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Amicizia particolare (racconto lesbo)

Abito in una casa vecchia e bella, all’ultimo piano e quando ho bisogno qualcosa busso alla porta dei vicini.

Sono una coppia, come me e mio marito. Io e la moglie siamo amiche, andiamo in giro assieme ogni tanto e ci chiamiamo per scambiarci pareri sui vestiti appena comprati. Vado io da lei di solito. Ha una camera da letto grande e fresca, anche in estate, con un armadio di legno scuro nel quale tiene tutti i vestiti.

Mi chiama ed entriamo in camera da letto. “Vieni, vieni, che ti faccio vedere cosa ho comprato”. Mi siedo sul letto e si spoglia degli abiti che ha addosso e rimane in biancheria intima. Si gira verso l’armadio mostrandomi il sedere grande e pallido, poi s’infila il vestito, lo aggiusta sui fianchi e mi fa:

“Ti piace?”. Una volta voleva darmi un reggiseno dei suoi ed ha insistito perché lo provassi, così ho tolto il mio e sono rimasta a tette nude nella sua camera da letto.

Era un pomeriggio col sole che entrava dalla finestra e m’illuminava le tette. Ma le ho troppo grosse così non ne abbiamo fatto niente. Lei non me le ha guardate più di tanto. Hanno una domestica da poco tempo, è una ragazza venezuelana mandata dalla Caritas mi ha detto. Mi ha detto anche che è molto brava e simpatica, si chiama Lupe.

Un mattino ho bussato per chiedere una tazza di zucchero, sapevo che la mia amica era a lavoro ma speravo che Lupe fosse in casa. Lupe ha aperto la porta.

“Si?”. Eccomela davanti, con i capelli lunghi bagnati alle punte e una vestaglia di raso lucida, multicolore. Molto sud-america stile. “salve, non c’è… la signora in casa”. dissi stupita. “no” “abito qui” indicai la porta.

“Avrei bisogno di un po’ di zucchero”.

“Sì, sì entra”. Parlava un italiano solo un po’ biascicato, ed aveva sorriso con due labbra che sembravano infuocate da quanto erano rosse e grandi. Forse aveva ventitré, ventiquattro anni, e mi aveva fatto entrare e aveva detto: “prego, prego”. Le avevano parlato di me.

Siamo entrate in cucina. Lei è andata diretta allo sportello dello zucchero, in basso. Abbassandosi ha scoperto il solco tra i seni che già sulla porta spuntava dalla scollatura. Si è tirata su ed ha sorriso ancora. Ho ricambiato.

Mi aveva messo su di giri quella venezuelana. Sarà stato per la bocca o per il seno, o non so, ma era una situazione elettrica. Forse i capelli, volgarmente tinti di un color oro e tutti a boccoli grandi. Scommisi che era nuda sotto. Mi sono avvicinata a lei porgendo la tazza, senza guardarla negli occhi.

“Ecco.” Lei ha versato lo zucchero. Mi ha lanciato un’occhiata. Ha ritirato lo zucchero. Dal mio metro e settanta guardavo comoda nella scollatura che si era lasciata andare. Ora devo dire che abbiamo fatto un po’ di conversazione. Roba standard: da dove vieni, ti trovi bene ecc. Abbiamo ridacchiato sempre, ad ogni domanda/risposta.

Siamo arrivate alla porta ed io mi sono fermata sulla soglia. Ci siamo guardate e lei ha detto: “Torna se vuoi” con la “v” che sembrava una “b”.

“Grazie” e sono rientrata in casa mia. Ho messo lo zucchero sul tavolo e ho ricominciato da dove mi ero fermata. Ma in testa avevo solo quella venezuelana in vestaglia che stava in una casa, sola. Bastava uscire e bussare. Giravo a vuoto, prendendo cose a caso dagli armadietti e mettendoli vicino alla tazza di zucchero.

Poi mi sono infilata i collant e sono andata a bussare di nuovo. Ha aperto la porta con il sorriso più radioso ed accogliente che avessi mai visto. Tutti i denti bianchi come il latte, gli occhi felici e le tette erano completamente fuori della vestaglia, rotonde.

Il capezzolo sembrava disegnato: un cerchio grande, perfetto e un chiodino dello stesso colore nel mezzo esatto. Mi sono gettata su di lei, con la bocca, attorno ad un capezzolo, affondando la faccia nel morbido. L’ho appoggiata al muro e ho cominciato a succhiarle una tetta. Lei ha chiuso la porta e mi ha preso la testa tra le mani.

“ohh siii” diceva e io succhiavo come dalla tetta di una balia. Serpeggiavo la lingua attorno al capezzolo duro come un sassolino. “sììì, sììì” le ho preso le tette in mano e gliele ho leccate una per volta, velocemente, estraendo tutta la lingua.

Sono diventate lucide di saliva. Ci siamo attaccate con la bocca l’una all’altra e ci abbiamo dato dentro di lingua. La sua era piccola e fresca, e guizzava come un serpentello mentre io cercavo di lappare più in fondo che potevo. L’ho trascinata in cucina e le ho appoggiato il sedere sul tavolo.

Mi ha aperto velocemente la camicetta: “madre de dios” ha detto quando le mie tette sono balzate fuori del reggiseno. Le ha pesate una per mano facendole ballare poi si è chinata a ciucciare e a ciucciare forte.

Ha aperto la vestaglia che è caduta sul tavolo scoprendole le cosce. Le ho messo una mano tra le gambe e le ho infilato un dito nella figa piccola e molle mentre lei mi abbassava la gonna e le mutandine. Sono rimasta con i collant e le scarpe.

