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Gli Avvocati

(i nomi e le situazioni di cui al seguente racconto sono interamente di fantasia. Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale e involontario)
Erano le nove di sera ed io ero ancora in ufficio con i due avvocati titolari dello studio in cui svolgo la mia pratica forense in attesa di ottenere il titolo professionale.

Non era la prima volta che lavoravamo fino a quest’ora; ma quella sera, stranamente, eravamo veramente soli, ed io avvertivo sulla pelle la diversità della situazione come mai prima, dal momento che gli altri avvocati erano tutti – ma proprio tutti – ad un convegno a Roma. Ed avevo la sensazione che
anche i due professionisti che erano con me (entrambe carini sui trentacinque/quaranta) sentissero questa differenza: dal sottile gioco di sguardi e dall’ambiguità di certe frasi, sembrava quasi che ci sentissimo tutti legittimati a pensare che quella situazione fosse necessariamente ‘diversà…

Rendendosi conto che non stavo esattamente seguendo il loro discorso, il più giovane dei due mi disse: “Avanti dottoressa, non si distragga, anche noi siamo stanchi, ma dobbiamo consegnare il contratto entro domani alle dodici”.
Vedendo il mio imbarazzo, e cercando di mettermi a mio agio (? ), l’altro aggiunse: “Se crede, possiamo metterci da me, almeno stiamo seduti sul divano e sulle poltrone, un po’ più comodi”.
Penso di essere arrossita, tradendo i miei pensieri, che stavano – effettivamente – diventando un po’ piccantini (anche perché, in verità, più di una volta mi ero masturbata con la mia collega e compagna di casa, Anna, immaginandoci scene di questo tipo con i nostri capi).
Per evitare di peggiorare la situazione non risposi direttamente (lasciando a loro la responsabilità della scelta) e mi dileguai dicendo: “scusate, ho solo bisogno di bere un bicchiere d’acqua, vado e torno”.
Andai nella piccola cucina dello studio e approfittai per rimettermi un po’ in sesto sciacquandomi il viso con acqua fresca e rimettendomi un po’ di lucidalabbra e rimmel, per non sembrare proprio uno zombi, dal momento che era dalle 7 della mattina che non uscivo da quelle stanze.

Mentre tornavo verso la sala riunioni, non potei fare a meno di pensare che – effettivamente – il più giovane dei due era proprio un uomo interessante. Peccato per la presenza dell’altro (che comunque era un bell’uomo, molto affascinante). Sarebbe potuto anche succedere qualche cosa, chissà. Pensai anche che, se avessi avuto messaggi più chiari, avrei potuto dire che ero a piedi e che non c’erano più autobus, per farmi accompagnare a casa.
A quel punto, il gioco sarebbe stato fatto.

Arrivata in sala riunioni mi accorsi che non c’era nessuno, e le luci erano spente.
Erano andati di là, e mi aspettavano.
Entrai in stanza, e trovai i due che ridevano, stappando una bottiglia di vino bianco appena presa dal frigobar privato dal più grande dei due.
Tre bellissimi bicchieri di cristallo erano sul coffee table, dalla parte opposta della scrivania, tra le poltrone ed il divano.
Era la prima volta che vedevo i miei superiori in maniche di camicia e senza cravatta. Normalmente, anche in ora tarda, in questo studio vige un certo formalismo che – in fondo – non mi dispiace.
Ma stasera ero contenta così. Tra l’altro erano entrambe asciutti e muscolosi, ed il petto e le braccia che si intravedevano dalla camicia aperta ed arrotolata nelle maniche, erano abbronzati come i loro visi, dal momento che erano appena stati in Sud America per lavoro e per le vacanze di Natale.

“Prego si accomodi sul divano” mi dissero praticamente all’unisono.
“Si metta pure in libertà, si tolga anche lei la giacca” aggiunse il più giovane, l’Avvocato Giannini.
Mentre seguivo il consiglio, rimanendo con una camicetta bianca di seta trasparente ed abbondantemente slacciata, si avvicinarono tutti e due al divano e – con mia sorpresa – non si sedettero sulle poltrone, ma sul tavolino basso e largo a pochi centimetri dalle mie gambe, scoperte dalla minigonna che – sedendomi – era ulteriormente salita fino a pochi centimetri… dall’indecenza.

Riempirono i bicchieri e brindammo al successo dei contratti che avevamo consegnato due giorni prima. Toccando i bicchieri, ci sfiorammo le man, i e con lo sguardo sia Giannini che l’altro, Bruni, non lesinarono ambiguità.
Era un gioco che mi piaceva.
Indubbiamente.
Mi è sempre piaciuto essere desiderata e – conoscendo le mogli di entrambe, donne bellissime – con questi due, mi piaceva ancora di più.

