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I grandi magazzini

Era il luglio di tre anni fa, entrai nei grandi magazzini più eleganti della città sperando nel sollievo dell’aria condizionata. Girai per il centro commerciale per almeno un’ora, poi provai dei costumi da bagno e solo quando arrivai a casa mi resi conto che mi era scivolato nella borsa il reggiseno di un bikini giallo. Non mi passò neppure per la testa l’idea di tornare ai grandi magazzini per restituirlo. E poi come avrei fatto a spiegare la cosa? Preferii considerarlo quel fatto come un piccolo segno di buona fortuna. Non fu così. Qualche giorno dopo mi trovavo in un altro grande magazzino molto elegante a provare della biancheria intima da indossare sotto il vestito nuziale: non saprei dire perché, ma quasi senza rendermene conto tornai a casa con un reggiseno carissimo, portato via senza pagare. Lo avevo indossato nel camerino di prova, poi mi ero limitata ad abbottonare la camicetta e prendere la scala mobile per uscire dal centro commerciale. Il giorno del matrimonio, indossai come un trofeo il mio reggiseno rubato: quel furto provocava in me una strana euforia, quasi significasse l’inizio della riscossa contro la noia e la convenzionalità della mia vita, che non vedevo possibilità di cambiare in meglio con il matrimonio. Da quel giorno presi a rubare di tutto nei grandi magazzini e nei centri commerciali più eleganti; al reparto biancheria intima sceglievo mezza dozzina di completini, poi nei camerini di prova indossavo gli slip e il reggiseno più cari, rimettendo a posto gli altri e passando con noncuranza davanti alle casse. Quell’autunno dopo il matrimonio, quando Fiorenzo era al lavoro spesso uscivo di casa con un trench senza indossare la gonna; al reparto abbigliamento sceglievo una mini, in modo che non si notasse sotto l’orlo del trench, ed entravo nei camerini per indossarla. Mi ero specializzata al punto da portare nella borsetta un coltellino per tagliare la lingua di plastica delle etichette. I centri commerciali eleganti che frequentavo non usavano sistemi anti taccheggio come i dischi magnetici. Trafugai persino un paio di décolleté a tacco alto di vernice rossa, lasciando le mie scarpe nel reparto calzature. Ogni furto compiuto mi dava una sorta di scossa, mi ubriacava come un orgasmo. Mio marito Fiorenzo naturalmente non sapeva nulla di ciò; non avrei assolutamente saputo come spiegargli quel senso di trasgressione che mi spingeva a portare via senza pagare ciò che avrei potuto benissimo permettermi di acquistare. Rubavo esclusivamente capi di vestiario, alcuni dei quali non li avrei mai indossati perché troppo audaci. Rubavo per il gusto di rubare, perché mi annoiavo, per trovare un diversivo a quella vita così uniforme: Fiorenzo sempre al lavoro, io sempre da sola a casa. Sceglievo quasi sempre capi provocanti: reggiseni a balconcino, calze a rete, minigonne, scarpe con il tacco, tutta roba che nascondevo accuratamente in fondo a un cassetto o nel ripostiglio. Talvolta, quando mio marito era fuori per lavoro, indossavo quelle gonne plissettate e cortissime, le calze autoreggenti a rete, i top attillati e mi guardavo allo specchio, passeggiando per casa dopo essermi truccata e pettinata. Ormai mi sentivo imbattibile, per me i grandi magazzini della città erano una sfida; mi sentivo un agente del controspionaggio in gonnella. Poi, nel secondo anno dal matrimonio, presi finalmente l’abitudine di vestirmi con i frutti della mia audacia: gonne corte, vestitini stretch, gioielli alle orecchie, al collo, ai polsi, scarpe con il tacco. Mio marito non aveva la minima idea di questa mia doppia vita, anche se a partire dalla seconda estate cominciai a indossare tutti i giorni parte della lingerie e l’orlo delle mie gonne salì di qualche centimetro: altrimenti non avrei saputo come giustificare così tanti indumenti nei miei cassetti. Organizzavo vere e proprie spedizioni che preparavo accuratamente quando mio marito si trovava fuori città per lavoro: il che accadeva quasi ogni sabato, quando nei centri commerciali c’era più confusione. Passavo dal coiffeur, poi dall’estetista per il trucco, così che mi creai uno stile: suppongo che gli addetti alla sicurezza rimanessero distratti a guardarmi le gambe mentre io colpivo con destrezza. Durante le mie spedizioni avevo anche preso l’abitudine a uscire di casa senza biancheria intima per indossarla direttamente nei camerini se mi capitava fra le mani qualche grazioso completino di lingerie.

