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Chiara ed il vecchio

Agosto 2003, palazzetto delle Poste Centrali di Ferrara, lo guardo mentre sono dall’altra parte di viale Cavour e sto aspettando il verde, sono appena uscito dal bar Boni dove ho preso il caffè.
La facciata delle Poste è brutta come tutte le cose finte, in finto marmo grigio fino a metà, in finte pietre a vista da lì al tetto.
Sono le dieci e trenta ed ho già mutande, pantaloni, canottiera e camiciola appiccicati alla pelle dal caldo e dall’umidità.
Ma ecco il verde, scatto come gli altri pedoni alla conquista del marciapiedi opposto e della salvezza sfuggendo alle ruggenti e colorate scatole di latta pronte alla carneficina, salgo i gradini ed attraverso il breve porticato, entro nel salone centrale nel quale s’affacciano i tredici sportelli (l’architetto e progettista doveva essere alquanto superstizioso) in parte aperti al pubblico… mi guardo attorno : il salone di marmiglia scura a forma di navata mi sembra più adatto ad una chiesa che ad un palazzo pubblico, il massiccio tavolone centrale in marmo verde scuro sa tanto di ara per sacrifici umani, la volta imbiancata di fresco è decorata da tre brutti bassorilievi di sapore vagamente olimpico e classicheggiante, “brrr” un ambiente che mi fà quasi rabbrividire ma che mi riconcilia anche con un po’ di frescura reale ed un’altro po’ psicologica dovuta al “freddo” tipico che emana dal marmo al solo guardarlo.
L’ho sempre trovato abbastanza truce questo palazzotto nato fascista che si da le arie della austera sicurezza, della potestà, della solidità.
Anche stamani non mi è andata bene, ma stavolta devo accettare di accodarmi ad una delle lunghe file davanti agli sportelli aperti al pubblico.
La bolletta dell’Enel scade oggi e non posso più rimandare l’appuntamento con l’attesa, la pazienza e la noia.
Il novanta per cento dei clienti delle poste in sudaticcia fila sono vecchie e vecchietti che sono lì a riscuotere le loro benedette-maledette pensioni, poche privilegiate, tutte le altre da quasi fame.
Ambiente cupo e triste, gente vecchia, acciaccata e maltrattata dagli anni e dai sacrifici, caldo opprimente, “coda” che non si accorcia mai, andiamo bene!

Ha un vestitino mini tutto fiorellini la cui sottanella arricciata e scampanata fatica parecchio a coprirle “le vergogne”.
è seduta sulla panchina tra due sportelli quasi di fronte alla fila nella quale sono inserito, sta parlottando con una bimbetta di 3-4anni, la sorellina ? … avrà 18 anni, un fiore che sta sbocciando in mezzo a tanti frutti ormai marci.
è l’unica cosa bella e fresca che incontrano i miei occhi e sulla quale si posano sempre più di frequente.
La fila avanza verso di lei molto lentamente, è una morettina riccia-riccia per merito della permanente, ha occhi neri e vivaci, tettine dure, da giovanissima, gambe accavallate che mostrano le cosce fino alle culatte dalle quali traggono origine e che sono posate, ma irrequiete, sulla panchina di legno lucido.
Aprono uno sportello accanto, dietro di me i vecchi sgomitano e si precipitano (si fa per dire date le età) per approfittarne, io sono abbacinato “dalla coscia del fiore” che si scavalla dall’altra e s’apre quel poco e tanto che basta e per il tempo sufficiente per conficcarmi negli occhi mini mutandine velatissime e sgambatissime… pelo nero, riccio ed abbondante, e per farmi sentir male.
“Devo” distrarmi, darmi il contegno che si addice ad un vecchio qual sono (mi ricordo d’essere tale e mi prende un tuffo al cuore), far finta di niente e guardarla come si guarda una ragazzina come lei, in modo neutro, distaccato, indifferente, per non correre il grave rischio di farsi dire, o ben che vada far pensare al prossimo : “ma guardalo, sto vecchio maiale! “.
I suoi occhioni neri san di furbizia birichina, di divertimento voluto, il gioco all’accavallarsi ed allo scavallarsi delle sue cosce continua e sa di scaltra provocazione danzando attorno al malloppo di pelo fra loro nascosto e protetto per un attimo, messo in provocatoria vista per un’altro attimo.
