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Il dono

Ho sempre avuto questo potere, non l’ho scelto io, né tantomeno ho chiesto di averlo; ma ce l’ho e ormai ho imparato a conviverci. Non che mi dispiaccia, anzi ha anche i suoi bei lati positivi. è che se non sto attento a controllarlo, rischio di finire nei guai. Quale potere, vi state chiedendo? Semplice, quello di spingere chiunque io voglia a fare sesso con me, semplicemente volendolo e pensandolo intensamente. Proprio così: è sufficiente che io pensi che la strafiga davanti a me con cui sto parlando si abbassi, mi apra la cerniera dei pantaloni e dopo avermi tirato fuori l’uccello inizi a farmi un pompino, che immancabilmente la strafiga davanti a me, si inginocchia guardandomi con aria da porca e, dopo aver liberato il mio cazzo dalla sua prigione di stoffa, se lo mette in bocca cominciando a leccarlo vogliosa. E succede sempre così. Basta che io mi concentri.

Forse è una cosa genetica, non so, o forse è una specie di miracolo. Ma non che mi interessi molto: quello che mi importa è di trarre il massimo beneficio da questo mio “dono”.

1. Scoperta

Ho scoperto questa mia peculiarità già da piccolissimo, quando ancora facevo le elementari, quando cioè si è in quell’età in cui si comincia a notare veramente quel piccolo e misterioso “coso” che noi maschietti abbiamo in mezzo alle gambe e che sappiamo che le ragazze non hanno. Qualcosa di tutto nostro. Solo che dopo un po’ ci si interessa anche di quello degli altri e si diventa curiosi di sapere se anche gli altri ragazzini sono interessati al proprio e, soprattutto, al “cosino” degli altri loro coetanei. Fu così che cominciai a sperimentare il mio potere: una volta in cui la maestra ci portò a guardare una delle solite videocassette “istruttive”, cominciai ad immaginare che il mio compagno seduto accanto a me cominciasse toccarmi, prima timidamente, poi in maniera sempre più decisa. E così accadde: sentii la sua manina appoggiarsi prima sul ginocchio, per poi risalire piano piano lungo la coscia fino a sfiorarmi il davanti dei pantaloni; a quel punto mi voltai verso di lui e vidi nei suoi occhi uno sguardo carico di imbarazzo, paura e sorpresa, ma che non doveva essere molto diverso dal mio. Però non volevo che smettesse, così gli sorrisi e gli feci cenno con la testa di continuare, mentre continuavo a ripetermi “Ti prego, fallo, fallo, fallo…” Allora, favoriti anche dal buio in cui era immersa la piccola auletta in cui la maestra ci aveva portati e dal fatto che io e il mio compagno ci eravamo messi in una delle ultime file, questi continuò nella sua esplorazione, toccando il davanti del pantalone e sentendo sotto le sue dita la forma del mio pisellino ancora di bambino; poi scostò l’elastico che sorreggeva il mio pantalone, fece la stessa cosa con le mutande e arrivò infine a toccare la pelle che ricopriva il mio allora imberbe “amichetto”; pelle su pelle: quella della sua mano, fredda per la tensione e la paura di essere scoperti, e quella del mio pisello calda per il piacere di essere toccato per la prima volta in una parte così intima del proprio corpo. Ad un certo punto lui mi accostò la sua bocca all’orecchio e mi sussurrò quasi impercettibilmente: “Fallo anche tu a me. ” Ovviamente non me lo feci ripetere due volte e, dopo aver gettato un’occhiata tutt’intorno per assicurarmi che nessuno mi stesse guardando, allungai la mia mano verso il davanti dei pantaloni del mio amichetto e la infilai fin nelle mutande: che bella sensazione! Sentire il piccolo pene di qualcun altro. Allora ovviamente né io né lui sapevamo che cosa fosse l’orgasmo, ma fu come se una specie di scossa elettrica attraversasse il mio corpo. Mi sentivo felice e soddisfatto.

