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Cenetta romantica

Era da più di un mese che Michele cercava di organizzare una cena romantica in quel ristorantino sul lago, ma vuoi per un motivo o per un altro non riusciva mai a far coincidere i vari impegni. Quando finalmente trovò la serata giusta iniziò a contare i giorni che mancavano come uno scolaretto in attesa delle vacanze. Il grande giorno arrivò; dato che volevo essere nella forma migliore presi una giornata di ferie da dedicare alla cura del mio aspetto. Il mattino lo trascorsi dall’estetista: depilazione, massaggi e lampada non potevano mancare, il pomeriggio dal parrucchiere. Feci ritorno a casa intorno alle 18 in tempo per vestirmi con tutta calma. Appoggiato alla porta della camera da letto vi era un sacchetto di quelli che usano i negozi di abbigliamento, con attaccato un bigliettino; lo presi e lo lessi, ero curiosa di sapere cosa vi era scritto.

“Per toglierti dall’imbarazzo della scelta dell’abbigliamento mi sono permesso di regalarti questi capi che spero indosserai stasera” Nella borsa vi erano una gonna di pelle, corta, a portafoglio, di colore blu pastello, una camicetta nera con il davanti di tulle estremamente leggero e trasparente, un reggiseno nero tipo “carioca”, per intenderci di quelli che ti lasciano i capezzoli in bella mostra, un paio di calze, non collant, nere lucide leggermente coprenti e un reggicalze. Mancavano le mutandine, cercai sul fondo della borsa e trovai un foglietto.

“Stai tranquilla ho acquistato anche il perizoma ma di proposito non l’ho messo, questa sera non serve…. ” Una volta vestita mi guardai allo specchio, Francesco aveva scelto con gusto. Vi erano solo due inconvenienti: la camicetta eccessivamente trasparente non lasciava spazio alla immaginazione esibendo il seno nella sua completa nudità, mentre ad ogni movimento la gonna faceva fare bella mostra alle calze e al reggicalze. Ovviai a questo mettendo sulla camicetta un gilet aperto sul davanti senza maniche, e uno spolverino che avrei tolto una volta seduta al tavolo. Il locale sembrava fatto apposta per le coppie, con tavoli ben distanziati e separati da composizioni floreali che garantivano la privacy dei clienti. La serata, sia per la raffinatezza del cibo che per l’ambiente proseguiva nel migliore dei modi; mentre assaporavo le varie portate trovai il tempo di mostrarmi a Franco. Con la scusa del caldo emanato dal caminetto tolsi il gilet, mettendo in bella mostra il seno per il resto della cena; poi, con la scusa del fuoco da curare mi alzai diverse volte per sistemare la legna piegandomi e muovendomi in maniera tale da far vedere le chiappe nude. I nostri sguardi erano carichi di desiderio e non vedevo l’ora di uscire per dare sfogo alle mie voglie quando vidi Mario, un nostro caro amico, avvicinarsi al tavolo per salutarci.

“Mi recavo a Stresa per passare un paio d’ore sul lungolago quando ho visto il vostro fuoristrada parcheggiato e ho deciso di fermarmi per salutarvi, ma non temete me ne vado subito”. Ottima scelta, pensai.

“Ci mancherebbe” aggiunse Michele “ci fa piacere averti con noi, siediti che

beviamo qualcosa insieme”

Solo dopo capii che la sua presenza non era casuale e che i due avevano organizzato

la tresca in ogni particolare; io ero la vittima designata. Da quando si era seduto al nostro tavolo lo sguardo di Mario non si era staccato un attimo dal mio seno appena velato dalla camicetta. La cosa mi dava piacere ma anche imbarazzo. Decisi di indossare il gilet ma Michele, intuite le mie intenzioni, mi fece cenno con il capo di non farlo. Era quello che volevo, ubbidii, con piacere. Dopo alcuni minuti di conversazione Mario si alzò per ordinare da bere, Francesco si portò alle mie spalle e accarezzandole dolcemente prese a parlarmi sotto voce come un bimbo che racconta le marachelle alla mamma.

“Ho notato che Mario non ti toglie gli occhi gli occhi di dosso, mi vergogno a dirtelo, ma mi piace sapere che tu sei la fonte della sua eccitazione, cosa ne dici di stimolare ancora di più le sue fantasie? “. Detto questo tornò subito a sedersi come per paura di ascoltare una risposta Negativa. Ero esterrefatta da una tale richiesta e anche se mi era tutto molto chiaro facevo finta di non capire dove volesse arrivare. Mario tornò al tavolo e iniziò a raccontarci delle vacanze trascorse a Ibiza dando particolare rilievo alle serate passate in discoteca, e descrivendo, con dovizia di particolari, gli abbigliamenti delle ragazze che facevano a gara per essere il più possibile provocanti. Nel mentre arrivò il cameriere con il secchiello del ghiaccio e una bottiglia di champagne, ne versò un flute ciascuno e si allontanò dicendo

“Da parte del signore con i migliori auguri per la sua iniziativa a favore degli animali”.