Mi sento un vecchio bamboccio preso bellamente per il culo e mi impongo di non guardarla più “lì”.
La vecchietta con bastone che mi sta davanti “attacca bottone” con la bimbetta che sta con lei e col “fiore birichino” stesso.
Tocca a me.
Ficco la bolletta quietanzata nel portafoglio, mi giro, “il fiore” non c’è più : “oooh ! , meno male ! ”
Esco nella luce abbacinante e nel caldo umido della città, andrò a prendermi il gelato al baracchino verde che sta da tempo immemore piantato all’angolo dei giardinetti di fronte.
Strilli di giochi fanciulleschi fanno voltare automaticamente il mio capo verso l’origine degli stessi.
“Il fiore monello” sta inseguendo giocosamente la bimbetta sotto il porticato del frontale delle Poste, di fronte alla sala di scrittura… si piega in avanti ed in basso per afferrarla e frenarne la fuga piazzandomi negli occhi un culo candido, sodo, tondo-tondo, fanciullesco, fra le natiche del quale è andato a nascondersi il filo delle mutandine che vanno di moda adesso.
Scappo, attraverso col rosso facendo bestemmiare un automobilista screanzato, non mi fermo a prendermi il gelato che mi ero promesso, percorro i giardinetti come un sonnambulo e vado letteralmente ad inzuccarmi nella poderosa mole del castello Estense, bamboleggio di qua e di là come una palla di gomma malamente calciata e come tale mi sento zigzagando rintronato per “Largo Castello”.
Attraverso di sghembo Piazza Castello sui ciottoli che mi ammaccano e bruciano i piedi approfittando delle sottili suole delle scarpe che ho appena comprate e che già mi fan dare dell’imbecille.
Passo sotto una delle volte che uniscono il castello a palazzo… (a proposito, come si chiama questo palazzo ? ! … che ignorante di ferrarese che mi scopro ! ) ringraziandola perché costringe ed incanala in se stessa una corrente d’aria che sembra fresca e refrigerante… la birreria stuzzichineria Giori ancora sonnecchia sono alle spalle del sempre incazzato ed arringante Savonarola, in Corso Martiri (le facciate che lo delimitano sono tutte nuove per merito della visita papale)… il Duomo che m’intenerisce il cor, “piazza dal listòn” (Piazza Trento e Trieste) senza piccioni, evidentemente e prudentemente all’ombra… il campanile che non riesce proprio a dare l’esatta idea della propria possente mole ingentilito come è dal rosa e dal bianco dei fascioni di granito che si alternano in esso, e che si fa ammirare ancor più volentieri adesso che è stato appena rimesso a nuovo… di fronte a lui la chiesetta di San Romano accerchiata da un ciarlante esercito (anche qui ! ) di pensionati che parla fitto fitto sbracciandosi ed accalorandosi sempre delle stesse due cose : il bel tempo che fu e le loro magre pensioni, seduti sul muretto in mattoni ferraresi o poggiati alle rispettive biciclette.
Via Mazzini, un placido serpentone… l’angolo con via Scienze da dove invio uno sguardo ed un pensiero malinconici alla fetta di “palazzo delle Scienze” vecchia sede dell’Università che si vede da qui… eeeh, la magia del passato, i ricordi, la gioventù… via San Pietro, la pizzeria Orsucci dalla quale uscivo sempre con la voglia e la fame per un’altra pizza o fetta di ceci che non potevo davvero permettermi.
Porta San Pietro, svolto a destra, in via ….. , apro con qualche difficoltà (non conosco ancora bene i difetti della rugginosa e grossa chiave di ferro) il portoncino in legno massiccio rivestito di lamiera e mi trovo nell’orto che ho preso in affitto “par na canta ad Giuàn” (per pochi spiccioli) da una bizzarra “contessa” decaduta, sostituendo il precedente ortolano “volato tra i più”.
Poi volerò io…(tocco ferro e mi strapalpo le palle) mi sostituirà uno che manco ci pensa che poi immancabilmente ed a sua volta “volerà”…
Pensieri che scorrazzano lungo le meningi dell’accaldato cervello che vuole per forza dimenticare un “fiore birichino” in minigonna.
