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Paola e il poker

Lo sapeva che prima o poi sarebbe finito nei guai, con il vizio del gioco. In realtà un vizio vero e proprio non lo era (due o tre partitelle l’anno… ), ma il poker è così, diventa un vizio appena prendi le carte in mano e finisce di esserlo quando ti alzi e te ne vai con le tasche vuote.
-Full: tre dieci e due otto-. La voce di Mario che dichiarava il punto gli suonò meno sgradevole del solito, forse perché stavolta quel full non toglieva soldi a lui; saggia decisione rinunciare a quella mano. Aveva un modo strano di vincere, Mario: sembrava lo facesse con fastidio, quasi controvoglia, come se dicesse “accidenti, anche stavolta devo intascarmi i vostri fottuti soldi”. Franco e Julio, gli altri due giocatori, bofonchiarono qualcosa quasi lanciando le loro carte al centro del tavolo, sopra il mucchio delle fiches. C’era un’atmosfera un po’ pesantina, in tutti i sensi.
-Che si fa, si va a nanna? -, come sempre succedeva, la proposta di finirla lì veniva proprio da Mario, l’unico che vinceva. Lo sguardo di tutti andò automaticamente all’orologio appeso al muro: un quarto alle tre. Dalla strada arrivò il rumore stridulo di un motorino lanciato fuori giri; “Lo fa apposta per svegliare più gente possibile”, pensò Alfredo più divertito che infastidito, e accese l’ennesima sigaretta:
-No, voglio continuare; è chi perde che deve decidere quando smettere, giusto? –
-Per me va bene smettere-, disse invece Franco passandosi una mano prima sugli occhi poi tra i capelli.
-Anche per me, mi sa proprio che vi saluto-, fece eco Julio alzandosi dalla sedia. Facile per loro, eh? Tutto sommato non avevano perso che un paio di milioni a testa, vale a dire la tredicesima, lira più lira meno; certo si trattava di barcamenarsi un po’ con le mogli che magari su quei soldi ci facevano conto per le spese natalizie, ma non era poi così difficile inventarsi qualcosa. Si sa che il mondo non va mai per il verso giusto: l’unico che non avrebbe dovuto giustificare con nessuno la perdita della tredicesima era Mario, scapolo, che invece vinceva a piene mani.
-Dunque che si fa Alfrè, si continua a divertirsi io e te? – La voce di Mario e il suo sguardo obliquo adesso suonavano leggermente strafottenti, o almeno così li interpretò Alfredo. Non era un cattivo giovanotto, quel Mario lì, ma quando ci si metteva sapeva essere antipatico. Cristo come sapeva essere antipatico! Era stato Franco a presentarlo a loro due, un paio di settimane prima:
-è un mio collega, sta in Magazzino, può prendere il posto di Augusto… –
-Perfetto! – era stata la risposta entusiastica di Julio e Alfredo; Augusto s’era sposato in luglio, e addio casa libera e addio poker sotto le feste di Natale: non tutte le mogli sono uguali, e comunque i primi anni di matrimonio è sempre dura giustificare le ore piccole fatte con gli amici. E così Mario era entrato a far parte dei magnifici quattro.
-Dunque che si fa Alfredo, si continua a divertirsi io e te? -, ripetè Mario mentre gli altri due si stavano vestendo,
-non ti voglio dì niente, ma stai perdendo forte, stai proprio a perde forte-. Eccolo che parlava in dialetto, segno che era stanco e anche un tantino nervoso.
-Lo so meglio di te quanto sto perdendo-, ribatté Alfredo rispondendo distrattamente con un gesto della mano a Franco e Julio, che stavano uscendo. Adesso erano solo loro due. -Alfrè, io e te siamo amici, ma guarda che io questi l’incasso per davvero-, disse tirando fuori dal taschino della camicia i quattro assegni già firmati da Alfredo. Forse l’ora tarda, forse le troppe sigarette o i troppi bicchierini, o forse il fatto che adesso erano rimasti in due, ma la situazione ora sembrava un po’ più seria di qualche minuto prima. Oppure, molto più semplicemente, la situazione era già seria da un bel po’, ma solo ora lui cominciava a rendersene conto. Tutto qui. Pensò un istante a Paola: le aveva promesso che quest’anno non avrebbe fatto tardi come gli anni scorsi; “Fortuna che ha il sonno pesante”, si disse, e subito cancellò quel pensiero.
