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Il provino

Alessia sfogliava le pagine patinate di una rivista pornografica sporca e logora, abbandonata sopra un opaco tavolino di vetro. Era la terza o quarta volta che le scorreva con lo sguardo, soffermandosi con occhiate fugaci su fotografie che ritraevano pezzetti di un universo a lei alieno e fino a quel momento ostile.
La signora Ardenti era stata molto cortese e accogliente, e le aveva persino offerto dei pasticcini da tè. Alessia ne aveva presi un paio, giusto per non offendere la gentile segretaria. La donna si era resa conto quasi subito del disagio che la ragazza provava; non aveva insistito più di tanto a far nascere una conversazione e si era subito ritirata in un piccolo ufficio, dopo averla squadrata con uno sguardo compassionevole e materno.
Nonostante l’estate fosse ormai alle porte e un pallido sole infuocasse le mura di quel vecchio stabile di periferia, le piccole mani di Alessia erano ghiacciate, e la fine e chiara peluria che velava le braccia sottili, strette da un grazioso toppino nero, era tesa e rigonfia, quasi a sottolineare il suo senso di smarrimento.
Non si sentiva cose nervosa da anni. Forse non era mai stata cose preoccupata e impaurita in vita sua, eccetto che in occasione dell’operazione chirurgica subita sei anni prima per una piccola appendicite.
Ma stavolta era ancora peggio, in un certo senso, perché si trovava le da sola. Non c’era sua madre che le parlava e le faceva coraggio, seguendo il suo letto a rotelle fino alla porta della sala operatoria, quella brutta porta di legno verniciata di grigio e azzurro che la divideva da chissà quale dolore.
Non c’era sua madre, c’era soltanto la porta.
Una porta scura e pesante che tardava ad aprirsi, torturandola con il silenzio della serratura e con l’immobilità dei suoi chiavistelli argentati.
Posò la rivista sul tavolino e diede un’occhiata al suo swatch. Erano le quattro e dieci.
Era seduta su quella poltrona soltanto da un quarto d’ora e Riccardo tardava.
Avverte all’improvviso la voglia di andarsene, l’impulso di scappare e dimenticare per sempre quella squallida anticamera e la follia che l’aveva spinta ad ascoltare la voce calda e suadente di Riccardo, ma soprattutto la cieca stupidità che aveva guidato le sue dita nel comporre quel numero di telefono trovato su un giornale di annunci commerciali.
In quel momento un rumore la fece sussultare e girò la testa di scatto verso la porta.
Finalmente una cornice di luce gialla illuminò l’ingresso e la porta si apre.
Entrò un ragazzo sui trent’anni, ben vestito, alto e longilineo, sorridente. I timidi occhi di Alessia si persero subito in quelli grigio-verdi e bonari di lui, e la ragazza trovò subito il conforto di cui aveva bisogno.
“Ciao, tu devi essere Alessia, vero? ” le chiese, con voce mascolina e delicata.
Tutto quello che Alessia riuscì ad esprimere fu un timido cenno di assenso, e lui sorrise ancora, questa volta più calorosamente. Le porse la mano e lei gliela strinse debolmente, tentando un mezzo sorriso.
“Scusa per il ritardo, ma sai… il traffico… ” si giustificò l’uomo, allargando le braccia e mostrando un’espressione ebete e costernata.
Alessia abbandonò la poltrona e si alzò in piedi di fronte a lui, per ridurre almeno in parte la notevole differenza di statura. Con un gesto rapido e istintivo portò le mani alla cintura e spostò i suoi jeans aderenti di qualche millimetro verso l’alto, senza tra l’altro la minima speranza di coprire l’ombelico. Avverte immediatamente un senso di bagnato nelle mutandine, e si chiese come aveva fatto a non accorgersene prima. D’un tratto si sente a disagio, come se Riccardo potesse fiutare l’odore dei suoi umori misti a sudore ed ebbe il timore che da un momento all’altro l’avrebbe violentata le, su quella poltrona, come una troietta qualunque, senza tanti complimenti.
