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Amiche: una risorsa

Mi dipingo le unghie, lunghe e affilate, di un color fucsia brillante, Viola è inginocchiata di fronte a me, mi sta spalmando su una gamba, una specie di sostanza calda e appiccicosa. Devo proprio farmi una ceretta per andare a un concerto rock? Pare di sì.

La stanza è un vero caos e io e Viola siamo in netto anticipo sulla tabella di marcia. Almeno per una volta.

Ho le gambe scottate in alcuni punti e Viola guarda con orgoglio la sua opera. Scuoto la testa, mi alzo e le sventaglio le unghie davanti alla faccia. Ci spariamo un paio di Gin prima di uscire? Senz’altro.

Io canto come un ossessa, tutto quello che passa sulla radio. Viola cammina nuda, con stivali e autoreggenti nere. Mi accusa pateticamente di averle rubato il perizoma con gli strass rossi. Mi chiedo se è possibile litigare con le tette nude, davanti alla mia faccia. Mi giro e le lancio il suo tanga che per uno strano scherzo del destino era avviluppato intorno al collare del micro cane della mia amica. Ho il Gin instabile in una mano, il mascara nell’altra.

Mi fisso, nuda dalla vita in su, davanti alla specchiera del bagno. Al concerto ci vado senza reggiseno, top nero e schiena in vista, seno in mostra.

Mi trucco e mi stiro i capelli, così sembrano più lunghi. Viola corre come un’invasata per la casa. Minigonna nera di pelle e naturalmente una delle mie migliori creazioni addosso. Il top che mi sono fatta appositamente per la serata con l’uomo dei miei sogni, ora uomo dei miei incubi, e passato a miglior vita, nelle braccia di qualche altra sfortunata, capace di raccogliere i pezzettini del suo cuore infranto.

Viola è molto bella, corpo perfetto, una piccola donna bambola, dalle labbra carnose e gli occhi da cerbiatta. La sua vocina stridula e civettuola mi dà sui nervi, ma questo è tutto. Il suo bellissimo seno è sempre in primo piano e i lunghi capelli ricci sono un argomento di conversazione. Se fossi un uomo potrei usarla per sesso, ma mi astengo come donna, non vorrei che si attaccasse a me più di quello che è ora.

Le chiedo di spalmarmi una crema brillante e dorata sulle spalle e la schiena. Viola inizia il rituale e mi cosparge con mezzo vasetto. Ride come una scema e mi spalma tutto l’ extra sul seno e la pancia.

Usciamo di casa, piuttosto brille e con l’adrenalina che pompa nelle vene. Sono riuscita nell’intento di stirarmi i capelli fino al raggiungimento della curva del sedere.

Sono veramente spettacolari. Tentacoli da medusa lungo la schiena nuda. Pantaloni superaderenti di pelle nera. Trucco drammatico da dark lady. Mia madre mi ha chiamato Mary, solo e semplicemente Mary, era a corto di nomi e di voglia dopo quattro figlie. La quinta sarebbe stata Mary e basta. Mi sono inventata un’altra vita e con quella un altro nome Aletha, la fidanzata di Mandrake, almeno credo. Aletha per tutti, in questo mondo.

L’accento yankee del fidanzato di Vi, mi accoglie, stridente nell’afa di questo profondo sud senza aria condizionata. Sul patio della casa di Bob ci sono tutti i suoi pesi e le sue macchine scassa muscoli. Mi pare sia un eccesso di zelo allenarsi a sollevare pesi in questa atmosfera oltraggiosamente calda. Bob ascolta qualcosa in cuffia e non ci vede arrivare. Canta e canta. Uno yankee nel paese delle meraviglie. Non conosco Bob se non per un incontro di alcune sere fa in cui Vi si era sentita in obbligo di presentarmi il suo miglior amico. Mi era piaciuto, Paolo, originale e affascinante, moro, occhi neri e penetranti, una barba disegnata col compasso intorno alla bocca, che scendeva sul mento. Parlava ad una velocità sorprendente col suo accento da Brooklyn decadente. In questo momento sono single e pervasa dalla voglia inusuale di restarci per un po’. Bob ci saluta e ci osserva con fare ironico.

La notte scende e le cicale cantano. Mi sento, così in piedi con Viola, senza priorità, una cicala umana. Lui è un bello spettacolo per gli occhi. Pettorali in vista, ben scolpiti, braccia enormi e gambe possenti che spuntano dagli short col logo universitario. Bob è un biondo algido, dai capelli a spazzola e la faccia pulita, senza ombra di rughette, mascella quadrata e denti perfetti. L’eroe della squadra di football, l’oggetto del desiderio delle cheerleaders. Il ragazzo della mia amica. Beviamo una birra ghiacciata , dal Kelvinator, un relitto di frigo abbandonato dai precedenti inquilini di questa ex villa, ora fatiscente reperto sul ciglio di una stradina fuori città. Viola tocca il petto di Bob e mi chiama per farmi sentire i muscoli pettorali. Avanzo incerta sui miei trampoli dai tacchi che si incastrano tra le assi malconce del patio. Sorrido e gli appoggio una birra ghiacciata su un capezzolo.

