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copertina racconto erotico

Il taccagno

Sembrava un episodio banale e che sarebbe finito lì come meritava, ed invece…
Mia moglie c’era rimasta di sale e quando me lo raccontò non feci nemmeno finta di crederle, un taccagno “feroce” come lui (figlio di madre scozzese e di padre genovese? ) non poteva averle fatto tale sconto e “perso” del danaro, non poteva aver abbandonato lavoro e camice per accompagnarla ed aver “perso” tempo, non poteva averle fatti tanti complimenti e “perso” del fiato! , a meno che, dato che io spiego tutto in funzione del sesso, “figa ci covi e cazzo s’arrizzi”.
E infatti quando Wanda si ricordò di dire tutta la verità mi confidò che neanche lei aveva “perso tempo” celebrandomi la stuzzicante visione di una patta assai gonfia (un “luogo di maschio” che attira spesso l’attenzione di mia moglie).
Di lui tutti conoscono la sfrenata taccagneria, nessuno lo cita per altro motivo perciò Wanda lo classificò subito come maschio sessualmente incensurato e quindi insospettabile per le malelingue, ma che soprattutto porta nella fondina delle braghe una pistola a canna lunga e di buon calibro… un’arma che già pregustava?
– Che troia di una moglie che ho! – mi frullò in capo.
Per cercare di capire meglio “cosa cercasse” il Giovanni la mia metà tornò nel negozio del taccagno vestita e truccata “come si deve” e quello fece “il bis” con tanto di interessi, congedandola di malavoglia dopo averla corteggiata con educazione ma “trapassata” mille volte con la lama affilata del desiderio e dopo averle chiesto di tornare a trovarlo spesso.
Lo andai a trovare io, ma “per caso”.
Fu loquace e tutto teso a tessere una tela che avvolgesse sia me che mia moglie invitandoci caldamente ad andare a visitare presto un suo “immobile affare” (ma ti pare! ) che aveva acquistato per “due lire” in centro, fatto ristrutturare ad uffici e già affittato ad alto costo (! ) mentre all’ultimo piano si era fatto incastonare un gran bell’appartamento.
– Dovreste vederlo, una favola, quand’è che mi venite a trovare e stiamo un po’ insieme? , ci terrei molto sai! –
– Verremo quanto prima! – gli promisi.
– Magari, perché da quando mia moglie mi ha lasciato e mia figlia è a Bologna all’università sono sempre solo come un cane! –
– Ci verrò presto e con mia moglie perché le donne sono ancora più adatte in queste occasioni, riempiono di più i vuoti! –
– Una promessa-regalo che da te mi aspetto mantenuta! –
Dopo di che ci telefonò spesso, non voleva che ci dimenticassimo di lui e della promessa fatta, che sparissimo nel solito oblio come è un po’ di tutti in tali circostanze, si promette, poi ognuno si fà i fatti suoi e “chi s’è visto (ed ha promesso) s’è visto” e amen!
Ma stavolta non fu così e un bel giorno: – Passeremo a prenderti all’ora della chiusura, ci accompagnerai nella tua nuova magione che ci farai visitare, che ti invidieremo, ma ti costerà due bibite e quattro chiacchiere –
Era la sera incipiente di un dì dell’inizio di settembre di una estate tutta siccità ed ancor torrida.
Arrivammo e ci fermammo con la Y10 all’angolo del viale nel quale incomincia la zona pedonale e dove cinquanta metri più in là Giovanni gestisce la sua attività
Due minuti dopo era già lì, pieno di gioia, persino impacciato per star vivendo un desiderio che forse aveva pensato impossibile.
Mia moglie era passata dietro, lui si sedette al mio fianco, lo vidi beato come un bambino che fa il bagno nella nutella.
Ci fermammo nella via ove è il suo “affare ristrutturato”, una zona silenziosa e signorile, con strada selciata in porfido, lampioncini d’epoca ed inserito tra altri di valore e meritata pretenziosità, l’un l’altro concorrenti a rendere l’ambiente (una chicca) di una classe ormai dimenticata e rara.