* * *

Poi un giorno, il secondo autunno dopo il matrimonio, venni scoperta. Ero entrata in un grande centro commerciale alla periferia della città. Ogni volta che passavo da quelle parti non riuscivo a rinunciare a qualche prodezza: la settimana prima avevo rubato un cardigan di mohair antracite, che indossavo proprio in quel momento su una gonnellina a portafoglio, di parecchio più corta del ginocchio; sotto, come di consueto, non portavo lingerie. Uscii dai camerini con indosso il frutto di pochi minuti di brivido e posai senza fretta la biancheria intima sulle grucce dove l’avevo trovata, poi mi avviai tranquilla come sempre verso la scala mobile e l’uscita. Ma un attimo prima di posare il piede sul primo scalino, un uomo mi artigliò un braccio, pregandomi di seguirlo. Aveva l’aria molto “convincente” di un buttafuori: completo antracite, occhiali da sole e un cravattino simile al laccio di un cavallerizzo al collo. Mi condusse in un piccolo ufficio che dava sul viale, dove alcune impiegate stavano lavorando davanti al computer.

– La prego, signora, vuoti la borsa – mi invitò l’uomo, facendo cenno di sedermi sulla sedia girevole accanto a una scrivania. Notai che aveva mani forti e curate, e sentii il suo profumo, mi sembrò Joop pour homme.

– Non ci penso nemmeno – risposi sedendomi con aria offesa.

– Non mi costringa a chiamare la polizia – replicò sollevando la cornetta del telefono. Le impiegate si erano fatte improvvisamente attente. L’uomo tese la mano: gli consegnai la mia borsa, sentendo le gambe molli. Rovesciò il contenuto sulla scrivania, sollevando fra le dita un reggicalze di pizzo e un paio di calze autoreggenti.

– Sarei passata alla cassa per pagarle – balbettai arrossendo. L’uomo si tolse con pazienza gli occhiali, infilandoli nel taschino del vestito. Era un individuo sui trenta, con muscoli da palestra e una faccia da calendario per riviste femminili, un tipo con il quale avrei ballato volentieri un merengue.

– Non dica fesserie – mi ammonì, – so benissimo non è la prima volta che lei esce di qui con della merce: è da parecchio che cerchiamo di sorprenderla. Ci sono tutti gli estremi per una denuncia.

– Chiamo il commissario? – intervenne una delle impiegate. Ma l’uomo la bloccò con un gesto.

– Fra un momento. Voglio vedere se ha sottratto altro. – Nient’altro – dissi in fretta, posando le mani sul ginocchio.