-Sono milioni quelli che perdi, Alfrè-.
-Continuiamo-, disse Alfredo, -lo so che sono milioni, i milioni a questo mondo vanno e vengono, no? -. Rise per sdrammatizzare, ma rise solo lui. Con la massima nonchalance prese il mazzo e cominciò a mescolare. Stava per dare le carte, quando sentì la voce di Paola, alle sue spalle.
-Sono le tre-.
-Buonasera- disse Mario, ma Paola non rispose. Segno brutto. Oltretutto non si erano simpatici, Mario e sua moglie, si davano del lei.
-Stiamo finendo-. Alfredo ostentava sicurezza, ma in realtà era in imbarazzo, sia perché sapeva di star facendo la parte di quello rimproverato dalla moglie, sia perché Paola era in vestaglia. Aveva i capelli, neri, arruffati, ma gli occhi di chi non ha ancora dormito.
-è che sta perdendo molto- aggiunse come una fucilata Mario, approfittando del silenzio che si era creato. Alfredo e Paola si guardarono negli occhi, o sarebbe meglio dire che Paola piantò gli occhi in quelli del marito. Lui lo conosceva bene quello sguardo, altroché se lo conosceva. Glielo aveva visto solo un’altra volta in venti anni che si conoscevano. La prima volta era stato quando erano fidanzati da poco, lui aveva provato a fare un po’ il cascamorto con la migliore amica di lei, un paio di battute, niente di più, ma erano state sufficienti. Paola lo aveva guardato in quello stesso modo, poi per il resto della sera non gli aveva più rivolto la parola. Non parlò neanche quando, rimasti soli, lui l’aveva accompagnata a casa, ma appena la macchina di lui si era fermata sotto il portone di casa partì la sberla, in pieno viso. Imprecando Alfredo si era portato le mani al viso, dal quale cominciava a scendere sangue dal naso; ci mise forse due o tre secondi a capire cosa fosse successo, ma quando guardò verso Paola vide il sedile vuoto. Passarono diversi giorni prima che lei si decidesse a rispondergli al telefono. Bel caratterino la Paola, glielo dicevano tutti, e anche lui lo aveva capito fin dall’inizio, ma gli piaceva così.
-Quanto stai perdendo? – chiese, ma la domanda la fece guardando Mario, non suo marito. Mario adesso sembrava tutt’altro che in imbarazzo, anzi pareva divertito.
-Suo marito perde quasi sei milioni, signora-, e sotto lo sguardo allibito dell’amico prese i quattro assegni e li lesse:
-Seicentomila, più un milione e mezzo, più due milioni, più un milione e mezzo -. Paola era impallidita, Mario guardava ora lui ora lei; voleva dire qualcosa ma non sapeva cosa, e comunque non era sicuro di riuscire ad aprire bocca. Abbozzò un sorriso in direzione di sua moglie, ma l’effetto dovette essere grottesco, a giudicare dall’espressione di lei e dalla risatina perfida che Mario stava sibilando. “Pezzo di stronzo”, pensò, ma continuò a tacere e abbassò lo sguardo. Sentiva gli occhi di sua moglie puntati addosso, pesanti come macigni.
-Se ne vada- disse secca Paola,
-fuori di qui-. Mario smise di ghignare, adesso era rosso in volto; guardò prima lei poi lui, ci pensò un momento, poi lentamente si alzò.
-Okay, io questi domani mattina vado ad incassarli, eh Alfrè? -.
