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L’osservatore

La carovana formata da cinque autoarticolati Scania 210 Turbodiesel era pronta a partire. L’ora della partenza era stata fissata la sera prima dai responsabili della direzione sanitaria del nostro Ospedale. La missione prevedeva l’invio di personale sanitario e di farmaci in soccorso della popolazione croata di Bihac, piccola cittadina della Bosnia-Erzegovina assediata ormai da sei mesi dai Serbi.
Il gruppo era formato da una decina di persone di cui: cinque autisti, tre infermiere e due medici. Al gruppo si era aggregato un fuoristrada della protezione civile con a bordo due volontari.
Come spesso succede gli istanti che precedono la partenza vedono protagonisti politici e amministratori che non si lasciano sfuggire l’occasione, di fronte ai giornalisti e alle telecamere delle televisioni, per vantare i meriti delle loro amministrazioni.
La direzione Sanitaria del nostro ospedale ha concesso a me e alle altre due infermiere professionali un congedo straordinario di quindici giorni per
effettuare questa missione di soccorso. Io Cinzia e Rita ci conosciamo ormai da tempo. Cinzia per quanto giovanissima, ha appena compiuto ventuno anni, ha già partecipato ad altre due missioni. Rita, è una ragazzona sui trent’anni con la specializzazione di ferrante di sala operatoria ed ha una notevole esperienza nel trattamento chirurgico delle ferite, inoltre prima di quest’esperienza ha partecipato a spedizioni in Etiopia ed in Libano. I due medici, secializzandi al quarto anno di medicina partecipavano per la prima volta ad una missione umanitaria.
La carovana, dopo la benedizione agli automezzi da parte del cappellano della chiesa dell’ospedale, intraprese il suo cammino che nell’arco di tre giorni l’avrebbe portata a destinazione. Erano le otto precise di giovedì otto dicembre quando gli automezzi lasciarono l’ospedale verso la loro destinazione.
Una lunga corsa in autostrada ci portò dalla nostra città, situata a pochi chilometri dal fiume Po, fino a Ferrara per proseguire verso Venezia e poi a Gorizia dove attraversammo senza intralci la frontiera con la Slovenia.
Il territorio sloveno che la carovana si apprestava a percorrere non era molto diverso da quello carsico che avevamo appena lasciato. Ogni volta che lasciavo l’Italia in missione alla volta di questi paesi, mi prendeva sempre una certa angoscia ed apprensione, che superavo pensando a coloro che noi andavamo a soccorrere che in quel momento avevano ben altro di cui preoccuparsi..
Verso sera giungemmo finalmente a Lubiana dove sostammo per la notte. Il giorno dopo transitando per la frontiera croata incominciammo ad avere i
primi sentori di quello che ci sarebbe aspettato più avanti. Occorse un giorno intero prima che le guardie frontaliere, dopo aver rovistato attentamente all’interno dei camion, ci concedessero il permesso per proseguire oltre.
Il panorama lungo le strade della Croazia era desolante, non facevamo che incontrare colonne di soldati e semoventi che percorrevano nei due sensi la strada che da Zagabria portava verso sud alla frontiera con la Bosnia.
Colonne di profughi con le loro povere masserizie sostavano lungo il ciglio della strada nell’attesa di un improbabile aiuto. Vecchi, donne e bambini aggrappati gli uni agli altri ed avvolti in panni di lana. Vedevamo le loro mani venirci incontro per richiamare la nostra attenzione in cerca d’aiuto.
Ogni tanto ci succedeva d’incappare in posti di blocco, ed allora la carovana era costretta a fermarsi ed aspettare che i soldati verificassero il tipo di carico che trasportavamo. Più ci avvicinavamo alla Bosnia e più questi controlli aumentavano.
Alla sera del terzo giorno giungemmo a Plitvice, un tempo considerata come una delle sette meraviglie del mondo. Di quella natura meravigliosa e delle sue cascate d’acqua, dopo tutti questi anni di guerra, non n’era rimasto che il ricordo, ora era solo un posto desolato. Quella sera sostammo a dormire a bordo dei nostri camion, non fidandoci a lasciare incustodito il nostro carico, prima però ci scambiammo le prime impressioni su ciò fino allora i nostri occhi avevano potuto vedere. Se all’inizio del viaggio eravamo preoccupati ora eravamo ancor più angustiati ed inquieti. Prima d’intraprendere l’ultima parte del viaggio, la più pericolosa, quella che ci avrebbe portato dopo aver superato il passo di Harduc alla città di Bihac, ancora completamente assediata sa truppe serbe, ci fermammo a discutere con le autorità militari croate che a loro modo cercavano di farci desistere dalla nostra missione stante la pericolosità della strada che dovevamo percorrere.