2. Ragazze

Queste cose successero altre volte, ma ad un certo punto, ovviamente, divenni curioso di provare come fosse farlo con un’esponente del gentil sesso, cosa che fino ad allora mi era parsa impensabile, dato che tutto sommato a quell’età fare certi giochino era anche piuttosto normale; ma con una femminuccia!

Già da qualche tempo questi pensieri mi ronzavano per la testa ed ero ansioso di provare, ma aspettavo che mi si presentasse l’occasione buona. Questa si presentò in seconda media: un pomeriggio io e una mia compagna di classe (le cui forme ancora acerbe di dodicenne cominciavano appena a notarsi sotto la maglietta durante le ore di ginnastica) dovevamo restare a scuola un pomeriggio per recuperare delle lezioni di matematica con la professoressa. Arrivai dove la professoressa ci aveva detto di aspettarla e vi trovai Michela (la mia compagna di classe), che mi venne subito incontro e mi disse:

“Guarda che la prof. non c’è: l’ho chiesto alla bidella e ha detto che è dovuta correre a casa perché il figlio è stato male. ” (Chissà perché le ragazze sono sempre informatissime su queste cose)

“Tanto meglio! ” pensai, senza ovviamente pronunciare queste parole.

Allora pensai: “Ora avrai una voglia irresistibile di venire con me in un posto isolato e di farmi vedere la tua fighetta. ”

“Vieni un attimo con me; devo farti vedere una cosa. ” Mi disse Michela. Io ovviamente la seguii e lei mi portò nello spogliatoio delle ragazze, in quel luogo misterioso e quasi sacro in cui le ragazze confrontano i loro corpi cercando i primi segni di femminilità spuntare timidamente sui loro corpi sotto forma di un leggero pronunciarsi del petto e di qualche cortissimo e quasi invisibile pelo nascosto in mezzo alle cosce. Mi guardai un po’ intorno, assaporando quel momento, cercando di imprimermi nella memoria ogni dettaglio di quel luogo che avevo la fortuna di poter vedere dall’interno e che probabilmente non avrei più rivisto; sostanzialmente no nera molto diverso da nostro dal punto di vista della struttura: c’erano anche lì due panche sulle quali potersi sedere e qualche appendiabiti. Ma era l’atmosfera che vi si respirava a renderlo un luogo unico al mondo.

“Ehi, dove stai guardando? Guarda qui piuttosto” Lo spettacolo che vidi allora fu incredibile: avevo davanti a me per la prima volta la figa di una ragazza, quella “cosa” che ogni ragazzino di quell’età sogna di vedere ma che non ha il coraggio di chiedere che gli venga mostrata; béh, io l’avevo appena fatto (anche se non in maniera del tutto leale), ma questo mi riempiva comunque di soddisfazione. In mezzo all’attaccature delle gambe magre di Michi, si nascondeva qualche pelo biondo (quasi invisibile) che riluceva alla luce del sole pomeridiano che li colpiva entrando dalla finestra dello spogliatoio. E sotto quello spoglio ciuffetto di peli, si apriva una fessurina rosea che per me era un vero mistero: era la cosa più bela del mondo e non sapevo come descriverla. Avevo voglia di toccarla e passarono pochi secondi che Michi mi incitò:

