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Il sottopassaggio

è successo tutto così da poco, ho ancora dentro sensazioni così vive che se, invece delle parole, si potessero buttare sulla carta le immagini, questa storia diventerebbe un film. E che film!
Da quando avevo visto “Irreversible” la mia testa non ragionava più in modo normale, ero continuamente ossessionato da quella scena di violenza pura, reale, incredibile, che aveva toccato profondamente la mia coscienza, la mia mente, i miei sentimenti.
Per sere e sere sono andato a una fermata sulla circonvallazione. Mi dava già un senso di godimento stare lì, immobile, nel buio a guardare gli autobus scaricare il loro contenuto nella notte.
Era già un inizio di appagamento osservare le gambe delle donne che scomparivano nel dedalo di viuzze attorno, sentire il rumore dei loro tacchi battere per terra o cogliere il suono indistinto delle loro voci, se camminavano in due, come se parlare assieme le potesse proteggere.
Era già tenerle in mio potere, respirare la loro paura, sentirle diverse da quando, di giorno, passano per strada lentamente come regine e fanno frenare gli automobilisti attraversando la strada senza nemmeno guardare, come se il loro culo infilato a forza dentro nei pantaloni, o l’incarnato delle loro cosce che ammicca dalle gonne, fosse una sorta di lasciapassare, il simbolo di un privilegio da ostentare con sfrontatezza.
L’ho vista arrivare per due sere. Una ragazza sui venticinque anni. La prima sera aveva i pantaloni, ma la seconda aveva la gonna con un piccolo spacco davanti, tanto che quando è scesa dall’autobus le ho visto le gambe magre con le calze nere e avrei voluto fotografare quell’immagine per eccitarmi una volta tornato a casa.
Forse non era la migliore tra quelle che scendevano dall’autobus, ma era sola e quando l’ho seguita ho notato che abitava lontano, oltre la ferrovia, e doveva passare per un piccolo sottopassaggio pedonale.
Così la terza notte ho deciso.
Ho trascorso tutta la giornata come in trance, la sera, prima di cena, per un’oretta ho finto persino di leggere un libro con le parole che mi ballavano davanti agli occhi e il senso del racconto che mi sfuggiva completamente.
Sono arrivato alle dieci e un quarto, con quasi un’ora di anticipo e mi sono messo a osservare la gente che arrivava. Dopo venti minuti è scesa una ragazza sui diciotto anni, molto carina, con una borsa di quelle da ginnastica, era così arrapante che per un attimo ho pensato di seguirla, poi l’ho vista parlare con un tizio che evidentemente la stava aspettando, e allora ho lasciato perdere.
Finalmente, dopo un’ora, è arrivata lei. Stavolta aveva una gonna, una normalissima gonna a pieghe e una camicetta bianca senza pretese. Camminava spedita, tanto che facevo fatica a starle dietro senza correre. Man mano che mi avvicinavo a lei la mia eccitazione cresceva, vedevo i suoi fianchi ondeggiare nella luce dei lampioni, e mi domandavo cosa avrebbe risposto se l’avessi fermata e le avessi chiesto: “Come ti chiami? “. Probabilmente mi avrebbe dato una sberla.
Mentre stavo per raggiungerla ho riflettuto che era stupido immaginare sempre una reazione violenta, che magari lei poteva essere gentile, tanto che ho pensato seriamente di rivolgerle la parola e chiederle di parlare un po’ con me.
Già, di parlare. Aveva i capelli lunghi, scuri, sciolti sulle spalle e camminando muoveva le gambe snelle con una forza e un ritmo eccitanti.
Ho pensato a tante cose, ma quando l’ho raggiunta ho agito d’istinto.
– Guai a te se urli! – le ho intimato.
Eravamo proprio sotto il sottopassaggio, però la luce dei lampioni che entrava dalle imboccature ci illuminava perfettamente. Lei si è girata di scatto, sussultando.
