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La mia maturità sessuale

Il professore mi aprì la porta dell’appartamento e si scostò per farmi passare. Indossava soltanto un accappatoio di spugna arancione e aveva i capelli bagnati.
Mi sono fatto una doccia perché stavo schiattando dal caldo. – mi spiegò. – mai visto un aprile più rovente.
Mi affrettai ad annuire.
Si, è davvero incredibile, – mormorai, cercando di non far vedere che ero imbarazzata.
Il professore si passò l’asciugamano sui capelli umidi, scompigliandoli più di quanto già non lo fossero e io pensai con un brivido che non avevo mai visto un uomo più sensuale e desiderabile in tutta la mia vita.

Mi ero innamorata di lui gia la prima volta che l’avevo visto, quando era entrato in classe con l’impermeabile e l’ombrello gocciolanti di pioggia. Sotto il braccio aveva un sacco di libri e imprecò sottovoce rendendosi conto che erano tutti bagnati.
Odio la pioggia, – esordì con un grugnito.
Dalla scolaresca si levo un boato di bisbigli e risatine. Immaginate quaranta ragazze dai diciotto ai venti anni che, per la prima volta dall’inizio della loro carriera scolastica, vedono entrare in classe un insegnante giovane e affascinante… La reazione era prevedibile.
Nel giro di trenta secondi un osservatore esterno avrebbe potuto registrare un cambiamento tangibile nell’atmosfera: le ragazze tirarono in fuori il petto, sporgendosi istintivamente in avanti nel banco, alcune si umettarono le labbra, altre si passarono le dita tra i capelli. Tutte avevano sul viso un’espressione di languido desiderio. Desiderio di essere guardate ammirate, di essere accarezzate dallo sguardo del giovane professore, che invece sembrava all’oscuro del fermento che aveva acceso, e sedeva alla cattedra con espressione corrucciata.

Che hai, ti sei incantata?
La voce del professore mi richiamo alla realtà di quel caldo pomeriggio d’aprile.
Da quasi due settimane avevo ottenuto un privilegio per il quale le mie compagne di corso sarebbero state pronte ad uccidere: ero diventata la segretaria del professore. Avevo il compito di battere al computer una dispensa tratta dagli appunti del prof a beneficio dell’intera scolaresca e ogni pomeriggio raggiungevo la sua abitazione e vi restavo per almeno tre ore, a picchiare diligentemente sulla tastiera del computer.
Soltanto il fatto di trovarmi nella sua casa bastava a riempirmi d’emozione, per non parlare del fatto che potevo godere in esclusiva della sua compagnia. Le mie compagne erano sicure che lui fosse diventato il mio amante, e a me piaceva lasciarglielo credere, in realtà, però, in tutti quei pomeriggi il professore non aveva fatto nulla di meno che corretto. Sedeva accanto a me alla scrivania, dettandomi gli appunti, discutendo con me la forma migliore e più comprensibile che avrebbero dovuto assumere nella dispensa, a volte spazientendosi se insistevo nel fargli semplificare troppo i concetti. Mi piaceva discutere con lui, mentre parlavamo avevo l’impressione che mi trattasse come una sua pari, non come un’allieva.
Sedetti alla scrivania, non prima di essermi tolta il pullover.
Avevo indossato una maglietta di cotone molto aderente e scollata che faceva risaltare i miei seni appuntiti, di cui ero enormemente fiera. Non mi trovavo bellissima, ma speravo di essere almeno sexy, e il fatto che il professore avesse scelto proprio me per quel compito da svolgere con lui, mi aveva illuso che prima o poi qualcosa sarebbe accaduto.
Hai la faccia sbattuta, – osservò lui, sedendosi a sua volta, – cosa c’è: hai fatto le ore piccole ieri?
Si, dovevo studiare per l’interrogazione di diritto.
Il professore annuì.
Materia tosta. Ma non fai mai niente a parte studiare? Ti ho tenuta d’occhio e ho l’impressione che tu non ti diverta abbastanza.
Era la prima volta che portava il discorso sul personale e mi sentii invadere da una strana eccitazione. Sorrisi.
Ci tengo molto alla scuola, però so anche divertirmi.
Sorrise anche lui.
Come?
Oh, beh… Faccio un sacco di cose.
Per esempio?
