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Luna piena

Arrivo al piccolo cancello di ferro. Infilo la mano tra foglie di alloro e di salvia, apro. Entri tu, col viso basso, qualche ciuffo di capelli neri che ti piovono dritti davanti agli occhi. Non li hai tagliati, ancora, sono lunghi e neri come l’ala di un corvo. Lucenti. Mi faccio da parte, ti faccio entrare. Prosegui decisa verso il giardino, sai già dov’è la panchina, accarezzi il cane che ti conosce e scodinzola, mi precedi. Ti guardo da dietro. Lo sguardo mio sale dalla caviglia velata di nero, e anche se hai lunghi vestiti pesanti, sale piano piano. Cammina sui tuoi polpacci sodi, sull’incavo delle ginocchia, sul retro delle cosce olivastre, arriva alla piega dei glutei, si inarca sulla tua schiena, si allarga sulle tue spalle, si ferma sulla tua nuca, che ricordo ambrata di peluria appena appena scura.

Ti siedi. Appoggi la mano sulle liste di legno della panchina, accanto a te. Segnale muto, siediti, mi dici. Ero rimasta un secondo di fronte a te, indecisa. Mi siedo. Guardi già l’orologio, scoprendo poco il polso rigato di vene azzurrine. Parli, ma non ti sento.

Anni prima, una mattina avevo bussato alla porta di casa tua, felice ma piena di paura. Avevo un foglio in mano, che tremava insieme alle mie dita. Ho sentito i tuoi passi ticchettanti che arrivavano all’ingresso. Ha le sue scarpe alte, ho pensato, quelle nere che mette per uscire. Mi hai aperto. La mia indiana, il mio paesaggio irreale, ogni volta che mi guardavi, questo vedevo, e sentivo odori di pelle strofinata da profumi e unguenti. Sono entrata.

Nel cuore della notte staccavo il telefono, infilavo la mia giacca di pelle, correvo in macchina, correvo da te. Mi aspettavi sulla porta di casa, e ti nascondevi nell’auto. Mi cercavi, ti cercavo. Ci mischiavamo pelle e lingue e sospiri, infilavo le mie piccole mani nella giungla dei tuoi capelli neri di corvo, le facevo salire sulle tempie, dove batteva il cuore. Tu abbassavi il capo e cercavi su di me un incavo tra collo e spalle, leccavi, aspiravi profondamente l’ossigeno e il profumo, come a prendere la linfa della vita, tiravi su il viso, mi guardavi. Era il nostro saluto. Poi mettevo in moto l’auto e correvamo via, nel centro della città, di notte.

Uscivamo spesso, ci tuffavamo nei locali dove il fumo grigio e le luci soffuse mascheravano le identità. Sedevamo all’angolo della stanza, ascoltavamo la musica, parlavamo poco. Solo una volta, di tutte le nostre parole stentate e inutili, superflue, ricordo un ordine. Dalla tua voce sottile, imperiosa. Dammi da mangiare, ti prego, e spingesti verso di me la ciotola dove erano state versate fragole rosse, soffocate di panna bianca. Ti sporgesti in avanti, con la bocca semichiusa e le labbra già umide. Appoggiai la punta del cucchiaino nella piccola montagna bianca, tu appoggiasti la tua mano sulla mia, per forzare quel gesto timido. Il cucchiaino entrò deciso nella panna, e io sentii un brivido sulla pelle della schiena, che saettò tra le mie gambe. Era come penetrarti, era un pene che prendeva, che scavava. Presi un grumo di panna, e lo indirizzai verso di te. Ad occhi chiusi mi aspettavi. Bagnai con il dolce le labbra rosa, forzai appena la carne gonfia delle labbra, infilai il cucchiaio tra una e l’altra. Non entrò tutto, tu succhiavi avida il bianco amaro, io spaventata e ipnotizzata rimasi così, la mano diritta verso di te, il cuore martellante, le cosce che scottavano sotto la gonna di pelle, il sesso che mi si apriva come quei fiori ripresi al rallentatore. Ti rimase tracce di quel bianco sulle labbra, agli angoli. Svelta e studiata, guardandomi, dalla tua bocca spuntò la lingua di lampone, ruvida, da gatto, leccando da una parte all’altra quello che era rimasto.