Vedo il suo corpo percorso da brividi e la sua mano afferrarmi. Mi strappa la bottiglia di Coors di mano e me ne versa un po’ nello scollo del top. I nostri occhi si incrociano e Vi decide che per questo non resta altro che la tortura. Bob si ritrova per terra con la sua ragazza a cavalcioni sul petto che lo blocca, e una quasi perfetta sconosciuta intenta a sfilargli i calzoncini.

Siamo entrate in un vortice, dove il gioco perde le sue regole e ci si lascia trascinare dagli eventi. Lui è nudo e sta ridendo, noi due siamo già piuttosto malconce. Puzziamo di birra, ormai versata ovunque.

Il trucco da dark lady sta scomparendo cancellato dal sudore e dai lacrimoni causati dalle nostre risate isteriche.

Bob ci conduce nella sua stanza da letto, una vera Waterloo dei sensi, un luogo dove uscirne peste e forse sconfitte.

Un letto enorme in mezzo alla grande stanza stile coloniale. Reperti di ogni tipo, attrezzi ginnici, libri, album fotografici, un pc portatile di ultima generazione, uno stereo e un enormità di cd sparsi sul tappeto maculato liso e ridotto male.

Le finestre non hanno tende e la luna spunta tra gli alberi del giardino. Io e Viola siamo pervase da una specie di raptus e ci spogliamo lanciando tutto nella stanza, urlando come due kamikaze. I vestiti volano e Bob ci osserva dal letto.

La musica è a palla e noi saltiamo sul letto come due bambinette capricciose.

Iniziamo a toccarlo e accarezzarlo. Viola percorre il suo corpo con le sue piccole manine. Le mie mani sono lunghe e affusolate e stringono il suo cazzo come un marinaio l’albero maestro durante una tempesta.

Voglio rendermi esattamente conto della grandezza di questo bellissimo articolo da piacere. Viola mi aveva raccontato le mitiche dimensioni del pene di Bob e della sua difficoltà nel gestire la cosa. L’oggetto in questione si staglia dall’inguine di questo ragazzone ipervitaminico come lo shuttle da Cape Canaveral, a pochi chilometri da qui.

è grande, lungo, e il suo magico occhio mi fissa, o almeno mi pare. Circonciso e perfettamente dritto. Lo sfioro con un unghia arcuata e mi abbasso a depositare la lingua sull’occhio spalancato. I miei capelli ricoprono interamente la sua pancia piatta e ora tesa come la pelle di un tamburo. La musica martellante mi entra nelle orecchie. Mi sento veramente strana a ingoiarlo completamente. Gioco con la lingua e sento il suo corpo reagire. Adoro questa sensazione, tenere un uomo nella mia bocca e sentire il suo corpo in mio potere. Ho paura a sollevare la testa e rendermi conto della reazione di Vi. Scosto i capelli per scoprire il famoso di dietro scolpito della mia amica, incorniciato dal perizoma decorato di brillantini rossi, il tutto posato sulla faccia di Bob.

è intento a leccarla e succhiarla, al ritmo del corpo di lei che dondola lentamente cantandosi una ninna nanna di mugolii e sospiri. Appoggio le labbra sulla superficie liscia e morbida del glande. Lecco e succhio, aspiro come da una cannuccia e Bob si agita sotto di me. Viola sussulta e viene urlacchiando a più riprese. Si scosta dal viso di lui e si getta sulla montagna di cuscini dall’altra parte del letto. Mi sento penetrare dall’arnese più grosso che abbia mai potuto desiderare in questa vita. La sensazione è fantastica e colmante. Può sembrare nei primi istanti, di dolore misto a piacere. Piacere e solo piacere che pervade ogni millimetro del mio corpo. Le sue mani mi toccano, mi strizzano e tutto è amplificato. Lo guardo e i suoi occhioni blu sono persi, per un attimo, dentro i miei, ci guardiamo senza vederci. Siamo assorbiti nei nostri sensi. I miei lunghi capelli coprono a tratti il suo viso. Il respiro accelerato e il ritmo del mio cuore mi accompagnano dentro e fuori questo magico spazio. Mi afferra la testa e mi spinge la lingua in bocca. Mi sento posseduta due volte e questo bacio mi trasmette energia. Lo mordo e lo succhio, lo bacio e volo sulle ali di un aquila reale. Sono come quegli indiani che si trasformano nel loro totem spirituale. Sono l’aquila che sorvola le pianure sconfinate. Pura droga, sesso come estasi per il corpo e l’anima. Bob sta spingendosi sempre più a fondo, dentro di me. Sento tutto il suo corpo entrarmi. Mi accarezza i capelli e mi morde sul collo. Mi ritorna alla mente una scena che mi si parò davanti, molti anni fa allo zoo. Due leoni di montagna impegnati in una sessione amorosa. Lui la montava e la tratteneva mordendola sulla nuca. Lei mugolava persa sotto il peso incombente di lui. Mi ha sempre affascinato quella scena. Ora ero leonessa, sotto il dominio di Bob. Viola ci fissa dal suo angolo. Il mio orgasmo irrompe nella stanza, ormai silenziosa. La mia amica mi lancia un sorriso complice e mi indica dove spostarmi. FINE

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