-Aspetta… -. La voce di Alfredo sembrava uscire da una caverna; sapeva benissimo che quegli assegni al momento non erano completamente coperti, la rata semestrale del mutuo era stata appena pagata e il conto era davvero ridotto al lumicino; quando li aveva firmati contava di cominciare a vincere, è ovvio, e quindi riprenderli indietro; o comunque contava sulla possibilità di farli incassare scaglionati nel tempo, nel giro di qualche mese, ma adesso Mario sembrava proprio indispettito. Accidenti a Paola e al suo caratteraccio!
-Mario… devi aspettare ad incassarli quegli assegni… -. Mario si bloccò, come un robot rimasto improvvisamente senza corrente.
-Che vuol dire? -. Adesso il suo sguardo era duro. Alfredo conosceva Mario da poco tempo, e adesso si rendeva conto che quella non era proprio la situazione ideale per conoscersi meglio. Per quel che ne sapeva poteva anche essere uno che dava in escandescenze alla minima contrarietà. “Situazione di merda… “, pensò deglutendo.
-Non sono coperti… non ancora… questione di qualche mese, sai abbiamo avuto molte spese… -.
-Qualche mese? ! Senti amico, non penserai di prendermi per i fondelli così, eh? Mi rifili degli assegni scoperti? Io me ne frego e ti mando in galera caro mio, così impari a… –
-Ma dai, solo questione di un po’ di pazienza… –
-‘Ste cose me le dici prima, non quando sto per uscire, non mi pigli per il culo, a me! –
-Ci metti nei guai… – Intanto Paola si era seduta sulla sedia, teneva lo sguardo fisso a terra e con le mani chiudeva la vestaglia azzurra, all’altezza delle ginocchia. Con la coda dell’occhio Alfredo la vide scuotere leggermente la testa.
-Peggio per voi, sono affari vostri. Stammi bene Alfrè-, e fece un gesto di saluto. Prese accendino e sigarette dal tavolo, poi si avvicinò a Paola e ironicamente fece un esagerato inchino, accompagnandolo con un ampio gesto del braccio, “come si vede fare nei film dei Tre Moschettieri”, pensò Alfredo, ma c’era poco da ironizzare, con gli assegni firmati a vuoto si andava nei guai sul serio.
-I miei rispetti sign… – stava quasi recitando Mario, ma la frase gli si spense in bocca. Senza alzare lo sguardo da terra Paola aveva tolto la mano dalla vestaglia, e i due lembi erano scivolati di lato, lasciando scoperte completamente gambe e cosce. Scese il silenzio.
-Ullallah… – disse Mario restando mezzo inchinato.
-Ma che fai… – balbettò Alfredo. Paola alzò lo sguardo gelido verso il marito.
-Almeno stai zitto, imbecille-. Era il tono che non ammette repliche, e Alfredo lo sapeva. Ma non poteva certo rimanere in silenzio davanti a…
-Io quanto valgo? -, disse rivolta a Mario, ma senza guardarlo negli occhi. La sua voce era calma; con la mano destra si aggiustò i capelli, ma li mise in modo tale che quasi le coprivano completamente il viso. Mario intanto frugava con lo sguardo tra le cosce di lei, là dove s’intravedeva lo slip bianco. Paola le dischiuse un po’ di più.
-Beh, secondo me… da quel che vedo diciamo 200. 000-. Paola divaricò ancora un po’. -300. 000-, corresse Mario, che si stava mettendo a sedere per terra, davanti alle gambe di Paola.
-Questo gioco non mi piace… – provò a dire Alfredo facendo un mezzo passo avanti.
-Mettiti a sedere e non rompere i coglioni-. Stavolta era stato Mario a parlare. Alfredo si mise a sedere, cos’altro poteva fare? Faceva caldo, a quell’ora di notte il riscaldamento centrale andava a tutto gas, per riscaldare gli appartamenti in vista delle ore fredde del primo mattino; lì però non c’era bisogno di riscaldamento, il fumo delle sigarette e la stufetta elettrica avevano già alzato la temperatura. Gli parve di sentire l’odore intimo di sua moglie, lì a pochi passi da lui.