Per un po’ commentammo il tutto dall’interno della macchina, poi la parcheggiai e scendemmo, Giovanni spostò il seggiolino anteriore che occupava, allungò la mano a Wanda per aiutarla a scendere, io chiusi la portiera lato guida… perché era rosso come un peperone? il suo sangue doveva essersi “arrampicato” e fermato tutto lì, dal suo collo in su… e ti credo! per scendere dalla Y10 Wanda si era dovuta piegare in avanti e doveva aver messo dentro i suoi occhi le belle tette debordanti dall’ampia scollatura e allungando fuori una gamba e poi l’altra e quindi aprendole come anche le cosce doveva averlo colpito “a morte” con le slip nere, trasparenti “messe in piazza” dal vestitino corto di mia moglie che, “tirata fuori con il cava tappi” dall’utilitaria e verticale ammirai orgoglioso nell’abitino che le modellava fianchi, culo, tette e ventre.
Con quel gran caldo capii e sorrisi della rossa congestione di Giovanni e pensai una volta di più a quanto sa essere (quando vuole e le conviene) birichina ed un po’ puttanella la mia metà!
Riguardammo ed apprezzammo la facciata camminando lungo d’essa, ci addentrammo nell’atrio fresco passando attraverso un pesante portoncino di legno “vero” e borchiato da un fabbro antico.
L’ascensore ci scodellò in quello che era un sottotetto e che ora è la magione di Giovanni: “una cosa” da togliere il fiato.
Entrata, stanze, corridoi, sale, servizi, un incanto dopo l’altro pur risentendo della mano di un arredatore in gamba sì, ma troppo perfetto, preciso, un po’ freddino, mancava l’anima del gusto personale, dell’errore di un accostamento o di scelta di un quadro, di un arazzo, di un abat-your messo lì o là “perché piace”, perché “ha fatto innamorare di se” rendendo caldo, personalizzato ed umano il tutto, ma era comunque e pur sempre “da bocca aperta”.
Ci sedemmo nel salottino giallo continuando, mia moglie ed io, a trasecolare di tanta bellezza “seminata” ovunque e senza risparmio.
(A proposito, taccagno il Giovanni, ma mica a casa sua! ).
Il salottino era giallo per la tonalità delle pareti, dei divani, dei tappeti, delle poltroncine, dei mobili, dei quadri, dei punti-luce, ma tal colore era così ben dosato e gradevole che incantava.
Stavo ammirando un acquarello di Fiume appeso alla parete sulla mia destra mentre continuavamo a conversare… abbassai lo sguardo e lo posai su mia moglie seduta su una poltroncina di fronte a noi per risponderle con il mio parere sull’arazzo… stava accavallando le gambe e sistemandosi il vestito sulle cosce e per un attimo “vidi nero” e in mezzo al nero una… carnea, rosata “fessura”.
“Ma no, non è possibile! … l’ho vista io mettersi le slip prima di indossare l’abito, poi siamo usciti subito! no-no, questo è sicuramente un tiro mancino della mia fantasia squinternata dal caldo! “… spostai lo sguardo sul volto di Giovanni, era infuocato più che mai, aveva gli occhi di fuori e le mani che gli tremavano… ero annebbiato, i miei occhi tornarono sulla parete e sui quadri ivi appesi ma non vedevo niente! , come facevo a vedere o a pensare? , a concentrarmi, a catturare e guidare il mio proprio “io”? … la voce di Wanda era squillante, sciolta, Giovanni farfugliava, balbettava.
Non la guardavo direttamente ma con la coda dell’occhio fingendo interesse per altro… scavallò le gambe, alzò per un attimo il bel culo (che non doveva essere nudo! ) dalla poltrona togliendo da sotto ad esso le parti di vestito che erano rimaste incastrate tra culo e poltrona “per evitare che si gualcisse, il lino si sa, bisogna trattarlo con attenzione”, accavallò le gambe, poggiò il polpaccio sinistro sul ginocchio destro con un “giro” ampio e lento, tenendo il vestito alzato con mani tese facendolo svolazzare come un ventaglio… “eeh, che caldo! ” poi lo lasciò cadere sulle cosce in una specie di gioco distratto.