“Allora, che aspetti? Toccala, se vuoi. ” Avvicinai timorosamente la mia mano a quella cosa stupenda che la mia compagna di classe mi stava mostrando, come un profeta che stia rivelando una verità universale ai suoi discepoli, e sfiorai imbarazzato i peli che la sormontavano. Un fremito corse lungo le cosce di Michela e non riuscì a dissimularlo, per cui le chiesi: “Ti piace? ” Lei rispose: “Sì, infilaci dentro un dito” Io rimasi stupito. Come? Ci si poteva infilare un dito? Quasi non credevo a quello che la mia amica mi stava dicendo ma decisi di assecondarla e lo feci. Quando il mio indice forzò leggermente l’entrata di quella piccola fessura, il suo viso si imporporò e un altro fremito la scosse in tutto il corpo. Ad un certo punto lei si avvicinò a me e senza dire nemmeno una parola, cominciò a toccarmi il pisello che intanto aveva subito una trasformazione che per me era del tutto nuova: era infatti diventato duro come la lastra di marmo che ricopriva il ripiano del bagno a casa mia, e le sue dimensioni erano aumentate a dismisura: era infatti lungo il doppio del normale. Non avevo la più pallida idea di cosa mi stesse succedendo e soprattutto di cosa stesse succedendo al mio corpo, ma la cosa mi piaceva da morire e non volevo che finisse, così decisi di assecondare la mia amica e abbassai i pantaloni e le mutande che ormai faticavano a contenere il mio mostruoso e gigantesco “amico”. Le sue dimensioni colpirono anche Michela, perché per un attimo rimase in contemplazione di quel palo di carne che si ritrovava davanti, ma, dopo essersi ripresa dalla sorpresa iniziale, avvicinò la sua manina di dodicenne al mio uccello e sfiorò dolcemente la pelle che ricopriva il glande. A quel punto il mio corpo sembrò impazzire e fu come se mille fuochi d’artificio mi esplodessero in testa. Ma l’effetto non fu solo nella mia testa: Michi si ritrasse improvvisamente e non en capii il motivo finché non vidi quella roba biancastra uscirmi in getti appiccicosi e dirigersi verso la mano della mia amica. Uno la colpì anche, ma dopo un iniziale momento di disgusto, la curiosità ebbe il sopravvento su di lei e mi chiese:

“Che cos’è? ”

“Non lo so” risposi.

“Ma come? è roba tua, è uscita dal tuo coso e non sia cos’è? ”

“Béh, veramente è la prima volta che mi succede” fui allora costretto ad ammettere con un misto di vergogna ed imbarazzo, ma anche di sollievo perché constatai che ora il mio membro era tornato delle sue dimensioni normali. “Che cosa strana” pensai.

“Chissà che sapore ha” sentii chiedersi la mia amica. E una frazione di secondo dopo la sua mano si avvicinava alla sua bocca e da questa ne usciva una linguetta rosa che andò a sfiorare appena il liquido bianco che mi era uscito dal pisello. Il suo viso assunse un’espressione strana, un misto di disgusto e sorpresa insieme e dopo un attimo in cui parve riflettere su cosa dire, esclamò:

“Non è male, ha un gusto salato. ”

La cosa mi aveva decisamente incuriosito e decisi allora di andare fino in fondo.

“Fammi assaggiare” dissi. Ne presi un po’ sulla punta delle dita e me lo caccia in bocca. Quando inghiottii sentii un gusto stranissimo in bocca, che non avrei mai dimenticato, e constatai che Michi aveva ragione: era leggermente salato, però non era male.

Dopo esserci risistemati, uscimmo dallo spogliatoio stando attenti che qualche bidello non ci vedesse e ci dirigemmo ognuno verso casa propria, dopo esserci salutati con un timido bacino sulle labbra, che sapevano ancora di quella misteriosa sostanza che in seguito avrei scoperto chiamarsi sperma.

3. Al mare

Passò qualche anno e l’estate i miei genitori organizzarono, tanto per cambiare, di trascorrere le vacanze al mare. Solo che quell’anno le mie vacanze non sarebbero state noiose come gli anni trascorsi: avevo un’idea per renderla più eccitante. A quel pensiero il mio cazzo su cui era ormai spuntato un bel ciuffetto di peli scuri si rizzò nei miei pantaloni e il mio viso si imporporò leggermente, mentre un sorrisino beffardo si disegnava sul mio viso.

Giunse il grande giorno e partimmo per il mare. Arrivati nella località dove avremmo trascorso quelli che speravo sarebbero stati i quindici giorni più belli della mia vita, mi scaraventai subito in spiaggia, ansioso di fare nuove conoscenze e di scegliere la mia “preda”.