-400. 000-. Adesso le gambe di Paola erano divaricate al massimo. Mario si stava accarezzando il mento e sembrava cercare l’angolazione migliore per godersi l’inaspettato spettacolo. -E poi? – chiese senza distogliere lo sguardo. Con gesti lenti Paola si sollevò leggermente sulla sedia ed iniziò a sfilarsi gli slip, con gesti lenti, misurati; li fece scorrere lungo le gambe, li gettò addosso al marito. Ora l’odore di lei si sentiva distintamente, o almeno così parve a lui che lo conosceva bene. Era così quando sudava, Paola, i suoi umori erano forti come lei. Adesso Paola era scivolata lungo la sedia, e con le gambe aperte offriva a Mario la vista del suo sesso.
-500. 000 lire, ma sono un po’ troppe… vedo solo un ciuffone tutto nero-, disse Mario tirando una boccata dalla sigaretta che aveva acceso; buttava la cenere per terra, cosa che Paola non avrebbe permesso a nessuno… in altri momenti. Ma adesso era tutto diverso, Alfredo non sapeva più che cosa pensare, gli sembrava di non essere lui a vivere quella situazione. Se ne stava appoggiato con i gomiti sulle ginocchia, a guardare sua moglie che con le dita si apriva le labbra della passera per farla vedere bene a Mario. Quest’ultimo, dopo aver mugulato un “uhm” di soddisfazione prese dal taschino gli assegni, ne scelse uno e lo arrotolò a forma di sigaretta; lentamente lo avvicinò al sesso aperto di Paola e lo spinse dentro, senza fretta. Paola ebbe un sussulto. Il dito indice di Mario adesso la frugava dentro.
-… cazzo… – si lasciò sfuggire a bassa voce Mario, che evidentemente era il più sorpreso di tutti e cominciava a prenderci gusto. Con un gesto deciso ma non brusco Paola gli allontanò la mano, introdusse due dita e delicatamente estrasse l’assegno, ormai irriconoscibile. Lo gettò a suo marito. Ad Alfredo l’odore parve ora insopportabile. Srotolò l’assegno, vide che era quello da 600. 000, lo stracciò, e si sentì un verme. Tornò a guardare verso sua moglie, che nel frattempo si era messa in ginocchio, di schiena, e stava sollevandosi la vestaglia, raccogliendosela sui fianchi.
-700. 000-.
-No, non bastano- fece Paola.
-800. 000-
-Non bastano-, e intanto con le mani si apriva poco alla volta, lentamente, le natiche. Le richiuse di colpo, serrandole.
-Niente da fare, per il mio buchino fino a un milione-. Alfredo era sempre più confuso, non aveva mai sentito sua moglie usare quel linguaggio.
-La signora rilancia, eh? Vada per un milione-. Prontamente Paola spalancò
le natiche. Il suo buchino in bella mostra, sottolineato da poca soffice peluria, ebbe un effetto dirompente su Mario, che diventò rosso in viso e si passò la mano tra i capelli.
-Apri un po’ di più, dai… – e Paola obbedì.
-Toccatelo un pochino… – e Paola obbedì.
-Appena un pochino dentro… -, la sua voce era sempre più bassa. Paola fece di “no” con la testa.
-Appena appena, dai, appena la punta del ditino… – e Paola obbedì.
-Caaazzo ti devo scopare… ! – esclamò Mario mettendosi in piedi, e fece la mossa di slacciarsi i pantaloni. Paola scese di scatto dalla sedia e si mise in piedi, e altrettanto fece Alfredo. Si guardarono tutti e tre.
-Un altro assegno-, disse Paola tendendo la mano verso Mario.