Dopo il brindisi, Bruni riempì nuovamente i bicchieri fino all’orlo e, ricominciando a parlare di lavoro, andò verso il frigo bar, da cui prese un’altra bottiglia; questa volta era champagne, ed era gelido, con le goccioline lungo il vetro.
“Cosa pensa, dottoressa, questa clausola è nulla come ci hanno eccepito i legali della controparte? E se sì, perché? ”
Fissandomi serio, Giannini mi pose questa domanda come se la risposta fosse questione di vita o di morte.
Rimasi per un attimo in silenzio, cercando di recuperare la concentrazione, quando Bruni aggiunse, sorridendo: “Diciamo che per lei, questa, è una risposta decisiva. Come ben sa, infatti, dopo il primo periodo di pratica, dobbiamo valutare se il praticante può essere tenuto all’interno dello studio o se, una volta dato l’esame di stato, deve andarsene”.
Sorrideva, ma sapevo che quello che diceva era maledettamente serio: “Certo che lo so, è per questo che vorrei un po’di tempo per pensare alla risposta”.
“NO, cara mia, NIENTE tempo”, aggiunse alzando la voce Giannelli.
“Quando siamo di fronte alla controparte, con i clienti presenti, non possiamo avere esitazioni. Dobbiamo rispondere subito; e bene”.
A queste parole, entrambe si misero a ridere guardandosi.
Io ero in uno strano stato: un po’ spaventata, ma anche terribilmente eccitata dalla sensazione di sottomissione totale che stavo provando nei loro confronti. Il mio futuro era nelle mani di questi due uomini e io lo sapevo. Non mi lasciavano scampo. Dovevo contemporaneamente rispondere alla domanda e compiacerli nel loro gioco sadistico, per avere margini in caso di errore. Inesorabilmente, notai che dalla camicia si intravedevano i miei capezzoli duri e gonfi per l’eccitazione e l’adrenalina che scorreva nel mio corpo.

“Avanti. Siamo buoni. Le lasciamo qualche minuto per rilassarsi e riprendere la concentrazione”.
Bruni aggiunse: “Giannini, sfili le scarpe alla dottoressa e le faccia appoggiare le gambe lungo il divano, sia cavaliere; la nostra giovane collega sarà stanca…”.
Nonostante l’imbarazzo in cui mi trovavo, trovai l’idea eccezionale: non ero ancora abituata a portare i tacchi alti per così tanto tempo, e i piedi mi facevano veramente male.
Giannini mi prese i piedi sulle sue cosce, e mi sfilò le scarpe con grande delicatezza. Subito dopo accennò un piccolo massaggio, spostandomi i piedi
verso il divano su cui ero seduta.
Senza dovere muovere un muscolo, mi trovai sdraiata, con la testa appoggiata al bracciolo e non riuscii a trattenere un lungo sospiro di piacere, quasi un gemito.
Che non sfuggì ai due.
“Dottoressa, non emetta suoni ambigui. Pensi se entrasse un collega ritornato in anticipo…”.
E Giannini: “Lo prenderei quasi come un invito a continuare: se lei crede…”.
Non risposi né all’uno né all’altro. Lasciai che pensassero loro a quello che era giusto fare a quel punto.
Bruni si avvicinò dietro la mia testa, sostituendomi il secondo bicchiere – finito – con una gelida coppa di champagne. Mi girai per ringraziarlo, ma mi blocco dolcemente la testa e non mi permise di guardarlo. Questa costrizione, queste mani che per un momento forzarono il mio collo ad una posizione innaturale, per un momento mi fecero sentire come quando, nelle mie fantasie sm, mi faccio legare da Anna alla testata del letto con infilato nel culo e nella figa un vibratore a doppio fallo che comprammo insieme ad Amsterdam al liceo. A volte mi lascia in posizioni assurde per ore, e se capita, lascia che i suoi amici e le sue amiche passino davanti alla mia camera con la porta lasciata appositamente aperta. è inutile dire che quando mi slega le chiedo di stantuffarmi come una belva con quell’attrezzo che per così tanto tempo ho spostato di pochi centimetri muovendo il bacino…