Esco con le amiche, vado in palestra e… – improvvisamente non riuscivo a ricordare nessuna delle cose che mi piaceva fare.
Mi sembrava tutto una perdita di tempo, perché l’unica cosa che morivo dalla voglia di fare mi era preclusa!
E… cosa?
E cose del genere – aggiunsi, arrossendo lievemente.
Perché sei diventata tutta rossa? A cosa stavi pensando?
Non sono diventata rossa.
Si, invece, – rise piano lui, – sei arrossita come una rosa.
In quel momento squillò il telefono. Il professore si alzò sbuffando e andò a rispondere.
Chi è? Ah, sei tu. Non ho tempo di parlare adesso. Si, immagino che ti dispiaccia per quello che hai detto. La verità che tu non consideri importante quello che faccio. Essere un avvocato è molto più serio e dignitoso che essere un insegnante. No, non mentire, so che la vedi così. No, non sono più arrabbiato, sono solo stanco. Stanco di…
Abbassai Io sguardo sentendomi improvvisamente di troppo. Stava litigando con sua moglie? Sapevo, naturalmente, che era sposato: l’anulare sinistro era stata la prima cosa che avevo controllato dopo aver capito che lui mi piaceva, ma fino a quel momento sua moglie mi era sembrata una figura evanescente, irreale. Nell’appartamento non c’era niente che parlasse di lei. Né una fotografia. Né un tocco chiaramente femminile. Nulla.
Ti ho già detto che adesso non posso parlare. Sì. C’è una studentessa qui con me e no, non stiamo scopando. Per quanto ti possa sembrare strano non scopo tutte le studentesse che entrano in casa nostra. Riattaccò con furia, voltandosi verso la parete nel tentativo di riacquistare il controllo. Quando tornò a sedersi alla scrivania sembrava molto a disagio.
Scusa. Era mia moglie. Stiamo attraversando un momento un po’ delicato. Sai com’è, quando una donna è incinta comincia a dare fuori di matto…
Trasalii.
Sua moglie aspetta un bambino
Il professore annuì, rovistandosi nelle tasche dell’accappatoio alla ricerca del pacchetto delle sigarette.
Dove diavolo sono finite quelle maledette? Hai una sigaretta?
Gli porsi il mio pacchetto: lui fece una smorfia. Poi ne estrasse una e l’accese.
Fumi questa paglia? . Sì, la mia mogliettina aspetta un bebè, – mormorò quindi, con aria assorta, sbuffando anelli di fumo bianco, – e sai perché ? … Perché mi ha fregato ben benino. Io non volevo diventare padre, non ho mai avuto la benché minima idea di diventarlo. Sonia mi ha detto che prendeva la pillola, ma ha avuto qualche dimenticanza strategica e adesso è grossa come un pallone. Quanto siete troie voi donne, quando volete metterci in trappola!
Lei non è innamorato di sua moglie? – domandai a voce bassa.
Il professore mi lancio un’occhiata strana.
Sei proprio una ragazzina, piena d’idee fantasiose e romantiche sull’amore e il sesso. Posso farti una domanda un po’ intima?
Annuii, sentendo che arrossivo di nuovo.
Sei vergine?
Ora ero in technicolor. Abbassai gli occhi. Essere ancora vergine a vent’anni era uno dei miei crucci.
Lui improvvisamente rise, gettando indietro la testa.
Ho sparato alla cieca e ci ho preso, – esclamò divertito, – non posso crederci, un’anima candida…
Non è che non abbia mai fatto sesso, – mi affannai a spiegare risentita, – è solo che non ho ancora avuto un rapporto completo.
Lui smise di ridere e per qualche secondo fumo in silenzio.
Hai un ragazzo fisso? -domando quindi.
No.
Sei mai stata innamorata?
Deglutii.
Si.
E di chi?
Non ha importanza.
Hai ragione, scusa, quando parto divento un po’ troppo sfacciato. è che non ricordo più che cosa si prova… Ad essere innamorati, intendo. – schiacciò con rabbia il mozzicone di sigaretta nel posacenere, – forse dovrei divorziare. Secondo te è giusto che io mi accolli la responsabilità di un bambino che non mi sono mai sognato di volere? Io dico di no. La vita è troppo maledettamente corta per fottersela in questo modo.