Mi sento ben difeso, addirittura protetto qui, tra le mura che nascondono alle e difendono dalle strade circostanti i tre lati di un orto chiuso sul quarto lato dal muro cieco della villa della contessa un po’ matta.
Un “casotto” per gli attrezzi con qualche comodità per riposare e poi pomodori, melanzane, cipolle, peperoni, insalata, aglio, patate, sedani, fagioli, zucche… e fichi, prugne, ciliegie, albicocche, pere, mele, pesche, uva… un paradiso in pieno centro cittadino e storico difeso con successo dagli attacchi di tutti quei diavoli di insetti, muffe e parassiti che hanno invasa la valle Padana dai quali viene malamente difesa spargendo in cielo ed in terra tonnellate di veleni … che schifo, e che fortuna avere tutto questo naturale ben-d’Iddio da offrire agli hobby della mia età, alla famiglia, ai parenti, a qualche amico, e vivo del piacere impagabile di poter coltivare un orto che mi riallaccia ai miei lontani anni di ragazzino figlio di contadini.
Qui regnano il silenzio e la pace, il poter vangare, pensare, potare, seminare, fantasticare, sognare, raccogliere, riposare, sudare, sonnecchiare… senza nessun padrone da servire che pur tuttavia rimpiango perché sono da poco prepensionato per i soliti motivi di ristrutturazione e ridimensionamento (leggi maggiore lor guadagno) e maledico perché legato ai troppi rospi che mi hanno fatto ingoiare e che mi faranno incazzare per tutto il resto della mia vita (ma se la memoria si labilizza così in fretta mi… “scazzerò” presto ! ).
“No, no, no ! … oddio… questo caldo sta esagerando e mi sta giocando uno scherzo impossibile ! “… è lì davanti a me e mi canzona con gli occhi pieni di lucida e gaia giovinezza divertita dalla mia faccia scema.
– Beh ? ! , non me lo offri un fico ? … io ne sono golosa sai ! … o stai ancora annaspando nella voglia da vecchio maiale che t’ha scatenato dentro, stampato sulla patta e fissato negli occhi la mia… fica ! –
Sarò addormentato e starò sognando ? , o siamo fantasmi e sono già morto ? … o è solo lo scherzo di questo caldo infernale ?
– Hei ! , sveglia nonnetto finto pudibondo e falso serio ! … ti sto parlando di questa ! –
S’è alzata la gonna-sipario a due mani, non ha più neanche le sgambatissime e trasparentissime mutandine, mi mostra il bosco di peli neri così com’è, la… “natura in natura”… io sono vivo, lei è vera, lei è… “lei”, io sono sveglio ed angosciato !
– Oddio… ma… ma cosa vuoi ? –
– Voglio il tuo… “coso” ! , in cambio della mia “cosa” ! –
– Ma… ma perché ? … ma chi sei ? –
– Perché io voglio imparare e tu sai… io sono Chiara –
– Com’è che sei qui ? … sei una bambina ! –
– Ti ho seguito, ho già diciotto anni e prendo la pillola da due, da quando ho incominciato ad “ingabbiare uccelli” dei quali non posso più fare a meno –
– Adesso basta giocare, mangiati tutti i fichi che vuoi e poi marsch ! , vattene a casa tua o dove cazzo ti pare ! –
– Ecco… a proposito di cazzo… – e mi scivola sulla patta con la manina lungo un “percorso” mio malgrado sempre più lungo ed in salita.
Avviene sulla brandina del casotto, “tutto”, sì, perché lo ha preteso e voluto fra le mani, le tettine, in bocca, fra le cosce, fra le grandi e le piccole labbra saltate fuori dal folto boschetto nero, in figa, nel già goloso bocciolo nascosto tra sode e tonde culatte, femminuccia acerba che quasi allappa come una sorba ma che, incredibile ! , s’è fatta assaggiare e fare proprio “tutta”.
Lo specchio del caso o del destino ha insiemizzato due simmetrie opposte, 16 e 61, e alla fine della realtà romanzesca io (61) sono smidollato e sfatto, e lei (16) ancora saettante, coraggiosa e forte come una mangusta in caccia.