– La prego, mi lasci verificare – rispose lui con una punta di ironia malgrado il tono gentile. Girò intorno alla mia sedia, guardandomi con attenzione le gambe accavallate. Arrossii, ma non cercai di coprirmi; non era la prima volta che usavo la mia femminilità come arma ottenendo più di quanto sperassi. E avevo tutta l’intenzione di non essere denunciata. Tornò alla refurtiva e prese in mano un reggicalze che io fissai dandomi della stolta, notando solo allora l’incongruenza di averlo rubato insieme a delle calze autoreggenti. Lo esaminò con aria volutamente puntigliosa. – Raso colore champagne e pizzo ecru, – commentò – prezzo 219 mila lire. Non credo che potrebbe permettersi di comprarlo. – Questo devo dirlo io – risposi stizzita appoggiandomi allo schienale della sedia, con le gambe accavallate per notare come lui seguisse con attenzione il movimento. “L’ho quasi in pugno” pensai. Benché sapessi che al commissariato tutto sarebbe probabilmente finito con una semplice reprimenda, mi intestardii e decisi di non dargliela vinta. – Ora lei mi farà le sue scuse e mi lascerà andare – dissi, forte della presenza delle impiegate che fingevano di continuare a lavorare mentre in realtà ascoltavano con le orecchie tese. L’uomo della sicurezza perse la pazienza, ma si ricompose subito con un sorriso. – Allora, vediamo se ha trafugato altro. Vuole seguirmi? Raccolse la mia borsa, e con un invito perentorio della mano mi guidò lungo un corridoio stuccato, fino a quello che sembrava l’ufficio di un direttore. – Come si chiama? – domandò accostando la porta alle nostre spalle. – Può vederlo sui miei documenti – risposi, poco conciliante. Nell’ufficio c’erano poltrone di morbida pelle nera, alogene a stelo e veneziane verdi. – Roberta Rocchi – lesse l’uomo sulla carta di identità, poi aggiunse: – Chi sarebbe Fiorenzo? – Mio marito – risposi sorpresa. – Come fa a sapere il suo nome? – Ha solo 22 anni ed è già sposata? – disse sventolando il bigliettino di carta scivolato fuori dal mio documento. – Questo è il numero di cellulare di suo marito, dunque? – Sentii un caldo improvviso al collo. Ci mancava altro che Fiorenzo sapesse di quella faccenda. – Ascolti – dissi con il battito del cuore accelerato. – Facciamo finta che io non sia mai venuta; mi lasci andare e non sentirà mai più parlare di me. Così dicendo feci per uscire dall’ufficio, ma il suo dito robusto si tese minaccioso. – Non si muova! Mi arrestai con la mano a un palmo dalla maniglia della porta. Adesso l’uomo aveva la faccia congestionata dalla rabbia. Chiuse a chiave con un gesto secco la porta alle mie spalle, poi raggiunse la scrivania afferrando il cordless, sembrò ripensarci, allungò un dito per alzare il volume della musica diffusa che fino a quel momento era rimasta in sottofondo. Non avevo molto tempo per riflettere: o rimanevo aspettando la sua mossa oppure giravo la chiave della porta per andarmene: non avrebbe osato fermarmi fino all’arrivo della polizia. Ma il suo dito puntato per minacciarmi era stato eloquente. Posò il telefono. Si sciolse con rabbia il nodo del cravattino di corda e sfilandolo dal collo lo tese fra le mani mentre tornava da me. – Ora metta le mani dietro la schiena – disse girando alle mie spalle. Mi voltai di scatto, tornando a guardarlo direttamente in viso. – Come ha detto? – dissi arretrando di un passo, dubitando di avere capito bene ma con una tachicardia improvvisa.

– Mi stai dando troppo fastidio, Rocchi Roberta, con tutti quei furti. Rischio il licenziamento, capisci? Metti le mani dietro la schiena!

– Deglutii, pensandoci un attimo, ma il suo tono di voce non ammetteva opposizione. Guardai il laccio che teneva fra le mani: il fermaglio sembrava studiato apposta per bloccare gli estremi di un nodo, tipo un paio di manette ma di corda.

– Questo è sequestro di persona. – accennai. – Non alzare la voce, non ti sentirebbe nessuno con la musica così alta – rispose facendomi cenno con una mano di ruotare su me stessa in modo da dargli le spalle. Sentivo il cuore battere accelerato sotto il cardigan, contro i polsi che stringevo ancora al petto. Potevo vedere i muscoli tesi sotto la giacca dell’uomo e sul collo, ora che la camicia era slacciata fino alla clavicola.