Notando la mia espressione sorpresa, mi appoggio una mano sul braccio.
Scusa, ti sto vomitando addosso tutti i miei guai. Forse è meglio che per oggi pomeriggio la finiamo qui. Non sono in vena di lavorare.
Mi dispiace di averti fatto venire per niente.
Sentivo la sua mano premuta sul mio braccio, il calore che si irradiava da quella stretta, e cedetti ad un impulso irresistibile, coprendo la sua mano con la mia.
Il professore sembrò sorpreso. Mi guardò e improvvisamente sorrise.
Sei carina, – mormorò. – l’ho notato subito che eri carina. Ma non è per questo che ti ho scelta per questo lavoro. Mia moglie mi accusa di sbattermi tutte le sottane che incontro, ma invece non è così. Non me le sbatto tutte.
Ritirai la mano, umiliata. Il suo, evidentemente, era un modo come un altro per respingere la mia stupida e patetica avance.
Mi scusi. – mormorai alzandomi in piedi.
Non scusarti. – ribatté lui alzandosi a sua volta.
Ero tremendamente consapevole del fatto che indossava soltanto l’accappatoio, che non c’era altro che quel fragile baluardo di spugna colorata a separarmi dalla nudità del suo corpo. Istintivamente, come una pazza che non sa quello che fa, allungai una mano e afferrai i lembi dell’accappatoio, separandoli di scatto prima che lui potesse impedirmelo. E lo vidi, il suo sesso grosso e potente che gli pendeva tra le cosce muscolose!
Mi mancò il respiro.
Perché non lo tocchi, – mormoro lui con un filo di voce, – è questo che vuoi fare, no? Toccarlo…
E le mie dita furono su di lui, leggere come ali di passero. Scivolarono lungo l’asta del pene, soffermandosi languidamente sul glande esposto e nudo.
è circonciso… – lui sussurro.
Il suo respiro era pesante.
Perché non lo prendi in bocca? Scommetto che muori dalla voglia di leccarlo tutto..
Mi inginocchiai davanti a lui e, come una bambina ubbidiente, schiusi le labbra fremente di accoglierlo dentro di me.
Aveva un sapore dolce e caldo. Mossi la lingua attorno al glande, lo lambii, lo titillai, me lo infilai in bocca tutto quanto, fino ai testicoli, ansimando per il desiderio.
Sei una fantastica piccola troia, – sussurrò il professore, affondando le dita dentro i miei capelli, – era questo che sognavi di fare in classe ogni volta che mi guardavi? Sognavi di prendermelo tutto in bocci e succhiarlo con avidità? … Confessalo!
Allontanai le labbra e risposi con un filo di voce.
Si. è vero …
Lui sorrise, trionfante.
Sognate tutte quante la stessa cosa, non siete altro che un branco di cagne in calore… Lupe vogliose di sesso, sfrontate e senza limiti. è cosi, non è vero? Di che cosa parlate fra voi quando andate al bagno? Di quanto pensate che ce l’abbia lungo? Di quanto vi piacerebbe che ve lo mettessi dentro?
Le sue parole erano sconce e senza rispetto, eppure mi piacevano: mi accarezzavano come dita sapienti nei punti più sensibili.
Si. è vero, – ammisi
Glielo dirai che me lo hai preso in bocca? – domando ansiosamente.
Si. Glielo dirò, e dirò anche che… Che mi hai scopata.
Mi afferrò le spalle e mi obbligò a rialzarmi. Quindi mi spinse contro la parete, rovistando dentro la mia maglietta, nel reggiseno, pizzicandomi i capezzoli.
Davvero non l’hai mai data a nessuno? – domandò.
Mai. Voglio darla a te, soltanto a te.
Mi sfilò la maglia dalla testa e si mise a trafficare con la mia gonna.
Le mani gli tremavano, così dovetti aiutarlo, sbottonandola e facendola scivolare rapidamente sul pavimento. Ora indossavo soltanto il reggiseno e le mutandine, tutti e due erano di pizzo trasparente, praticamente ero già nuda. E volevo che lui mi guardasse, sentire le sue mani che mi frugavano, esplorando la mia nudità più segreta.
Toccami, – ansimai, spingendo il bacino verso di lui.
Le sue dita scivolarono lungo il torace, i fianchi, il ventre e finalmente raggiunsero l’umidità della vulva, si tuffarono dentro di essa, in profondità, strappandomi un gemito sorpreso.