Ho il cervello, i sensi, il cuore, l’uccello, il corpo e l’anima “non più miei”, sbrindellati, il tifone Chiara ha lasciato dietro di se macerie, la distruzione morale e fisica, l’angoscia di aver io peccato “contro” una bambina, “contro” la morale, “contro” la famiglia… per un’ora, poi l’egoismo tipico della vecchiezza cade nella trappola del miraggio, crede sempre più nell’impossibile miracolo di una gioventù “realmente rinata” mi abbaglia e mi spinge sul sentiero indicatomi e voluto dalla ragazzetta.
– Hei, nonnetto ! , non credere di prendertela comoda come oggi da domani eh ! , perché io voglio imparare tutto, bene ed in fretta ! , quindi occhio, datti una mossa e non farmi incazzare, chiaro ? –
– Io non sono un nonnetto… – alito appena. (Che risposta cretina ! )
– Sì sì, zietto bello e caro o giovanotto baldo e forte o quel che più ti piace non è mica questo ciò che conta, svegliati piuttosto e datti una bella e valida ricaricata perché da domani si ricomincia tutto daccapo, ma da te, ciao ! –
Se ne è andata lasciando lì il “ciao” che non sono riuscito neanche a rimpallare sparendo tra gli alti filari dei pomodori con il braccio alzato sopra d’essi e la mano “che faceva il periscopio” in segno di saluto.
Mi ce ne è voluto di tempo fisico e psicologico per riallacciarmi alla normalità per farmi credere che era stato tutto vero !

Dal giorno dopo non saltò un pomeriggio, il mio cazzo non evitò un appuntamento con la “ferreità” : un miracolo… miracoloso !
Trascurai l’orto, le verdure ed i frutti, la mia mente, il mio uccello, i miei sensi tutti, rinati da un incantesimo, furono di Chiara.
Ammaestrai le sue manine a far “single” degne di questo nome, la sua boccuccia, labbra e lingua a far “peccati di gola”, le sue superbe tettine a spagnoleggiare in libertà, la sua boscosa, fresca fighetta protetta dalla pillola a far mille diversi “giochini”, il suo giovane, sodo, grazioso ma di già ingordo ed elastico culetto a “dettar legge di piacere”.
Chiara, una scolara monella avida di apprendere, di sapere, di fare sesso… mai doma, mai sazia o appagata, ne dal tanto ne dal troppo, sempre in cerca di nuove conoscenze ed esperienze ognor più oscene, totali… un pozzo di sensualità e di erotismo innato e senza fondo che non avrei riempito mai… dopo un mese era una troietta perfetta, più preparata e brava della regina del popolo delle puttane che frequentano “al muntagnòn” (il “montagnone”).

Le avevo detto di non venire, mi ero raccomandato come un santo perché sarebbe venuto mio figlio a darmi una mano “e non volevo che”…
Arrivò mezz’ora prima del solito, mi costrinse ad una sveltina nel suo grazioso e ormai bravo “didietro”, poi finalmente se ne andò.
Mio figlio mi aiutò per modo di dire, come al solito.
Questi giovani di oggi per sapere cos’è il sudore devono leggerne il significato sul vocabolario o fare un corso scolastico full immersion sul tema.
E la monella riapparve : nel momento più… “giusto”.
– Buonasera signor Babele ! , mi ha detto mamma di chiederle se per favore e per domani potrebbe essere tanto gentile da offrirci un po’ di cipolle e di insalata del suo orto, naturalmente pagandone il costo dovuto e meritato… oooh ? , hei, ma tu chi sei ? – chiede con finta sorpresa e da brava attrice rivolgendosi a mio figlio mentre io sono sotto infarto e non ho avuto ancora il tempo di rifiatare.
– Io sono Giancarlo… ciao… e tu chi sei ? –
– Ah, il figlio del signor Babele, appassionato di computer e mago dei suoi giochi… piacerebbe tanto anche a me giocarci sapendoci fare, ma non ho mai avuto tempo e voglia di farmi insegnare bene per capirci finalmente qualcosa… magari potessi approfittare di un bravo maestro… io sono Chiara – fà tutta falsamente compunta… arrossendo un po’… così bugiarda e malandrina è bellissima.
– E allora perché non ne approfitti e vieni a casa con me che ti insegno ? … sono un bravo maestro sai, io ! –
– Magari… ma tra poco devo tornare nella mia di casa… –
– Prima telefoniamo a casa tua e avverti che ritardi, poi andiamo a casa mia dove incominci ad imparare a giocare, poi ti accompagno io –
Così le suggerisce e così fanno.
