma quel giorno ero di guardia. –
– Beh, le abbiamo incontrate lì. C’erano tutte e tre ed io ero con Nicola. Stavamo bevendo da un’oretta e quando sono entrate le abbiamo invitate al nostro tavolo. Dopo qualche minuto siamo usciti. Hanno detto che ci avrebbero portate in un locale che conoscevano loro. Non volevano farci rientrare presto e così le abbiamo seguite. –
– E allora? Ci hai provato con Marta? – chiese Federico curioso.
– No, non ancora, almeno. Siamo entrati in questo locale buio. La musica era pessima, così Nicola ed io siamo andati a prendere da bere mentre le ragazze sono andate in pista a ballare. – spiegò con una vena di soddisfazione. Era molto fiero delle sue avventure. – Ma subito dopo sono tornate da noi. Abbiamo continuato a parlare, e ad un tratto Marta si è avvicinata a me. – continuò – mi disse che non voleva lasciarmi andare via anche quella volta senza un ricordino. –
– Immagino che tipo di souvenir ti ha lasciato. – fece Federico ridendo.
– No, anche se io speravo che volesse scopare. Mi faceva tirare il cazzo per come era vestita. Aveva una minigonna minuscola, una camicia trasparente e le gambe continuavano a muoversi vicino alle mie. –
– Poi l’alcool che avevi in corpo ti avrebbe fatto vedere bella anche una vecchia di ottant’anni, credo. – continuò a scherzare.
– A parte questo, mise una sua gamba sopra le mie e mi appoggiò una mano sul petto. Sapeva che ero ubriaco e che non avrei opposto resistenza. – continuò a raccontare.
Le persone passavano davanti ai due amici seduti al tavolino. Donne e uomini scorrevano sotto i portici diretti a casa o al lavoro, ma loro sembravano distanti. Il mondo che avevano negli occhi era diverso, più vero.
– Perché? Se non fossi stato ubriaco le avresti detto di no? – chiese ancora Federico buttando giù un altro sorso di birra.
– No, nemmeno per sogno. Fatto sta che con la sua gamba in bella mostra sopra le mie, quelle calze nere che mi facevano impazzire, la sua bocca troppo vicina alla mia, ho iniziato a non capire più nulla. Mi carezzava il petto senza parlare. – raccontò gesticolando.
– Allora mi vorresti dire che ha fatto tutto lei? –
– Beh, secondo te? Io mi sono limitato ad aspettare che lei avvicinasse le labbra alle mie, intanto vedevo Nicola che stava chiacchierando con Francesca, mi pare. – continuò – Poi ho sentito le sue labbra calde posarsi sulle mie e la sua lingua entrarmi in bocca. L’ho abbracciata e ci siamo baciati mentre agitava quella cazzo di gamba sempre più su. –
Federico rise. Sapeva che quello che stava ascoltando era vero. Nicola glielo aveva raccontato la sera stessa in cui tornarono a bordo mezzi ubriachi. Il giorno dopo partirono per tornare a Spezia e Andrea rimase con lo sguardo perso verso la Sardegna per tutto il viaggio di ritorno.
– Si è limitata a baciarti o avete continuato? – chiese sempre più curioso.
Bevvero l’ultimo sorso di birra mentre Andrea continuava la sua storia.
– No, siamo andati in bagno, ma c’era troppa gente. Così si è strusciata un altro po’ in pista. Avevo il cazzo in fiamme. Avrei voluto prenderla lì, in mezzo a tutta quella gente, ma lei non si lasciava andare. –
– Ho capito. Così pensavi di concludere l’affare questa volta. –
– Proprio così. Mi dispiace di non vederla, ma se ha trovato un ragazzo, allora è meglio così. – concluse alzandosi dal tavolo.
Pagarono il conto e si avvicinarono all’ingresso del porto. Erano le due meno cinque e le ragazze stavano arrivando. Il ricordo delle gambe di Marta batteva nella testa di Andrea che sperava comunque di vederla.