“Come fai a saperlo? Scommetto che te l’ha detto quella lingua profonda del tuo amico. è vero sto cercando di creare un centro di accoglienza per i cani che vengono abbandonati e trovar loro qualcuno che se ne prenda cura; già in molti hanno dato il loro contributo ma abbiamo un bisogno disperato di soldi per andare avanti”. Michele anche se non stravedeva per questa mia scelta cercava di darmi una mano; mentre brindavamo alla buona riuscita dell’operazione estrasse dalla tasca una busta e appoggiandola sulla tavola tra lui e Mario disse:

“Prendila É tua. Per i tuoi amici pelosi da parte nostra” Mi alzai incuriosita e rimasi di sasso quando ne scoprii il contenuto: erano diverse banconote di grosso taglio tutte per i miei piccoli amici, non credevo ai miei occhi mi sembrava impossibile, era proprio la cifra che ci serviva per pagare l’affitto del terreno, trovai appena la forza di dire:

“Non so come ringraziarvi, non potevate farmi cosa più gradita” Presa dall’euforia baciai Mario che non perse l’occasione, stingendomi a se, di farmi sentire la voglia che aveva nei pantaloni, toccò poi a Francesco che mi sussurrò all’orecchio:

“So io come puoi ringraziarci” Mi fece sedere a cavalcioni delle sue ginocchia e mentre mi baciava sulla bocca, in modo tutt’altro che fraterno, con le dita sferrava un duro attacco ai bottoni della camicetta che alla fine si arresero mettendo in mostra due tette solo in parte coperte dal reggiseno dal quale si affacciavano, come da un balcone i capezzoli. Se quello era il prezzo da pagare……… non era poi così spiacevole Il desiderio aveva preso il sopravvento sulla ragione e incurante del luogo e della presenza del suo amico dopo aver palpato per alcuni momenti il seno era passato ad accarezzarmi la schiena scendendo fin sul sedere e sulle cosce coperti dalla gonna di pelle; ne sollevò il bordo e vi infilò sotto le mani. Sentivo le sue dita insinuarsi tra l’elastico del reggicalze e le mie gambe per poi passare a massaggiare le chiappe nude fino ad arrivare a toccare la natura e giocare con il suo boschetto mentre il piacere cominciava ad impossessarsi del mio corpo ebbi un lampo di razionalità che mi riportò nei ranghi. Mi alzai di scatto dalle ginocchia di Michele per fare ritorno al mio posto, ma capii subito dallo sguardo di Mario che c’era qualcosa in me che lo lasciava allibito. Mi guardai e se avessi potuto sprofondare lo avrei fatto: La camicetta era completamente sbottonata, i seni nudi con il reggiseno ridotto ad una striscia di stoffa arrotolata, la gonna a terra sul pavimento mi copriva le scarpe. Non mi ero resa conto di essere stata svestita. Rossa di vergogna mi ricomposi e mi sedetti nuovamente tra di loro facendo finta di nulla. Era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere; era capitato più di una volta, durante le nostre effusioni amorose, che Michele inventasse delle situazioni erotiche in cui io ero posseduta da altri e la cosa in effetti non mi dispiaceva, ma un conto é dare libero sfogo alla fantasia in certi momenti di intimità altra cosa il mettere in pratica quello che si sognerebbe di poter fare. I desideri proibiti sono piacevoli in quanto tali. Il bello sta nel pensare di poterli mettere in atto, ma quando questo avviene il tutto svanisce, si passa dalla libera fantasia alla cruda realtà delle cose. Avevo nella mente un turbinio di sensazioni contrastanti: mi vergognavo di ciò che avevo fatto ma al tempo stesso ero in preda ad una eccitazione che a fatica riuscivo a trattenere, volevo andarmene, troncare tutto, ritornare a casa ma non mi rincresceva andare oltre. Chiesi da bere: Mario mi versò dello champagne e con la scusa di porgermi il bicchiere si fece più vicino. Quando iniziai a sorseggiare, l’atmosfera già calda divenne incandescente: ogni volta che portavo il bicchiere alle labbra una mano mi accarezzava dolcemente le gambe, ero ormai preda dei sensi, bevevo a piccoli sorsi per far durare il gioco più a lungo e ogni volta sentivo la mano, che pensavo essere di mio marito, sempre più in alto. Il gioco mi piaceva e per facilitargli il compito allargai le gambe e mi feci più avanti sulla sedia per permettere alle sue dita di entrare sempre più dentro alla patatina bagnata come non mai. Rimasi stupita quando Michele con la scusa di salutare il proprietario si alzò interrompendo il gioco sul più bello ma lo fui ancor di più quando sentii nuovamente la mano insinuarsi in mezzo alle cosce. Solo allora capii che non era stata la mano di mio marito a darmi piacere ma quella del suo amico. Ero ammutolita, non avevo la forza di fare nulla, neppure di tirarmi indietro però godevo. Marco capì subito la situazione: mi allargò le gambe e mi infilò prima un dito poi un altro e un altro ancora, li mosse con forza per alcuni momenti, li estrasse e senza dire parola me li portò alla bocca… li succhiai con avidità. Mio malgrado continuavo a godere. Sentii mio marito arrivare e pensai che l’incubo sarebbe finito: ero come in un sogno da cui non potevo o non volevo svegliarmi. Mario si staccò dicendomi in modo perentorio:

