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Racconto erotico

Il complesso

Patrizia beveva a piccoli sorsi il terzo Gin-fizz della serata e si sentiva leggera, libera, felice, e intanto guardava Marco, adorandolo anche da lontano.
Erano settimane che le piaceva e per settimane lei aveva atteso che lui si decidesse a parlarle, ad accorgersi di lei. Ma poichè non aveva avuto fortuna, quella sera si era fatta coraggio e lo aveva quasi letteralmente abbordato.
Lui le aveva sorriso con i suoi magnifici denti che mandavano scintille quando erano illuminati dal raggio di luce sul palcoscenico, e le aveva detto che era un tipino in gamba, che gli piaceva e che lo aspettasse, perchè al termine della sua serata di lavoro, l’avrebbe condotta in un bel posticino.
Patrizia, a ventitre anni ormai compiuti, non era certo una verginella: sapeva come andavano le cose, e immaginava quello che Marco avrebbe voluto da lei, ed era disposta, lo avrebbe accontentato, anche se non era nel suo carattere cedere subito a un ragazzo. Non la prima sera, comunque.
Lui cantava e suonava la chitarra e, durante i due intervalli, era venuto al tavolo dove lei stava da sola e le aveva presentato i suoi amici. Tutti ragazzi molto simpatici con i quali lei aveva riso e scherzato, felice di essere così considerata e apprezzata da tanti giovani insieme. Ma ciò che le dava la gioia maggiore era il modo in cui la guardava Marco. Era orgoglioso di lei, dei complimenti che gli amici le rivolgevano e ogni sguardo che lui lanciava attorno pareva dire: “Vedete, è bella, è un tipino in gamba ed è qui soltanto per me”
La sala era ormai quasi vuota, Patrizia beveva il quinto Gin-fizz fattole portare da Marco, e i cinque ragazzi che componevano il complesso eseguivano svogliatamente gli ultimi pezzi.
Quando la nota finale cadde nella sala, c’era rimasta soltanto lei e alcuni camerieri che stavano raccogliendo i bicchieri vuoti dai tavoli.
Marco fu quasi subito da lei e la baciò.
Stupita, Patrizia provò piacere a quel primo contatto diretto e ricambiò il bacio con tutta la passione che aveva in corpo. Si lasciò rovistare la bocca dalla sua lingua vorace e provò a infilare timidamente a sua volta la sua per intrecciarla a quella di lui, poi, sollecitata dalle braccia di lui che la tiravano, si alzò in piedi.
Si accorse di avere le gambe un poco malferme e la testa che le girava, ma fu lieta nel sentire le parole che Marco pronunciava ad alta voce. Forse era anche lui un po’ ubriaco, ma diceva cose tanto carine.
– Ehi, ragazzi! Avete visto che schianto la mia pupa? pensate che mi ha atteso per quasi quattro ore… le darò un premio speciale. –
Gli altri risero, si fecero attorno a loro e a turno salutarono la ragazza baciandola sulle guance.
Patrizia si stupì di nuovo di tante effusioni, ma era nello spirito adatto per accettare anche le cose che di norma le sarebbero parse strane e li lasciò fare, sorridendo, gli occhi luccicanti.
Poi seguì Marco che, salutati gli altri con un gesto circolare della mano, la stava guidando verso l’uscita.
In macchina non parlarono. Marco le lanciava occhiate vogliose e lei era troppo eccitata per pensare a fare conversazione.
– Vieni. Vedrai che posticino delizioso – le disse Marco, quando ebbe fermato l’auto sul retro di una bassa costruzione in pietra.
– è casa tua? –
– No. è solo un posticino grazioso dove portiamo le nostre ragazze. Sono sicuro che piacerà anche a te. –
Il posto era davvero bello, pensò Patrizia entrando, ma non ebbe il tempo di guardarsi molto attorno, perchè subito Marco cominciò a baciarla e a spogliarla.
Arrivarono in camera da letto che lei era gà senza camicetta e con la cerniera della gonna abbassata.
Finirono subito sul materasso morbido e le mani di Marco furono leste a completare l’opera iniziata in anticamera. La gonna fu sfilata in un attimo, il reggiseno e le mutandine la seguirono a brevissima distanza.
