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Cicciottella

Era veramente troppo cicciottella.
O meglio… lo era per me, che ho sempre amato le ragazze magre, anche se con le carni giuste al posto giusto.
Mi guardava come se avesse capito che non mi interessava più che tanto, e questo era bastato a farla arrossire.
Non per la timidezza – aveva circa trent’anni e l’aria di chi ne ha viste di cotte e di crude – ma per la rabbia.
Intendiamoci, non è io che sia un uomo che fa perdere facilmente la testa alle donne, ma un poco piaccio sempre.
A qualcuna i miei occhi… a qualcun’altra le mie buffe espressioni, ad altre ancora come ci so fare…
Insomma mi è capitato di incantare più di qualche ragazzina.
E anche lei sembrava incantata dal sottoscritto.
Incantata ed arrabbiata al tempo stesso, chè il mio sguardo le era sicuramente apparso troppo superficiale e distratto, poco attento a quel corpo che aveva far voluto credere disponibile ai miei occhi che invece cercavano altrove.
Sempre presuntuose, le donne! .
Fece allora un passo in avanti, come se volesse uscire subito dalla porta della toilette del ristorante dove stavo cenando, ma in buona sostanza sembrò che ne avesse fatti due indietro, come per rientrare immediatamente, per potersi piazzare in un angolo che poi le avrebbe permesso di poter concretizzare, con maggiori probabilità, i suoi desideri.
“Non è che ho sbagliato porta? ” le chiesi ingenuamente, per provocarla un po’ e per vedere fino a che punto fosse sorniona.
“Certo che no! ” – rispose frettolosamente, ma con un tono affettato –
“il bagno degli uomini è proprio lì… ” Allungò il braccio.
Le guardai la mano.
Indicò una porta poco più avanti.
Le fissai le dita.
Le avevo proprio sotto gli occhi, chè potevo sentire l’odore naturale della sua pelle appena lavata ma ormai asciutta.
Aveva un piccolo anello al mignolo, di fattura poco elegante ma prezioso.
C’era qualcosa di strano in quell’anello, che non riuscivo a capire.
Ecco, sembrava troppo piccolo per lei.
Non la montatura – stranamente intarsiata – ma la misura.
Si, era la misura.
Il suo anello le stringeva così violentemente la sua carne che non era possibile che non sentisse dolore.
Si accorse che stavo guardando quell’anello e comprese di recuperare qualche posizione.
Mosse la mano.
Alzò il braccio ancora di più e in un attimo riuscii a notare che la chiusura lampo del vestito era impigliata alla sua carne.
Volutamente impigliata.
“Cazzo, ma questa si è vestita quando pesava 10 chili in meno e si è lasciata crescere dentro? .
Cazzo, ma non gli fa male tutta questa ferraglia che gli si conficca nella carne? .
Cazzo, ci manca solo che la fibbia della cinta ce l’abbia legata alla pelle della pancia! “.
Al mio terzo pensiero, il suo corpo sobbalzò.
Si era accorta che le cose erano cambiate.
Che avevo percepito qualcosa.
Che mi stavo interessando a lei.
Che la situazione, per qualche insensato o inconfessabile motivo, era ribaltata.
Anche io sobbalzai, perché dal niente, dal disinteresse più indolente per quella cicciottella, sentii infiammarmi il viso.
E con esso, un ambiguo desiderio.
Presi sul serio i miei sospetti.
Pensavo di avere capito.
Cicciottella, ma forse strana, perversa.
Quello che pensavo era poco credibile ma…
La porta principale del bagno, nel frattempo, si era richiusa.
Eravamo ormai soli con le nostre ipotesi: lei, in attesa di qualche mia azione, io, pronto a rischiare e a giocare duro.
Misi rapidamente la mano in tasca, esagerando i miei movimenti per dare un senso erotico ed esibizionista alla cosa che stavo per fare.
Fortunatamente lo trovai subito, senza dover rovistare troppo dentro i pantaloni… L’accendino era rosso.
Usa e getta.
Comprato dai cinesi di un mercato all’aperto.
“No, stavolta devi funzionare, bello mio, – pensai credendo che l’accendino avesse un’anima – non farmi fare la figura del deficiente.
E stavolta non è ne per una sigaretta, ne per accendere il gas… “.
Il mio pollice, con rapidi, secchi e ben assestati colpi, picchiò sulla levetta di plastica.
Si accese immediatamente.
Alzai un poco l’accendino.
Lo misi – sempre tenendolo acceso – proprio vicino alla sua mano. Ad un centimetro dall’anello intarsiato.
Ad un millimetro dalla sua carne arrossata dalla luce della fiamma e dalla pressione sanguigna aumentata per il piacere che stava cominciando ad assaporare.
La sua voce adesso era meno affettata.
Le parole avevano si, i contenuti di una sfida:
“Cosa pensi, di farmi paura? ” – disse – guardando la fiamma che dondolava all’aria, mossa dall’alito delle sue parole.
Ma il tono era basso, intimo, complice, pronto a suggerirmi di fare il passo successivo.
Spostai il braccio lentamente e finalmente lei mise la mano proprio sopra la fiamma.
Un secondo, due secondi…
Sentivo quasi l’odore della carne bruciata, ma non sentivo nè un grido né un tentennamento.
Ansimava, ansimava sempre più forte.
Ansimava perché il dolore le riempiva la testa.
Stava godendo perché quel fuoco la bruciava dentro.