Quella che ci apprestavamo ad affrontare era la parte più difficile e pericolosa del nostro viaggio, avremmo percorso un tratto di strada lungo alcune decine di chilometri completamente presidiata dalle truppe serbe.
Fu cose che quello che mai avremmo voluto che accadesse, si verificò con conseguenze ben più gravi di quelle che mai avremmo potuto immaginare.
La nostra carovana stava salendo lungo i tornanti della salita del passo Harduc, quando davanti a noi si frappose un gruppo di una decina di miliziani bosniaci che dopo aver sparato per aria alcuni colpi di mitra, per richiamare la nostra attenzione, è invitarono sotto il tiro delle loro armi a scendere dai camion e ci fecero sdraiare a bocconi sul pavimento della strada.
I miliziani avevano il capo coperto da passamontagna ed indossavano tute
mimetiche. Dopo averci sottoposto ad una rapida perquisizione ci separarono in due gruppi, gli uomini da una parte e noi donne dall’altra.
Erano trascorsi pochi minuti da quell’imboscata che ci ritrovammo tutti quanti a percorrere a piedi un sentiero che scendeva lungo la montagna per proseguire verso una meta per il momento sconosciuta.
Dopo ore di lungo cammino su e giù per sentieri di montagna, ci ritrovammo dinanzi ad un gruppo di casolari che assomigliavano alle nostre baite di montagna.
Noi donne fummo fatte entrare in quella più piccola, gli uomini invece furono rinchiusi in quella che un tempo doveva essere la stalla.
Solo in quel momento, nel buio di quella stanza, iniziammo a prendere coscienza della gravità della situazione. Passarono parecchie ore prima che qualcuno si facesse vivo. Nel frattempo io Cinzia e Rita eravamo strette le une alle altre sia per riscaldarci dal freddo pungente senza dire una parola, ognuna di noi nascondeva nel silenzio la propria angoscia e le
proprie paure, o forse per trovare nel silenzio la forza e il coraggio per affrontare quella situazione, che nel mio intimo sentivo come disperata.
Era ormai buio quando un uomo col capo coperto da un passamontagna si affacciò sulla porta con in mano una lampada a petrolio, nell’altra teneva un tegame con dentro della carne affumicata e un po’ di pane. Dal mattino non avevamo messo niente sotto i denti e per quanto ci trovassimo in quella situazione tragica avevamo cominciato ad avere fame. Affondammo le nostre mani in quel tegame e ci cibammo con quel povero pasto.
La stanza dove ci trovavamo aveva al centro un piccolo tavolo di legno, sul quale ora stava appoggiata la lampada a petrolio che poc’anzi ci aveva
portato l’uomo incappucciato. Alcune brande stavano allineate lungo la parete opposta a quella dell’ingresso e su quelle, dopo aver consumato il pasto, stavamo accovacciate nell’attesa dell’evolversi della situazione.
Verso le dieci di sera sentimmo il rumore di passi scomposti avvicinarsi alla nostra baracca, accompagnati dalle risa e dal vociare di uomini di cui non comprendevamo l’idioma.
La porta si aperse e fecero l’ingresso un gruppo di soldati, forse una decina, vestiti nelle loro tute mimetiche e col viso ancora coperto da passamontagna. All’apparenza sembravano ubriachi. Uno di loro, probabilmente il più alto in grado, fece cenno ad uno dei suoi compagni e subito questi si diresse verso Cinzia, l’afferrò per un braccio e la trascinò lontano fin sopra una branda, dopodiché altri due si riversarono ai lati della branda afferrando Cinzia per le braccia tenendola ben ferma.
La stanza si riempì delle urla di Cinzia, mentre Rita ed io ci stringemmo l’una all’altra in preda alla paura ed al terrore. L’uomo che per primo aveva afferrato Cinzia e l’aveva trascinata sulla branda, la spogliò dei jeans dopodiché con una mano le strappò le mutande. Cinzia si dimenava ed urlava con tanta più voce aveva in gola ma il soldato invece d’impietosirsi sembrava prendere ancora maggior vigore. Altri due compagni gli vennero in aiuto divaricando le gambe della povera Cinzia. A questo punto il soldato si slacciò la cinghia dei pantaloni e si calò le brache.
Lo vidi mentre con il suo coso iniziava a deflorare il candido corpo della mia amica che io sapevo ancora vergine. Le sue urla si fecero ancora più acute, mentre il suo aguzzino sembrava aver tratto ancor più piacere da quell’inusuale scoperta. Dopo che sborrò, si rialzò e fece cenno ad un altro suo compagno di occupare il suo posto, questi non si fece di certo pregare ed infilò il suo cazzo puzzolente in quel dolce nido fino a poco tempo prima inviolato.
Ad ogni cenno di reazione da parte di Cinzia i due che la tenevano stretta con le braccia, le lasciavano partire dei manrovesci che per qualche istante la tramortivano, mentre il loro complice continuava a spingere il suo cazzo su per la sua vulva.