La Punto rossa di Roberta arrivò puntuale. Si salutarono calorosamente scambiandosi baci innocenti e le solite frasi di circostanza.
– Ecco qui i nostri marinai! – salutò Roberta uscendo dall’auto abbracciando Andrea.
– Finalmente ci rincontriamo. – esclamò Federico mentre baciava la guancia di Francesca.
Le ragazze sembravano realmente felici di rivedere i loro amici. Federico ed Andrea sentirono i loro cuori scaldarsi d’affetto dopo un lungo periodo in cui non avevano avuto nessun rapporto con l’altro sesso.
– Allora, andiamo a fare un giro? – propose Roberta scrutando Andrea negli occhi, quasi volesse carpirne lo stato d’animo.
– Certo – risposero in coro.
Salirono in auto. Andrea davanti accanto a Roberta e Federico seduto sul sedile posteriore a qualche centimetro dalla sorella. Roberta lanciava qualche occhiata di tanto in tanto verso Andrea che rispondeva a sorrisi.
– Mi dispiace che Marta non sia potuta venire. Vi saluta e, forse, domani passera a salutarvi a bordo, almeno così ha detto. – fece Roberta.
– Sì – continuò Francesca – Da un mese esce con un tipo. Sembra un grande amore, continuano a scambiarsi messaggi e baci come se esistessero solo loro a questo mondo. –
– A volte l’amore fa questo effetto – esclamò Andrea – ma l’assuefazione poi fa dimenticare questi periodi. –
Andrea guardava Roberta. Non se la ricordava così affascinante. Indossava un paio di jeans attillati ed un maglioncino bianco sotto al giubbotto di renna. I lineamenti marcatamente mediterranei si incastonavano a meraviglia in quella cornice di capelli corvini che svolazzavano nell’aria del finestrino socchiuso. Andrea si sentì attratto da quel corpo asciutto e ben modellato, ma sopratutto dallo sguardo intelligente che traspariva da quegli occhi così scuri. Francesca, invece, aveva a suo vantaggio quel fascino evanescente delle donne bionde. I capelli tinti, infatti, risaltavano il viso delicato che non sembrava assolutamente simile a quello della sorella. Anche lei aveva delle forme molto ben disegnate, ma non le valorizzava, almeno non in quel pomeriggio.
Andrea si girò verso l’amico e con uno sguardo vecchio di quattro anni si capirono al volo. Il piatto era stato spartito, ma entrambi ebbero la sensazione che fossero state le ragazze a scegliere le loro prede. Non cambia nulla, pensò tra sé Andrea mentre guardava la strada affollata del porto.
– Scusate, ma dove stiamo andando? – chiese ad un tratto Federico, notando che Roberta aveva svoltato in una via che portava fuori città.
– Non vorreste iniziare a bere a quest’ora? – domandò sorridendo. – vi portiamo al parco che c’è qui vicino. Dopo tanto mare avrete bisogno di un po’ di terra, penso. –
– Va bene. Vai dove vuoi – disse Andrea rispondendo dolcemente al sorriso.
L’auto si districò nel traffico di quel pomeriggio quasi caldo, raggiungendo una grande pineta in pochi minuti.
Parcheggiarono l’auto davanti all’entrata e le ragazze scesero seguite subito dai due amici che si guardarono negli occhi. Sentivano il bisogno di bere qualcosa di forte e nel parco non avrebbero certo trovato un bar.
Si accontentarono della compagnia e seguirono le ragazze tra le panchine e gli alberi. Federico offrì una sigaretta ad Andrea che l’accese pensieroso.
– Cosa ci facciamo qui? – chiese porgendo l’accendino a Federico.
– Penso che vogliano mettere in chiaro le squadre. – tentò di indovinare.
– Le squadre? –
– Sì. Probabilmente loro hanno già deciso chi prenderà il posto di Marta, oppure chi ti dovrà far compagnia mentre l’altra viene con me. – disse Federico respirando una boccata di fumo.