“Le gesta” di quella matta di mia moglie mi imbalsamarono, mentre pensai che tra non molto Giovanni sarebbe esploso come una bomba a tempo, era letteralmente stravolto perché la mia signora le mutandine non le aveva proprio e gli stava “conficcando negli occhi la figa a spot” accavallando e scavallando le gambe in continuazione, ma “solo per colpa del gran caldo”!
Lo guardai meglio e per non mettermi a ridere a crepapelle dovetti fare uno sforzo sovrumano: non era più lui, non sapeva che fare e dire, dove guardare, come muoversi, parlare e respirare.
La mia donna invece sapeva che era arrivata l’ora di spegnere il fuoco del forno nel quale aveva cotto il nostro ospite-ospitante.
– Andiamo Babele che si sta facendo tardi? – si alzò e si girò per uscire di tra le poltroncine che ospitavano lui e me e per un attimo eterno ci proiettò negli occhi il gran bel culo nudo: “il tocco finale della troia”.
“Che culo spettacolare che ti ritrovi moglie mia, pensai, chissà se il taccagno e cianotico Giovanni è d’accordo! ”
Anche lui si alzò, sembrava anchilosato, camminava (se così si può dire) a gambe aperte, con la schiena ricurva in avanti e la patta che sembrava il silos di un missile pronto per il lancio.
Ci accompagnò, ma solo fino all’ascensore.
– Mi sono ricordato che aspetto una telefonata proprio per adesso, scusatemi eh ma non posso accompagnarvi… resta inteso che sarete miei graditi ospiti a cena al ristorante “Il tegame” (il taccagno era impazzito? ) tra pochi giorni –
– Saremo tuoi ospiti a cena ma nelle tua bella casa, altroché ristorante! – gli ribatté Wanda.
– E la cena chi la prepara? –
– Io! –
– Vedremo, vedremo e grazie, siete stati gentilissimi! –
L’ascensore ci portò a terra mentre secondo me Giovanni si stava di già facendo una sega liberatoria.
Muto, guardai mia moglie con una faccia che diceva tutto.
Muta, Wanda guardò me con una faccia che sapeva che mi doveva una risposta.
Perché non avevo ancora capita la storia delle mutandine che dovevano esserci ed invece non c’erano.
In macchina aprì il secchiello, ne estrasse le braghette, si chinò in avanti, alzò i piedini infilandoli in esse, spinse sullo schienale alzando il bel culo, indossò e si sistemò le minislip là dove avrebbero dovuto essere – Me le sono tolte “in incognito” quando son passata dietro per far posto a Giovanni accanto a te… sono arrivata con le mutandine, torno a casa “con”, non è mica successo niente! –
– Oggi sì, ma avrai già programmato che la prossima volta succeda “qualcosa”! –
– A letto! … hai visto che razza di uccello che ha? –
– Sì, per forza! , nella patta non ci stava più! –
E nel mentre si lecca le labbra al posto dei baffi che non ha.
– Ma non credi di aver esagerato? , di averlo martirizzato troppo? , non penserai mica che non se ne sia accorto che anch’io “vedevo e che quindi sapevo” che cosa può pensare di te? , di noi? , di me? –
– Se così mi sono comportata è perché sapevo che potevo farlo e tu sai che dopo una vita di esperienze cha fanno storia non ho mai fatto errori in questo! , se così l’ho torturato è perché volevo vedere, sapere da subito “quanto” può darmi e specchiarlo in “quella” ed in “quello” coi quali posso ricambiarlo! –
– Allora ti aspetti che siano scopate trionfali! –
– E inculate! –
Pur annichilito giunti a casa ci fiondammo a letto, “a sfruttare l’occasione” e godendone assai.
Dieci giorni dopo eravamo ospiti di Giovanni dopo aver risposto alle sue molte telefonate giornaliere, l’una più febbrile dell’altra per tema di perdere “la cena promessa”.
Mia moglie si era vestita con gli strani stracci che vanno di moda ed indossano di questi tempi quelle matte delle donne.