– Cosa ha intenzione di fare? – dissi voltandomi lentamente, senza smettere di tenerlo d’occhio, fino a che si trovò di nuovo alle mie spalle. Allora si avvicinò di un passo per ripetermi all’orecchio:

– Metti le mani dietro la schiena. Sentii il cuore che accelerava ancora, e mi trovai sospesa in una percezione leggermente ovattata, come nei momenti che precedono l’orgasmo; passando la lingua sulle labbra, portai le braccia dietro la schiena per ubbidire, sperando di guadagnare tempo per pensare. Ma mi sentivo distante.

– Senta, facciamo un patto. – accennai, ma non mi diede tempo: mi afferrò subito entrambi i polsi incrociandomeli all’altezza della spina dorsale e stringendo.

– Non mi faccia male! – esclamai cercando di allontanarmi, ma mi tenne ferma. Sentii sulla pelle la corda del laccio che mi mordeva. Voltai il capo di sopra una spalla, vedendo che con una mano mi teneva i polsi bloccati, mentre con l’altra li legava con un’abilità che faceva pensare che non fosse la prima volta.

– Aspetti! – esclamai sollevando un ginocchio

– Possiamo parlare, prima. Prometto che pagherò il reggicalze, firmerò un assegno con la cifra che vuole! Mi diede un altro giro intorno ai polsi uniti, poi separatamente, e sentii stringere un nodo, quindi il freddo del fermaglio di metallo nel quale fece passare le estremità del laccio per bloccarle. Scrollai il capo, avevo i capelli negli occhi.

– Aspetti un attimo, mi lasci parlare! Mi lasciò andare, allontanandosi di un passo. Tirai i polsi, erano saldamente legati. Mi prese per un gomito allontanandomi dalla porta. Avevo il batticuore e i capelli ancora negli occhi. Tenni il capo abbassato, avvilita dalla stretta del laccio sui polsi e dall’assurda sensazione di calore alle cosce e dietro le orecchie. Mi condusse davanti all’alta finestra, tirando la cordicella della veneziana per chiudere fuori eventuali sguardi indiscreti dei palazzi di fronte. La corda ai polsi era piuttosto stretta e cominciava a fermarmi la circolazione sanguigna. L’uomo rimase in piedi di fronte a me, accendendosi una sigaretta con i gesti precisi di un attore cinematografico. Sentii con fastidio i capezzoli che si inturgidivano leggermente.

– La prego, mi sleghi – dissi senza convinzione.

– Non è giusto. Sospirò e con un movimento preciso allungò una mano verso la mia gola, slacciandomi il primo bottone del cardigan. Sussultai e mi ritrassi con il cuore in gola, appoggiando le braccia legate alla finestra. Sui capezzoli avevo la stessa sensibilità dei polpastrelli.

– Ma che fa? – balbettai arrossendo, vergognandomi per il calore che sentivo diffondersi a livello del ventre. Avanzò di un passo, bloccandomi contro il vetro.

– Controllo il resto della refurtiva – disse sbottonando rapidamente il cardigan fino in fondo. Allargandolo con le mani verso le mie spalle, mi scoprì il ventre nudo e il reggiseno a balconcino.

– Cotone 100%, misura IV – commentò, evidentemente soddisfatto. – 189 mila. Mi sentivo tutta rossa in viso, e accaldata anche se nell’ufficio l’aria condizionata sembrava al massimo. Non mi era mai accaduto di essere coinvolta in una situazione del genere, e mai avrei immaginato che la mia perizia nei grandi magazzini mi portasse a questo. Mi sentivo impotente, sapevo che avrei anche dovuto sentirmi umiliata, ma il languore all’intestino e l’indesiderata sensibilità dei miei seni me lo impedivano. Scrollai nuovamente la testa per levarmi i capelli dagli occhi.

– Senta – dissi cercando una via di fuga, ma lui mi era praticamente addosso – penso che possiamo arrivare a una soluzione.

– Ne sono convinto anch’io – rispose sibillino – preferisce suo marito o il commissario? Provai il laccio che mi teneva i polsi legati, stringendo i denti, ma era troppo resistente. Avrei voluto riabbottonare il cardigan.