Assaggiai lo champagne freddo e spumeggiante, lasciando che qualche goccia mi scivolasse lungo gli angoli della bocca. A questo punto ero in gioco e volevo giocare per vincere. E poi, cominciavo a essere un po’ brilla (non mangiavo dalla sera precedente) e mi sembrava di vivere in diretta le fantasie tante volte fatte con Anna.
Giannini riprese a massaggiarmi dolcemente i piedi, tenendo il suo viso a pochi centimetri dalle mie caviglie, guardandomi fisso negli occhi.
Da quella posizione, avrebbe potuto vedere benissimo tra le mie gambe, ed io faticavo a tenerle serrate, dato il rilassamento che mi davano i massaggino che mi faceva.
Decisi di compiere un’altra mossa azzardata, dicendo tra me e me che – in fondo – si stavano comportando come con una sorella piccola e che non c’era malizia nei loro comportamenti… ma sapendo che non era proprio così, visto quello che dall’alto poteva vedere Bruni, seguendo lo champagne che dalle labbra stava colandomi lungo il collo sui seni…
Aprii le gambe rilassando i muscoli delle cosce. Mi resi immediatamente conto che dalla mia fighetta depilata (per il costume da bagno in piscina…) cominciava a uscire un po’ di umore profumato. Le mutandine saranno state sicuramente un po’ più scure in quella zona, ma ormai…
Giannini fece finta di niente e non alzò lo sguardo. Bruni si mosse per un po’ alle mie spalle e poi cominciò a massaggiarmi il collo e la parte alta del petto, spargendomi il vino francese lungo i bordi del reggiseno.
Stavo definitivamente rilassandomi, e non avevo certo voglia di pensare a cosa si vedeva dal fondo del divano…
Quando il più giovane dei due spostò le mani dai piedi ai polpacci, alzò lo sguardo, come preoccupato di una mia reazione negativa.
In quel momento capii che la mia situazione di sottomissione, stava diventando assoluta: non dissi una parola e non mi spostai di un millimetro, lasciandoli fare.
Bruni, da uomo di esperienza, capì che le porte erano aperte. Ma non si sbilanciò più di tanto.
Per il momento si limitò a appoggiare il dorso ancora gelido della bottiglia tra i miei seni, facendomi diventare i capezzoli duri come spilli.
Finalmente riuscii ad aprire bocca: “Va bene adesso, grazie. Sono pronta a rispondere alla domanda”.
Era più una prova, per essere certa di non esagerare, che una volontà di interrompere quel piacevolissimo momento.
“Brava dottoressa. Brava. ” Mi girai verso Bruni per sentire il resto della sua frase, quando mi accorsi che i movimenti che avevo sentito poco prima erano dovuti al fatto che nel frattempo, il mio superiore, si era slacciato i pantaloni e aveva estratto il suo cazzo (che peraltro era anche piuttosto bello e grosso).
Non potei fare a meno di emettere un gridolino, più di stupore che di panico.
“Ah, mi scusi, non mi ero accorto. Non volevo spaventarla”. Mi disse lui.
Io mi girai istintivamente verso Giannini, come per chiedere spiegazioni, quando mi accorsi che – a sua volta – si era tolto pantaloni e mutande, e si masturbava lentamente, facendo scorrere qualche goccia di champagne lungo lo stelo del suo cazzo (un po’ più piccolo ma molto bello e dritto).
“Ma cosa avete intenzione di fare? Io me ne devo andare, è tardi! “, dissi, senza troppa convinzione.
Bruni chiuse delicatamente la porta, sfilandosi la camicia e togliendosi del tutto pantaloni, mutande e calze. Era maledettamente bello, così, nudo.
Uomo e potente.
Giannini fece lo stesso e si avvicinò a me, prendendomi il viso tra le mani e portandoselo a pochi centimetri dal suo.
“Ho letto il suo parere sul contratto, dottoressa. E le posso anticipare che la sua risposta in merito alla clausola nulla del contratto, è sbagliata! “.
Mi sentii il sangue gelare. Il fiato di Giannini era fresco e profumato di champagne, i suoi occhi mi avevano penetrata come avrebbe potuto fare il suo cazzo, che sentivo spingere sul mio inguine, e la mia carriera era finita. Tutto insieme.
Non feci in tempo ad abbozzare una risposta, che mi trovai la lingua di Giannini tra le labbra, cominciando un’esplorazione a cui non seppi resistere.
Insieme accarezzavamo gli interni delle nostre bocche, ci leccavamo le labbra e ci scambiavamo saliva come se non avessimo mai fatto altro fino a quel momento.
Mi ero dimenticata di Bruni in quell’attimo di godimento totale.
Ma non lui di me.
Mentre Giannini mi baciava, senza toccarmi, infatti Bruni cominciò a spogliarmi con mani ferme ed esperte. Se penso che il mio collega praticante Desi ci ha messo trenta minuti solo per il reggiseno e la gonna!
In poco tempo eravamo sdraiati sul tappeto, tutti e tre.
Nudi e un po’ ubriachi cominciammo a toccarci ovunque, a leccarci e morderci.
O meglio.
Io ero la parte passiva del gioco.
Un po’ perché ero ancora rigida e sconvolta dalla situazione, un po’ perché – come si sarà capito – adoro essere oggetto di piacere e sottomessa ai voleri di altri.
Giannini capì subito questa mia tendenza. Infatti, dopo qualche minuto, si staccò da me, e fece fare altrettanto a Bruni.
Si alzarono e si misero a sedere sul divano.
Poi il più giovane dei due mi ordinò: “Vai a prepararci due gin tonic. Le bottiglie sono in frigo”.
Rimasi immobile, seduta a gambe incrociate per terra di fronte a loro.
“Dottoressa. Il collega le ha dato un incarico preciso e dettagliato. Lo svolga. ”
Era incredibile, queste due persone erano autorevoli anche nude con i cazzi dritti tra le mani! Avreste dovuto vederli. Si accesero una sigaretta e si misero a fumare a gambe accavallate, come se fossero in una pausa di una riunione, e per di più, stavano lì nudi, parlando del contratto.
Io mi alzai lentamente, e mi diressi verso il frigo bar. Camminando mi accorsi che lungo le cosce stavano colando i miei umori abbondantemente prodotti a causa di quello che i due mi avevano fatto prima. Era imbarazzante. Loro così naturali ed io goffa e colante…
Preparai i gin tonic per tutti e tre e – prima di portarli sul tavolo – mi legai in vita un foulard indiano che era su una delle poltrone.
Una volta avvicinatami ai due avvocati, il più grande dei due mi chiese di restare in piedi davanti a loro per un attimo.
Lo feci.
“Diamo una asciugatina, altrimenti rimangono le macchie sui cuscini. Lei capisce signorina. E poi la sua collega Anna le avrà raccontato di cosa è successo l’ultima volta con mia moglie…”.
Mentre diceva questo, mi sciolse il drappo che avevo legato in vita, e delicatamente lo passo tra le mie gambe tenendolo appoggiato sulla sua mano forte e decisa. Si fermò qualche secondo proprio tra le labbra della mia figa, spingendo le dita all’interno, fasciate di tessuto. E poi mi invitò a sedere. Nuda.
Ero di nuovo eccitata, ed anche loro ripresero vigore, a guardare i loro uccelli, nuovamente turgidi.