Braghe larghe, a righe, semitrasparenti ed a vita assai bassa le scampanellavano attorno ai piedi ad ogni passo e pensai che prima o poi la avrebbero fatta inciampare e cadere, una camiciola fumé con maniche larghe e lunghe indossatata fuor dalle stesse le arrivava fin sotto al culo (alla faccia delle proporzioni), al di sopra di tutto una “palandrana”, una specie di soprabito ma che non lo era, di tipo monacale o forse militare, lunghissima, con spacchi laterali.
Io non l’avevo mai vista conciata così!
I miei occhi meravigliati glie lo dissero.
“Vedrai, vedrai” rispose loro.
La frase mi bastò ed aspettai di “vedere”.
Il problema cena fu risolto così, il ristorante “Il Tegame” mandò a casa di Giovanni i piatti concordati che abbisognavano di quindici minuti di cottura finale per renderli ideali.
Mia moglie prese in mano le redini della situazione congedando il cameriere dopo essersi fatte dare tutte le istruzioni del caso, si fece indicare da Giovanni cassetti e stipi dove erano posate, tovaglie e stoviglie, apparecchiò mentre si parlava un po’ tutti insieme e l’atmosfera s’era subito fatta molto piacevole, cordiale e intima per tutti.
Nel forno e sui fornelli “maturarono” a puntino antipasto, primo, secondi e contorni e il risultato che ci vedeva parecchio dubbiosi si rivelò invece molto buono, mia moglie intanto si era tolta la palandrana, le sue tette libere da reggiseno si esaltavano sotto la camicetta “ballando allegre” ad ogni suo passo, il cazzo di Giovanni stava già premendo contro una patta sempre più gonfia, come il mio… era cominciata anche la “cottura per il dopo cena” – pensai – “la stufa” era lei, quella puttanella matta della mia metà.
Me ne ricordai per caso, mentre portava lo stracotto dal forno al tavolo che anche le bragone della Wanda erano semitrasparenti e sotto di esse (ci risiamo! ) aveva solo il nero dei peli della bella gnocca ed il bianco delle burrose culatte… e di slip nemmeno l’ombra!
Le tette “danzanti”, la figa ed il culetto in semitrasparenza della mia signora avevano tinto di rosso-fuoco il volto di Giovanni, reso frenetico il lavorio dei muscoli facciali, delle vene cianotiche che lo rigavano, dei lampi di folle voglia temporalesca che gli solcavano gli occhi.
Io incominciavo a… divertirmi, lui continuava a soffrire voglie sempre meno domabili, la cenetta iniziò, si snodò e finì con i commensali impegnatissimi nel sempre più difficile tentativo di non lasciarsi sopraffare dalle voglie di ognuno di noi tre!
– Le stoviglie ed i piatti usati li lavo e sistemo io! – fece Wanda.
– Tu non ti permettere e non ci pensare neanche! , domattina sarà compito del cameriere del ristorante! – le ribatté Giovanni.
– Non ti permettere tu, stasera una donna di casa qui c’è e sono io, decido io e voi due fuori dai piedi, in salotto! … piuttosto dove trovo un grembiule? –
– Nel terzo cassetto a destra –
– Grazie… sarà meglio che mi tolga la camicetta prima che la macchi… –
Il senso della frase ci gelò, ci infiammò e ci fece ritardare di ubbidire subito all’ordine ricevuto, abbandonare la cucina… si slacciò un bottoncino, il secondo il terzo, il quarto con naturalezza vera, disarmante, aprì e si tolse la camicia fumé… le sue belle tette… che “coprì” con la pettorina del grembiulino a scacchi bianco-rossi… grembiulino che si annodò dietro la schiena appena al di sopra delle bragone trasparenti a vita bassa come van di moda adesso, appena sopra i primi peli della figa, all’inizio del canion delle culatte insomma… – e anche le braghe – disse… fece scorrere in giù lo zip delle stesse, le lasciò cadere lungo le cosce fino ai piedi… la figa nascosta alla nostra vista dal grembiulino, il gran bel culo “ricamato” dai cordoncini allacciati nella classica doppia asola che pendevano proprio lungo “il centro” delle burrose culatte, uno spogliarello per pazzi o per normali, ma che non sopravivranno a tanto “scempio” se dopo non “succederà qualcosa” perché un conto é assistere ad uno spogliarello in teatro o nel privato di una camera da letto per il solo marito od amante, ben altro, per modo, luogo, occasione e “spettatori” era questo… ma mia moglie non era nuda perché era “vestita” con un grembiulino a quadretti bianchi e rossi.