Ti ho fatto male? – domandò.
No, – mentii, – per niente. Entrami dentro.
Stretta contro la parete, divaricai le gambe, accogliendo nuovamente dentro di me le sue dita bagnate del mio stesso umore. Questa volta il dolore fu più acuto, ma non fiatai, per paura che lui si ritraesse, e non cessò nemmeno quando finalmente tolse le dita. Sentivo un bruciore diffondersi dentro, un dolore sordo che sembrava in procinto di trasformarsi in qualcosa di diverso. Le sue dita sfiorarono il clitoride ed ecco che la trasformazione avvenne, precipitando alla velocità della luce verso l’estremo opposto, un piacere intenso, irradiante, mi invase mentre le sue dita si muovevano ritmicamente sulla mia carne. Aprii la bocca e ne uscì un lungo gemito rauco, una sorta di latrato selvaggio che mi svuotò i polmoni. La testa mi girava e mi aggrappai a lui per non cadere. Il professore mi prese fra le braccia e mi portò verso il divano, calpestando la mia gonna e la maglietta. Finalmente distesa e in sua totale balia, trattenni il respiro mentre mi apriva le gambe e mi penetrava rudemente, strappandomi un grido. Si mosse velocemente dentro di me e mentre vibravo all’unisono con il suo movimento, pensavo con sorpresa che quello era il sesso, che non ero più vergine e che non ero sicura che questo mi piacesse. Non raggiunsi l’orgasmo durante la penetrazione e, quando lui si scaricò dentro di me, provai un vago senso di delusione. Volevo di più, non volevo che tutto fosse già finito.
Puoi toccarmi ancora? – lo pregai sottovoce.
Lui, che si era steso sopra di me, sollevò la testa per guardarmi.
Sei una troia, – sorrise, – non ti basta mai, eh?
Fammi godere, – lo supplicai.
Cominciò a toccarmi adagio, alternando il tocco leggero a un affondo delle dita dentro la vagina. In un batter d’occhio mi ritrovai a gemere in preda a un nuovo orgasmo.
Come sei bravo, – esclamai felice, – sei un dio!
Lui si allontanò e scomparve nel bagno, lasciandomi sola sul divano, nuda e, mi accorsi, sanguinante.
Imbarazzatissima, mi alzai cercando qualcosa con cui smacchiare il tessuto azzurro del divano. Quando lui riemerse dal bagno stavo passando una pezzuola bagnata sulle macchie, in preda a una vergogna crescente. Sotto il suo sguardo impenetrabile, la mia nudità mi parve qualcosa di mostruoso e di selvaggio. Mi affrettai a raccogliere da terra maglietta e gonna e ad infilarle.
Il divano s’è macchiato? – domandò lui, controllando di persona.
Ho quasi rimediato. Non si vedrà più niente.
Lascia stare, faccio io, – mi lanciò un’occhiata torva, – eri vergine sul serio, eh?
Adesso sono contenta di non esserlo più. Che tu sia stato il primo. Annui.
Certo. Ora, non vorrei sembrarti sgarbato, ma aspetto mia moglie da un momento all’altro. Dovresti andartene.
Sì, – indugiai sulla soglia, – domani… Vengo domani?
Sì, certo. Abbiamo un lavoro da finire.
Mentre mi richiudevo la porta alle spalle non sapevo a cosa si riferisse e se la sua risposta significava che adesso stavamo insieme.

Appena arrivata a casa mi attaccai al telefono. Paola, la mia migliore amica, doveva sapere quello che era successo. Mi ascoltò senza fiatare, alla fine osservò che il professore si era comportato proprio da stronzo.
Ma che cosa dici? Abbiamo fatto l’amore, – scattai, – te ne rendi conto?
Ti ha trattato come sì tratta una puttanella. Cazzo, Luisa, hai aspettato tanto a darla via e te la sei lasciata scippare da un emerito pervertito!
Si riferiva alla mia preziosa verginità, naturalmente. Paola l’aveva perduta molti anni prima, in terza media, nei bagni della scuola. Per me diceva che voleva qualcosa di meglio. E da come la vedevo io, di meglio avevo avuto.
Ti ha sbattuta fuori di casa subito dopo averti scopato! Ti sembra un comportamento decente questo?