– Mah, ultimamente sei tu quello che regge il moccolo –
– Hai ragione, ma la fortuna girerà, non ti preoccupare. –
– Spero che non giri proprio ora. – disse aumentando il passo per raggiungere le ragazze.
Vide le due ragazze di spalle parlottare tra loro. I culi ballavano a destra e a sinistra. Quello di Francesca era forse il migliore, ma quello di Roberta sembrava danzare a ritmo di musica. A volte non importa che strumento suoni, ma come lo suoni.
Andrea si fermò un attimo imbambolato da quella carne oscillante. Federico gli diede una gomitata per scrollarlo ed insieme si unirono alle due sorelle.
– Ci fermiamo all’ombra o avete intenzione di camminare fino a sfinirci? – ironizzò Andrea avvicinandosi fin troppo al braccio di Roberta che si muoveva al ritmo del suo passo.
– No, fra poco ci fermeremo. – annunciò Francesca guardando la sorella.
– Sì, io inizio ad essere stanco. – fece Federico tanto per non rimanere fuori dal gruppo.
Francesca gli sorrise e gli prese un braccio. I due amici si guardarono stupiti. Forse aveva ragione Federico quando gli aveva parlato della fortuna che cambia.
Andrea guardò il suo amico e la ragazza allontanarsi. Rimase solo a camminare con Roberta.
– Devo parlarti, Andrea. – confidò la ragazza prendendogli la mano dolcemente.
– Dimmi –
– Sediamoci lì – propose indicando una panchina poco lontano.
Si sedettero all’ombra di un grande pino, uno al fianco dell’altra. Roberta aveva qualcosa che le premeva sul cuore, doveva parlare, si vedeva dai suoi occhi.
Prese anche l’altra mano di Andrea tra le sue e sospirò profondamente.
– Andrea. Per me è difficile parlare, ma… – iniziò indecisa.
– Non ti preoccupare. Ho sentito tante cose nella mia vita e la tua bocca non riuscirebbe mai a rovinare l’idea che ho di te. Riguarda Marta? – chiese – se è così non preoccuparti. Non vivo per lei. Mi dispiace non averla vista, ma come mi sarebbe dispiaciuto non vedere te o tua sorella.
Roberta sospirò di nuovo alzando gli occhi verso i suoi.
– Da un certo punto di vista riguarda Marta… Ma solo perché l’altra volta è arrivata prima di me. – disse lasciando Andrea con un palmo di naso.
Iniziava a capire tutto. Cercò Federico con lo sguardo e lo vide mentre parlava a debita distanza da Francesca che guardava verso di loro. La ragazza non aveva nessuna intenzione di imboscarsi con il suo amico, perciò il fulcro del gruppo era composto da lui e Roberta.
Stava per rispondere quando vide Roberta avvicinarsi al suo viso, lentamente. Chiuse gli occhi e serrò le labbra. Andrea sfiorò quella bocca con tutta la dolcezza che gli fu possibile dopo dieci giorni di navigazione. Sentiva il cuore pompare direttamente tutto il suo sangue nel cazzo. Faceva fatica a rimanere con le mani strette in quelle della ragazza. L’eccitazione esplose d’un colpo e i due si ritrovarono avvinghiati in un abbraccio saldo.
– Solo di una cosa ti prego, non farmi soffrire. – chiese la ragazza con gli occhi bassi appena si staccò da lui.
Andrea le schioccò un altro bacio sulle labbra e cercò di tranquillizzarla a suo modo.
– Non ti prenderò in giro, se tu mi ascolterai. Io starò qui solo tre giorni. Non di più. Non chiedermi ciò che è impossibile. Sarai tu a far soffrire te stessa se non ti accorgerai in tempo di chi sono e cosa posso darti. Hai capito? – chiese infine accarezzandole il bel viso.
– Capito. Farò come se dopo questi tre giorni non ci dovessimo più vedere. –
– Se vorrai sarà proprio così. Ci sono abituato. – aggiunse.
