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Eravamo legate

Lei salì in macchina per prima, si infilò dietro di me. Fermò Daniele prima che si sedesse.
“Perchè non vieni dietro? Così chiacchieriamo meglio… e facciamo fare l’autista a Giuliana! ” Gli chiese ridendo. Allora era così. Mi aveva chiesto proprio quello, prima… e io avevo accettato.
Daniele non capì, ma accettò di buon grado. Chissà se immaginava cosa avevamo in mente per lui. Forse no. Non avrebbe mai osato sperare tanto.
Ridevamo, scherzavamo, facevamo battute sceme piene di imbarazzo.
Guidai guardando troppo spesso nello specchietto retrovisore. Non mi sembrò di vedere nulla di strano, tranne la sua mano poggiata troppo a lungo sulla coscia del mio ragazzo. Vagavo un po’ a caso, non sapevo cosa fare. La prossima mossa stava a me, di certo…
Strade conosciute, finalmente, semafori rossi che mi davano il tempo di pensare, di prendere decisioni di cui forse mi sarei pentita. In entrambi i casi. Pentita di averlo fatto…. pentita do non averlo fatto. Decisi di non pensare più. Mi fermai nell’angolo più lontano di un parcheggio buio. Ci avevamo fatto parecchie ‘maialatè indisturbati: mi sembrava un buon posto. Però non sapevo come giustificare la fermata. Avevo ancora il terrore di aver capito male, di aver frainteso tutto. Spensi il motore e mi girai con l’intenzione di dire qualcosa di totalmente scemo tipo: “Per fare due chiacchiere prima di lasciarti in albergo… ”
Non servì. La guardai negli occhi. Era estremamente seria. I suoi occhi me lo chiesero di nuovo. I miei le risposero di si.
Poggiò la mano di nuovo sulla coscia di Daniele. Carezzava leggermente il panno con le unghie rosse. Lui ci guardò entrambe. Sembrava impaurito, o totalmente sconcertato. Gli sorrisi. Feci avanzare il sedile di fianco a me, mi appoggiai col petto allo schienale e lo attirai, baciandolo intensamente.
“Ti amo, capito? ” – gli sussurrai sulle labbra prima di lasciarlo.
“Che succede? ” chiese sussurrando.
“Succede che ora te ti rilassi, e mi lasci divertire un po’… ”
Rispose lei maliziosa spingendolo contro lo schienale.
Potevo vederne i gioielli risplendere nella luce gialla di un lampione lontano.
Daniele respirava a fatica. Forse cominciava a capire. Ma non poteva ancora crederci. Continuava a guardarmi. Cercavo di infondergli una tranquillità che non avevo. Ero tesissima. Sapevo, forse meglio di lui, quello che stava per succedere, e non sapevo se l’avrei potuto sopportare.
Lei sapeva come muoversi. Lo guardava fisso negli occhi, costringendolo a sostenere il suo sguardo. Lo carezzava con insistenza, aprendogli la camicia, sfiorandogli il torace, poi il pube. Daniele tremava, e conoscendolo, sapevo che non avrebbe smesso di tremare fino alla fine. Speravo solo che la cosa si attenuasse…
Martina, così si chiamava, lo stava riempendo di complimenti. Sembrava sincera, e ogni tanto tentava di coinvolgere anche me:
“Hai un bellissimo fisico… mi è venuta voglia di toccarti non appena ti ho visto… è vero Giuly che è bellissimo? ”
“Si… è vero… ”
L’atmosfera era satura di eccitazione, eravamo tutti tesi come corde di violino, in un silenzio irreale da cui emergevano solo i sussurri di Martina. E il respiro ormai affannoso di Daniele. Le sue parole ci eccitavano, ma credo eccitassero molto anche lei. Faceva domande, pretendeva risposte. Risposte scontate, ovvio.
“Ti piace? ”
“Vuoi che ti tocchi? ”
“Vuoi sentire la mia mano su di te? ”
“Ti piace che lei ci guardi? ”
Era una cosa fuori dal mondo. Non riuscivo a credere che stesse succedendo…
“Ma quanto ti piacciono i pompini? ” avevo chiesto a Daniele una notte, mentre il sudore si asciugava sulla nostra pelle arrossata.