– Lasciami stare, sai! – ha ribattuto, dopo avermi esaminato da capo a piedi, e ha abbracciato la borsetta tenendola stretta contro di se come un baluardo.
– Lasciami stare, altrimenti finisce male – ha continuato fissandomi con odio. – Guarda che urlo! – Sembrava decisa, ma nella sua voce si avvertiva la paura, poi si è girata per scappare. Io l’ho afferrata per un braccio e l’ho fermata; non credevo di possedere tanta forza.
– Non mi fai paura, sai – ha continuato a protestare lei cercando di divincolarsi e di darmi un calcio. – E lasciami stare! – ha urlato alla fine con violenza e si è liberata con uno strattone dalla mia presa, mettendosi a correre.
Sono rimasto interdetto, poi mi sono arrabbiato, l’ho rincorsa e l’ho afferrata di nuovo, ma lei si è divincolata ancora e mi ha colpito in faccia con la borsetta. Allora le sono andato addosso e siamo caduti per terra con lei che urlava come una disperata e io che cercavo di tenerla ferma. Come uno stupido ho tentato di baciarla, ma lei mi ha morsicato. Era forte ma riuscivo, standole sopra, a controllarla.
Sentivo il suo corpo agitarsi senza speranza sotto di me, e la cosa mi eccitava, ma la sua reazione era anche tanto violenta che non riuscivo a far altro che tenerla ferma.
– Ti piace? – le ho chiesto premendole sul ventre il cazzo che mi era diventato duro. – Sentirai come ti piacerà quando l’avrai dentro. –
Dopo averglielo detto mi sono stupito del mio coraggio, mi pareva di essere diventato un altro. Io, di solito così timido con le donne, che mi possono anche prendere a sberle e non reagisco, in quel momento avevo improvvisamente il coraggio di sottometterla. E mi rendevo conto pienamente di cosa avevo intenzione di fare con lei.
– Vaffanculo! – mi ha urlato cercando sempre di liberarsi. Ma io le tenevo le braccia inchiodate a terra con le mie e le gambe bloccate dal mio peso.
Adesso le stavo proprio addosso, sdraiato su di lei che muovendosi aveva fatto alzare la gonna fino alla vita. Ero così eccitato da quella situazione che mi pareva che anche lei ci stesse e che si muovesse sotto di me per arraparmi ancora di più.
– Vaffanculo! – ha ripetuto invece lei e ha cercato di sputarmi in faccia, ma mi ha mancato e la saliva le è ricaduta come tante minuscole bollicine sul volto.
– Stronza – le ho sibilato minaccioso. – Tu non mandi affanculo nessuno, capito? Nessuno! –
Poi ho cercato ancora di baciarla, ma lei ha trovato il modo di divincolarsi da sotto e mi ha colpito con una ginocchiata al fianco. Stavo incazzandomi e allora mi sono sollevato sulle ginocchia e dopo averla afferrata con violenza l’ho girata di forza con la pancia a terra e le ho tenute ferme le braccia dietro la schiena prima con due mani, poi con una sola. Adesso avevo una mano libera e gliel’ho infilata da dietro sotto la camicetta.
Penso che in quel momento lei abbia cominciato ad avere realmente paura, forse il non vedermi in faccia, il sentirsi presa in trappola sotto il mio corpo l’ha in un certo senso calmata.
– Lasciami andare, bastardo! – ha sibilato.
Ma io ho continuato a stringerle il seno fino a farla urlare, poi sono scivolato lentamente indietro con la mano fino a incontrare la gonna e ho sentito la stoffa lacerarsi, mi sono trovato fra le mani gli slip e ho tirato con forza verso il basso cercando di toglierglieli. Non volevano venir via e allora ho tirato con più forza strappandoli con rabbia e voluttà insieme, mentre lei continuava a urlare e a divincolarsi e io mi eccitavo fino a sentirmi male.