La ragazza si riprese subito da quella vena di tristezza che le ombrò il volto per un minuto. Tornò a sorridere in faccia ad Andrea che la riprese tra le sue braccia e la baciò ancora con più foga.
Le lingue si scambiarono la saliva e finirono per leccare tutto quello con cui erano in contatto. Andrea allungò una mano sui pantaloni di Roberta toccandole l’inguine, lei fece altrettanto impugnando il cazzo già duro dentro i pantaloni.
– Wow, vedo che ti faccio un certo effetto – rise lasciandosi toccare la fica.
I suoi occhi erano la cosa più dolce che Andrea avesse visto da mesi. Era una splendida ragazza ed ora era lì solo per lui. Si rese conto della sua fortuna e promise a se stesso di sfruttare a pieno quei pochi giorni.
Continuarono a masturbarsi mentre i due amici tornavano a passi lenti verso di loro. Il parco era deserto, e Andrea e Roberta non si accorsero che gli altri erano a pochi metri da loro.
Fu Francesca a fingere un colpo di tosse per farli smettere.
Roberta trasalì staccandosi di colpo dalle labbra di Andrea, ma rimanendo con la mano sul suo cazzo. Lui, d’altro canto, non smise assolutamente di massaggiarla e mentre Roberta gli staccò la mano dai pantaloni, sentì una frase che lo portò al di là dell’eccitazione che aveva sperato.
– Tieni caldo il tuo coso, stasera voglio assaggiarlo – sussurrò all’orecchio dell’amico.
– Non vedo l’ora – rispose lui alzandosi verso Federico.
Francesca guardò storto la sorella, probabilmente voleva rimproverarla per quell’atteggiamento da puttanella, ma non disse una parola e si limitò a camminare in testa agli altri verso l’uscita.
– Spero che vi siate chiariti – disse senza girarsi verso di loro.
– Certo – le rispose la sorella.
Il silenzio avvolse l’intera compagnia, Federico non aveva nessun bisogno di chiedere cosa fosse successo ad Andrea, lo capì interamente dal suo sguardo perso nei capelli neri della ragazza. Sorrise tra sé e pensò che anche quella notte avrebbe fatto tardi per colpa dell’amico.
Prima di riaccompagnarli a bordo della loro nave si fermarono, su richiesta dei ragazzi, in un bar in riva al mare. Seduti sulla spiaggia con le loro bottiglie in mano si abbandonarono allo spettacolo devastante del sole che tramontava all’orizzonte. L’acqua era il loro ambiente naturale, si colorava a tinte calde, quasi come se il sangue contenuto nel mare fuoriuscisse dagli abissi, formando macchie di dolore. La vista doleva di quello spettacolo che pareva tanto innocente e scontato. Ma nel cuore dei due ragazzi si dipinsero altri tramonti, vissuti in altri posti con i loro raggi di ricordi. Un’altra giornata era passata, e l’abisso che di solito stava sotto di loro li stava inghiottendo partendo dai loro cuori.
– Cosa ci trovate nel mare? – Chiese Francesca.
– Il mare è il padre degli elementi. Tutto parte da quella linea sottile lì in fondo – disse Federico indicando l’orizzonte rosso.
– Ma perché starsene nel mezzo? Il mare lo puoi vivere anche da qui. Noi lo vediamo tutti i giorni. – continuò Roberta.
– La vita ha un senso solamente se la prendi come uno strumento. Se puoi viaggiare, se puoi vedere altri posti; solamente allora potrai dire di aver vissuto. Sento il bisogno di fare della mia vita qualcosa di importante, altrimenti verrò divorato dai sensi di colpa. – spiegò Andrea facendosi triste.
– Ho capito, ma prima o poi vi stancherete di fare questa vita. – la voce era quella di Francesca ma Andrea rispose a tutti.
– Non ci accontenteremo mai di sopravvivere se possiamo vivere. –
Ancora il silenzio avvolse tutti. Andrea pensava ad una persona lontana, un ricordo confuso tra il bene ed il male. Federico scrutava ancora l’orizzonte in cerca di un’altra nave, un’altra famiglia di fratelli.