Lupe si è staccata dalle mie tette e ha cominciato ad accarezzarmi il pelo tra le cosce, poi si è alzata e abbiamo schiacciato le rispettive tette a quelle dell’altra, agitando il busto per sfregare i capezzoli.

Nonostante non avesse le tette grandi come le mie, i suoi capezzoli sembravano volersi mangiare i miei. Ci andavano sopra rotondi e perfetti e si chiudevano a bocca attorno alle mie macchie da caffelatte (così erano i miei capezzoli) nel centro delle mie tette-nuvole, bianche e morbide.

E lei apriva la bocca in una smorfia crudele quando riusciva a schiacciare un capezzolo. Io pronunciavo un “ahi”, ridendo, e facevo un passo indietro, fingendo di negarmi. Siamo arrivate in bagno tenendoci per la figa. Si è seduta sul cesso e ha aperto le cosce poggiando un piede sull’orlo della vasca.

La vagina si è dischiusa mostrando l’interno rosa. Mi inginocchiai appoggiando le labbra alla sua vulva. Emise un gemito: “ahhh”. Allora comincio a leccargliela, da sottinsù, poi dentro, mordendo le labbra, poi ancora su e giù. Era bagnata adesso, e aveva un sapore salmastro. Lei continuava a dimenare il bacino e a gemere. Ho affondato con la lingua più in fondo che potevo.

Non riusciva più a stare ferma con le cosce. Cercava di avvinghiarmi la testa tra le gambe. E il clitoride è guizzato fuori. Lo imbocco velocemente e lo succhio come attaccata ad una borraccia. Una borraccia che stilla lubrificanti vaginali. Mi sono attaccata alle tette sgraffiandogliele, mentre le mie si agitano contro la tazza del cesso.

Mi ha preso la testa fra le mani adesso e mi spinge contro la figa a forza che quasi soffoco. Intanto dalla mia stanno uscendo fiumi di secrezioni che hanno già bagnato l’elastico dei collant. Lupe dà fuori di testa e si agita come una scimmietta, freme e ulula un paio di volte poi si scuote come se fosse fulminata e si placa.

Le ho preso una gamba e ci strofino sopra la mia figa umida. Mi fa segno di tornare in cucina. La precedo e mi distendo sul tavolo, a pancia in giù. Sollevo i fianchi e, con le dita, dischiudo le natiche mostrandole il sedere aperto. Lei ci infila un dito, lentamente.

Con l’altra mano accarezza la figa umida e unge attorno all’ano. Quando il buco è più tenero ne mette un altro, continuando a bagnarlo. So cosa vuole fare. Afferro i bordi del tavolo, chiudo gli occhi e alzo il bacino. Lei ha già mezzo il terzo dito. L’anello dell’ano si è fatto molle e lascia entrare anche il mignolo.

Stringo i denti. Sento l’unghia del pollice dilatarmi il culo, lei che spinge e la mano entrare fino al polso. Dall’angolo della bocca cade un rivolo di bava che non riesco a tenere mentre ululo e sfrego il clitoride sul tavolo. Un eccesso di analità, un mano su per il culo che dilata le budella molli, che fa male come un’endoscopia che fa godere di brutalità femminile.

Le chiappe, pallide, aperte attorno al polso e il buco soffice, sverginato. Estrae la mano e appoggia una tetta sul buco del culo dilatato, poi la bocca: e la lingua va dentro, col naso, dentro a leccare le pareti scoperte come di una ferita. Ci siamo messe per terra con le gambe intrecciate e le fighe una sull’altra e abbiamo preso a dimenarci in un bacio vaginale.

I clitoridi che si sfregano e noi che godiamo guardandoci negli occhi, come due lesbiche esperte che conoscono i segreti della figa meglio di chiunque. Ci agitiamo sempre più forte, lei allunga una mano e afferra una delle mie tette. La impasta per bene e strizza forte il capezzolo. Le accarezzo le cosce che sono dure e morbide insieme.

Si spinge più avanti premendo con la sua figa la mia. Comincio a sentire le prime vampate al bacino, mi agito più forte.

“si, si, dai. Ahhhh! “. Vengo, infradiciandole il pelo di schiuma trasparente. Siamo sudate e “godute”. Lei si gira mostrandomi il culetto piccolino. È rotondo come una mela, con lo spacco in mezzo.

Ridendo, mi invita ad esplorarlo. Lo tasto col dito medio e trovo un buchetto piccolissimo. Mi abbasso e le dischiudo le chiappette. È davvero troppo piccolo per farle quello che lei ha fatto a me. Allora infilo il dito e comincio a stantuffare con quello mentre le strofino la figa da sotto, con l’altra mano.

Adesso sono in piedi e con la mano a coppa che le struscia la figa le sollevo il bacino, in modo che il dito le entri più facilmente nel sedere. La porto in giro per la cucina; è già venuta una volta, adesso ci vorrà un po’ di più. L’ho sentita smaniare e agitare il culo.

Si è attaccata al lavello e sollevata sulle punte dei piedi. Ci ho dato dentro con più forza finché non ho sentito la sua figa sciogliersi e ungermi le dita. Ho estratto il dito dal culo con difficoltà data la sua strettezza.

Le ha fatto un po’ male quando è uscito. Ci siamo baciate all’inpiedi, accarezzandoci i sederi e strofinando le tette. Mi sono rivestita e sono tornata di là, a casa mia.

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