Sua moglie poteva tornare da un momento all’altro. Pensa che cosa sarebbe successo se ci avesse sorpreso? E pure incinta.
Paola non intendeva mollare la presa.
Vai a casa dei prof da due settimane, ormai, hai mai visto la sua preziosa moglie? Dovetti ammettere di no.
E allora perché avrebbe dovuto saltare fuori dal cilindro proprio oggi? Lei è un avvocato. No? Ha degli orari molti lunghi, sicuramente.
In effetti dovevo ammettere che la freddezza del professore… No, non potevo più chiamarlo professore, ora era Gianni, solo Gianni per me… Comunque, la freddezza di Gianni mi aveva ferita.
Forse era imbarazzato, – provai ancora a giustificalo, – insomma, si era appena scopato la sua allieva… Non deve essere stato facile per lui.
Voleva solo liberarsi di te il più in fretta possibile. Carino, no? – insistette Paola.
Allora? ! Hai intenzione di rovinarmi la giornata più bella della mia vita?
No, ma nemmeno di illuderti che quello che hai avuto sia stato qualcosa di più di una scopata.
Riattaccai furibonda. Ma forse parte della mia rabbia derivava dal fatto che sapevo che Paola aveva ragione.
Il giorno dopo, quando mi presentai nel suo appartamento, Gianni si comportò come se niente fosse mai successo.
Sedette alla scrivania e mi passò un fascio di fogli manoscritti da dattiloscrivere. Ma io non avevo nessuna voglia di mettermi al lavoro. Appoggiai i fogli da una parte e lo guardai. Avevo indossato un vestito molto sexy, rosso a bottoncini, e sotto, niente. Non vedevo l’ora che Gianni se ne accorgesse.
Che cos’hai? – domandò guardandomi stupito. – Perché fai quella faccia?
Senza parlare, mi alzai in piedi, e cominciai a sbottonare il vestito. Adagio. Gianni seguì il movimento della mie mani con gli occhi.
Non deve succedere più, – dichiarò, – stato uno sbaglio.
Raggiunsi i bottoncini all’altezza del sesso e aprii anche quelli.
Gianni si inumidì le labbra con la lingua.
Lo sai che c’è un altro gioco da fare? Un gioco che ancora non ti ho insegnato, – disse alzandosi e venendomi accanto. Era arrapatissimo.
Mi spinse indietro verso il divano, quindi mi fece sdraiare e spalancare le gambe. Sapevo che si poteva fare anche quello, ma non lo avevo mai sperimentato. Quando la sua lingua mi lambì, tremai, scoprendo un nuovo volto del piacere. Chiusi gli occhi, lasciando che le carezze bagnate del mio partner mi portassero via, sempre più lontano, in un mondo dominato dal calore e dal desiderio. Quando raggiunsi l’orgasmo, mi aggrappai alla sua testa, premendola contro il mio sesso aperto. A questo punto, lui si slacciò i pantaloni, esibendo un cazzo in portentosa erezione.
Dimmi quanto lo vuoi, – mormorò.
Tantissimo. Ti voglio dentro.
Mi accontentò, impalandomi in profondità e cominciando a muoversi all’impazzata dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuori…
Il dolore era qualcosa di remoto, adesso, di lontano, come un ricordo che sbiadisce all’orizzonte, mentre il piacere, un piacere diverso e più insinuante, mi esplodeva dentro. Raggiunsi l’orgasmo due volte prima che lui venisse dentro di me, muggendo come un toro.
Esausti, alla fine giacemmo l’uno nelle braccia dell’altra. Era andato tutto molto meglio del giorno prima, e questa volta lui non sembrava ansioso di liberarsi di me.
Gli accarezzai i riccioli scuri, mentre sentivo che il suo pene, ormai afflosciato, scivolava fuori di me.
Ti e piaciuto? – domandai con un filo di voce.
Non rispose, limitandosi a chiudere gli occhi, con un’espressine soddisfatta e tranquilla. Meno di un minuto dopo mi resi conto che si era addormentato.

Continuai ad andare a casa sua tutti i pomeriggi e a finire immancabilmente sul divano a fare sesso. Ma anche se ero un’ingenua, non mi facevo illusioni: il professore non si sarebbe innamorato di me. Il suo modo di trattarmi era sempre freddo e duro, anche se quando scopavamo era generoso e attento ai miei desideri. Un pomeriggio, con la fine della scuola ormai alle porte, Gianni mi accolse più freddamente del solito.