– Andiamo? La nostra mensa apre alle sette e chi tardi arriva peggio mangia. – esclamò Andrea alzandosi e scrollandosi la sabbia dai pantaloni.
– Va bene. – sospirò Francesca che evidentemente sarebbe rimasta volentieri ancora un po’ sotto quella luce malinconica.
Il rosso del tramonto li accompagnò fino alla passerella, costeggiando il mare fino al porto si resero conto di qual’era il loro unico punto fermo.
– Questa sera a che ora venite? – domandò Federico.
– Alle nove va bene? – fece Francesca dal finestrino.
– Benissimo – rispose lui.
– A dopo, allora. – salutò Francesca.
Andrea rimase zitto e mandò un bacio con la mano a Roberta che gli sorrise allontanandosi lentamente dal molo.
Si sedettero a tavola nella mensa quasi vuota. Federico guardava con occhi strani Andrea che mangiava silenziosamente.
– Beh, cosa hai adesso? – chiese tra una forchettata e l’altra.
– Niente, a volte mi stupisco di come può essere decisa una donna. – biascicò a bocca piena.
– Ti riferisci a Roberta? –
– Certo. Stasera verrai con me, vero? –
– Sì, ma non quando tu e Roberta vi apparterete. – scherzò Federico riempiendo i bicchieri.
Andrea si guardava intorno, come se gli altri colleghi non dovessero sentirlo. Tutto l’equipaggio conosceva i due ragazzi, sapevano che tanto lavoravano in navigazione, tanto erano fantasmi durante le soste in porto. Appena il primo cavo d’ormeggio faceva il giro della bitta sul molo, Andrea e Federico sparivano senza lasciare traccia. Più d’una volta il Comandante stesso aveva mandato dei colleghi a cercarli, preoccupandosi non vedendoli per diversi giorni. Ma, coscientemente, recuperavano i loro vizi in mezzo al mare, diventando un punto fermo della plancia ed un riferimento importante per i ragazzi più giovani.
– Roberta mi piace molto, Federico. Ha dei modi di fare particolari. – disse trasognato.
– Lascia perdere, abbiamo ancora un’oretta prima che ci vengano a prendere. Facciamo così, adesso andiamo a farci una doccia poi, con calma, ci prendiamo qualche birra ed andiamo a scolarcela sul ponte di volo. Alcool e sigarette ti faranno vedere tutto più chiaro, così la smetterai di avere quegli occhi dolci, coglione. Possibile che ogni volta ti devi ridurre così per le donne? Probabilmente se al tuo posto ci fosse un altro lei non noterebbe la differenza. – le parole di Federico avevano l’intento di scuotere Andrea.
– Forse hai ragione, ma non posso farci niente. – rispose quasi per giustificarsi.
– Certo che ho ragione. Tu sarai solo un trofeo da mostrare alle amiche, come lei sarà per te, del resto. – aggiunse cinico.
Si alzarono da tavola salutando i colleghi e scesero nel locale di prora per lavarsi. L’odore di gasolio era stagnante, il sommesso sciabordio delle onde infrante sulla chiglia accompagnava i loro pensieri. Furono pronti in mezz’ora, dopodiché passarono dallo spaccio di bordo, presero quattro birre e si sedettero sul ponte di volo ad aspettare.
I discorsi dei due amici spaziarono sugli argomenti più disparati, dalle loro ultime avventure all’esercitazione appena trascorsa. Si ritrovavano spesso a rievocare ricordi vecchi di anni come due anziani seduti sulle panchine di un parco, ma la senilità era un male momentaneo, ritornavano subito ai loro giorni e ai loro progetti. Sopratutto Andrea sembrava eccitato, ovviamente le promesse di Roberta gli ritornavano alla mente e sentiva l’eccitazione salire veemente come un fiume di cera.