Dopo aver camminato un po’ sulla sabbia, il mio sguardo venne calamitato da una visione stupenda: sotto uno dei tanti ombrelloni che ricoprivano la striscia di sabbia della riviera, una splendida ragazza, che doveva avere più o meno la mia età, si stava sfilando la maglietta, preparandosi così a sdraiarsi sul lettino per prendere il sole in compagnia di quelli che dovevano essere i suoi genitori; ma quel gesto aveva fatto sporgere in avanti i suoi meravigliosi piccoli e ben proporzionati seni, la cui forma intravedevo benissimo nascosta da quel pezzo di stoffa colorata che li copriva e che aveva l’effetto di suscitare in me un’incontenibile eccitazione. Cercai di contenermi e di pensare a qualcos’altro, anche se non era facile, ma decisi che quella sarebbe stata la mia “vittima”.

Fissai intensamente il mio sguardo su di lei e le “ordinai” di voltarsi nella mia direzione. Lei ovviamente lo fece e mi squadrò con uno sguardo incuriosito, chiedendosi se forse aveva sentito qualcuno chiamare il suo nome (chissà qual’era? ) e se aveva già incontrato da qualche parte il ragazzo che la stava fissando insistentemente. Al che, pronunciai un altro ordine mentale:

“Alzati e vieni verso di me. ”

Così fece e quando i suoi genitori le chiesero dove andava lei rispose con tutta la naturalezza di questo mondo che andava a salutare un ragazzo che conosceva. Quel ragazzo ovviamente ero io ma di certo non mi conosceva. Arrivata a due passi da me, si fermò e io le sorrisi gentilmente. Lei ricambiò i sorriso e io, messo insieme tutto il mio coraggio, le dissi:

“Ciao, sono appena arrivato e cercavo altri ragazzi della mia età con cui trascorre il tempo. ”

Lei mi soppesò con lo sguardo e rispose:

“Io sono qui già da una settimana e mi sto annoiando a morte, per cui sarò ben lieta di farti compagnia. A proposito, mi chiamo Francesca. ” disse porgendomi la mano e sorridendomi. Io le dissi il mio nome e le chiesi se aveva voglia di fare un passeggiata sulla spiaggia.

“Volentieri” rispose, così ci incamminammo.

Ad un certo punto arrivammo in una piccola baia piuttosto isolata, in cui la spiaggia non era attrezzata. Era quasi deserta tranne per una coppia di ragazzi sui venticinque anni che si stava godendo un bel pisolino al sole, così le chiesi:

“Ti va se ci fermiamo qui a riposarci un po’? ”

“Certo”

Ci sedemmo l’uno a fianco all’altro e ogni tanto cercavo di far cadere il mio sguardo all’interno del pezzo superiore del suo costume da bagno sperando di poter scorgere il colorito roseo di un capezzolo.

“Niente da fare” mi dissi dopo qualche frustrante tentativo andato a male.

“O béh, vorrà dire che ricorrerò al mio solito trucchetto” Così pensai “Togliti il reggiseno”

Pensai che probabilmente questa volta non avrebbe funzionato, ma con mio grande stupore Francesca si voltò verso di me e con un’aria maliziosa mi chiese:

“Non ti dispiace se mi tolgo il reggiseno, vero? Tanto quei due laggiù dormono. ”

“Fai pure” dissi “tanto te l’ho chiesto io” tenni quelle parole per me.

Subito uno spettacolo meraviglioso si presentò ai miei occhi: due splendide sfere di carne sormontate da capezzoli leggermente inturgiditi si ersero in avanti appena la stoffa che le imprigionava venne tolta. A quella vista, gli ormoni che a quell’età sono incontrollabili esplosero e il mio cazzo cominciò a gonfiarsi nel costume, che ormai era troppo stretto per contenerlo.

Francesca ovviamente si accorse della mia reazione e con un sorrisino mi disse:

“Se ti imbarazza, posso sempre rimettermelo” Al che io la scongiurai: “No, no ti prego…scusami non so cosa mi sia preso. ”

“Non preoccuparti, non c’è nulla di male…non devi preoccuparti…” mi disse con voce suadente e chinandosi leggermente andò a sfiorare con la mano il mio membro divenuto gigantesco. Io la guardai sorridendo e lei ricambiò il mio sorriso.