Patrizia fu nuda in un baleno e sentì un tuffo al cuore quando lo vide nudo a sua volta.
Era bello senza mezze misure. Ben fatto, forte e muscoloso. E anche il suo sesso era bello e teso. E già pronto.
Stesa sulla schiena si dispose ad accoglierlo, e non si sorprese avvedendosi della sua intenzione di incominciare subito a fare l’amore.
Capiva la sua fretta e la giustificava perchè anche lui, come lei, aveva bevuto molto, e non doveva riuscire a controllarsi.
Decise di facilitargli il compito, rinunciando a priori a trarre il proprio godimento da quel loro primo incontro; si spalancò e con le mani lo guidò al centro del suo inguine, fra le sue cosce aperte, perchè potesse entrare subito.
Sentì un male cane quando la sua carne fu forzata ad aprirsi, e fu sul punto di pregarlo di fermarsi, per avere il tempo di bagnarsi. Ma resistette e continuò ad assecondarlo.
La possedeva con furia, spingendo ogni colpo più a fondo, e se Patrizia non ne fosse stata così fanciullescamente cotta, avrebbe cercato di sfuggire a quel contatto animalesco che le procurava solo dolore.
La scavava con forza, dilatandola dolorosamente e spingendo il suo fallo con veemenza fino in fondo al suo canale asciutto, le dava delle botte terribili in fondo alla vagina. Il bruciore della frizione le infiammava il basso ventre e il dolore dei colpi contro il suo osso pelvico le facevano mordere il labbro per non gridare.
A un tratto Marco smise di agitarsi e, staccando la bocca dalla sua, la guardò negli occhi.
– Dì un po’, pupa, hai preso la pillola, vero? –
Patrizia si era aspettata qualcosa di più carino, di più intimo, qualcosa che valesse a cambiare quell’atto bestiale nel dolce incontro che lei aveva sperato.
Rispose di si, ma rimase delusa.
Doveva aspettarselo che sarebbe cominciata così. Era stata troppo sfrontata nell’abbordarlo. Si era offerta in maniera leggera e ora doveva accettare. L’importante era averlo, dimostrargli il proprio valore di donna, poi col tempo le cose sarebbero migliorate.
Dopo il suo monosillabo, Marco riprese a cavalcarla con ancora più lena e gli bastarono pochi altri colpi frenetici per arrivare all’orgasmo.
Sentì i suoi fiotti ardenti bagnarla dentro, in profondità, e ne provò quasi un po’ di sollievo, dopo il bruciore che aveva patito.
Si sollevò da lei quasi subito, lasciandola aperta, scomposta e sporca. Fu l’orgoglio a farla parlare.
– Marco… ti prego… facciamolo ancora e cerca di farmi godere, almeno un poco… ! –
– Ma certo, pupa – le rispose ridendo. – Lo faremo ancora molte volte. – si infilò i calzoni e la camicia. – Ora però debbo andare un momento in bagno. Torno subito. –
Uscì e dopo qualche attimo la porta si riaperse.
Patrizia ne fu felice e, nella penombra, scrutò per rivedere la faccia adorata.
Si accorse subito che non era lui e si rese conto che Marco non poteva aver fatto così presto ad arrivare in bagno e tornare.
Gridò nello stesso istante in cui la mano si allungava verso il letto per prenderla. Cercò di fuggire, ma la grande quantità di alcool ingerita nel corso della serata le impastava il cervello e i muscoli, e si ritrovò inchiodata sul letto e sovrastata da un peso odioso che stava dandosi da fare in mezzo alle sue cosce.
Non riuscì a richiuderle perchè il giovane, uno degli amici di Marco, era riuscito ad anticipare la sua reazione e a piazzare un ginocchio in mezzo alle sue gambe.
Lottò, richiamando a se forze che non possedeva più, urlò chiamando Marco, e poi prese a piangere perchè si accorse di essere troppo debole e di non poter resistere alla forza scatenata del ragazzo infoiato e mezzo ubriaco che le pesava addosso.
Cedette di schianto e si nascose il viso rigato di lacrime dentro il braccio ripiegato. E si lasciò fare, immobile e inerte come una bambola di stracci.