Nel cortile di casa rimanemmo molto tempo in auto. Incuranti delle luci, coi finestrini che si coprivano di vapore complice, non avevamo paura. Uscisti prima tu, e ti avviasti al portone. Ti raggiunsi nell’ingresso, ti bloccai contro il muro. Avevi gli occhi chiusi, ma sapevi, incitavi. Sollevai la tua gonna, e trovai ch’eri nuda, sotto. Avevi il nero dei tuoi ricci folti già bagnato, imperlato dal piacere che immaginavi. Con la mano ti coprii quella che sembrava una conchiglia, il manto nero di pelo sopra, la chiusi nel palmo. Mia, mia, mia, mormoravo, e tu eri arresa.

Dieci scalini, non ricordo, forse di più… apristi la porta di casa, eri già distesa sul divano, la gonna arrotolata sui fianchi. Le calze agganciate a metà coscia, la fica aperta, la camicia sbottonata, il seno che palpitava, il cuore lo potevo quasi vedere, sotto la pelle trasparente e olivastra, quei sentieri delle tue vene, dove camminavo spesso… le punte nere e aguzze, sotto la stoffa del reggiseno nero, che scendeva, s’arrendeva anche lui.. Mi inginocchiai davanti a te, appoggiai le mani sulle tue ginocchia, divaricai poco le tua gambe già aperte. Sapevo. Sarebbe bastato un nulla, e saresti morta nella mia bocca. Ma non volevo, doveva durare quella notte, dovevi ricordarla e anch’io.

Percorsi con la mia lingua l’attaccatura tra cosce e ventre, quella piega che osservavo anche di notte, mentre dormivi. Scostavo leggermente le lenzuola, e ti guardavo, che eri su un fianco, di fronte a me. Una gamba sull’altra, e quel monte, quella collina, quella strada che arriva nella foresta del sesso, e toccavo piano le labbra che sporgevano appena. Ti aprivi, ti muovevi nel sonno e mi cercavi. Una notte ci trovammo a far l’amore così, dormendo quasi.

Adesso ripercorrevo la stessa strada, e tu avevi la testa appoggiata sulla spalliera del divano, gemevi come ferita. Mi alzai. Aprii piano la mia camicia, lasciandola infilata nella gonna, solo il seno grande fuori, coperto a metà dal pizzo ruvido. E così vestita, senza null’altro togliere, mi distesi su di te. Pelle e pelle, tessuto e tessuto. Avevi le labbra del tuo sesso così aperte, in attesa, che potevo sentirle attraverso la gonna. Cominciai a strusciarti addosso il mio corpo, avanti e indietro, come a prenderti, a penetrarti, avvolsi con labbra e lingua i tuoi capezzoli neri e pungenti come spine, la mia lingua percorreva tutta la pelle del seno. Ero ricoperta dalla tua carne, tu chiedevi di fare presto, presto. Sentivo il mio seno che si graffiava sui bottoni della tua camicia, io stavo segnando con la lampo e le cinghie della giacca la tua, di pelle. Domani avresti visto i segni, mi avresti ricordato, mi avresti chiamato? Tra un sospiro e l’altro un lamento, e sapevo di farti male, ma come un animale eccitato dalla vista del sangue non mi fermavo. Non avresti voluto neanche tu. Ho infilato la mia mano cercandoti, tra i ganci del tuo reggicalze e la mia gonna di pelle. Ti ho trovato, un golfo nel mare dei tuoi umori bianchi, una spelonca violata, una casa in attesa. Eri fradicia di piacere, tra i tuoi peli neri immaginavo perline bianche.. Ti ho toccato appena, hai spinto il bacino in avanti, i fianchi in alto, a spingere contro i miei. Allora ho capito, non c’era più tempo, per averti, per fuggire, per aspettare. Il mio dito è entrato violento dentro di te, lasciando il palmo della mia mano aperto, contro la punta congestionata della tua clitoride. Ti sei avvinghiata, tuffando la testa tra spalla e collo, su di me.