– Beh! , che fate ancora lì impalati come scemi? … non avete mai vista una donna in tanga od in perizoma? , ma dove vivete? … e adesso “marsh”, fuori dai piedi! – E la donna di casa si accinse a lavare le stoviglie usate piegata sul lavandino, il gran culo a chiappe aperte che “dava respiro” al grazioso “buco del” ed alla sottostante gnoccona ben esposti al nostro guatarli.
– Allora! , vi togliete di torno o vi devo cacciare? – ci sibilò negli orecchi imbambolati come i nostri sensi.
Ci trascinammo in salotto lasciando lì ma portandoci dentro la mia signora che “spiccia i piatti in quelle condizioni”!
La conversazione (se così può essere chiamata) tra Giovanni e me era faticosa, smozzicata, direi penosa, ogni frase che nasceva dalla mia o dalla sua bocca usciva già morta perché l’unica “cosa” vera, la sola che contava era lei, mia moglie “vestita” da un grembiulino da cucina bianco e rosso davanti, “vestita” dai cordoncini annodati a farfalla dietro.
Sollievo.
Eccola, arrivò con il cabaret e tre tazzine di caffè fumante con un bel sorriso stampato in viso (vista di fronte col grembiulino sembrava addirittura pudica), posò il vassoio sul tavolino, mi porse il caffè zuccherato, “per te quanto? “, “un cucchiaino”, mescolò, allungò la tazzina al cianotico ospite, prese il caffè con noi, compostamente seduta sulla terza poltrona, in posa virginale, da vera “signora per bene”, in un silenzio surreale dove “urlava” l’ansimare da voglia del “povero” Giovanni… la furbona non si era mai fatta vedere “da dietro”… ci chiese della cena, se era stato tutto di nostro gradimento, una banalità che ci costrinse a parlare… si alzò, si piegò in avanti per prendere il cabaret con le tazzinelle vuote da portare in cucina aprendomi le culatte “in faccia”, a meno di un palmo dagli occhi! … in un gioco volutamente licenzioso, ritmico, da danza erotica, stringendo ed allentando grandi e piccole labbra della figa e sfinteri del buco del culo, sembrava proprio che stesse facendo “parlare” figa e culo coinvolgendoli nel nostro faticoso discorrere mentre le belle tettone pendevano e debordavano fuori dalla pettorina oscillando allegre davanti agli sbarrati, spiritati occhi del taccagno (avrei dovuto avere il coraggio di essere sincero e definire tal suo “gioco” con il termine “osceno”), uno spettacolo che durò un quarto di minuto: un’eternità!
Si girò verso di me con le tette, pensai che non l’avrebbe mai fatto, invece fece “parlare” figona e buco del culetto ad un palmo dagli occhi di Giovanni.
Un urlo gutturale, straziante e Giovanni affondò il muso fra le chiappe della mia metà, immerse la lingua nella figa, schiacciò il naso sul buco del culo, le abbrancò e fasciò strettamente le cosce (cabaret e tazze tintinnarono scomposte salvandosi per miracolo) mentre le mani della mia Wanda, per evitare di essere travolta, si aggrapparono a me e le mie le andarono in aiuto sostenendola.
Giovanni le stava mangiando con gli occhi, slurpando rumorosamente con la lingua spalpazzando scompostamente a due mani la figa, il culo, il grilletto, il “buco del”, emaciato, il muso già impiastricciato negli umori della figa… ogni tanto, a bocca aperta, sbuffava e aspirava ossigeno vitale come se avesse rischiato di affogare e stesse emergendo da una apnea forzata… lanciò un secondo gorgogliato, soffocato “urlo di guerra”, s’avventò sulla femmina ripiegata e poggiata su di me, le scaraventò “l’inferocito” cazzo in figa e la montò per cinque minuti con violente, scomposte uccellate, ma “godette e sborrò per un quarto d’ora”, la ghermì e sollevò come piuma, la portò (non di corsa come avrebbe voluto perché stava perdendo le braghe) in camera, dove arrivai quando erano di già a letto ed allora mi sedetti nella poltroncina “che guarda” il letto e “guardai” loro.