– Mi sleghi, ha la mia parola che non me ne andrò fino all’arrivo della polizia. Sorrise compiaciuto, poi si chinò appena verso di me. Mentre mi domandavo cosa volesse fare, sentii le sue mani fredde di aria condizionata sulla parte esterna della mie cosce. Trattenni il fiato, cercando di rimanere immobile. Le sue mani risalirono appena infilandosi sotto la gonnellina; sentii i suoi polpastrelli sulla parte alta delle cosce, e il fresco improvviso quando la mini si aprì a portafoglio. Rimasi ancora immobile, gli occhi fissi nei suoi occhi a pochi centimetri di distanza: mi sentivo ipnotizzata come un topolino dagli occhi del serpente. Quando le sue dita arrivarono all’orlo degli slip sentii che si impadroniva dell’elastico con le unghie. Abbassandosi di tutta la testa davanti a me, mi calò con un unico movimento discendente le mutandine fino alle ginocchia, poi si allontanò di un passo.

– Levali – ordinò. Deglutii, e cercando di mantenere l’equilibrio appoggiai le mani legate a contatto del vetro. Sollevai un ginocchio, sfilandolo dallo slip, che scivolò in terra. Sollevai l’altro piede, e subito l’uomo si chinò a raccogliere l’indumento intimo.

– Perizoma di seta e cotone – commentò con il solito tono inquisitorio.

– 109 mila. Chiusi gli occhi, inspirando sino in fondo ai polmoni per calmare la tachicardia. – Adesso la faccia finita – sussurrai

– Mi sleghi le mani. Chiami la polizia. Chiami anche mio marito, se vuole, tanto ho intenzione di denunciarla appena fuori da qui. Provavo un piacere scellerato a provocarlo a testa alta. La situazione di svantaggio mi metteva adrenalina in circolazione.

– Lo sai che mi hanno minacciato di licenziamento? – disse duramente l’uomo.

– Da più di un anno sto addosso alla ladra della biancheria intima. “La primula rossa della lingerie”, ti chiamano i colleghi, ma intanto io ci ho rimesso il premio di produzione. Così dicendo allungò una mano verso il mio torace. Abbassai gli occhi seguendo il suo dito: quando raggiunse il reggiseno, visibile attraverso il cardigan sbottonato, ne seguì l’orlo lungo il fianco fino all’ascella, costringendomi a scostare le spalle dal vetro, e mi slacciò il gancetto dietro la schiena. Il reggiseno cadde in un fruscio ai miei piedi. Rimasi senza fiato, sbottonata e a seno nudo davanti a lui.

– Meriti una punizione esemplare – disse seguendo con i polpastrelli la curva dei miei seni.

– Voglio farti passare la voglia di rubare. Inginocchiati.

– N… No! – balbettai, sentendomi impallidire e poi arrossire.

– Non è vero, io… Mi posò sulla spalla una mano pesante come un tronco; mio malgrado, piegai le gambe ritrovandomi con i ginocchi sulla moquette. Prima che riuscissi a dire qualcosa, si abbassò la zip dei calzoni, e aprì i boxer rivelando il sesso nudo all’altezza del mio viso. Sentii di nuovo il suo profumo maschile. Si chinò a prendermi il mento con una mano per costringermi a guardarlo negli occhi.

– Scommetto che tuo marito adora questo – disse in tono prepotente. Mi sentii raggelare. Quell’argomento era motivo di continue discussioni con Fiorenzo, che insisteva con quella pratica che gli avevo sempre negato. Non potevo tollerare l’idea di toccare con la bocca il sesso di un uomo, fosse pure mio marito. Improvvisamente, sentii gli occhi umidi e un groppo in gola. Sollevai leggermente i polsi legati lungo la spina dorsale, e aprii i ginocchi sulla moquette perché la posizione mi dava fastidio alla schiena.