-Ma… Paola… – provò a dire Alfredo, i due però sembravano non ascoltarlo neppure. Mario sembrava titubante. Faceva caldo, un gran caldo, la camicia di Alfredo si era incollata alla pelle e alla canottiera. Paola si era slacciata la vestaglia ed aveva abbassato metà del reggiseno tirando fuori un seno. Bello, sodo, con il capezzolo scuro; le tette di sua moglie lo avevano sempre fatto impazzire; nonostante il turbinio di pensieri di quel momento Alfredo notò che il capezzolo di sua moglie non era duro, e questo invece di chiarirgli le idee gliele confuse ancor di più, se possibile.
-Sei una gran figa, proprio una gran figa… -. Adesso Paola aveva preso una mano di Mario e se l’era portata al seno, e lui aveva cominciato a massaggiare, come se volesse soppesare un prodotto prima di decidere se acquistarlo. Con l’altra mano abbassò l’altra coppa del reggiseno e afferrò l’altra tetta, cominciando a massaggiare anche quella. Si chinò a baciarle, ma fece in tempo soltanto a sfiorarne una con la lingua.
-L’assegno- ripetè Paola facendo un passo indietro. Di fronte al silenzio dell’uomo cominciò lentamente a sfilarsi la vestaglia, che scivolò in terra. Adesso era nuda, con indosso soltanto il reggiseno bianco abbassato e le tette di fuori. Era davvero eccitante. Mario ci pensò ancora un momento, poi estrasse un altro assegno a caso, senza neppure guardare quale fosse, e se lo infilò nei pantaloni, ridacchiando. Se lo spinse giù negli slip. Quando Alfredo vide Paola avvicinarsi a Mario, chinarsi e cominciare a slacciargli la cintura dei jeans ebbe un vuoto allo stomaco, come quello che aveva provato la prima volta che era stato in aereo.
-Puttana… puttana… – disse con voce così bassa che non era neanche sicuro che l’avessero sentito. Paola abbassò i pantaloni, poi le mutande, e l’assegno cadde a terra. Sorprendendo se stesso Alfredo con un guizzo si avvicinò e lo raccolse; in quel breve istante tornò a sentire l’odore del sesso di sua moglie, ma stavolta ne avvertì anche un altro, quello disgustoso di un sesso maschile pronto per il sesso. Era molto sensibile agli odori, lui, molto sensibile. Paola era inginocchiata davanti a Mario, che se ne stava lì con il membro duro e dritto come l’asta di una bandiera; Paola sembrava come paralizzata, non sapeva cosa fare. Lui la prese per le braccia. Alfredo si aspettava che le “appiccicasse” il viso sul pene, invece la fece alzare e la spostò un metro e mezzo più in là, davanti allo specchio verticale del mobile d’antiquariato. Lo aveva scelto lei, quel mobile, era il regale che si era fatta per il matrimonio. Mario la fece voltare con le spalle allo specchio e con un gesto brusco la fece piegare a 90 gradi.
-Adesso ciuccia, dai- disse leccandosi letteralmente le labbra, e intanto con le mani le spalancava le natiche; lo specchio rimandava l’immagine del sedere di Paola spalancato, spudoratamente in bella vista.
-E tu avvicina quella lampada-, disse poi rivolto ad Alfredo, indicando la lampada alogena lì vicino. Alfredo obbedì; adesso il sedere di Paola era anche ben illuminato, come sul set di un film pornografico. Paola aveva preso in mano il sesso di Mario, ma era impacciata, lo si capiva benissimo. O forse soltanto lui lo capiva, lui che la conosceva bene.
-Ciuccia t’ho detto, e guarda che ti devi impegnare, non sono mica un ragazzino che viene in due minuti io-, e così dicendo quasi si adagiò sulla schiena di lei, allungando la mano verso il suo sedere. Con l’indice cominciò ad armeggiare sul buchetto di Paola, che a quel contatto fece per scattare in piedi, ma la mano destra di Mario rapida come un lampo l’afferrò per i capelli e la riabbassò, facendola sbattere contro il suo sesso. Tornò il silenzio, si sentiva solo un leggero rumore “liquido”, ritmico, regolare. Alfredo cercava di non guardare, voleva pensare ad altro; aveva già ridotto in mille pezzi l’assegno, e continuava a piegarlo nel tentativo di sminuzzarlo ancora. Mario, mugugnando, era intanto tornato ad armeggiare con l’orifizio della donna, mentre con l’altra mano, incurante del reggiseno ancora allaccciato, si divertiva con le tette, che ondeggiavano. “Come quelle di una vacca” pensò Alfredo, che si rendeva conto che una parte della sua mente andava ormai per conto suo.