Quando fu la volta del loro capogruppo che fino allora aveva tenuto un
atteggiamento da “osservatore”, questi si ritrasse e volle che un altro suo compagno la mettesse inginocchiata per terra con l’addome e il mento appoggiato sulla branda, dopodiché mentre “l’osservatore” se ne stava ritto a seguire la scena, il compagno che lui aveva indicato, abbassò i pantaloni mettendo in mostra un aggeggio dalle dimensioni mostruose. S’inumidì le dita di una mano con la saliva e la depose nel culo di Cinzia infine glielo ficcò dentro fra le risa dei suoi compagni che presero ad accompagnarlo con declamazioni ad ogni sua spinta. “L’osservatore” intanto si apre la patta dei pantaloni e da quanto potevo intuire dal momento che era semi nascosto dai suoi compagni, prese a masturbarsi il suo uccello.
Le urla di Cinzia crebbero d’intensità. Girai il capo da un’altra parte per non essere testimone di tanto scempio, mentre anche Rita presa dal terrore prese ad urlare in preda ad una crisi isterica.
Il buco stretto di Cinzia e lo stato d’eccitazione dell’uomo lo portarono per fortuna a sborrare in breve tempo.
In tutti quei minuti che sembrarono essere eterni una decina di soldati aveva sfogato i loro bassi istinti sessuali su quella poveretta, che alla fine liberata dalla morsa dei soldati si accovacciò piangendo sulle coperte della branda.
Quel che più mi aveva impressionato, era stata la perversione di tutti quegli uomini ed in particolare del loro capo che più degli altri si era eccitato e aveva goduto masturbandosi di piacere, mentre i suoi compagni a turno violentavano la mia compagna, accompagnando lo stupro con grida e lazzi ed inneggiando alle performance di ognuno di loro.
Se ne andarono cose com’erano venuti, tutti in gruppo, lasciandoci sole a leccarci le nostre ferite.
Cinzia era tutta piena di lividi sia nel corpo sia nel viso. Quell’angelo di ragazza ne sarebbe stata deturpata per sempre. La lavammo con quel poco d’acqua che i nostri aguzzini ci avevano consegnato insieme alla cena, poi la rivestimmo con i suoi abiti ancora sporchi ed imbrattati del suo sangue.
La notte trascorse senza altre sorprese, anche se non riuscii a chiudere occhio nemmeno per un istante.
Il giorno dopo di buon mattino un soldato ci portò del latte che bevemmo sia io sia Rita poiché Cinzia non proferiva alcuna parola, preferendo starsene rannicchiata nel suo lettino.
La giornata trascorse abbastanza velocemente, sentivamo giungere rumori di spari e di cannonate venire da lontano. Ogni tanto il rumore di qualche aereo sorvolava le nostre teste ed in cuor nostro speravamo che in qualche modo ci avrebbero liberate. Quei soldati non potevano correre il rischio di macchiarsi di un crimine cose grave come quello di uccidere un gruppo come il nostro, che si muoveva in quel territorio in missione umanitaria sotto l’egida dell’ONU.
Passarono le ore e ancora una volta si fece sera. Dalla nostra baracca sentivamo il rumore delle parole dei nostri aguzzini provenire dall’esterno, presumibilmente dai rifugi delle baracche che li ospitavano. Verso le undici la porta si apre e come la sera precedente si presentò un gruppo di soldati ancora più numeroso.
Presa da una crisi di nervi mi misi ad urlare come un’indemoniata, ma questo non serve a farli recedere dal loro intento, sentii afferrarmi da quattro braccia e fui sbattuta su di un lettino. Li sentivo ridere e scambiarsi
parole nella loro lingua, poi qualcuno mi afferrò il maglione pantaloni e mutande e mi denudò completamente. La vista del mio corpo nudo probabilmente aumentò in loro la voglia di stuprarmi. Il mio respiro affannoso gonfiava la cassa toracica muovendo su e giù le mie mammelle che si dimenavano, libere dall’involucro del reggiseno che fino a poco tempo prima le conteneva.
Inconsapevolmente quei movimenti avevano provocato in quegli uomini, da tanto tempo emarginati su quelle montagne uno stato d’eccitazione che non poteva trovare sfogo se non nel mio corpo.
Presa com’ero dalla mia vicenda personale non mi ero accorto che contemporaneamente sia Cinzia sia Rita erano alle prese con altri violentatori. Me ne resi conto quando sentii le urla che provenivano dai lettini vicino al mio.
Il primo a violentarmi da quello che riuscii a capire doveva essere un ragazzino alle prime armi, lo capii dagli incitamenti dei suoi compagni e dal fatto che venne quasi subito. Il suo uccello prese a scorrere con difficoltà nella mia passerina priva d’umore, ciò nonostante non mi fece troppo male. Poi fu la volta del secondo, a questo punto pensai che l’unica
cosa da fare era quella di collaborare, se non volevo fare la fine di Cinzia e del suo volto distrutto e deturpato per sempre dalle botte.