– Adesso ti rompo il culo! – le ho gridato. E avevo voglia di morderla, di sentire la sua pelle sotto le mie labbra. Mi pareva di essere impazzito, ho slacciato la chiusura dei pantaloni, era talmente duro che facevo fatica persino a tirarlo fuori, lei adesso cercava di colpirmi all’indietro con i tacchi delle scarpe, ho capito che non sarei mai riuscito a fare quello che volevo, così, dopo averlo tirato fuori, mi sono buttato su di lei fino a sentire la pelle sudata del suo culo accoggliere il cazzo come in un abbraccio e sono venuto mugolando fino a strofinarlo nel mio stesso sperma, mentre il mondo scompariva attorno e mi sentivo appagato come non lo ero mai stato.
– Stronzo! – urlava lei. – Lasciami andare ora! – Ma per me era come se mi dicesse “Vengo! ”
Forse l’appagamento mi ha fatto perdere la presa perchè lei si è liberata e mi ha artigliato una gamba. Ho sentito un gran dolore, non riuscivo proprio a tenerla ferma.
– Figlio di puttana! Ma io ti ho visto sai, ti conosco, te la farò pagare, vedrai! – mi ha minacciato, ma adesso la sentivo meno spaventata, forse perchè ero venuto senza metterglielo dentro. – Fai schifo, fai schifo! –
Ero riuscito di nuovo a bloccarla e, seduto sulle ginocchia sopra di lei, guardavo la sua schiena e i suoi glutei bagnati del mio sperma. Glieli ho anche sfiorati e ho avvertito la sua pelle fremere al contatto della mia mano. è stata una sensazione di appagamento totale. Volevo imprimere in me quell’emozione, ma lei continuava ad agitarsi e io sentivo crescere in me lentamente la rabbia e la voglia di possederla.
Appagato, dicevo, ma non sazio. Il cazzo continuava a restarmi durissimo e continuavo a strofinarlo tra quelle morbide colline di carne sentendo risalire la voglia di possederla, di entrare dentro di lei, di farle sentire il possesso bruciante della mia presenza dentro di lei nel posto più intimo e segreto del suo corpo, dove allo stupro si aggiunge la vergogna, la sottomissione, la rabbia.
Aiutandomi con una mano le ho appuntato il glande bagnato allo sfintere. Ho sentito che lei istintivamente cercava di sottrarsi, ma la tenevo saldamente bloccata e ho iniziato allo stesso tempo a spingere con decisione.
– Stronzo! … Questo no! … Porco! … Aah, vigliacco! – ha urlato, contraendosi per opporsi alla penetrazione.
Era maledettamente difficile penetrarla da quella parte, io spingevo e lei istintivamente si rattrappiva, opponendosi. Ho riprovato più volte ma, ad ogni spinta, lei si arcuava gridando e stringendo le natiche e il muscolo dell’ano. La punta del cazzo scivolava da tutte le parti e non riuscivo a centrare il suo buchino.
Dopo diversi tentativi alla cieca, ad un tratto ho percepito che qualcosa si apriva sotto la mia spinta e il grido lacerante che le è sfuggito dalla gola, mi ha dato la conferma che ero riuscito a penetrarla.
Nell’attimo in cui ho percepito il glande passare ho sentito i suoi fianchi contrarsi violentemente, arcuarsi come una molla pronta a scattare, la sua testa si è buttata all’indietro e, voltandosi a guardarmi ha iniziato a urlare come una pazza. Le potevo vedere la bocca spalancata nel viso deformato dal dolore, solcato dalle lacrime che le sgorgavano copiose dagli occhi. Mi sono beato di quella sua sofferenza, bevendomi con gli occhi le sue lacrime, assorbendo il suo dolore, mentre sentivo l’ano di lei contrarsi ritmicamente con spasmi incontrollati sul mio cazzo che lentamente scivolava dentro le sue viscere.
Mi è ripassata davanti agli occhi quella scena del film e ho portato di scatto la mano libera alla sua bocca tappandogliela. In fin dei conti eravamo in un luogo pubblico e qualcuno avrebbe potuto sentire le sue urla disperate.