Abbandonai quel foglietto bianco nelle tue mani. Mi guardavi muta, interrogativa. Leggi, ti incitai. Sono incinta. Prendesti la sedia dietro di te, senza voltarti, e ti sedetti lentamente. Mi hai ingannato, cominciasti a mormorare. No, lo volevo, replicai io. Non me l’hai mai detto, mai mai, ribatteva ostinata come una bambina. Con lui prendevi precauzioni, vero? indagavi senza fermarti.

Si, ma non quella sera… Quale? E potevo vedere il tuo stupore negli occhi, quale? Quando con noi hai dormito anche tu, abbiamo fatto l’amore tutti e tre, come a sancire un’unione, un matrimonio, un legame… cercavo di giustificarmi io.

Ti alzasti di scatto. La sedia si rovesciò, barcollando ti appoggiasti al tavolo. Carogna, urlavi, sei una carogna… In piedi, coperta dall’accappatoio bianco, eri bellissima. Avevi i capelli neri che ora sembravano una criniera. Urlavi, e l’urlo, pian piano, divenne un gemito, un mugolìo… Guardami, mi chiese, e alzò gli occhi su di me, guardami. Mi stavo vestendo per te, dovevamo uscire, vero? E spalancò i bordi di spugna bianca. Sotto, era nuda. Solo le scarpe nere, alte, la caviglia inguainata di nylon nero, la caviglia che le leccavo e le percorrevo con dita e lingua, un pizzo alto che si fermava sulle cosce, null’altro. Il pube nero era quasi di seta. I seni brillanti erano ancora umidi per la doccia appena fatta. Mi girai, appallottolai il foglio, lei era ancora nel centro della stanza, uscii.

Adesso sei qui, sulla panchina, dentro i bambini guardano la televisione, il cane cerca di giocare con te. Sono innamorata, mi dici. Mi sento uno scricchiolìo al centro del petto, tra ossa pelle seni e cuore. Quasi uno schianto, come un oggetto che si sente cadere dall’alto e poi arriva sull’asfalto. Sono innamorata, ripeti. Non mi guardi. è giovane, dici, più di me. Muovi i piedi sull’erba, come piccoli passi. Appoggi le mani sulle mie gambe, unite. Mi guardi, ti piovono file di capelli neri ala di corvo ai lati del viso. Non parlo. Ho ancora la sigaretta non accesa nella mano, ora scesa lungo il fianco. Allora alzi una delle tue mani, dalle dita lunghe e ossute, dalla mia gamba e la muovi verso di me. Mi cingi il collo sulla nuca, lo stringi appena e mi avvicini al tuo viso. Chiudo gli occhi, come quando da bambina sulle montagne russe del Luna Park, in attesa della “grande discesa”, serravo il viso tra le mani per non vedere, un secondo prima del tuffo. Che arrivava, toglieva il fiato.

Sento prima il tuo fiato caldo, un alito di vapore odoroso, un flash di immagini velocissimo, poi inizi a baciarmi. Sento la pelle delle labbra, è come se le vedessi, quello sotto più carnoso dell’altro, poi dischiudi piano la bocca. Riconosco la punta della tua lingua insolente, ruvida, prepotente. Spingi tra le mie, di labbra, forzi la mia bocca, forzi il mio cuore. Io mi arrendo, e allora entri dentro di me, mi perlustri, mi assaggi, mi riconosci. Mi riscopri, non c’è un angolo di me che posso nascondere. Rimango così, con la braccia inerti appoggiate sulla panchina, la tua lingua dovunque nella mia bocca. FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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