Questa è l’ultima volta che ci vediamo, – annunciò con durezza.
Mi sentii mancare il respiro.
Perché?
Si strinse nelle spalle.
Ho deciso così e basta.
Diventai una furia, tutta la rabbia che avevo represso in quelle settimane, rabbia per la sua freddezza, la sua mancanza di considerazione, quel suo ostinato rifiutare di innamorarsi di me, esplose con violenza.
Non ti permetto dì scaricarmi così, . – gridai, – voglio una spiegazione.
Mia moglie sta per partorire. Ti basta? è sufficiente come spiegazione?
Ma dove cazzo è questa fantomatica moglie, – sbottai senza ragionare, dove cazzo sono lei e il suo maledetto pancione?
In questo momento io e lei viviamo separati, ma io la rivoglio con me.
Siete separati?
Non fare quella faccia soddisfatta: non ho detto che stiamo per lasciarci per sempre, ma solo che al momento abbiamo dei problemi. Io però la voglio riconquistare Voglio lei e voglio mio figlio
Hai sempre detto che non lo volevi quel figlio…
Io dico un sacco di cose e non tutte sono vere.
Allora non è vero che mi vuoi lasciare
No, quello è vero. è finita. è stato bello ci siamo divertiti ma, ti prego, non facciamo finta che quello che c’è stato sia stato qualcosa di più di una divertente serie di scopate.
Mentiremo a noi stessi.
Rimasi a fissarlo.
Mi verme vicino e goffamente, cercò di abbracciarmi. Uscii di corsa dal suo appartamento e, credevo, dalla sua vita.
Quattro mesi dopo stavo cenando in compagnia dei miei. Le vacanze stavano per finire e di lì a qualche giorno sarei tornata a scuola. Sapevo però che Gianni non ci sarebbe stato: aveva rinunciato all’insegnamento e ora lavorava presso lo studio legale del suocero, insieme con sua moglie. Io avevo cercato di dimenticarlo, e per riuscirci non avevo trovato di meglio che uscire ogni sera con un ragazzo diverso: dalla verginella che ero stata mi ero trasformata in una troietta che la dà a tutti. Ma a me andava bene così. Quando mi facevo sbattere da un uomo mi sentivo desiderata e, finalmente, vendicata dell’indifferenza di Gianni.
Quella volta, quando squillò il telefono, pensai che fosse Alberto, un tipo che avevo conosciuto qualche sera prima in discoteca e che mi dava il tormento perché voleva rivedermi.
Ma non appena sentii la voce dall’altro capo del filo trasalii.
L’avrei riconosciuta tra mille: era la voce dei mio prof, di Gianni!
Puoi uscire? – mi domandò senza preamboli.
Certo che potevo, risposi.
Allora trovati tra mezz’ora in piazza Oberdan. Sai dov’è no? Vicino alla scuola.
Riattaccai che le mani mi tremavano. Avrei rivisto Gianni. Non riuscivo a pensare ad altro. Non mi interessava pensare ad altro. Con una scusa piantai i mini genitori a metà cena e mi precipitai all’appuntamento.
Lui mi aspettava a bordo del suo fuoristrada color amaranto, aprii la portiera dal lato passeggero e salii nella macchina.
Stai benissimo, – osservò lui, allungando una mano e appoggiandomela sulla gamba sinistra.
Anche tu, – mentii. In realtà sembrava invecchiato di dieci anni, aveva la barba lunga e gli occhi iniettati di sangue.
No, io sto di merda, – mi corresse lui, con un sospiro, – sai che adesso lavoro con mio suocero? è stato il più grosso errore della mia vita, sono diventato un sorvegliato speciale. E mia moglie mi sta sempre addosso. Ho una figlia, sai? Sì, lo sapevo.
Cosa ti succede?
Stasera sono uscito di casa solo per poter stare un po’ in pace. Ho girovagato qua e là con la macchina e mi sono ritrovato a pensare a te, – mi lanciò un’occhiata penetrante, – ho voglia di scopare con te ancora una volta.
Anch’io.