Già, perché era quello che stava diventando. O che era già diventata, a seconda se si trattasse del suo punto di vista o quello del fratello minore.
Era proprio per colpa sua se adesso si trovava in quella situazione.
In parte, almeno.
Angelo andava bene a scuola, aveva tutti sette e otto in pagella, studiava molto e usciva di casa il pomeriggio soltanto per andare al lavoro. Alessia non gli aveva mai voluto troppo bene, ma negli ultimi tempi aveva cominciato a odiarlo.
I loro genitori stravedevano per quel generoso e volenteroso (ragazzino presuntuoso e leccaculo, invece, lo definiva la sorella), che lavorava ai mercati generali il pomeriggio e trascorreva tutta la serata sui libri.
Invece non facevano altro che criticare Alessia, lamentandosi perché nonostante fosse stata bocciata e stesse ripetendo il quarto anno di liceo, non studiava quasi mai e andava sempre in giro con quella combriccola di sbandati, come sua madre usava chiamare la sua comitiva. Da quando aveva cominciato a vestirsi e a truccarsi in modo vistoso, poi, le proteste di sua madre erano aumentate a dismisura, e sembrava addirittura che avesse intenzione di convincere il padre a toglierle la paga settimanale.
La sua vita stava diventando un inferno, e ogni minuto trascorso tra le mura di casa la faceva sentire sempre più oppressa e desiderosa di libertà. Proprio per questo aveva deciso, una settimana prima, di partire per la Toscana con la sua comitiva di amici, che avevano programmato di trascorrere il mese di luglio in campeggio.
Era stato inutile tentare di strappare a suo padre il permesso di andare in vacanza con loro, e sarebbe stato assurdo, da parte sua, pretendere i soldi necessari, perché sapevano entrambi che l’anno scolastico si sarebbe chiuso in maniera disastrosa ancora una volta.
Però desiderava con tutte le sue forze quella vacanza, perché era l’unica occasione concreta che le si era presentata da un bel po’ di tempo a quella parte per conquistare Carlo, il ragazzo dei suoi sogni.
A volte, durante i pomeriggi trascorsi nell’ozio, le capitava di fantasticare su come sarebbe stato bello essere la sua fidanzata. Nei suoi sogni lo abbracciava forte e lo teneva stretto, seguendolo nelle sue spericolate corse in moto. Andavano (scappavano) lontano, lontanissimo, e quando si stancavano del frastuono del vento inferocito si fermavano e si gettavano in piccole oasi di verde ai lati della strada, affondando i capelli nell’erba fresca e pulita, e si baciavano. Si baciavano e facevano l’amore sotto il sole caldo di giugno, oppure all’ombra di una pineta, cullati dal canto delle cicale.
Furono quei pensieri paradisiaci, ancor più del desiderio di rivalsa che le infiammava le viscere ogni volta che ripensava alle proibizioni dei genitori, a spingerla verso quell’abisso di perversione che le avrebbe avvelenato l’esistenza.
Alessia si era informata su come si potesse guadagnare qualche centone in modo rapido e poco faticoso. All’inizio aveva rifiutato in modo categorico l’idea di farsi scopare da qualche sconosciuto davanti a una telecamera, ma poi aveva pensato a come sarebbe stato sopportare per tre mesi di fila i rimproveri dei genitori e la saccenza di Angelo, e aveva concluso che quella era l’unica via d’uscita.
Adesso era giunta l’ora della resa dei conti. Doveva dimostrare a se stessa di desiderare davvero Carlo.
“Se, devo farlo per Carlo… devo farlo per noi” pensò, e si fece coraggio.
Esitò per qualche istante e di riflettere sul perché la voce della sua mente sembrava diversa, questa volta… sembrava mentirle, ed era la prima volta che le capitava.
Attribuì quella sgradevole sensazione all’emozione, e dimenticò quel pensiero.
Finalmente riuscì a parlare, e chiese se poteva usare la toilette, con voce roca ed esitante.