Fu più violento ancora del suo predecessore. Come in un sogno orrendo, lo sentì forzarla, aprirla, dilatarla dolorosamente, agitarsi su di lei a lungo, instancabile e violento, poi bagnarla dentro e infine ritrarsi. Non aveva dubbi che sarebbero arrivati, uno dopo l’altro, e che l’avrebbero presa tutti.
Capì che stava pagando per la sua leggerezza e si morse le labbra sino a farle sanguinare mentre il terzo e poi il quarto e il quinto si stendevano, si agitavano, si vuotavano dentro di lei.
Quando anche l’ultimo ebbe terminato, Patrizia aveva la nausea e solo il desiderio di scomparire, di annullarsi, di cancellare il ricordo di quell’orrenda avventura.
Si sentì sollevare e mettere in verticale e pensò che l’avrebbero rivestita per accompagnarla da qualche parte e sganciarla, ma quando i suoi occhi stanchi furono investiti dalla forte luce del lampadario che qualcuno aveva acceso, ebbe terrore che non fosse finita.
Si lasciò cadere in ginocchio. Si fece male, ma non si lamentò. I suoi gemiti si erano ormai esauriti. E guardò in su, verso le cinque facce che la sovrastavano ridendo.
Cercò quella di Marco e riuscì a guardarlo senza odio, anche nel momento in cui lui aprì la bocca per dire:
– Allora, pupa, hai goduto abbastanza? –
Patrizia capì che non doveva contraddirlo. Se voleva salvarsi, doveva dire di si.
– Certo… grazie. – mormorò.
– Non sembri convinta. Perchè? I ragazzi non sono stati abbastanza prodighi con te? Non ti hanno amato abbastanza? Posso farli ricominciare, se vuoi… –
– No… no, va bene così… Tornerò… domani sera… adesso sono molto stanca… – disse Patrizia, comprimendosi le mani contro le cosce dolenti.
– Però! – esclamò Marco. – L’avevo detto che era un tipino in gamba! Torna domani sera. Brava! Brava ragazza… va bene, aiutiamola a rivestirsi… –
La sollevarono di nuovo e uno tese il reggiseno mentre un altro la sorreggeva sotto le braccia.
Patrizia fece uno sforzo e cominciò a indossare l’indumento. Per farlo si contrasse e sentì un dolore lancinante al basso ventre.
Fu più forte di lei. Si piegò e si compresse con le mani il pube. Inconsciamente, offrì le proprie natiche tonde e compatte allo sguardo di tutti.
Non seppe mai di chi era la mano che si incuneò tra i suoi glutei, a sfiorarle l’ano, ma sentì la voce di Marco che diceva:
– Guardate! Sta superando se stessa. Ci sta offrendo un nuovo divertimento. Che ne dite ragazzi? –
Patrizia desiderò morire, e le parole successive le colpirono il cervello come tante sassate.
– Sorreggetela un po’ e tenetela ferma: tocca a me aprire la strada… Forse ce l’ha vergine, almeno quello! –
Risa. Urla di incitamento. Pacche. Mani robuste che la bloccavano in posizione. E intanto il suo corpo veniva di nuovo usato, abusato. Mani dure che le aprivano le natiche. Ecco, era il momento.
Sentì un dolore fortissimo, incredibile. Si contrasse, cercò di rattrappirsi, ma qualcosa che le sembrò enorme si fece strada dentro di lei. La scavò, la lacerò, si sentì aprire in due.
Ritrovò un briciolo di forze e cercò di scrollarsi da quel martirio, mentre urlava tutto il suo dolore. Ma non le diedero la minima possibilità di evitare quell’ignominia.
Passarono di nuovo tutti e Patrizia svenne un paio di volte, ma non le lasciarono neppure il conforto dell’incoscienza, perchè ogni volta furono lesti a gettarle dell’acqua sul viso perchè si riprendesse, perchè collaborasse a quello stupro e godesse con loro.
Quando sentì che la rivestivano, i suoi nervi crollarono e, versando le ultime lacrime dei suoi occhi ormai vuotati, cadde in un’incoscienza dalla quale neppure l’acqua e gli scossoni poterono svegliarla.