Le luci del molo illuminavano a giorno il cemento che li circondava, le campane luminose sopra le motobarche si riflettevano nel mare nero della sera. Tutto poteva essere poetico o drastico, una visione schiava degli occhi che la guardavano.
– Federico, hai i preservativi? – chiese d’un tratto.
– No, li ho finiti a Malaga, ti ricordi? – rispose l’amico scolandosi la birra.
– Sì, mi ricordo. Sei vissuto nel terrore dello scolo per una settimana. – ricordò.
– E non sono ancora fuori pericolo. – aggiunse Federico.
Si alzarono; Andrea passò dall’infermeria e si fece consegnare qualche preservativo dall’infermiere, che dispensò anche qualche augurio sporco d’invidia.
L’ammaina bandiera era già stata fatta. Scesero dalla passerella senza fare il saluto e si incamminarono verso la radice del molo.
La Punto rossa di Roberta arrivò dopo poco, salutando le ragazze presero gli stessi posti del pomeriggio e si diressero verso il centro.
– Dove andiamo? Al Garden? – domandò Federico impaziente di cominciare la serata.
– No – rispose Francesca – andiamo in un locale qui vicino.
Parcheggiarono l’auto poco distante dall’ingresso e si ritrovarono in fila davanti ad una grande porta di vetro.
– Hanno aperto da poco e conosciamo i buttafuori. Di solito entrano solo i soci, ma con noi non c’è problema. – spiegò Roberta prendendo Andrea per mano.
Fu così. Le ragazze si produssero in smancerie con i gorilla che stavano alla porta e senza troppe domande entrarono nella grande sala.
Era un bel locale, notarono. La musica hip-hop pompava dalle casse e la gente affollava il bancone del bar. Alcuni tavoli sparsi per la sala accoglievano grandi compagnie di ragazzi e ragazze, mentre le cameriere sgambettavano a destra e sinistra.
Presero posto in uno di questi tavoli verso il centro. La pista poco lontana si stava riempiendo di gente mentre la musica saliva di tono.
– Ricordati della promessa – fece Andrea toccando le gambe di Roberta.
– Non ti preoccupare, ho più voglia di te – rispose lei stringendogli per un attimo il cazzo nei pantaloni.
Andrea rimase allibito, Roberta divaricò oscenamente le cosce sotto al tavolo lasciando arrivare la sua mano fino alla fica coperta dalle mutandine e dalle calze nere.
Era vestita molto meglio del pomeriggio. Minigonna nera con collant dello stesso colore. Magliettina attillata bianca che risaltava le forme del petto non troppo grosso. Una piacevole ed eccitante visione, insomma.
Ordinarono due cuba libre per Andrea e Federico e due birre per le ragazze. Continuarono il discorso che avevano iniziato in spiaggia qualche ora prima. Roberta e la sorella ascoltavano attentamente quello che i ragazzi spiegavano loro. Erano d’un altro mondo, un’altra vita. Ma quello che le parole di Andrea e Federico evocavano nello menti delle ragazze alimentava la loro amicizia.
Un ragazzo si avvicinò al loro tavolo per salutare Francesca. Era un suo ex compagno di classe e fu presentato a tutta la compagnia. Dopo qualche chiacchiera il ragazzo prese Francesca per mano e si allontanò con lei. Federico osservava la scena dal tavolo e notò che i due stavano quasi litigando.
– C’è qualcosa tra di loro, mi pare. – fece notare a Roberta.
– Sì, una storia vecchia, ma lui sembra che non se ne voglia fare una ragione. – spiegò.
Andrea notò lo sguardo dell’amico: era un misto tra gelosia e divertimento. Quel bell’imbusto stava ricevendo l’ennesimo due di picche, ma probabilmente non c’era niente neanche per lui quella sera.
Si voltò verso Andrea.
– Prendiamo ancora da bere? – chiese certo di un assenso.
– Sì – rispose lui buttando giù d’un sorso la bevanda scura che gli avanzava nel bicchiere.