Entrò in bagno e si slacciò i jeans. Abbassò le mutandine fino alle ginocchia e la luce della plafoniera mandò chiari riflessi sugli umori che quasi le incollavano alle sue grandi labbra, come uno spesso filo di muco. Si liberò con le dita di quell’imbarazzante secreto e si sedette sul water.
Orinò a lungo, e mentre lo faceva un piacevole bruciore le infiammava il clitoride. Senza rendersene conto infilò indice e medio della mano destra in bocca, gustando il sapore salato del suo nettare, misto a quello dolciastro del rossetto. Le apparvero come una visione gli occhi stupendi e forti di Riccardo e divaricò di più le gambe, cominciando ad accarezzare le sue grandi labbra con le dita umide di saliva. Il suo sottile dito medio scorreva senza attrito sulla rosea pelle della fica depilata il giorno prima, regalandole piccoli brividi caldi.
Emise un mugolio sommesso, subito represso dalla paura di essere udita dall’esterno.
Quell’evento la riportò per un attimo alla realtà, e l’immagine di Riccardo rimase impressa nella sua mente. Si sente come pervasa da un’innaturale eccitazione, attutita Però da un vago senso di torpore… e si chiese come mai stesse pensando a Riccardo e non al suo innamorato.
Ma anche questa volta il dubbio durò per un istante, il tempo necessario ad essere assalita di nuovo dalla voglia di toccarsi.
Continuò a masturbarsi e il suo piacere cresceva ogni volta che i suoi sospiri echeggiavano tra le pareti della grande e spoglia stanza da bagno.
Fu interrotta dalla voce impaziente di Riccardo, che la stava aspettando.
“Alessia, se per te va bene possiamo cominciare”
Le sue parole risuonarono attraverso la porta del bagno, e la ragazza ebbe l’impressione di sentire una voce nuova, come se la gentilezza e il garbo con cui l’aveva accolta fossero stati sopraffatti da un tono vagamente scocciato.
Allungò la mano rimasta asciutta per prendere la carta igienica, ma le sue dita urtarono il coccio del contenitore. Non c’era il rotolo. Si voltò e si rese conto che il bagno era senza bidet. Di fronte al water c’era soltanto un lavandino fatiscente e uno specchio incrinato e sporco che lo sovrastava. Lo spazio rimanente era occupato da alcuni scatoloni vuoti e una grossa vasca da bagno con il fondo scorticato e arrugginito.
Si rassegnò all’idea di sporcarsi ancora di più le mutande e si alzò in piedi, rivestendosi. Adesso la sensazione di umido bruciore si era acuita, e Alessia avvertiva sempre più forte la voglia di liberarsi da quel prurito. Ma non c’era tempo per masturbarsi ancora, cose dovette riallacciarsi i jeans mentre la sua fica vomitava umori ininterrottamente.
Uscì dal bagno e fu condotta in una stanza più piccola e meglio arredata della calda anticamera in cui aveva passato il quarto d’ora più lungo della sua vita. Era l’ufficio della signora Ardenti, che la stava aspettando dietro ad una massiccia scrivania di mogano.
“Dovresti farmi vedere un documento, ragazza” le disse, e notando l’espressione incredula sul suo volto aggiunse “Dobbiamo vedere se sei maggiorenne… qui facciamo tutto nel rispetto della legge”.
Alessia estrasse la sua carta d’identità dal portafoglio e la posò sulla scrivania, arrossendo. Noto che Riccardo la stava osservando, facendo scorrere lo sguardo dal seno alle natiche, soffermandosi sulle armoniose curve del suo corpo di fanciulla.
La luce che emanavano gli occhi di quel bellissimo ragazzo, puntati addosso alle sue forme femminili fasciate da indumenti aderenti e sbarazzini, la fece salire al settimo cielo, trasmettendole forti lampi di eccitazione. Le sue guance erano rosse e calde, ed era come se avesse un forno acceso tra le cosce. Sente che si stava bagnando ancora di più, e una voglia incontrollabile di masturbarsi (farsi scopare) la assale.