Mentre mi guardavano in silenzio, pensai ad Anna. Ecco perché aveva cominciato a inventare fantasie sulle colleghe donne al posto che sui due avvocati nostri prediletti. Loro la avevano già avuta! L’ultima volta che ci masturbammo insieme infatti, cominciò a parlare della nostra segretaria e del suo giovane fidanzato, immaginando che si prendessero la rivincita su di noi, loro titolari…

“Si sente più a suo agio ora dottoressa? Mi sembra che la sua faccia sia meno tesa adesso. ”
“A questo punto non ci rimane che brindare al un contratto segreto che stiamo per stipulare! ”
Automaticamente alzai il bicchiere e lo trangugiai in un sorso. Avevo esagerato con il gin, ma forse era meglio così, dato quello che stava per succedere.
Tutti e due gli uomini si alzarono e si avvicinarono.
Mi presero le mani e le appoggiarono sui loro cazzi pulsanti, accompagnando il movimento delle mie mani in una lenta masturbazione.
Avvicinarono i loro volti al mio e cominciarono a baciarmi delicatamente.
Io cercavo di contenermi, ma non riuscivo a non muovere il bacino freneticamente, cercando qualche contatto che mi stimolasse il clitoride. Le mie mani cominciarono ad aumentare il ritmo e con questo anche i respiri dei due uomini.
Incredibilmente, ancora prima di mettere le loro lingue nella mia bocca, i due si baciarono e si leccarono.
Pensavo di impazzire dall’eccitazione.
Li lasciai baciare e – passando sotto le loro teste – andai a cercare i loro uccelli.
Presi in bocca prima quello di Bruni. Quasi per una questione di gerarchia. Ma soprattutto perché non mi era capitato spesso di vedere un cazzo così bello e grosso…
Mentre succhiavo e leccavo quella verga fantastica, essendo chinata in avanti, Giannini staccò la mia mano dal suo uccello e mi alzò le chiappe mettendosi a sedere sul divano, sotto di me.
A questo punto Bruni era in piedi davanti a me, io ero intenta a sbocchinarlo, seduta su Giannini che nel mentre me lo aveva messo dentro senza fatica data la quantità di liquidi che stavo emettendo…
Venni dopo pochi minuti, urlando e dimenandomi, senza smetter di tenere in bocca quel cazzo splendido. Anche Bruni venne qualche istante dopo. Io sentii arrivare lo sperma dal rigonfiarsi dello stelo, ma volli tenermi tutto quello che mi avrebbe versato in gola. Mi è sempre piaciuto ingoiare sperma. Non capisco chi fa i bocchini e poi si fa venire sulla pancia…