“Tantissimo…. ”
“Ma ti piacciono di più i pompini o le scopate? ” insistetti tra il serio e il faceto.
“I pompini… senza dubbio!! E tu me ne fai troppo pochi! ”
“Seee… troppi, dirai!!! Trovati qualcun’altra che te li faccia!! ” avevo ridacchiato.
“Magari… ma se un giorno ne trovo una tu me lo fai fare? ”
“… Si”
“Davvero davvero? ”
“Certo. Se la trovi… ”
L’avevo trovata io, invece. E ora eravamo lì. Dovevo mantenere la promessa, ma nonostante l’idea mi avesse fatto gola più volte, avevo paura che non ce l’avrei fatta.
Mi guardavo spesso intorno, scrutando nel buio del parcheggio per non avere brutte sorprese, ma riuscivo con difficoltà a staccare lo sguardo dalle mani di Martina che lo toccavano, ora con dolcezza, ora con forza. Lo baciava, ogni tanto, sul volto, sulle labbra, quasi per tranquillizzarlo.
Cominciò a slacciargli la cintura.
Sentii il mio ragazzo gemere. “Oh mio dio… mio dio…. ” Aveva gli occhi spalancati.
Lo capivo. Riuscivo a sentire perfettamente quanto fosse sconvolto e incredulo. E vedevo anche quanto fosse eccitato. I pantaloni erano tesi… riuscivo a immaginarmi il suo membro dolorante per la costrizione dei pantaloni… era messo un po’ storto, lo vedevo. E avevo una voglia matta di infilargli la mano dentro e raddrizzarlo, come facevo sempre. Mi costrinsi a stare ferma.
Martina slacciò i bottoni. Scoprì il nero tessuto dei boxer. Gli sorrise compiaciuta.
“Ti piacciono? ” chiese lui con un filo di voce.
“Moltissimo… come mai li porti neri? ”
“Piacciono a Giuliana… ”
Mi guardò. Io avevo le lacrime agli occhi. Ma ero sicura che non le avrebbe viste, con quel buio. Erano i ‘mieì boxer, quelli, ed era il ‘miò cazzo, quello… e lei lo stava per toccare, fanculo!
Così fece, infatti. Infilò decisa la mano nell’apertura dei boxer, e lo tirò fuori. Sentii una fitta al cuore. Come se mi stessero penetrando l’anima con uno stiletto.
Guardai Daniele. La bocca aperta da cui non riusciva ad uscire nessun suono. Gli occhi increduli. Mi fissava, forse senza vedermi. Non gli dissi di no.
Fu solo un sospiro: “Diooo…. che bello… toccami, toccami ti prego…. ”
Martina mi guardò di sbieco , a chiedermi conferma per l’ennesima volta. Fu quello, credo, che mi aiutò. Quel gesto me la fece sentire amica, alleata: non stava facendo una cosa contro di me, ma “per” me.
O al massimo “con” me. Le sorrisi, grata di quell’attenzione. Era la prima volta, per me… forse per lei no.
Mentre muoveva la mano sul membro durissimo del mio ragazzo gli leccò l’orecchio, voluttuosamente. Poi il collo. Doveva aver sentito il profumo… ne ero certa. A me quel profumo faceva un effetto incredibile, e forse anche a lei, perchè reagì aumentando il movimento della mano.
Daniele gemeva, estasiato, ancora sconcertato.
Era brava, con la mano, e mi piaceva da morire vedere le dita smaltate poggiate con delicatezza sul cazzo del mio uomo. Ma non era per quello che eravamo lì. Mi passai la lingua sulle labbra secche.
Lei lo guardò negli occhi, sorrise con quella bocca scarlatta, poi cominciò a chinarsi piano, continuando a fissarlo negli occhi.
Scendeva verso il suo sesso un centimetro alla volta. E Daniele non riusciva a fare altro che ripetere “dio… dio… dio… non ci posso credere… ”
E io dentro di me mi dicevo: “Se vuoi fermala adesso… puoi ancora farlo… ” ma lo volevo davvero? Qualcosa mi costrinse a stare zitta.
Curiosità? Voglia? Masochismo? Non lo saprò mai.