Tony non aveva sonno. La noiosa serata trascorsa da un locale all’altro lo aveva lasciato insoddisfatto e con un vago senso di aspettativa, come di qualcosa che dovesse rompere la monotonia. Fu per questo che, dopo aver fermato l’auto sotto casa, il giovane si incamminò per fare due passi nel parco, anzichè rientrare.
Era tardi e il suo proposito di fare ancora una passeggiata era assurdo, ma fu più forte di lui, e proseguì, allontanandosi sempre più.
A un tratto, mentre lanciava lontano il mozzicone della sigaretta, Tony vide una macchia scura, stranamente distesa su un’aiuola, in mezzo a due grossi alberi.
Pensò al solito ubriaco che la stagione calda aveva convinto a scegliersi l’erba come letto e fece per tirare avanti, ma il bagliore giallo che mandava la testa della figura stesa, lo fece ritornare sulla sua decisione.
Scavalcò la bassa ringhiera, e con due passi fu vicino alla sagoma: era una donna, come aveva immaginato, e l’eleganza degli abiti che indossava escludeva il fatto che si trattasse di una barbona.
Si chinò sul corpo e lo rivoltò. Quando il bel viso sotto i lunghi capelli fu abbastanza a fuoco, Tony provò una fitta alla bocca dello stomaco, mentre una sorta di terrore cieco gli paralizzava i movimenti.
Era Patrizia! La ragazza che conosceva da tempo e che più di una volta aveva invitato a uscire, ma senza fortuna.
Cosa faceva lì, stesa a quel modo? Cosa le era capitato?
Non sembrava ferita e respirava abbastanza bene, seppure un po’ debolmente.
Dopo qualche inutile tentativo di rianimarla, se la caricò tra le braccia e si mosse svelto in direzione della propria auto.
Sudando e ansimando per lo sforzo, il giovane raggiunse la macchina, adagiò il corpo ancora inerte di Patrizia sul sedile anteriore, poi si mise al volante e partì in direzione del più vicino posto di pronto soccorso.
Mentre guidava come un ossesso, Tony lanciava rapide occhiate in direzione della ragazza e si chiedeva se le sue apprensioni non fossero infondate e se non era meglio portarla a casa.
A un tratto Patrizia emise un mugolio indistinto e sbattè il braccio contro la portiera. Tony si voltò a guardarla: aveva ancora gli occhi chiusi, ma stava agitandosi e sembrava sul punto di risvegliarsi. Indeciso se fermarsi o proseguire, Tony preferì andare avanti e pigiò maggiormente l’acceleratore.
Il leggero sobbalzo dell’auto scosse un po’ la ragazza, che aprì del tutto gli occhi. Si guardò attorno e, mentre una smorfia le deturpava i bei lineamenti, riconobbe il giovane che era alla guida.
– Tony! – esclamò.
– Ciao! Stai bene? –
Lei non rispose.
– Dove stiamo andando? – chiese dopo un po’, sollevandosi su un gomito.
– Pensavo di portarti da un medico… –
– Non ho bisogno di medici! –
– Allora stai bene? –
Di nuovo lei non rispose e il giovane preferì non insistere.
Quando la croce rossa luminosa si stagliò in lontananza di fronte a loro, Patrizia si riscosse.
– Ti ho detto che non mi servono medici! –
– Non sarà male, invece, che tu ti faccia dare un’occhiata! – ribattè Tony.
– Ferma la macchina! Voglio scendere. –
– Ma perchè? Che può farti di male un medico? –
– Niente. Non voglio andarci. Fammi scendere! –
Tony accostò al marciapiede e si fermò. Lei afferrò la maniglia e spinse lo sportello, ma nello sforzo non riuscì a trattenere un gemito per un improvviso dolore al basso ventre.
– Aspetta, Patrizia! Dove vuoi andare in queste condizioni? –
– Sono affari miei. –
In un’altra occasione Tony si sarebbe offeso e l’avrebbe lasciata andare, ma intuendo che qualcosa non funzionava e che doveva aiutarla anche contro la sua volontà, si fece forza e la prese per un braccio.