Mi spostai agilmente dalla sua pane, mettendomi a cavalcioni su di lui. Tra le gambe sentivo il suo pacco rigonfio.
Hai tanta voglia di me? – domandai conoscendo già la risposta.
Lui insinuò una mano sotto alla mia gonna e mi toccò.
Anche tu ne hai tanta.
Nel giro di pochi attimi, le mie mutandine erano scomparse, e il suo cazzo in erezione era scoperto e puntato contro di me. Mi penetrò proprio lì, nel bel mezzo della piazza, a un tiro di schioppo dalla scuola, e io cavalcai fiera sopra di lui, indifferente agli sguardi degli automobilisti che, di tanto in tanto, ci passavano accanto.
Lo sai che potrebbero arrestarci? – mi fece sapere lui con voce roca.
Chissà perché pensai che era proprio quello che lui desiderava.
Quando raggiunsi l’orgasmo, mi arpionai al tettuccio del fuoristrada e gemetti come una gatta in calore. Pochi secondi dopo venne anche Gianni, ma in silenzio, così che quasi non me ne accorsi.
Non ti ho mai chiesto se prendi delle precauzioni per non restare incinta, – mormorò poco dopo, mentre scendevo stremata dalle sue ginocchia e tornavo a sedermi sul sedile del passeggero.
Prendo la pillola da due anni, – lo rassicurai, – per dei problemi alle ovaie.
Vorrei che tutte le donne fossero sterili, – confessò, – adesso ti offendi se ti chiedo di andartene?
Dimmi, perché mi hai cercata, dopo tanto tempo?
A volte è piacevole percorrere il sentiero dei ricordi…
Scesi dal fuoristrada senza guardarlo in faccia. Tra le gambe sentivo l’umido pesante che lui aveva lasciato dentro di me, la sensazione di essere piena di lui mi aveva sempre esaltata. Adesso, invece, mi dava un senso di fastidio.
Presi il cellulare e composi il primo numero che mi capitò a tiro: era quello di un figone con un cazzo da primato che avevo conosciuto un mese prima e che mi ero fatta almeno tre o quattro volte, non ricordavo con precisione.
Ciao, sono Luisa, – gli dissi senza preamboli, – sei libero stasera? Mi parve sorpreso ma reagì bene.
Liberissimo. dove ci vediamo?
Passo da te tra un’ora.
Non persi tempo nei preamboli, tutto quello che volevo era un cazzo grosso e duro dentro di me, mi serviva per scacciare il ricordo di un altro cazzo.
Facemmo l’amore sul tappeto del soggiorno della sua miserevole casa di studente lavoratore e io venni tre volte di seguito, prima che lui si scaricasse dentro di me con un muggito taurino.
Sei una forza della natura, – si complimentò il maschione alla fine, tenendomi stretta, – chi ti ha insegnato a fare sesso così bene?
Ho avuto un bravo insegnante, – mi limitai a rispondere.

Sono passati degli anni dall’ultima volta che ho visto Gianni, eppure non l’ho dimenticato, nonostante i miei sforzi: forse è vero che il primo amante non si scorda mai. Quello che ricordo di lui, e che ha segnato in modo indelebile la mia vita sessuale, è il suo modo di scopare senza sentimento. Ora, se voglio godere, devo farlo così: se l’uomo con cui lo faccio si perde in sentimentalismi. metà del piacere se ne va. Sono andata anche da un terapista sessuale, per cercare di capire come mai trovo eccitanti solo i figli di puttana e lui mi ha riempito la testa di teorie altisonanti. Ma nessuna soluzione.
Così, mentre di giorno sono una stimata assistente sociale,
tutta dedita al lavoro e ai problemi dei miei assistiti, di notte
mi trasformo in una cagna in calore che gira per i bar e le discoteche a caccia dello stallone di turno.
Dovrei vergognarmi di me stessa? Non lo so, forse. A volte penso ancora al mio professore e mi domando se si è mai reso conto dello sconvolgimento che ha provocato nella mia vita.
Non credo che si sia mai soffermato a pensarci. A volte, invece. penso a come sarebbe la mia vita se non lo avessi mai incontrato.
La risposta è sempre la stessa: noiosa, e molto meno movimentata. Felice forse. serena forse, ma non eccitante. Non cambierei la mia vita con quella che non ho avuto. FINE

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