Le scaldava il cuore.
Ero frastornato.
“Cazzo, una masochista. E mò che faccio. La devo prendere a schiaffi? A calci? Devo dirgli le parolacce? “.
Spensi l’accendino.
Accidenti, mi ero bruciato il pollice ed il masochista non ero mica io! …
Ma lei ormai aveva perso la testa.
Era fusa del tutto.
Ora guidava il ballo e si convinse che io ero l’uomo adatto.
In un attimo tirò fuori un seno, da un reggipetto due misure più piccolo del dovuto.
Cazzo, ora riuscivo a vedere anche i solchi dei ferretti su tutta la pelle…
“Mordimi… Mordimi… Sbrigati, ti prego… Fammi male… ” –
Mi chinai un pochino.
Presi tra le labbra il suo capezzolo rosso e tondo e turgido.
Cominciai a leccarlo dolcemente, per preparare il terreno, pensando di muovermi alla grande…
“Non così, deficiente. – urlò tra il trambusto dei vestiti che sembravano strapparsi sotto la pressione della sua carne gonfia – non così. Così mi fai male… ”
E allora mi feci coraggio.
Lo presi tra i denti e… strinsi, strinsi forte come mai avevo fatto in vita mia.
“Sii.. Ecco… Finalmente… Ora godo… Mmmmh…. Dai… Così… Stringi… Ancora più forte… Daiii… Mordi… Chiudili questi cazzo di denti… ”
Era incontenibile.
Un fiume di parole.
Un oceano di gratitudine.
Se li per lì gli avessi ficcato anche un coltello nella gola, forse mi avrebbe fatto diventare santo.
“Ma come cazzo si fa a godere per stè stronzate? ” – ebbi appena il tempo di pensare – che sentii tra le labbra un sapore acre e ferroso.
“Porc’… Ma è sangue! … Gli ho strappato il capezzolo… Perdio… Si, ce l’ho proprio in bocca, come una ciliegia… ”
Tolgo di scatto la mia faccia dal suo seno e mentre mi muovo non sento ancora che flebili gemiti di piacere.
Ma non un urlo.
Non una piega.
Non una contrazione di dolore.
Si maledizione, è proprio il suo capezzolo.
Apro la bocca, disgustato dal quel morso che già sò che ricorderò per tutta la vita, e alzo la faccia.
Voglio guardarla in viso.
Devo riprendere in mano una situazione che mi si è sbrodolata tutta contro.
Cazzo, se adesso si mette ad urlare e a chiedere aiuto, sono rovinato.
Devo chiederle scusa.
Devo dirle che non l’ho fatto apposta.
è lei che mi ha spinto…
Lo hanno visto tutti…
Ecco, forse dobbiamo andare di corsa da un medico.
Anzi all’ospedale…
Dio, è se è sieropositiva?
Ma perchè ho deciso di andare al bagno proprio ora?
“Sputalo – disse, con calma – sputalo e non ingoiarlo.
Anzi, sputalo subito qui nella mia mano – accennò di fretta e con lo stesso tono di quando non l’avevo filata troppo –
Mi raccomando, non lo ingoiare. ”
Eseguii inebetito l’ordine, ed il capezzolo mi usci dalla bocca più per un riflesso automatico che per una precisa scelta di volontarietà.
E dopo qualche breve rotolamento, atterrò sul palmo concavo della sua mano.
Era ancora intero.
Me ne accorsi un secondo prima che lo stringesse nel pugno.
Un secondo prima che pensassi che era quello il momento giusto per vomitare.
Alzai gli occhi, lentamente.
Il suo seno era ancora scoperto, enorme, con le tracce di una pelle d’oca che sembrava non volessero sparire.
Anomalo.
Lo guardai sorpreso e non una goccia di sangue le macchiava la carne apparentemente ferita.
E mentre tentavo di mettere a fuoco tutta la scena raccapricciante vissuta pochi secondi prima, i miei occhi si soffermarono sulle mosse rapide della sua mano che, aperto il rubinetto dell’acqua, stavano sciacquando la ciliegina.
“Non ti preoccupare – disse, e il tono stavolta era davvero calmo – il liquido è sintetico e il mio capezzolo è in realtà di una plastica speciale…
Sai, noi siamo fatti così, perdiamo i pezzi.
Amiamo perdere le parti del nostro corpo. Mutilarle.
Ma poi le dobbiamo ricostruire, altrimenti il gioco finisce subito.
Ma non ci piace solo il dolore in quanto tale – un capezzolo e un seno di plastica non danno dolore – ci piace anche vedere il vostro terrore, la vostra sorpresa.
Sentire insieme a voi il disgusto che provate nel fare cose che avete sognato ma che non sapete neanche cosa siano.
Perchè siete degli ignoranti.
Ignoranti cretini ed insensibili alle vere perversioni.
E poi, la verità è che ci piace anche prendervi per il culo”.
E mentre parlava, con un tono che più che da masochista sembrava a tratti sadico, sfilò dal suo polso quella mano che mi aveva fatto perdere la testa e che ancora odorava di pelle naturale asciutta e di bruciato…
“Prendila scemo. è tua. L’hai meritata. ”
E me la infilò in un attimo nella stessa tasca dove avevo riposto l’accendino.
Mi girai di scatto, ma già stava camminando verso il tavolo dove stava cenando.
Zoppicava vistosamente.
Ve lo avevo detto che le cicciottelle non mi piacevano troppo…. FINE

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