Sapeva di essere bella, e in quel momento nacque in lei la consapevolezza che avrebbe potuto sfruttare la sua bellezza per ottenere il piacere. Tutto il piacere di questo mondo, tutto quello che voleva.
I suoi assillanti genitori e quell’irriverente ragazzino che aveva per fratello erano più lontani che mai dai suoi pensieri e si sentiva leggera, come fuori dal corpo.

La donna le restituì il documento e Riccardo la accompagnò in uno stanzino foderato da una logora moquette rossa, che un’etichetta sulla porta definiva “camerino”. Non c’erano finestre ed era illuminato da alcuni piccoli faretti rotondi incassati nel controsoffitto, che riscaldavano l’ambiente in modo quasi insopportabile.
Alessia si guardò allo specchio, e fu stupita nel constatare il rossore persistente che le infiammava le guance. I suoi capelli castani ricadevano su un visetto illuminato da un paio di stupendi occhi azzurri e il suo nasino grazioso e perfetto spiccava in modo evidente, come se fosse stato esageratamente incipriato. Notò un’espressione euforica sul suo volto, e si chiese come avesse fatto a liberarsi del suo disagio con tanta rapidità e disinvoltura.
“Mettiti questo” disse Riccardo.
Le porse un perizoma blu e la fissò negli occhi con un lampo di malizia.
Alessia distolse lo sguardo e diede un’occhiata intorno a sé. Poi guardò di nuovo Riccardo, imbarazata.
“Avanti, cambiati” le disse divertito, ma con voce ferma “Non vorrai sporcarti i vestiti con cui devi tornare a casa… ”
“Vuole mettermi alla prova… ” pensò Alessia “il provino comincia da qui e devo darmi una svegliata se non voglio essere buttata fuori ancor prima di iniziare”.
Slacciò la cinta dei jeans e avverte di nuovo l’impulso fortissimo di masturbarsi.
Il suo battito cardiaco accelerò e fece uno sforzo per controllare le sue mani. Abbassò di nuovo i pantaloni e si appoggiò al tavolino della toletta per togliersi le scarpe da ginnastica.
Riccardo fece due passi aggirandola, ed emise un fischio.
“Però, hai davvero un bel culetto”
Alessia non rispose, e rimase in piedi in mutande e calzini, con lo sguardo basso. Aveva un lago tra le cosce ed era inutile tentare di nasconderlo: una macchia scura e allungata solcava le sue mutandine bianche, insinuandosi fino nell’interno delle natiche e regalandole uno scomodo senso di refrigerio.
Continuava a tenere lo sguardo fisso al pavimento, consapevole del fatto che Riccardo non le staccava gli occhi di dosso, spaventata dal fatto che se la stava letteralmente mangiando con gli occhi ma troppo eccitata per desiderare di trovarsi in un altro posto.
Era sola con uno sconosciuto in un appartamento in cui non era mai stata, seminuda e alla sua mercé, considerata la stazza di Riccardo.
Tuttavia ciò non la preoccupava. Anzi, pensava che se Riccardo le si fosse avventato addosso e avesse tentato di violentarla, lei lo avrebbe lasciato fare.
Anzi, ad essere proprio sinceri, ne avrebbe goduto fino ad impazzire.
Quel pensiero la fece bagnare ancora di più, e ormai gli umori cominciavano a colarle lungo le cosce.
“Ma che cazzo mi sta succedendo? ” pensò, tentando di aggrapparsi ad un ultimo barlume di lucidità “Che cazzo mi succede? ”
Udì un fruscio, un tintinnio, e alzò lo sguardo.
Riccardo si era slacciato i pantaloni e si stava sfilando la camicia.
La gettò sulla toletta e si accarezzò il torace muscoloso e glabro con la mano sinistra, mentre con la destra stringeva ritmicamente il grosso bozzo che gli deformava lo slip.