– Sono sicuro che da oggi in poi, ogni volta che proverai l’impulso di rubare ti verrà in mente questo – disse passandomi la mano dietro la nuca. Il suo sesso era pericolosamente vicino al mio viso. Adesso il suo profumo era mischiato all’odore naturale di maschio. Cercai di scrollarmi, torcendo il busto, ma mi impugnò saldamente con la mano i capelli dietro la nuca, appoggiandomi il sesso alle labbra. Girai il capo, cercando di piegarmi di lato, ma mi tenne ferma. Mi accorsi di tremare, ma temevo non fosse per la paura. Sentii un tepore carnale alle labbra, e un turgore traditore ai seni. Forse era la situazione di soggezione, che malgrado la mia volontà (e a mia giustificazione pensai alle mani legate dietro la schiena) mi spingeva a quella pratica per me fino allora inaudita: fatto sta che cedetti alla sua prepotenza dischiudendo le labbra. Mi premette in fondo alla bocca con il membro, irrigidito come un bastone, e appoggiò le ginocchia contro il mio seno nudo. Sentii i capezzoli duri e rigidi sulla stoffa dei suoi calzoni.

– Dove è finita la tua lingua? – disse con la voce contratta.

– Non hai smesso un momento di usarla fino adesso. Questo è il momento di tirarla fuori di nuovo. Gli toccai appena la punta del glande con la lingua e lo sentii irrigidirsi ancora di più contro il palato. Allora lo sostenne con la sua stessa mano, agitandomelo leggermente in bocca.

– Adesso leccalo – comandò. Sentii i capezzoli irritati dalla stoffa del suo vestito. Obbedii, chiudendo gli occhi e usando la lingua. Sentii per la prima volta quel sapore aspro e salato che mi provocò un’ondata nel basso ventre. Avevo caldo, specialmente al collo. Il membro pulsava lentamente nella mia bocca, agitato senza fretta dalla sua mano. Tesi le braccia dietro la schiena per spostare leggermente il baricentro del corpo, perché sentivo fastidio alle reni. Cominciai a succhiargli quel sesso caldo, nel quale sentivo la pulsazione a onde della sua circolazione sanguigna. Premetti con forza con la lingua, stupita dalla stessa mia naturalezza, muovendo la bocca a stantuffo mentre lui mi assecondava con la mano che mi stringeva i capelli. Lui trattenne il fiato, irrigidendosi ancor di più nella mia bocca.

– Non essere avara, Roberta: usa la lingua – disse muovendosi in uno stantuffo lento. – Questa è la tua piccola punizione privata. Così impari che non si ruba impunemente dove il capo della sicurezza sono io. Lo sentii premere in fondo alla lingua, quasi come dovesse penetrarmi in gola. Continuai a lavorargli il sesso con la lingua e le labbra, tremando di brividi per i miei seni gonfi, sentendomi umida all’inguine e aperta come se una sottile corrente d’aria soffiasse sotto la mia gonnellina. Non resistette che mezzo minuto circa: il movimento del suo bacino si interruppe al culmine di una penetrazione, e per un attimo mi sembrò di vivere in un momento sospeso: il seno messo a nudo, le mani legate dietro la schiena, inginocchiata davanti a un uomo che fino a quindici minuti prima neppure conoscevo, con la testa che mi girava mentre gli lavoravo il sesso con la bocca.. e poi il suo irrigidimento si tese in un affondo, ed esplose nella mia cavità orale con un getto che mi costrinse immediatamente a tossire e a ritrarre la testa cacciandolo fuori con la lingua. Ma mi tenne ferma con la mano, gemendo di piacere con la schiena arcuata mentre mi schizzava ondate di sperma in viso. Non telefonò alla polizia e dopo qualche minuto mi ritrovai di nuovo libera. FINE

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Storie sexy raccontate da persone vere, esperienze vere con personaggi veri, solo con il nome cambiato per motivi di privacy. Ma le storie che mi hanno raccontato sono queste. Ce ne sono altre, e le pubblicherò qui, nella mia sezione deicata ai miei racconti erotici.

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