“Ti aspetto dopo in bagno, non mancare”. Eravamo di nuovo tutti e tre seduti a parlare, a serata volgeva al termine; Mario si alzò con la scusa di andare in bagno e Francesco che sembrava non aspettare altro si fece più vicino, mi accarezzò, mi diede qualche bacio mi sollevò la gonna, la sala era ormai vuota, e iniziò a toccarmi la patatina. Capii che voleva dirmi qualcosa ma non osava. Gli infilai una mano nei pantaloni afferrai l’uccello e mentre lo maneggiavo gli chiesi cosa dovessi fare Mi disse di togliermi i vestiti e di indossare solo lo spolverino, mi avrebbe aspettata nel parcheggio dove mi avrebbe scopata sotto gli occhi di Mario che era venuto per quel motivo.

“Stai tranquilla” aggiunse

“ho combinato tutto, lui guarda e basta non ti toccherà neanche con un dito…. “. Non sapevo se dirgli come stavano le cose ma preferii tacere; il gioco si faceva pesante ma mi piaceva. Tolsi velocemente la gonna e la camicetta rimanendo solo con le calze e il reggiseno, misi addosso lo spolverino e gli dissi:

“Vado un attimo in bagno, aspettami fuori che faccio in fretta”. Mi diressi verso il bagno che era dalla parte opposta della sala ma non feci in tempo a fare due passi che Francesco mi fermò; mi tolse di dosso il soprabito e me lo mise in mano dicendomi:

“Non ti vede nessuno, attraversa la sala così che mi piace da impazzire”. Attraversai la sala e di proposito entrai in bagno senza coprirmi Li c’era, all’insaputa di Francesco, Mario che mi aspettava. Quando mi vide così messa non si perse in molti preamboli, non feci in tempo a chiudere la porta alle mie spalle che mi volò letteralmente addosso. Mi baciava le tette stringendomi i capezzoli tra i denti tanto da farmi gemere dal piacere e dal dolore; con le mani non lasciava inesplorato alcun orifizio, sentii, uno alla volta tutte le dita della mano farsi strada nella mia natura e a stento soffocai un urlo quando mi infilò due dita nel sedere che non era abituato a certe pratiche. Ero ormai senza alcun ritegno. Mario mi fece piegare in avanti, mi appoggiò le mani sul lavandino, mi allargò le gambe e mi prese alla pecorina. Era troppo eccitato, diede pochi colpi ben assestati che mi fecero trasalire ma venne quasi subito scaricando dentro di me la sua copiosa venuta fino alla ultima goccia. Estrasse l’uccello, lo passò sulle mie chiappe per pulirlo, si ricompose e uscì. Mi aveva trattato come una puttana ma mi era piaciuto. Avevo ancora una cosa in sospeso: mi rivestii, si fa per dire, e mi diressi verso l’uscita. Sentivo scendere la venuta di Mario lungo la patatina ma non ci feci caso. La luna piena illuminava il parcheggio e mentre mi dirigevo verso il fuoristrada, dove mi aspettavano i due mi liberai del soprabito e del reggiseno rimanendo solo con le calze e, ovviamente, le scarpe. Michele aprì il portellone posteriore e mi fece distendere all’interno con le gambe larghe e rivolte all’esterno; l’altezza era giusta, si slacciò i pantaloni prese in mano l’uccello già pronto e senza alcuna fatica me lo infilò tutto d’un colpo iniziando a stantuffare con una forza mai vista. L’uccello, aiutato dai miei umori e da tutto quello che via aveva rovesciato Mario, scorreva che era un piacere. Quest’ultimo era seduto a pochi metri e si gustava, sorridendo, la scena. Anche la scopata di mio marito fu veloce ma la venuta sempre abbondante anche questa volta dentro di me. Dopo che Michele uscì da me rimasi per alcuni attimi a occhi chiusi con le gambe larghe e la patatina gocciolante sperma a pensare a tutto quello che mi era capitato; ci pensò Mario a riportarmi alla realtà avvicinandosi e sussurrandomi ad un orecchio:

“Sei proprio portata a fare la troia”. Sotto lo sguardo dei due mi alzai in piedi, allargai le gambe e diedi qualche contrazione alla muscolatura del basso ventre per liberarmi di tutta quella sborra che avevo dentro, fatto questo salii, senza rivestirmi, in macchina e ci avviammo verso casa. Il silenzio fu interrotto da mio marito che diceva:

“Ti è piaciuto farti scopare sotto gli occhi di Mario, ti sentivo bagnata come non mai”.

“Fai in fretta ad arrivare a casa che ho voglia di scopare ancora, una sola non mi basta questa sera. E ricordati di prenotare ancora il ristorante per tre tra un mese”.

Questa è stata la prima volta che abbiamo coinvolto una terza persona nei nostri giochi, fu l’inizio di una nuova fase. FINE

About A luci rosse

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