A quel punto il desiderio si era fatto impellente e non riuscivo più a contenermi, così abbassai il costume, liberando la mia erezione che (con mia grande soddisfazione) ebbe un effetto sorprendente su Francesca, come testimoniò il gemito di sorpresa e di piacere che le scappò dalle labbra. Io le dissi mentalmente:

“Prendilo in mano” e così fece, cominciando una sega meravigliosa per tutta la lunghezza del mio uccello. Dopo qualche minuto trascorso così, decisi di fare la mia mossa e feci scivolare lentamente la mia mano lungo il suo bacino andando a sfiorare delicatamente l’elastico del suo costume: lei mi fissò con uno sguardo carico di desiderio e mi disse semplicemente: “Continua. ”

Non me lo feci ripetere e infilai la mano nella stoffa, sentendo la peluria che ricopriva quel frutto succoso, dal quale cominciavano a colare le prime gocce di quel liquido che avevo immaginato di gustare nei miei sogni erotici di allora.

Francesca lasciò per un attimo la presa sulla mia verga, ma quando la guardai deluso, mi rassicurò dicendomi: “Aspetta” e sfilandosi velocemente il costume, liberando così la sua splendida figa sormontata da un ciuffo di peli castani e in mezzo alla quale luccicavano le prime gocce di umori. Subito ricominciò a segarmi, ma a quel punto non ne potevo più, così stavolta fu lei a guardarmi delusa quando mi staccai da lei; ma io le risposi: “Aspetta” con un sorriso sulle labbra e le presi le gambe, divaricandole leggermente, tanto da potermi mettere comodamente in mezzo ad esse. Avvicinai la punta rosa del mio glande scappellato alle labbra della sua figa e lei capì dove volevo andare a parare, così si sporse col bacino in avanti fino a poggiare delicatamente le labbra della vagina alla mia cappella, come in un tenero bacio tra amanti, prima che io infilassi del tutto il mio membro al suo interno, facendole così perdere la verginità e al contempo perdendola io stesso. Un gridolino le sfuggì dalle labbra e io ebbi paura che i due ragazzi sulla spiaggia potessero svegliarsi, ma un rapido sguardo mi convinse che non era successo niente. Però Francesca aveva dipinta sul volto un’espressione di sofferenza e io temevo di averle fatto male, ma mi rincuorai ben presto quando la sua espressione si tramutò da sofferente a goduriosa: infatti le spinte che esercitavo col mio cazzo e che sapevo di dover dare dalle nozioni che mi ero procurato fino ad allora da riviste porno iniziarono ad fare il loro effetto. Ben presto infatti Francesca non riuscì più a contenere i suoi gemiti di piacere e così ci lasciammo trasportare dalle sensazioni che i nostri corpi uniti nell’amplesso ci trasmettevano. Dato che quella era la nostra prima volta entrambi raggiungemmo l’orgasmo abbastanza presto e prima di venire mi ricordai di non aver portato il preservativo, così tirai fuori dalla sua figa il mio cazzo proprio un attimo prima che quest’ultimo liberasse dei copiosi getti di sborra che andarono a ricoprirle la pancia; uno di essi raggiunse anche un capezzolo e io, desideroso di assaporare il gusto dei suoi seni, mi chinai su di lei, appoggiando le mie labbra su quella ciliegina che si ergeva quasi dolorosamente su quella splendida sfera di carne, più bianca rispetto al resto del corpo, strappando a Francesca un ultimo lungo gemito e sentendo sulla mia lingua il sapore del mio stesso sperma.

Quando mi rialzai, lei mi guardò appagata e mi sussurrò: “Sei pazzo. ” “Sì” le risposi con un sorriso e la baciai con tutta la mia focosa passione di quattordicenne.

Tornammo dopo un po’ dai nostri rispettivi genitori e ripetemmo l’esperienza durante i quindici giorni che trascorremmo insieme, scambiandoci poi i numeri di telefono nella speranza di poterla rifare ancora: purtroppo però non ci vedemmo più, ma quella resterà sempre l’esperienza più bella della mia vita, più bella persino di tutte le altre numerosissime esperienze che (anche grazie al mio favoloso potere) ebbi in seguito. FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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