-Dì, gliel’hai messo mai nel culo alla tua sposina, eh? -. Alfredo fece finta di non sentire, guardava il disegno delle mattonelle sul pavimento.
-è bello, è morbido… caaazzo se è bello morbido ‘sto buchino… – continuava Mario tra un sospiro e un lamento. Qualche secondo, e Paola si lasciò cadere in ginocchio, a testa bassa; si passò il dorso della mano sulle labbra.
-Beh ! ? – chiese Mario, tra l’arrabbiato e lo stupito. Paola si abbracciava le spalle, come se avesse freddo. -Sto… sto scomoda così… mi si stancano le gambe… e poi ci vuole un altro assegno… -.
-Senti bella signora, con quello che ho già speso mi sarei fatto dieci baldracche in strada… –
-Ma io non sono una baldracca- disse Paola recuperando un po’ di energia -e poi i soldi che stai spendendo è come se non fossero tuoi-.
-Non è una puttana, è mia moglie… – sottolineò Alfredo. Mario rise, e cominciò a palleggiarsi il cazzo da una mano all’altra.
-Guarda che se poi perdo lo slancio vado avanti per ore. E poi dammi del lei, baldracca. Lo so che non ti sono simpatico, l’ho capito da quando ci hanno presentato, sai-. Senza dire una parola Paola si sdraiò in terra, aprì le gambe e cominciò a massaggiarsi tra le cosce.
-Vuoi tenermi in tiro brutta zoccola, eh? Vuoi tenermi duro, vero? -, e intanto si stava spogliando completamente nella parte di sotto. Ora Alfredo sentiva un altro odore, adesso che quel porco si era tolto le scarpe. Mario prese un altro degli assegni dal taschino, lo piegò più volte e lo prese tra le labbra.
-Ecco l’altro bell’assegnino-, bofonchiò, poi sorridendo beato si chinò di fianco a Paola e cercò di baciarla in bocca. Lei si voltò di scatto dall’altra parte. Mario non fece nulla, rimase immobile ad aspettare, come se sapesse già tutto. Infatti dopo qualche interminabile secondo Paola tornò a voltarsi lentamente verso di lui, e tenendo gli occhi chiusi dischiuse leggermente la bocca. Mario sputò via l’assegno spiegazzato e si avventò sulla bocca di lei, forzandola, riempiendola con la propria lingua. Alfredo vide sua moglie serrare stretti stretti gli occhi, e sperò che lei chiudesse i denti strappandogliela, quella lingua oscena… Ma non fu così. Dopo qualche secondo di quel lavoro bocca a bocca Mario, con tutta calma, cominciò a leccare e succhiare le tette della donna, poi si mise sedere sul petto di Paola, a cavalcioni, e sempre noncurante del reggiseno cominciò a far scorrere su e giù tra le tette il pene.
-Tienitele su, da brava… -. Adesso parlava a bassa voce e si muoveva con calma, come un vincitore sul campo di battaglia. Paola si raccolse le tette al centro del petto, per facilitare le stantuffate di quell’arnese che sembrava non stancarsi mai. Alfredo seguiva adesso con lo sguardo quei movimenti tutti uguali, il membro di Mario sembrava di marmo; ogni tanto lui si passava un dito sulla lingua e poi sulla punta rossa del membro, per facilitare lo scorrimento nel solco tra le tette.