Mi lasciano lì come un ortaggio di scarto, da buttare.

Giungo a casa un’ora prima del solito.
Il lavorio che ho dentro mi rode fegato, anima, cervello e cuore.
Loro sono nello studio.
Busso, apro : – Sono io… sono tornato… –
– Ciao papà – è seduto al computer, armeggia sulla tastiera, le spiega, insegna, illustra e giustifica ciò che fà.
– Sera, signor Babele –
è in piedi accanto a mio figlio, ha l’avambraccio sinistro posato sulla sua spalla e il volto ripiegato in avanti a sfiorargli la guancia destra, guarda nel monitor.
Mi sono di spalle.
La guancia sinistra di Chiara s’appoggia a quella destra di mio figlio e “la accarezza” scivolandoci sopra lieve… la monella passa la mano destra dietro la sua stessa schiena, afferra ed alza l’orlo della minigonna, lentamente… e mi sbatte sul muso il bel culetto suo, nudo… l’indice ed il pollice della manina di una bambina si aprono a forcella tra lattee, tonde culatte allontanandole l’una dall’altra ed ecco la grinzosa asoletta scurita dai peli che la circuiscono… è “bagnata”, lucidata dal miele del piacere che le ho spruzzato lì “sveltamente” un’ora fa.
Due provocazioni diaboliche, infernali, sataniche !
Che mi maciullano con colpi di clava bestiali il cervello, il cuore, i polmoni, che non mi fan più respirare, che non fanno più scorrere il sangue nelle mie vene, che mi sconvolgono tutto !
Richiudo la porta sulla mia incipiente pazzia.

Chiara e mio figlio diventano amici, poi inseparabili, indi intimi.
Sono sempre più insieme ed uniti, sempre più allacciati, sempre più avvinghiati, sempre più “l’un dentro l’altra”.
Ho sempre più paura, anzi, sono terrorizzato dalla possibilità che accada il… “peggio”, che si fidanzino, o che addirittura…
Le apparizioni di Chiara all’orto continuano, a volte arriva prima di aver visto (visto ? ) mio figlio, altre volte se ne và dopo aver “visto” me !
Odori, sapori, piaceri misti, famigliari… follia…
Quando sono insieme sembrano due bombe di giovanil felicità vera, di sensuale gioia pura, di piacere carnale in continua e caotica esplosione da troppa carica erotico amorosa.
I miei giorni hanno sempre meno pace, le mie notti sono sempre più insonni ma non trovo il giusto coraggio morale e/o fisico di rinunciare alle “apparizioni” all’orto della micidial birichina, anzi, mi lascio addirittura coinvolgere in incontri che hanno ora “sapori e profumi” famigliari… una profanazione che mi “sbrana” adagio adagio, ma senza alcuna pietà.
Spero in un miracolo con angosciante continuità ed intensità.
Ma loro – il fiore ed il suo pistillo, il calice ed il suo gambo – sono ogni dì più ricolmi e tracimanti vitalità, bellezza, profumo, gioia, colori, piacere… stanno evolvendo a frutti, matureranno, mentr’io mi sto già disfacendo…

Scompare misteriosamente, avvoltolata nelle nebbie dell’incipiente autunno, come una favola alla parola “fine”.
Mio figlio è intrattabile e cupo dall’attimo della sua scomparsa, una quindicina di giorni o poco più.
– Chiara ? – gli fa mia moglie.
– è una troia ! – taglia corto.
– Ah – è la risposta-commento che dà la misura del coinvolgimento della madre.
– Ma come ti permetti di dare della troia ad una bambina di diciotto anni ? – lo rimbecco stizzito.
– Troia vera e falsa bambina, ne ha quasi diciannove ! – mi ribatte cupo.
Tiro il sospiro di sollievo più profondo e lungo della mia vita.
“Fine della mia estate di San Martino sessuale” penso.
Dopo altri quindici giorni mio figlio conosce Luisa e sorride.
Dal sedicesimo sono il vecchio più felice e libero del pianeta terra.
Ed è per restar tale che non salirò mai più i gradini del palazzo delle Poste Centrali di Ferrara FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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