Giannini smise di pomparmi.
“Dottoressa. Ora basta. Lei ha goduto troppo per essere una praticante”.
Io cercai di dire qualcosa: “Ma come.. ”
“Silenzio, piccola troia”, intervenne Bruni.
“Ora mettiti in ginocchio davanti a noi”.
Dal tono, capii che non c’era molto da fare.
E obbedii godendo.
Mi misi direttamente a quattro zampe davanti a loro, in attesa di ordini più precisi.
Bruni mi girò intorno con la bottiglia di champagne tra le mani.
Intanto Giannini cominciò a prendermi i capezzoli tra le dita della mano destra, mentre con la sinistra prese una molletta porta denaro dal tavolino.
Bruni cominciò ad appoggiare il collo della bottiglia di champagne al buco del mio culo. Che era ancora vergine.
Provai a dirglielo. Ma lui se ne era già accorto.
Faceva scivolare il collo della bottiglia nella figa, bagnandolo e lubrificandolo per poi strusciarlo nell’ano, preparandolo.
Anna mi aveva spiegato che la cosa migliore era rilassare totalmente la parte addominale e lo sfintere, per non sentire troppo dolore. E io stavo cercando di farlo.
Ma non era facile non contrarsi, dal momento che Giannini stava cominciando a torturarmi i seni con la mano e con la molletta. Io adoro il dolore ai capezzoli. Mi provoca un piacere indescrivibile.
Ma mi fa stringere il culo!
Proprio mentre riuscii a rilassare un pochino lo sfintere: Dentro!
Bruni spinse la bottiglia all’interno del mio culo con fermezza ma senza esagerare.
Sentii un calore salirmi lungo la schiena e riempirmi la testa.
Giannini eccitato ricominciò con i miei capezzoli, sdraiandosi a terra vicino a me e pregandolo di mordergli i suoi.
Lo feci, in preda agli spasmi che mi provocava l’altro da dietro spingendo sempre più a fondo la bottiglia che sentivo allargarsi man mano che entrava.
Leccavo e mordevo Giannini, quando Bruni mi alzò sulle ginocchia e mi fece sedere sui talloni. Senza togliere la bottiglia.
Tutti e due cominciarono a spingere sulle mie spalle, facendomi conseguentemente penetrare sempre più a fondo dal contenitore dello champagne…
Urlai di dolore e di piacere, sentendo che un po’ di sangue stava uscendo dal mio culo, come mi aspettavo.
Loro sembravano impazziti: Bruni strappava i capezzoli di Giannini con una pinza che non so da dove fosse uscita, Giannini sbocchinava Bruni che godeva spingendomi sempre più forte sulla bottiglia incurante del mio dolore.
Ed io li pregavo di darmi i loro cazzi per farmi venire ancora.
Dopo poco, mi alzarono in piedi, sfilandomi lentamente la bottiglia dal culo dolorante, ma in parte anestetizzato.
Mi chiavarono a turno, mentre l’altro si inculava con la stessa bottiglia usata per me, bevendo e facendomi bere l’intera bottiglia di gin. Ne lasciarono solo un goccio. E lo usarono per disinfettare il mio culo tagliato e lacerato, procurandomi ancora quella bellissima sensazione di dolore piacere a cui non so resistere.
Vennero ancora dentro di me, uno in gola e l’altro in figa.
E mi baciarono passandosi lo sperma che avevo conservato tra le guance.
Dopodiché, sfiniti e ridenti, ci accasciammo a terra, addormentandoci senza accorgercene.
Ci svegliò la mattina dopo alle 5 la giovane tailandese che fa le pulizie in Studio ogni giorno.
Si avvicinò a noi in silenzio. Guardò i nostri sessi nudi. Sfiorò il mio seno con lo sguardo… FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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