-Mmmhh… ci sai fare, lo vedi che se vuoi ci sai fare… -, ma Paola guardava un punto fisso sul muro. Dopo qualche minuto Mario decise che era il momento di cambiare posizione, passando al Sessantanove. Con calma prese posizione. Prima massaggiò un po’ le coscie, poi abbassò la testa verso il triangolo nero; con le dita le allargò il sesso, ne perlustrò la parte esterna con l’indice e poi ci tuffò la bocca con l’avidità di un orso sul miele, non prima di aver “posizionato” con l’altra mano il suo arnese in bocca di Paola. Paola stava con le braccia distese lungo i fianchi, e in bocca l’arnese di Mario, che ora sembrava enorme a giudicare da come riempiva la bocca di lei. Ricominciò il su e giù. Adesso il rumore liquido era nettissimo, la lingua di Mario sembrava forsennata, si muoveva tutta la testa.
-Buona… buona… – bisbigliava ogni tanto, e adesso con un dito aveva di nuovo raggiunto il buchetto posteriore, che sembrava proprio essere la sua passione. Alfredo sapeva che invece a Paola non piaceva essere toccata lì, non glielo aveva mai permesso.
-Adesso cominciamo a fare sul serio-, disse dopo un po’ Mario mettendosi dritto, quasi sedendosi sul viso di Paola. Si alzò.
-Ti voglio scopare-, e si alzò in piedi. Paola era ancora sdraiata a terra, con le gambe aperte; alla luce della lampada alogena si vedeva luccicare la pelle tutt’intorno al triangolo di pelo. Si era dato da fare con la lingua, il maiale.
-Hai ancora un assegno in tasca- si lasciò sfuggire Alfredo, come se il pensiero fosse diventato parola da solo, senza il suo consenso. Mario lo guardò, quasi sorpreso. Guardò la donna, poi di nuovo suo marito.
-Già, ed è quello più alto come importo- . Paola si era alzata. Mario la guardò da capo a fondo, poi le si avvicinò, le fece un giro intorno guardandola ben bene.
-Diciamo che mi sono divertito abbastanza, ‘sti due milioni li voglio proprio incassare-. Paola e il marito si guardarono, mentre Mario si chinava a raccogliere i vestiti. L’asta tra le gambe si stava abbassando.
-Non… non te la vuoi fare? -.
-No- e cominciò a infilarsi le mutande.
-E… e neanche dietro… ? -. Mario sembrava non ascoltare neppure. Senza dire una parola Paola si avvicinò a Mario, lo prese per mano e si diresse verso la porta della sala, quasi tirandoselo dietro-.
-Ehi… – disse Mario incespicando sui pantaloni che stava per mettersi, ma la seguì. Alfredo li vide entrare nella camera da letto, e la porta chiudersi. Scese di nuovo il silenzio. Avrebbe dovuto mettersi a ragionare per cercare di capire quale poteva essere l’intenzione di sua moglie, ma non ne aveva voglia, o semplicemente non ci riusciva. Stava di fatto che Paola se ne stava di là, sul loro letto, con un altro uomo. Passarono minuti interminabili, durante i quali si udirono solo leggerissimi rumori assolutamente non decifrabili. Poteva avvicinarsi, certo, o addirittura entrare, in fondo quella era casa sua, ma forse non era il caso. O sì. Fece qualche passo, superò la porta della sala, si avvicinò alla porta chiusa della camera da letto… e gli parve di sentire un odore nuovo, inconfondibile.
“Noooo… ” pensò, e maledì il proprio olfatto finissimo. Tornò sui suoi passi. Certamente tra un po’ ce ne sarebbe stato anche un altro di odore, che si sarebbe mescolato a quello di adesso. Ma Mario era uno che non veniva in fretta, ci avrebbe messo molto, lui, e intanto da dietro la porta si cominciava a sentire un rumore leggero, come un lamento cadenzato, regolare. Prese il cappotto e l’indossò, c’era tutto il tempo di farsi un giro per chiarirsi le idee. Uscì.
“Un po’ d’aria fresca mi farà bene… “. FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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