Più la cosa più andava avanti e più con mio grande stupore prese a piacermi.
M’infilavano cazzi d’ogni dimensione dentro alla mia passera senza un attimo di pausa, ed io presi a sborrare di piacere senza alcun freno inibitorio.
Probabilmente anche i soldati si accorsero di questa mia disponibilità e anche loro presero a preferire il mio buchetto, a quello delle mie sventurate compagne.
Mi sborravano dentro senza alcuna precauzione, lasciando a chi veniva dopo di loro il pavimento della mia passera lubrica e cose scivolosa da facilitare lo scorrimento dei loro cazzi.
Poi non contenti mi costrinsero ad inginocchiarmi per terra e iniziarono ad infilarmi i loro membri nelle mie mascelle. In verità non sono mai stata una brava pompinara, perciò cercavo di affrettare la loro eiaculazione aiutandomi con le mani e cercando di non ingurgitare il loro sperma. Di colpo, dopo che la porta della stanza si apre i soldati si allontanarono da me e vidi avvicinarmisi un uomo prestante sulla quarantina d’anni, l’unico a volto scoperto, probabilmente doveva essere il più alto in grado di quel presidio, quello che la sera prima si era masturbato, “l’osservatore”
Attentamente osservò i corpi nudi di noi tre e fece un cenno agli altri di uscire.
– Voi siete italiane- disse in un italiano abbastanza comprensibile accentato di romanesco – Non avrete nulla da preoccuparvi. Domani sarete liberate. Abbiamo già raggiunto un accordo con il vostro comando. Dovete cercare di capire la situazione in cui ci troviamo noi soldati, da troppo tempo viviamo su questi monti come bestie e come tali a volte ci comportiamo. –
Cose dicendo si tolse la giacca e i pantaloni mimetici e si avvicinò verso di me.
Sentivo ancora indosso la puzza di quei selvaggi che fino a pochi minuti prima mi avevano violentato ed ora ero pronta a ricevere anche il cazzo di quell’ultima bestia, Quella “dell’osservatore”. Volle prendermi subito alla pecorina senza quella violenza che aveva caratterizzato i suoi predecessori.
Sentivo il suo cazzo assai minuto muoversi dentro di me senza affanno sfiorando impercettibilmente le pareti della mia vagina.
– Ti faccio male? – mi disse
-No! – gli risposi
La mia fica cominciò a contrarsi con piccoli movimenti cercando mi era possibile di assecondarlo, mentre lui cercava di fare oscillare i suoi fianchi contro le pareti delle mie chiappe. Strano, ma iniziai a provare piacere, quell’uomo con quel piccolo aggeggio ci sapeva fare.
La mia fica ora era bagnata fradicia. Per quanto l’uomo accelerasse i suoi movimenti non gli riusciva di venire. Dopo una decina di minuti constatata, l’inutilità del suoi movimenti, estrasse il suo uccello e prese a masturbarsi. Finalmente “l’osservatore” prese a sborrare irrigidendosi in tutto il corpo.
Per la prima volta non ero riuscita a soddisfare un uomo. La scena di quell’armadio d’uomo incapace di godere mi trascinò per la prima volta ad un godimento fino allora sconosciuto.
Era evidente che lui, era soltanto uno di quei guardoni che si eccitano e provano piacere a guardare e a giudicare le prestazioni amatorie degli altri. Non mi poteva capitare di peggio.
– Domani mattina i miei uomini vi porteranno sulla strada statale dove un gruppo dei vostri vi prenderò in consegna-
Cose dicendo si allontanò e rinchiuse la porta.
Il giorno dopo come promesso ci ritrovammo a bordo degli automezzi della nostra delegazione e successivamente rispedite in aereo in Italia.
Questa avventura ha lasciato profondi strascichi in tutte noi. Non siamo più le stesse e non poteva essere altrimenti. Cinzia e Rita si sono licenziate dall’ospedale. A quanto mi è dato a sapere entrambe sono state assunte come impiegate dal nostro Comune, non credo che abbiano più voglia di sentire parlare ancora una volta di solidarietà.
Per quanto mi riguarda posso dire che sono ritornata ad esercitare il mio mestiere d’infermiera prendendomi ancora una volta cura dei bisogni altrui.
Quello che è cambiato è che non mi riesce più di fare all’amore in maniera
semplice e normale. Ho bisogno di farlo in situazioni particolari e con più uomini contemporaneamente. Allora una volta il mese prendo l’aereo, vado ad Amsterdam e mi reco in uno di quei locali molto particolari dove ogni cosa è permessa e non c’è che imbarazzo di scelta. FINE

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