Il taccagno aveva tutto di spiritato, febbrile, bramoso, focoso: gli occhi, le mani, la bocca, la lingua, l’uccello durissimo (malgrado la sveltina sborona) le voglie, i sensi, e con tutt’essi aggredì frenetico, con impudica oscenità le tette, la figa, il grilletto, il perineo, le culatte, il “buco del” della mia Wanda… la carnale, lussuriosa femmina pian-piano si rigirò, si posò al fianco del maschio, assaggiò con la voluttà della perdizione la cappella del granitico uccello, lo scavalcò, lo cavalcò e sprofondarono nell’armonia dello scambio del piacere tattile e “linguistico” di un animalesco, stravolgente sessantanove.
Le mani, la bocca e la lingua di Giovanni erano confuse con la figa, le culatte e il “buco del” della mia mogliettina, le mani, le tette, la bocca e lingua di Wanda erano avviluppate attorno all’asta del generoso taccagno, due porci senza frontiere che si cavarono fin dall’anima e si ubriacarono l’uno della sborra di lei, lei della sborra di lui.
Sembrava che gli avesse fatto un pompino “finale”, da fine della guerra, che le avesse leccati figa e culo per la pace ed invece il cazzo di Giovanni era più duro che mai, la figa ed il culo di Wanda più ingordi che mai.
Giovanni la sovrastò, “aprì”, le fu addosso, braccia tese, pugni chiusi piantati nel letto, il cazzo radente il suo stesso ventre gli solleticava l’ombelico, le gambe e le cosce unite fra cosce, gambe, figa e culatte spalancate…
Una manina di Wanda slabbra la figa di Wanda, una manina di Wanda impugna il randello di Giovanni e con la rosea, madida cappella si spennella la gnocca impregnandola, lubrificandola con i suoi propri umori, se la impronta in vagina e la “abbandona al suo destino”, il cazzo annega nelle profondità della ingorda figona e “sciaff”, “sciaff”, “sciaff”, il taccagno la pistona, la monta, la trivella, la tromba, con compiaciuta, cocciuta porcellaggine e “sciaff, sciaff”, “sciaff” gli “risponde per le rime” con sconce figate da puttana senza pari, da mitica troiona quale è mia moglie, e “uccellate, gnoccate, uccellate, gnoccate”… a decine… centinaia… migliaia e un interscambio continuo di oscenità, di insulti boccacceschi, di trivialità.
Su quel letto lì non c’era posto per la poesia, quei due maiali lì non tiravano certo di fioretto…
Più si montavano e più montava il loro gusto (e mio), e diventava insopportabile tenerlo dentro, ed ecco esplodere tre orgasmi non dominabili, irrefrenabili e la sborra del Porco allaga la figa della Porca… gli umori della Porca annegano il cazzo del Porco, la sborra del “Porco che guarda vola per l’aere” (ultimo poeta)
Giovanni volse verso di me uno sguardo appannato, pian-piano inquadrò e mise a fuoco l’amico, il marito dimenticato e rimase a bocca aperta, occhi fissi sulla mia mano che spupazzava compiaciuta la mia mazza, sul mio sguardo attento, “che non perdeva una virgola”, sul mio volto beato… sul viso di Wanda arrossato dal gusto, le superbe tette danzare di gioia, il bel corpo squassato dai fremiti, ascoltava i guaiti di piacere, abbassò gli occhi fino all’angolo acuto formato dai peli di lei e dai peli di lui, estrasse pian-piano il roccioso membro che teneva ancora dentro la figa della mia metà fino alla cappella, guardò me, guardò lei, guardò il suo cazzo e lo ripiantò pian-piano nella gnoccona dalla quale straripavano sborra e umori… guardò me, guardò lei come per chiedersi e dimostrarsi se era proprio vero che quella che ha montata, goduta e fatta godere era la figa di mia moglie, e che quello che li stava guardando e stava godendo ero proprio io, “il marito di mia moglie” e spinto da un motore nuovo, da una carica in più, la rimontò subito, come toro aizzato e scatenato, come stallone selvaggio e potente, maschio padrone, esibendo un uso del cazzo sontuoso, ricco di colpi “proibiti”, continui, furenti che esaltavano la prorompente puttaneria della mia femmina, lussuria allo stato puro, oscenità totale.