Così attendevo col fiato sospeso. Vedevo la scena come da un punto fuori da me stessa, ed era una scena eccitante in maniera inverosimile. Sentivo il sesso umido di piacere. Avvicinai piano una mano alle coulotte. Erano fradice. La cosa mi mandò in estasi. Il mio corpo reagiva meglio della mia mente. Mi feci trasportare da lui. Ogni scrupolo fu abbandonato. Esisteva solo la nostra lussuria, il nostro piacere. Era come una droga. Volevo di più. Volevo vederla succhiare il cazzo del mio ragazzo, volevo vederla lambire le sue palle con le labbra. Volevo sentirne i mugolii di piacere. Scansai il lato delle coulotte, affondai la mano negli umori del mio sesso.
Quando la sua lingua lo lambì, Daniele urlò. Un urlo gutturale, di puro piacere.
Mi guardò negli occhi: “Posso davvero… amore? ” – riuscì a chiedermi, non so con quale forza.
Annuii. Forse vide la mia mano infilata sotto la gonna, che tentava invano di placare l’eccitazione. Scosse la testa incredulo, felice –
“Ti adoro, sei unica… sei…. ” Non riuscì a continuare. La bocca di Martina l’avvolse completamente, aiutata da un’ampia oscillazione del collo.
Lo vidi tendersi indietro. Stringere i pugni fino a farsi male.
Tremava, sentivo i suoi denti battere piano. Stavo carezzandomi la clitoride, e dovetti rallentare per non venire. Forse anche lui era nella stessa situazione, ma non venne. Martina continuava a scivolare lungo il suo membro, riempendolo di saliva. Accompagnava il movimento con una mano, morbida dispensatrice di piacere. E mugolava. Sembrava davvero che le piacesse. Era brava anche di bocca, cavolo.
Ogni tanto si staccava, saliva a baciarlo, e gli sussurrava cose come:
“è buonissimo…. ce l’hai così profumato… e duro…. ” Poi tornava a immergersi fra i suoi pantaloni. Delle volte saliva, e gli chiedeva
“Dimmi cosa vuoi che ti faccia… ” “Pre-prendilo in bocca… ” rispondeva Daniele a fatica. “Vuoi che ti faccia un pompino? Dimmi che vuoi un pompino… ” E andava avanti così fino a tirargli fuori parole pesanti, insulti. Sembravano eccitarla moltissimo.
Sul fatto che eccitassero Daniele non avevo dubbi… lo conoscevo troppo bene. Giocavamo spesso in quel modo… ma quella volta doveva sentirle particolarmente vere, quelle affermazioni – “Siiiiii… fammi una pompa… troia! ” sbottava alla fine Daniele e quando lui si lasciava andare così, e tirava fuori la parte peggiore di se, lei soddisfatta tornava verso il suo cazzo, a placare la sua voglia e la sua ansia. E mentre succhiava lui ripeteva come un vecchio disco incantato: “Succhia, succhia, troia, prendilo fino in fondo… “.
Mi passò per la mente che potevamo sembrare un film porno di bassa categoria, ma viverlo…. cazzo! … era tutta un altra cosa che vederlo. Sembrava fantastico. Pazzesco. Forse lo era.
Martina sapeva cosa faceva impazzire gli uomini. Era brava quasi quanto me, con Daniele. Sembrava aver capito perfettamente cosa gli piacesse. Sentivo il rumore dei suoi risucchi, e dalla mia posizione potevo vedere chiaramente le sue labbra scendere e risalire lungo il cazzo di Daniele. Potevo vedere la lingua girare intorno al glande, giocarci, debolmente illuminata dalla luce verdina dell’orologio.
Non riuscii a trattenermi. Lo straordinario erotismo della situazione mi colpì con tutta la sua forza. La mia mano accelerò, la clitoride ormai dura e dilatata. Venni. Cercai di fare meno rumore possibile, non so perchè.
