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La Cuginetta

Era estate, agosto o luglio, un caldo tremendo.
Devi sapere che io sono originario dell’Appennino emiliano e lì ci ritroviamo durante le vacanze.
Avevo 25 anni, mia cugina, Giovanna, 23.
Allora era fidanzata con Giulio, un bravo ragazzo ma…. niente di più.
Verso le tre del pomeriggio, dopo aver letto un ‘oretta sotto un’ombra, ho cercato Giovanna.
Sono salito in casa sua.
Un vecchio edificio di campagna, disabitato tutto l’anno, tranne, appunto che in estate. In casa non c’era nessuno.
Stefania è sempre stata una ragazza interessante: biondiccia e magra, pudica, tette piccole ma sode, bianca di carnagione; il tipo a cui si può applicare il detto volgare ma efficace “figa smorta, figa forta”.
Fin da bambino il nostro rapporto fu di “amore e odio”: dispetti, scherzi, conditi successivamente da confidenze reciproche, vera amicizia.
Che, tra l’altro, dura tuttora.
Dormiva in una camera all’ultimo piano dell’edificio, e lì sono salito dopo averla chiamata a voce alta, senza ottenere risposta, dal piano di sotto.
Entro nella camera, e mi si para davanti una scena che non avrei mai immaginato.
Involontariamente ero stato molto silenzioso, altrimenti non si sarebbe fatta trovare in quello stato.
Inoltre, superata la porta vi era un tendaggio al riparo del quale mi sono fermato ad occhi sbarrati.
Giovanna era completamente nuda, stava seduta su un bordo di una sedia di legno liscia.
Il bordo se lo teneva in mezzo alle gambe, tra culo e fica.
Con una mano si appoggiava, e con l’altra strusciava con una certa velocità (il “lavoretto” doveva essere cominciato da un po’ di tempo! ) il taglio.
Premendo sul grilletto.
Ogni tanto si infilava due dita dentro e allora sul suo volto tirato, compariva una smorfia.
Gemeva, ma non in modo teatrale, quasi in silenzio.
Non si era accorta di me, manco sospettava che potessi essere davanti a lei a meno di due metri.
Il cazzo mi era diventato d’acciaio.
Portavo dei pantaloni corti da militare.
Con i bottoni.
Avevo il cuore in gola, mi sbottonai i pantaloni nel massimo silenzio e tirai fuori il cazzo.
Avevo una cappella rossa come il fuoco e gonfia,
umidiccia di umore prostatico.
Cominciai a menarlo, seguendo il ritmo del “film” proiettato in sala.
Giovanna, in bilico, teneva la testa all’indietro, e i suoi lunghi capelli toccavano, la sedia.
I muscoli della pancia erano tesi.
E la fica spalancata, davanti a miei occhi.
Nella penombra del verde che dava sulla finestra, scorgevo il luccichio dei suoi umori quando si appoggiava allo schienale e con una mano si allargava le labbra della figa.
Mi colpì, soprattutto, la peluria folta e nera che contrastava nettamente con il biondastro dei capelli e l’esile figura della persona.
Il gioco diventava molto serio: la cuginetta ora si chiavava con due dita. Velocemente andava su è giù, senza pausa.
Mugulava: “mhhhh”, e il tono saliva d’intensità.
Con tutta la mano la mia sega continuava, facevo una gran fatica a non fare rumore: anche perché riuscivo ad avvertire lo sbattere della mano sui bottoni delle brache.
Temevo che se mi avesse sentito avrebbe interrotto, e sicuramente si sarebbe anche incazzata.
Non c’è niente di peggio di una donna vogliosa che non riesce a godere.
Finalmente arrivo il piacere:
Giò sbatte la testa a destra e sinistra, si contorce, la sua mano è violenta.
Ora usa quattro dita, se le passa lungo taglio, poi se le infila.
Ma non c’è più ritmo, il movimento è parossistico.
Gode, viene.
Le scappa una sorta di urlo contenuto.
Ansima.
Chissà a cosa pensa?
A un cazzone che la penetra, sicuramente, e poi le sborra in mezzo alle gambe.
Sente il cazzo che si contrae e le schizza il piacere nella pancia.
E le lo accoglie.
Sente la vagina che si schiude come un bocciolo, si riempie di umori e di sperma.
Aumento il ritmo anche io.
Non so più cosa guardare: se la fica spalancata o il volto di Stefania per carpire quanto si senta troia, puttana senza freni.
Raggiungo un orgasmo violento, la mia sborra finisce sulla tenda, cade per terra, mi macchia i pantaloni.
Riprendo fiato, lentamente.
Mi ricompongo. Non so come comportarmi.
Decido di fare “quasi” finta di nulla.
“Giovanna” sussurro con la voce roca, sottotono, e con un groppo alla gola.
Mi sente, si infila le mutandine.
“Si”.
è rossa in viso, stravolta, sudaticcia e non per colpa del caldo.
Si veste. Io ho una grossa chiazza di sperma sui pantaloni.
“Che è successo” mi domanda, indicando il mio basso ventre.
“Quello che è successo a te” le rispondo a tono.
Cambia subito discorso e si volta.
Sarebbe inutile parlare, chiedere.
Abbiamo capito tutti e due.
“Tra un’ ora arriva Giulio, vieni in piscina con noi” mi dice,
“volentieri” rispondo.
Una cosa del genere, così esplicita, non mi è mai più capitata.
Con Giovanna, pur non avendo mai scopato, altre cosucce sono successe…
Che però vanno raccontate con calma. FINE

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