– Cameriera – urlò alla ragazza che stava passando lì vicino. – due cuba libre, per favore.
Arrivarono subito, mentre Francesca si stava sedendo tra loro con l’aria imbronciata.
Roberta si girò verso l’amico e, accarezzandogli la coscia, svelò il piano.
– Fra poco dovrebbe arrivare anche Marta. Appena sarà qui, noi ce ne andremo, va bene? –
– Ok – si limitò a rispondere Andrea che non aveva mai tolto la mano dalle gambe calde della ragazza.
Dopo altre due bevute, quando i sensi iniziavano a farsi offuscati, videro entrare Marta con un’amica. Li raggiunse al tavolo e si salutarono. Marta si comportò come se non avesse riconosciuto Andrea, così fece anche lui. Ora nel suo cervello c’era solo Roberta con le sue gambe aperte sotto al tavolo.
Fecero portare altre due sedie al tavolo, ma Roberta disse:
– Non preoccupatevi, prendete i nostri posti, ragazze. Noi andiamo a fare un giro. – esclamò come se niente fosse e come se nessuno sapesse dove fossero diretti.
Uscirono dal locale. Andrea guardò Federico negli occhi passandogli accanto e si scambiarono un’altra occhiata vecchia di anni. Pareva voler dire: qui ci penso io, tu fai il tuo dovere. Tieni alta la bandiera.
Saltarono in macchina e si diressero fuori città. Roberta guidava calma, come se stesse andando al supermercato, mentre Andrea a fatica riusciva a trattenere la sua eccitazione dopo quel lungo periodo d’astinenza.
Dopo due minuti Roberta spense la macchina davanti al cimitero comunale.
– Scusa, ma non ci sono altri posti? – chiese Andrea guardando le croci da lontano.
– No, questo è il posto più tranquillo. Ci sono venuta un sacco di volte. – confidò lei togliendosi le scarpe.
– Non lo metto in dubbio, ma mi mette un po’ d’ansia. –
– Non trovare scuse per non scopare. – disse lei sorridendo.
Era incredibile come riuscisse a parlare di scopare con quel tono angelico e quella faccia tanto bella. Per un attimo Andrea fu invaso dai soliti pensieri che lo attanagliavano prima di avere un rapporto. Chissà che passato ha? Come ha vissuto? In cosa crede? Tutti pensieri che tentò di scacciare all’istante, conscio che avrebbero fatto più male che bene.
Cercava ogni volta di non lasciarsi coinvolgere sentimentalmente, dovevano essere loro a decidere quanto un ragazzo come lui potesse entrare nelle loro vite senza fare del male. Eliminò quelle elucubrazioni e rimase con gli occhi pieni del corpo di Roberta quasi nudo.
Si era sfilata le calze ed ora le gambe scure si stendevano verso di lui.
– Beh, cosa succede? Non ti piaccio? – chiese avvicinandosi per baciarlo.
– No, anzi. – rispose ficcandole la lingua in bocca.
Roberta montò sopra di lui, Andrea le alzò la maglietta e le scoprì i seni. Leccò avidamente i capezzoli turgidi e si riempì la bocca con quelle mammelle di pelle scura.
– Sì, così. Sei bravo – sussurrò Roberta accarezzandogli il capo.
Andrea continuava a leccare, mentre la ragazza si abbandonava ai sensi, strusciando il suo sesso contro quello dell’amante.
Il cazzo era gonfio allo spasimo, era già pronto a penetrarla, ma voleva giocare ancora un po’. La fece scendere dalle sue gambe e si tuffò sulla fica depilata. Leccò il clitoride sentendola gemere di piacere. I respiri di entrambi si fecero affannosi e Roberta spingeva la testa di Andrea come se volesse essere sfondata dalla sua lingua.
Il sapore degli umori della ragazza lasciava Andrea senza respiro, iniziò a masturbarla infilandole un dito tra le labbra della vagina. La sentì urlare. Era il suo gioco preferito. Non gli importava quanto avesse goduto lui, gli interessava far urlare di piacere le ragazze. Era un altruista sotto questo punto di vista.