– Resta dove sei. Non ti porterò da un medico, nè ti farò altre domande, se non vuoi rispondere… Però non puoi metterti per strada in questo stato. –
La ragazza voltò i grandi occhi verso di lui e per un attimo a Tony parve di vederci dentro una luce di riconoscenza. Ma subito lo sguardo tornò gelido.
– Va bene. Portami a un posteggio di taxi. – gli disse.
– Posso accompagnarti io, se vuoi andare a casa… –
Gli occhi azzurri tornarono a guardarlo. Erano ancora più freddi e a Tony parvero anche cattivi, in quel momento.
– Non voglio niente. Voglio che mi lasci in pace, che tu mi faccia scendere e che la smetta di farmi delle domande. –
– Senti, Patrizia, ti stai comportando come una sciocca: io cerco di aiutarti… –
– Non voglio essere aiutata! – Lo interruppe lei. – Non ne ho affatto bisogno. Posso cavarmela benissimo da sola! –
Lui le lasciò il polso e, servendosi della stessa mano, spinse la portiera, spalancandola.
– Va bene, testa dura! – esclamò. – Và pure, se ti dò tanto fastidio. –
Lei non se lo fece ripetere e riuscì a gettare fuori le gambe e a mettersi verticale sul marciapiede. Cominciò subito a camminare, strascicando i piedi, senza neppure voltarsi a salutarlo. Tony, innervosito, chiuse lo sportello, spinse l’acceleratore e si allontanò in tutta fretta.
Ma fece solo un paio di isolati e si fermò. Guardò lo specchietto retrovisore per controllare se tutto andasse bene.
A un tratto Patrizia si appoggiò al muro e si portò una mano alla fronte. Vacillò, si tenne a fatica, ma le gambe le si piegarono e cominciò a scivolare contro il muro, verso il marciapiede.
Tony la raggiunse di gran carriera, sgommando in retromarcia: era di nuovo svenuta e di nuovo dovette sollevarla di peso e trasportarla fino alla macchina.
Accantonando definitivamente l’idea di condurla al pronto soccorso, Tony diresse l’auto verso casa propria, dove giunse, in una decina di minuti, senza che Patrizia si fosse più svegliata.
– Dove siamo? – furono le prime parole di Patrizia quando, riaperti gli occhi, si guardò attorno senza riconoscere la stanza che la ospitava.
– A casa mia, non preoccuparti – rispose Tony, premuroso.
– Ancora tu? Ma non ti sei ancora stufato? –
– No! –
– Senti, ma perchè te la stai prendendo tanto a cuore per me? –
– Ci conosciamo, no? Siamo amici. Mi è parso giusto porgerti una mano… –
– Io sono stata molto scortese con te: un altro avrebbe tagliato corto e mi avrebbe lasciata perdere. –
– E va bene – ammise Tony. -Diciamo che sono stato tenace perchè mi piaci. –
A quelle parole l’espressione di Patrizia si contrasse e il suo viso espresse disgusto.
– Non sapevo di farti questo effetto – continuò Tony. – Comunque tranquillizzati, non ho la minima intenzione di insistere. –
Patrizia scosse la testa.
– Stà tranquillo, non ce l’ho con te. –
Tony si aspettava un seguito, uno sfogo. Sperava che finalmente lei gli raccontasse qualcosa, e invece si limitò a chiedergli una sigaretta e poi a chiudersi in un pensieroso silenzio.
Tony non trovò di meglio che sedersi in una poltrona e accendere a sua volta una sigaretta.
– Patrizia, non devi rientrare? Sono quasi le tre. –
La ragazza parve risvegliarsi da quella specie di letargo a occhi aperti.
– è vero – disse. – Mia madre starà in ansia… Le avevo detto che sarei rientrata al massimo all’una… –
– Forse dovresti telefonarle. –
– Hai il telefono qui? –
– Certo – rispose il giovane indicandole l’apparecchio poggiato sul tavolino da notte accanto a lei.
– Tony uscì dalla stanza e quando tornò, alcuni minuti dopo, lei era in piedi e guardava fuori dalla finestra.
– Le ho detto che sono da un’amica e che non rientrerò… Posso stare qui da te? –
Tony sorrise, annuendo. Era felice di quella richiesta. Patrizia, infatti, anche se il suo viso non era bello come al solito, era una di quelle ragazze che basta guardarle per desiderarle e che ti fanno compagnia anche se non spiccicano una parola.