Daniele aveva gli occhi fissi su quella bocca estranea che lo succhiava, ma ogni tanto li chiudeva per ritardare l’orgasmo. Potevo sentire dentro di me quanto fosse eccitato dalla situazione anomala, quanto stesse godendo per il solo fatto che fosse un “altra” a fargli quel pompino. Sapevo che era il suo desiderio più grande. Lo conoscevo, sapevo che non avrebbe resistito ancora molto. Mi chiesi se fosse il caso di avvertirla, ma lei sembrava aver capito quanto me. Si inginocchiò sul sedile, e aumentò il ritmo delle pompate. I capelli legati lasciavano ormai cadere piccoli ciuffi, non aveva più rossetto ma mi sembrò bellissima. In quella posizione aveva il sedere sporgente, rivolto verso il finestrino. La gonna corta di ciniglia le copriva a malapena il sedere. Le calze autoreggenti mostravano orgogliose il loro pizzo.
Daniele era sul punto di venire, dovevo farlo ora, subito. Allungai una mano. Gliela poggiai sulla natiche, in una leggera carezza. Mugolò di più. Affondò con la bocca fin dove poteva. Evidentemente non aspettava altro.
Scesi con la mano fino alla fica, e incontrai le mutande completamente bagnate. Le scansai facilmente. Il cuore mi batteva così forte che mi sembrava l’unico rumore presente nella macchina.
Le toccai la fica aperta. Era morbida, bagnatissima e… completamente depilata. Nella pazzia del momento pensai che allora era davvero una troia, che si era preparata prima di venire, che avremmo potuto farle di tutto e non avrebbe detto di no…. La cosa mi mandò completamente fuori di testa. Dio, cominciavo a pensare come un uomo….
Agitava il sedere, Martina, e sapevo cosa voleva dire: lo facevo anche io… le infilai due dita dentro. Vennero risucchiate. Ne aggiunsi un terzo, poi un quarto. La penetravo con forza, perchè vedevo come reagiva alle mie spinte: si sfogava sul cazzo di Daniele, succhiandolo con forza, affondandoselo in gola fino a soffocare.
Un urlo gutturale, ripetuto, selvaggio, e Daniele le scaricò in bocca tutto il suo seme. Tanti schizzi quanti erano quegli urli. Lei sembrava ingoiarlo bene, perchè ebbe solo un paio di conati, all’inizio. Continuavo a penetrarla, nonostante la posizione scomoda, e finalmente sentii la sua vagina chiudersi su di me. Venne continuando a succhiare e i suoi gemiti soffocati dall’arnese che continuava a sprofondarle nella bocca, rischiarono di farmi venire di nuovo.
Poi si accasciò. Continuava a tenere il cazzo in bocca, ciucciandolo come una bambina col succhiotto. Daniele era stremato, la testa riversa sul sedile, il corpo ansante.
Io li guardavo, e non sapevo cosa dire. Cosa pensare. Mi assalirono di colpo tutti i dubbi e le domande che avevo rifiutato di prendere in considerazione prima, travolta da un’eccitazione senza pari.
“E ora? ” mi chiedevo. “Gli piaceranno ancora i miei? ” mi chiedevo.
“Avrò il coraggio di prenderglielo ancora in bocca? ” “Vorrà rifarlo con altre? ” mi chiedevo. “è l’inizio della fine? ” Non avevo risposte.
Solo decine di domande che affollavano la mia mente mentre li guardavo, e mi carezzavo distrattamente il sesso ancora fremente.
Fu lei a rialzarsi per prima. Lo baciò sulle labbra, aveva di nuovo quel sorriso birichino. Non sembrava la belva di poco prima. Poi venne verso di me. Baciò anche me sulle labbra: “grazie… ”
“Prego… ” risposi alquanto stupidamente.
I finestrini della macchina grondavano di condensa. Accesi il motore.
Ci volle un quarto d’ora buona per spannare tutto.
Nel frattempo lei venne davanti, si levò le scarpe e si accoccolò sul sedile. Chiacchierammo del più e del meno, anche di quello che era successo. Fu lei a mettermi a mio agio. In effetti aveva condotto lei tutto il gioco… ed era giusto che lo concludesse. Credo avesse una certa esperienza…
Ogni tanto sentivamo dei gemiti provenire da dietro: Daniele era sdraiato sul sedile ancora incapace di connettere. Ci ridevamo sopra come pazze, e forse, a fior di labbra, anche lui.
La lasciammo sotto l’albergo. Baci e abbracci e rifacciamolo più spesso.
Scoppiammo a ridere. Eravamo legate, ormai. Da qualcosa che non saprei definire. FINE

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