Alessia lo osservò con i suoi occhi vispi e vogliosi. Fissò lo sguardo sulle vene che solcavano nitidamente i suoi avambracci forti e massicci, sulle sue gambe tornite, sulle mutande che sembravano strapparsi per la pressione del suo enorme membro, e cedette.
Fece due passi verso di lui e si stampò sul suo petto, avvolgendo la sua gamba destra con le cosce bagnate di umori. Cominciò a leccare i suoi pettorali simmetrici e perfetti e la sua fica avvampò, costringendola ad abbassare le mutandine e a masturbarsi freneticamente.
Riccardo era alto circa venti centimetri più di lei e la sovrastava con il suo corpo roccioso. La afferrò per i capelli e la baciò violentemente, premendo il suo cazzo contro il ventre magro e piatto della ragazza.
“Andiamo di lr” le disse, con voce rotta dall’eccitazione.
Alessia lo segue senza parlare. Passarono attraverso una porta a soffietto e si trovarono in una grande stanza da letto ingombrata da riflettori e telecamere. C’era un letto a due piazze, con federe e cuscini ingialliti.
Alessia notò che era disfatto, ma quel pensiero attraversò la sua mente in modo rapido, cedendo subito il posto alla voglia incontrollabile di scopare che l’aveva assalita circa mezz’ora prima, quando Riccardo aveva attraversato la porta d’ingresso dell’appartamento.
Si liberò finalmente delle mutande e si tuffò nel letto, eccitatissima. Guardava Riccardo con due occhi ardenti e magnetici. Si passò la lingua lasciva sulle labbra rosse e ricominciò a masturbarsi.
Riccardo liberò il suo cazzo già umido e velato di sperma, e fu sopra di lei in un attimo. Alessia non fece nemmeno in tempo a vederlo, e subito avverte la pressione del grosso glande paonazzo sulle sue grandi labbra. Provò un lieve dolore, come provocato da una microscopica lacerazione, ma fu questione di un attimo.
Poi Cominciò a godere come mai aveva fatto e il piacere spazzò dalla sua mente gli ultimi residui dell’apprensione.
“Ah… che bello… quanto cazzo sei stretta, ragazzina… ah… ”
Arrivò immediatamente il primo orgasmo e fu caldo e appagante. Alessia gridò, e proprio quando sente che si la sua fica si stava dilatando ulteriormente, Riccardo si fermò sopra di lei ansimando.
“Adesso mi fai vedere quello che sai fare tu, ok? ”
Alessia si alzò a sedere sul letto. Teneva una mano in mezzo alle gambe incrociate, come se volesse celare le sue parti intime allo sconosciuto.
Finalmente vide quel membro enorme e nerboruto che l’aveva inchiodata al letto, e si chiese come avesse fatto a entrare in lei senza spaccarla in due.
“Inchinati di fronte a me” le ordinò Riccardo. Sembrava avere fretta.
La ragazza lo squadrò interrogativamente.
“Se… insomma, mettiti a pecora… no, non cose, con la faccia rivolta verso di me”
Alessia capì cosa voleva e avverte un peso sullo stomaco. Pensò alla sua cameretta, al televisore a colori posto di fronte al letto… e ad un tratto desiderò di andarsene.
Riccardo si accorse del momento di esitazione e sale in piedi sul letto, mettendole il cazzo davanti alla bocca. Le posò una mano dietro la nuca e l’accompagnò delicatamente verso il suo dovere.
“Dai… su… ”
Alessia sente i muscoli del collo che si contraevano disperatamente, resistendo alle braccia forti di Riccardo.
“Che fai, non vuoi? Che cazzo sei venuta a fare qui se non ti va di fare certe cose? ” la voce dell’uomo era ferma, quasi stizzosa.