– E senti… – proseguì Patrizia, un po’ timida. – Avrei un altro favore da chiederti: potrei fare un bagno? Ne ho veramente bisogno. –
Tony le indicò la stanza da bagno, le porse un accappatoio, poi si mise a leggere, seduto nella stessa poltrona.
Patrizia tornò dopo circa mezz’ora e appariva rinnovata, fresca, bella, odorava di saponetta. Tony le sorrise stupidamente e la guardò come uno che si sia sperduto da giorni nel deserto e che guardi un’oasi con una fonte di acqua fresca.
– Non mi guardare così, mi fai sentire a disagio – disse la ragazza, avvicinandosi – Comunque, mi sento meglio – e gli andò accanto a prendere una sigaretta dal pacchetto che lui aveva posto sulle ginocchia.
Quando Patrizia si chinò, Tony si accorse che sotto l’accappatoio lei era ancora nuda e le piccole punte dei seni che Tony intravide, trasmisero ai suoi nervi una scarica elettrica.
Si sentì eccitato e pronto a scherzare e a cercare di convincerla a dividere anche il letto, oltre che l’appartamento, con lui. Ma gli bastò guardarla negli occhi per capire che sarebbe stato inutile e che se anche avesse detto di si, lei non avrebbe partecipato: il suo sguardo era troppo lontano, troppo spento e avvilito perchè lei potesse pensare a divertirsi assieme a lui.
Patrizia raggiunse il letto e vi si adagiò, poi richiuse l’accappatoio attorno alle gambe, appoggiò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi.
Il giovane pensò a malincuore che la loro serata stava concludendosi e già si preparava ad alzarsi per andare a dormire sul divano del salotto, quando lei, inaspettatamente, riaprì gli occhi e cominciò a parlare, raccontandogli, nei minimi particolari, quanto le era accaduto durante la serata.
Tony la lasciò sfogare e la interruppe solo per offrirle da fumare, a più riprese, e da bere.
Il triste racconto della ragazza si fermò al momento in cui lei aveva perso conoscenza nell’appartamento e Tony aggiunse che dopo era stata abbandonata in mezzo agli alberi, dove lui l’aveva trovata.
– Schifosi! – sibilò lei.
Tony annuì.
– Che hai intenzione di fare? Li denuncerai? –
– A cosa mi servirebbe? – L’amarezza vibrava nella voce della ragazza. – L’unica cosa che otterrei sarebbe di mettere in piazza la faccenda e… poi correrei il rischio di non venire creduta… No, la cosa migliore sarebbe che trovassi il coraggio di buttarmi sotto una macchina. –
– Questa sarebbe la cosa più stupida, non la migliore – la rimproverò Tony.
– E che altro potrei fare? –
– Per esempio cercare di guarire dal trauma un po’ per volta. –
– E cioè? –
– Te lo dirò un po’ per volta – disse il giovane alzandosi e andandole accanto.
L’accappatoio si era di nuovo un po’ aperto e di nuovo la pelle bianca faceva capolino.
– Però mi serve un incentivo, un incoraggiamento da parte tua… –
– Non capisco – disse Patrizia.
Tony era ancora più vicino e bastò che si accostasse di qualche centimetro, perchè Patrizia capisse a cosa mirava lui quando parlava di incentivo.
– Ti prego, Tony – gli disse alzando una mano per fermarlo. – Non sono nello spirito adatto. –
Il giovane si fermò.
– A volte una cosa bella cancella quelle brutte – disse.
– Può darsi, ma non subito. Ho ancora addosso lo schifo di quello che è successo stasera, con Marco e gli altri… –
– E va bene. Voglio solo sperare che non sia un pretesto. –
Per la prima volta il sorriso che lei gli rivolse non era forzato, ma mostrava un’aperta simpatia.
– Non è un pretesto – lo rassicurò. – Stai tranquillo. Non te ne pentirai. – lo guardò per qualche istante negli occhi. – E… Grazie, Tony, grazie di cuore. –
– è niente… quando si è innamorati… – rispose il giovane.
Lei non rispose.
Si limitò a baciargli dolcemente le labbra. FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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