Ho continuato a spingere con calma, penetrandola lentamente malgrado i suoi sussulti scomposti. Il cazzo, bagnato dalla precedente eiaculazione procedeva liscio, senza attriti, ma attraverso la mia mano la sentivo ancora urlare, urlare, digrignare i denti, inarcarsi impotente, soffriva.
Sbatteva le gambe sul cemento sporco del sottopassaggio, mentre glielo infilavo lentamente su per il culo, strattonava sulla mia mano che le teneva bloccati i polsi a rischio di farsi male sul serio e la sentivo fremere e guizzare come una biscia impazzita, ma col solo risultato di accrescere enormemente il mio godimento nel sentire il suo corpo, steso sotto il mio, che rifiutava la sodomia, che cercava di impedire la violazione del suo sfintere sicuramente vergine.
Giunto in fondo al suo intestino non sono riuscito ad andare oltre e, anche se istintivamente continuavo a premere, capivo che glielo avevo infilato tutto, ma proprio tutto dentro.
Mi sono fermato, ansante, godendo quegli attimi sublimi, assaporando lo strofinio dei suoi muscoli sul mio cazzo, sentendo i suoi movimenti incontrollati di sofferenza, ascoltando i suoi mugolii disperati sfuggire tra le dita della mia mano che le serrava la bocca.
La mia intenzione era di sodomizzarla a lungo, di farla soffrire tanto, ma sono riuscito a dare solo pochi colpi e un orgasmo incredibile, pazzesco, mi ha stroncato all’improvviso e sono esploso dentro di lei allagandole il culo di sperma.
Le ho tolto lentamente la mano dalla bocca. Singhiozzava adesso e i singulti la scuotevano tutta.
– Stronzo! – ha gridato piangendo. – Porco schifoso! … toglimelo adesso, mi fa troppo male! –
Il pene, si stava ridimensionando lentamente e l’ho sfilato, con un rumore osceno di risucchio, dal suo sedere.
Forse è stata una mia impressione, ma mi è sembrato di sentire arrivare una macchina, allora ho lasciato la presa, ma prima che lei si rendesse conto di avere le mani libere le ho afferrato da dietro entrambi i seni e glieli ho stretti tanto che ha urlato per il dolore e mi ha piantato le unghie nei polsi. Poi mi sono alzato e sono andato via, ma non sono scappato, mi sono rimesso in ordine e pulito i pantaloni con il fazzoletto.
– Fai schifo, brutto stronzo! – ringhiava lei ancora a terra cercando di ricoprirsi con quello che restava della gonna.
– è stato bellissimo romperti il culo – ho detto io allontanandomi. Lei mi ha urlato dietro un mucchio di oscenità, poi si è rialzata e si è trascinata, più che camminare, dall’altra parte del sottopassaggio.
Ho camminato volutamente senza fretta mentre lei continuava a urlare “Aiuto! ” sempre più lontana, finchè non sono sparito piano piano nella notte e mi sono avviato in direzione di casa a piedi, felice, respirando il profumo dolce e tiepido della primavera.
In quell’assenza di rumori mi sono anche fermato sotto la luce giallastra di un lampione, mi sono guardato le mani, la camicia e i pantaloni ancora bagnati, ho sentito dentro di me un senso di potenza illimitata, ho stretto l’aria due o tre volte con le mani risentendo la pienezza di quei seni, ho rivissuto quei momenti in cui i nostri corpi si strusciavano scomposti come due serpenti aggrovigliati. Era come se dentro di me sentissi il potere di stringere tra le mie mani anche il seno di tutte le donne del mondo. E di rompere il culo a tutte. E di inondare la loro pelle con il mio sperma.
Poi ho preso un autobus, ma l’ultimo tratto verso casa l’ho voluto fare a piedi. FINE

About A luci rosse

Mi piace scrivere racconti erotici perché esprimo i miei desideri, le storie vissute e quelle che vorrei vivere. Condivido le mie esperienze erotiche e le mie fantasie... a luci rosse!

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