Giovanni era dirompente come una valanga che rotola rovinosamente a valle, Wanda era determinata e possente come diga che imbriglia e smorza l’irruente forza della natura che ha invaso il suo “invaso”.
Lei adesso era solo e tutta gnocca.
Lui adesso era solo e tutto uccello.
Loro adesso erano solo e tutto piacere.
Volarono l’un nell’altra, celebrando e glorificando l’Eros, proiettando nei miei occhi magnetizzati quantità e qualità di piacere inconsuete.
Wanda delirava, Giovanni delirava, io deliravo.
Tre orgasmi apocalittici, tre vocii manicomiali s’intrecciarono nello sconquasso creato dalla pazzia del piacere.
Il mio seme volò verso il letto sfatto (come i suoi occupanti), il “miele” di Giovanni si confuse e mescolò con quello di Wanda ed insieme traboccarono dalla felicemente straziata fragolona, la troiona abbrancò a due mani il randello che stava retrocedendo dalla figa inondata, uno schizzo lanciò gocce di sborra dal pancino alle tette, un’altro colpi e impiastricciò il centro ed i dintorni del buco del suo culo, se lo improntò, “il goloso” glie lo ingurgitò e lo stallone già selvaggio impazzò e impilastrò “sciaff, sciaff, sciaff, sciaff” l’inatteso, sontuoso, accogliente, “bravissimo” nuovo luogo di piacere.
Sembrava indomabile, invincibile, forse eterno, “sembrava”… allibì, sbiancò… lo colsi sorpreso, lo sguardo smarrito ed interrogativo di Giovanni si volse verso di me come in cerca di aiuto, era stralunato, incredulo come il suo pilastro fino ad un attimo fa protagonista totale… che rallentò… frenò… si fermò… la Dea dell’Eros no, il suo “bocciolo di rosa”, ora solo e vero protagonista, no!
Ma… ma è possibile che tanto gusto nasca da “un buco di solo culo”? , sì, perché io so bene che lì ci sono tutti i piaceri dell’universo! –
Si appannò, si annebbiò sempre di più, precipitò nel baratro del gusto supremo “lì” stante e che nessuno conosce se non chi, fortunato mortale, in esso affonda gode e chiede… salvezza.
Ma dal momento in cui Wanda aveva preso “il comando delle operazioni” Giovanni non ebbe più scampo, lo fece godere in continuazione, lo fece venire e sborrare quando volle lei, quasi un’ora dopo, premiandolo con un orgasmo enorme del quale non conosceva l’esistenza prima di aver “subito” l’immane piacere di farsi spupazzar l’uccello dal buco del culo di Wanda… Giovanni (no, quel poco che è rimasto di lui) venne ed ubriacò con quantità di sborra ingenti un culo super, una figa super, due tette super mentre io ne sprecavo “in volo” altrettanta.
Crollammo schiantati, sfatti e stravolti tutti e tre: dal piacere.
La legge del piacere sessuale di Wanda “aveva colpito ancora”!
Ci svegliammo la mattina dopo, ma molto tardi…
E Wanda, mia moglie, dopo che le ho letto questo mio racconto tutto veritiero scritto qualche settimana “dopo il fattaccio” interrompe qui il mio scrivere il resto, non vuole che vi racconti quello che e quanto abbiamo fatto dopo, teme che la scambiate per una gran troia, per una puttana vera e che giudichiate me e il generoso taccagno Giovanni due porci troppo dissoluti e senza ritegno alcuno. FINE

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Mi piace scrivere racconti erotici perché esprimo i miei desideri, le storie vissute e quelle che vorrei vivere. Condivido le mie esperienze erotiche e le mie fantasie… a luci rosse!

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