Alessia non voleva. Prima le andava di scopare, d’accordo. In fondo non c quello che fanno tutti? Ma se, lo facevano anche i suoi genitori, quando andavano a letto. Lo facevano tutti i genitori e tutte le brave persone di questo mondo. L’unica differenza era che lei lo aveva fatto con uno sconosciuto, e lo aveva fatto per soldi… anzi, neanche per i soldi, ma per avere la possibilità di girare qualche film e guadagnare i soldi che le servivano per andare in vacanza. E lo faceva solo perché era costretta. Lo faceva perché quello stronzo di suo padre non ce la voleva mandare, in vacanza. Era tutto a posto, in un certo senso. Se, tutto a posto.
Ma prenderlo in bocca… no, quello proprio no.
Eppure…
“Su, dai, prima ti sei leccata le dita sporche, che differenza fa? ”
pensò, ma subito fu rimproverata dalla voce della sua ragione: “Ma come che differenza fa, stupida? ! Quella era sporcizia tua, non di un altro! ”
“Pensa a quanto c bello andare al mare”
“Se, ma pensa a quando ti viene in bocca… che schifo! ”
“Pensa a Carlo… devo farlo per lui, devo farlo per noi”
Alla fine la sua parte ragionevole ebbe la peggio e Alessia apre la bocca. Riccardo le appoggiò il glande sulla lingua e aspettò che le sue labbra si chiudessero morbidamente attorno all’asta.
La ragazza non sapeva cosa fare, e rimase ferma con gli occhi fissi in quelli di lui, come se stesse aspettando istruzioni. Poi Riccardo Cominciò a muovere il bacino avanti e indietro e Alessia, come guidata da un istinto innato, strinse le labbra e succhiò.
“Come sei brava… non mi fai sentire per niente i denti… ah, tu se che sei brava… ah, se, continua cose… dai, continua cose… diventerai una pornostar famosa, se, sicuramente… ah… ”
Alessia sentiva premere quell’ingombrante pezzo di carne sul palato, sulla lingua e fin quasi in gola, ed emetteva piccoli lamenti soffocati, più simili al suono di violenti conati di vomito che ai mugolii di prima, scatenati dal piacere. Pensò al cazzo di Riccardo, sporco dei succhi della sua stessa fica. Lo vide muoversi avanti e indietro nella sua boccuccia giovane e rosea, e quell’immagine la disgustò tanto che le venne da piangere.
L’uomo continuava a scoparsi la sua bocca sospirando rumorosamente e lanciandole frasi oscene che le entravano nel cuore come stiletti.
“Sei una troia… sei nata per fare queste cose… ah, se… sei nata per succhiare il cazzo, guarda quanto sei brava… chissà quanto sarà orgoglioso di te il tuo paparino quando ti vedrà in videocassetta… glielo farai anche a lui questo giochetto, vero? ”
In quel momento Alessia desiderò di morire.
Era come se la profanazione della sua bocca avesse implicato una sorta di rottura dentro di lei. Come se quel fuoco intenso che prima sembrava divorarla si fosse spento all’improvviso, lasciando nel suo giovane cuore soltanto la più nera disperazione.
Furono istanti interminabili, che la ragazza non avrebbe mai dimenticato.
Il respiro di Riccardo si fece più corto e affannoso, e all’improvviso scostò all’indietro la testa di Alessia, prendendola per i capelli e tenendola ferma. Le schizzò copiosamente in faccia e Provò un sadico senso di totale appagamento quando vide che i fiotti densi di sperma che uscivano dal suo cazzo ormai violaceo colpivano guance già rigate dalle lacrime.
Alessia ricadde sdraiata sul letto con un tonfo sinistro e Cominciò a singhiozzare sommessamente. Affondò la testa in un cuscino sudicio e non trovo neppure la forza di ripulirsi il viso dal seme di Riccardo.
Voleva rimanere cose per sempre, senza vedere né sentire più nulla, senza più provare nulla.
Era morta dentro.
Udì il suono dei passi di Riccardo che si allontanavano. Poi il rumore della porta del camerino che si apriva e si richiudeva.
Poi il silenzio.
Smise di piangere e si addormentò, sopraffatta da un pesante senso di sfinimento. FINE

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