All’improvviso Roberta lo fece sollevare, vide il suo viso umido d’umori e sorrise dolcemente.
– Vieni qui, amore. – disse abbassando il sedile.
È strano come certe persone usino la parola “amore” così facilmente. Andrea non era una di quelle. Dosava le parole per il loro peso specifico.
Si ritrovò steso su di lei dopo aver infilato il preservativo; entrò nel suo foro ed iniziò a muoversi.
– Sì, così. Mi fai godere – urlava lei sotto ai colpi.
Andrea zitto cercava di resistere il più possibile. Respirava profondamente assaporando un colpo alla volta come se fosse l’ultimo.
Pompò per diverso tempo, tanto che Roberta sembrava stupita della sua resistenza, ma quanto la sentì venire, smise di tenere il ritmo e aumentò la violenza della penetrazione. La fica umida della ragazza accolse il suo fiotto di sperma che si fermò alla barriera del preservativo.
Stettero qualche istante a baciarsi l’uno sopra l’altra, dopodiché lei ammise di non aver ancora finito.
– Siediti, ora ti faccio un regalino. –
Andrea tornò a sedersi al suo posto e sfilò il preservativo avvolgendolo in un fazzoletto di carta, buttò tutto fuori dal finestrino e vide Roberta tuffarsi a bocca aperta sul suo cazzo ancora umido.
Ovviamente la ragazza impiegò diverso tempo a scaldare ancora il membro. La scopata precedente lo aveva stancato parecchio, ma alla fine riuscì a farlo tornare duro con diversi colpi di lingua.
– Se vuoi puoi venirmi in bocca. – propose Roberta leccandogli il glande.
– Se lo dici tu – rispose subito Andrea contento di quella libertà.
La ragazza succhiava con maestria l’asta tesa e pronta a schizzare di Andrea. Massaggiava i testicoli soffermandosi a pizzicargli lo scroto gonfio.
Andrea non resistette molto, le venne in bocca, ma il getto non fu molto copioso. Roberta gli tese una mano e lui le passò un fazzoletto di carta. Sputò lo sperma e lo buttò fuori dal finestrino.
Si abbracciarono stretti. Avevano capito entrambi che quello sarebbe stato il limite del loro rapporto. Attimi, secondi, ore, non avevano importanza quanto quell’abbraccio.
Andrea si costrinse a pensare ad altro per non sciogliersi nella dolcezza che stava provando in quel momento. Non parlarono, non avevano niente da dire. Meno particolari conoscevano uno dell’altra, più facile sarebbe stato il distacco.
Dopo qualche minuto Andrea si scrollò quasi brutalmente Roberta di dosso.
– Forse è meglio che torniamo dagli altri – disse rivestendosi.
– Sì, hai ragione. – fece lei.
Tornarono nel locale e videro i loro amici ancora seduti allo stesso tavolo. Federico stava intrattenendo le tre ragazze raccontando chissà quale avventura.
Si sedettero in mezzo a loro. Nessuno fece commenti, solo Federico guardò l’amico con gli occhi di chi ha capito.
Roberta bevve un sorso di birra da uno dei molti bicchieri che affollavano il tavolo e si alzò.
– Vado a ballare. – annunciò.
– Vengo anch’io – disse Francesca seguendo la sorella.
Marta e la sua amica si alzarono poco dopo, lasciando i due amici soli. Federico voleva parlare, chiedere come era andata, ma trattenne le parole in gola e le buttò giù insieme ad un altro sorso di cuba libre.
Osservavano entrambi la pista piena di gente. Videro un ragazzo avvicinarsi a Roberta; iniziarono a ballare insieme. Parlarono, risero.
Andrea incrociò gli occhi di Federico, fecero tintinnare i bicchieri e buttarono giù un altro sorso.
– Un altro trofeo da appendere al muro. La caccia è aperta di nuovo. – disse uno dei due. FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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